Nell'ottica, benvenuta, di superare parzialità e discriminazioni e in quella, contingente, di smussare gli spigoli drammatici di una situazione già poco equilibrata - piuttosto che accentuarli - qualcuno osserverà che non se ne sentiva il bisogno. Eppure oggi anche l'Unione Europea ospita una neonata, sua propria e peculiare lobby filo-israeliana. La sua nascita è stata celebrata lo scorso settembre a Bruxelles. Si chiama AEI (Amici Europei di Israele), internazionalmente EFI (European Friends of Israel). A differenza delle rinomate e potentissime associazioni dell'universo americano - quali l'AIPAC - l'associazione stabilita di bel nuovo nel vecchio continente vanterebbe, si dice, la qualificata partecipazione di oltre centocinquanta parlamentari europei. E quel che più stupisce è il fatto che questa composizione di vago sapore istituzionale e trasversale tra i banchi di Bruxelles farebbe quantomeno arricciare il naso, se non gridare allo scandalo, addirittura i colleghi lobbysti d'oltreoceano. Ryan R. Jones, corrispondente dal Medio Oriente dell'agenzia All Headline News, osserva infatti al riguardo che "c'è [...] un'interessante differenza tra la nascente lobby europea ed AIPAC. Per quanto le lobby siano in America organizzazioni pienamente riconosciute ed accettate, nessuno si sognerebbe mai di chiamare lobby un gruppo di membri del Congresso. Che reagirebbero sdegnosamente. I funzionari di una lobby sono privati professionisti che agiscono dichiaratamente per interessi di parte, e sono pagati per farlo. I Congressisti, al contrario, si presume che agiscano nell'interesse della nazione ed abbiano con i lobbisti solo sporadici contatti di collaborazione". Viceversa l'organizzazione neoconsacrata a Bruxelles non nasconde - nelle parole riportate da Israel National News - il fatto di "includere coloro i quali non hanno ancora espresso pubblicamente il loro supporto per Israele". La natura dell'iniziativa non potrebbe essere più chiara, avuto anche riguardo al fatto che questa originale combriccola sarebbe "sostenuta da uomini d'affari ebrei in tutto il continente" e che "selon le représentant de cette organisation, le but est de réunir les partisans d'Israel en une force politique qui facilitera l'arène politiquo-diplomatique et le commerce". Se siamo quindi almeno virtualmente reduci dai tentativi di delegittimazione ed ostracismo ai quali è sottoposto, negli USA e non solo, chiunque critichi le posizioni del governo di Tel Aviv (di recente, tra gli altri, gli accademici John Mearsheimer, Stephen Walt e Tony Judt) o manifesti preoccupazione per la documentata influenza dei potentati ebraici d'oltreoceano sui dirigenti americani, se abbiamo potuto apprezzare la mobilitazione mediatica portata a sostegno dei crimini e dei nefasti dell'ultima aggressione al Libano, se assistiamo sgomenti, ogni giorno, agli assassini mirati, alla distruzione e al mortale stillicidio portato dalle operazioni condotte da Tsahal in Palestina, non possiamo non guardare con un po' di sconcerto alla fisiologica perdita di terzietà e di autorevolezza del nostro parlamento sovranazionale europeo mentre si narra che centinaia di suoi membri diventino potenziali supporter di un governo che da mezzo secolo affida se stesso e la salute del suo popolo ad arroganti capriole lobbystiche e la pretesa ed impossibile legittimazione del suo stato di occupante alla quotidiana umiliazione di un popolo spogliato della propria terra ed alla violenza delle armi.
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http://www.israelnationalnews.com/news.php3?id=112356
http://www.tlaxcala.es/pp.asp?lg=it&reference=1326
http://www.thehandstand.org/archive/september2006/articles/euronews.htm
http://www.ism-france.org/news/article.php?id=5509&type=communique&lesujet=Sionisme
http://en.wikipedia.org/wiki/The_Israel_Lobby_and_U.S._Foreign_Policy
http://en.wikipedia.org/wiki/Tony_Judt
martedì, novembre 07, 2006
martedì, ottobre 24, 2006
Confidential
Il 22 ottobre scorso la disinvolta testata on line israeliana Debkafile parlava di un pesante afflusso di combattenti - palestinesi di provenienza estera, siriani, iraniani, libanesi ed Hezbollah - tutti diretti a gonfiare le milizie di Hamas in vista di una ipotetica prova di forza tra le fazioni di Palestina. All'ineffabile rotocalco, che si dice bene informato da parte dell'intelligence israeliana, i consueti confidenti dell'ambiente militare avrebbero sussurrato che "combattenti stranieri si stanno introducendo a Gaza attraverso larghe aperture al confine con l'Egitto". Le informazioni anticipate da Debka parlavano di intere colonne di esperti in esplosivi ed istruttori di commandos in procinto di rimpolpare ed aggiornare le unità combattenti e la coalizione "terrorista" dei Comitati di Resistenza Popolare. Infine aggiungevano che farebbe parte dell'armata una nutrita schiera di "operativi di al-Qaeda di base nel Sinai".
L'eterogeneo gruppo di pirati sopra descritto era destinato - sempre secondo Debka - a confluire in un unico coacervo multifunzionale, indirizzato da un lato ad "assicurare ad Hamas una vittoria rapida su Mahmoud Abbas e sui servizi di sicurezza diretti dall'Autorità Nazionale Palestinese gestita da Fatah", dall'altro a posizionare [ndr contemporaneamente ?] squadre adatte ad imboscate "in stile Hezbollah", armate di missili, "per tendere agguati alle unità israeliane nel caso fosse lanciata un'offensiva per arginare gli attacchi dei palestinesi e il contrabbando di nuovi armamenti attraverso i tunnel nella Striscia di Gaza".
In proposito le fonti militari interpellate avrebbero contestualmente fatto trapelare che, secondo i pianificatori israeliani, "sarebbe una pazzia per Israele lanciare un attacco di terra su larga scala nella Striscia di Gaza" temendo, proprio alla vigilia di una guerra civile, che i soldati debbano farsi strada all'interno di una trappola preordinata da iraniani e siriani e si trovino contestualmente nella stessa difficile situazione di guerra civile in cui si trovano oggi le forze USA e inglesi in Iraq.
Il centrifugato di eventi ultimamente confezionato da Debka risulta francamente incomprensibile ed è destinato ad alimentare tensioni, dubbi o amara ilarità. Tra le ultime notizia - oggi in homepage - leggiamo che il capo di stato maggiore israeliano Dan Halutz ha detto che i palestinesi stanno costruendo una "città sotterranea" sotto la Striscia di Gaza. E' facile immaginare che ciò semplicemente preannunci futuri bombardamenti "esplorativi" e distruttivi sulla superficie della Striscia e sui suoi sfortunati abitanti civili (è comunque escluso a priori - almeno quello - che le informazioni comunicate a Debka possano riguardare lavori per una linea metropolitana nella Striscia di Gaza, dato che qualsiasi efficiente servizio di pubblico trasporto risulta da anni insopportabile alla compassionevole sensibilità di Tsahal).
In ogni caso sembra che in un paio di giorni sia stata abbandonata l'ipotesi che le fazioni palestinesi si stiano contendendo il sottosuolo per darsele di santa ragione in una riservatissima guerra civile. Il generale Halutz riferisce infatti che gran copia di tane e tunnel, già destinati al contrabbando palestinese lungo la cosiddetta Philadelphia Route (la striscia di confine tra Egitto e Gaza) sono oggi pieni di trabocchetti minati.
Riassumiamo allora in sintesi le bizzarre ipotesi fatte in questi ultimi due giorni da Debka: i palestinesi, impegnati in una sanguinosa guerra civile con intervento di una indistinta armata di briganti partigiani esterni (iraniani, siriani, Hezbollah e qaedisti) avrebbero oggi indistintamente in animo di fare a pezzi le forze israeliane - lanciate in una improbabile azione di terra - mentre danno corso ad una guerra civile e si giovano, tuttavia, di una erigenda città sotterranea, all'interno della quale toccherebbe loro soprassedere dal combattersi per questioni interne. Follia.
Parafrasando l'interessante recensione di S. Talia sulla "Macchina del Tempo", leggendo il pot pourri non omogeneo di notizie elaborato dalla testata di intelligence (?) - con la militare trovata della minaccia sotterranea - viene in mente una riedizione malamente frullata in chiave mediorientale della situazione in cui convivevano le due future razze umane immaginate da H.G. Wells: "gli Eloi e i Morlock. I primi vivono in quella sorta di ospitale e confortevole giardino che è diventata la superficie terrestre, e sono d’aspetto grazioso, miti e gentili, ma la loro intelligenza è pari a quella dei bambini. I secondi vivono sotto terra, sono astuti, infidi e d’aspetto repellente". Forse è proprio questo che vuole farci intendere la proposta di notizie allarmanti e contraddittorie di cui abbiamo trattato, la rappresentazione dei buoni e dei cattivi. Ma nel caso, purtroppo, la metafora è diversa: gli Eloi saremmo noi e i Morlock - ormai assediati dal tempo - confidano negli effetti delle assurdità propinate dai media "mainstream" e dalla propaganda per regalare al mondo le conseguenze riflesse di altri cinquant'anni di prevaricazione.
L'eterogeneo gruppo di pirati sopra descritto era destinato - sempre secondo Debka - a confluire in un unico coacervo multifunzionale, indirizzato da un lato ad "assicurare ad Hamas una vittoria rapida su Mahmoud Abbas e sui servizi di sicurezza diretti dall'Autorità Nazionale Palestinese gestita da Fatah", dall'altro a posizionare [ndr contemporaneamente ?] squadre adatte ad imboscate "in stile Hezbollah", armate di missili, "per tendere agguati alle unità israeliane nel caso fosse lanciata un'offensiva per arginare gli attacchi dei palestinesi e il contrabbando di nuovi armamenti attraverso i tunnel nella Striscia di Gaza".
In proposito le fonti militari interpellate avrebbero contestualmente fatto trapelare che, secondo i pianificatori israeliani, "sarebbe una pazzia per Israele lanciare un attacco di terra su larga scala nella Striscia di Gaza" temendo, proprio alla vigilia di una guerra civile, che i soldati debbano farsi strada all'interno di una trappola preordinata da iraniani e siriani e si trovino contestualmente nella stessa difficile situazione di guerra civile in cui si trovano oggi le forze USA e inglesi in Iraq.
Il centrifugato di eventi ultimamente confezionato da Debka risulta francamente incomprensibile ed è destinato ad alimentare tensioni, dubbi o amara ilarità. Tra le ultime notizia - oggi in homepage - leggiamo che il capo di stato maggiore israeliano Dan Halutz ha detto che i palestinesi stanno costruendo una "città sotterranea" sotto la Striscia di Gaza. E' facile immaginare che ciò semplicemente preannunci futuri bombardamenti "esplorativi" e distruttivi sulla superficie della Striscia e sui suoi sfortunati abitanti civili (è comunque escluso a priori - almeno quello - che le informazioni comunicate a Debka possano riguardare lavori per una linea metropolitana nella Striscia di Gaza, dato che qualsiasi efficiente servizio di pubblico trasporto risulta da anni insopportabile alla compassionevole sensibilità di Tsahal).
In ogni caso sembra che in un paio di giorni sia stata abbandonata l'ipotesi che le fazioni palestinesi si stiano contendendo il sottosuolo per darsele di santa ragione in una riservatissima guerra civile. Il generale Halutz riferisce infatti che gran copia di tane e tunnel, già destinati al contrabbando palestinese lungo la cosiddetta Philadelphia Route (la striscia di confine tra Egitto e Gaza) sono oggi pieni di trabocchetti minati.
Riassumiamo allora in sintesi le bizzarre ipotesi fatte in questi ultimi due giorni da Debka: i palestinesi, impegnati in una sanguinosa guerra civile con intervento di una indistinta armata di briganti partigiani esterni (iraniani, siriani, Hezbollah e qaedisti) avrebbero oggi indistintamente in animo di fare a pezzi le forze israeliane - lanciate in una improbabile azione di terra - mentre danno corso ad una guerra civile e si giovano, tuttavia, di una erigenda città sotterranea, all'interno della quale toccherebbe loro soprassedere dal combattersi per questioni interne. Follia.
Parafrasando l'interessante recensione di S. Talia sulla "Macchina del Tempo", leggendo il pot pourri non omogeneo di notizie elaborato dalla testata di intelligence (?) - con la militare trovata della minaccia sotterranea - viene in mente una riedizione malamente frullata in chiave mediorientale della situazione in cui convivevano le due future razze umane immaginate da H.G. Wells: "gli Eloi e i Morlock. I primi vivono in quella sorta di ospitale e confortevole giardino che è diventata la superficie terrestre, e sono d’aspetto grazioso, miti e gentili, ma la loro intelligenza è pari a quella dei bambini. I secondi vivono sotto terra, sono astuti, infidi e d’aspetto repellente". Forse è proprio questo che vuole farci intendere la proposta di notizie allarmanti e contraddittorie di cui abbiamo trattato, la rappresentazione dei buoni e dei cattivi. Ma nel caso, purtroppo, la metafora è diversa: gli Eloi saremmo noi e i Morlock - ormai assediati dal tempo - confidano negli effetti delle assurdità propinate dai media "mainstream" e dalla propaganda per regalare al mondo le conseguenze riflesse di altri cinquant'anni di prevaricazione.
lunedì, ottobre 23, 2006
Dies Iran
Il titolo del post non è un inno che descrive in latino maccheronico il giorno del giudizio ma è quanto mi ha suggerito una notizia attesa e ormai purtroppo confermata, fresca di giornata. In proposito premetto che farebbe un grosso errore chi pensasse che le posizioni della destra e della sinistra israeliana differiscano sensibilmente nella gestione e nelle scelte - assai spesso trasversali - che riguardano la questione mediorientale, la politica estera e il problema palestinese in particolare. Occorrerebbe tuttavia forse fidarsi delle parole di Ury Avnery, ex membro della Knesset, pacifista radicale di sinistra, direttore del movimento e del sito Gush Shalom, quando scriveva che da questa novità non può venirne, per Israele e per tutti, nulla di buono. Trascrivo in proposito l'inserto a pagamento pubblicato a cura del movimento di Avnery su Haaretz del 17 ottobre: «Quando il razzista Joerg Haider entrò nel governo austriaco, il governo israeliano richiamò l'ambasciatore da Vienna. Ora c'è l'intenzione di accogliere nello stesso governo israeliano Avigdor Liberman, un razzista assai peggiore di Haider. L'introduzione di Liberman nel governo non è solo un cambiamento della coalizione, ma innalza una bandiera nera sullo Stato di Israele. La stessa idea che una persona simile, con una tale visione, possa essere un membro del governo israeliano è scioccante. E svergogna a chiunque lo sostenga. Liberman è una minaccia nell'edificio della società israeliana, una minaccia per un'intera fetta dei cittadini, una minaccia per la democrazia, una minaccia per qualsiasi possibilità di Israele di raggiungere la pace con i suoi vicini. La legge proposta per il cambio di regime, che è stata introdotta da Liberman alla Knesset, non è solo una proposta per un altro cambiamento nel meccanismo del governo. E' il primo passo verso lo stabilirsi di una dittatura, che porterà al disastro nazionale. Questa è una strada da cui non si ritorna. Un cinico primo ministro, in ballo per salvarsi la pelle, insieme con una banda di politici stupidi e/o corrotti, sta aiutando Liberman a metter piede nella democrazia israeliana. Chiunque si muova in favore di Liberman e delle sue proposte si muove contro lo Stato di Israele come definito nella Dichiarazione di Indipendenza, uno stato che avrebbe dovuto essere democratico e consacrato alla pace e all'uguaglianza di tutti i suoi cittadini. Ognuno di loro sarà ricordato per sempre con vergogna». [Gush Shalom - Grande inserto pubblicitario pubblicato su Ha'aretz del 17 ottobre 2006]
Solo ieri, 22 ottobre leggevamo poi [Ha'aretz] che Ehud Olmert aveva già deciso di includere nella coalizione di governo il partito russofono Israel Beitenu guidato appunto dal nazionalista di estrema destra Avigdor Liberman. Si diceva infatti che Olmert e Lieberman avevano raggiunto in merito una intesa di massima una volta caduti gli ostacoli ideologici che impedivano l'ingresso del suo partito al governo, allorchè Olmert aveva dichiarato che "non è più attuale il progetto per un profondo ritiro in Cisgiordania che comportava lo smantellamento di numerose colonie". Avigdor Liberman è nato nel 1958 in Moldova (che allora facente parte dell'Unione Sovietica), è emigrato in Israele nel 1978, dove ha prestato servizio militare e si è laureato in relazioni internazionali e scienze politiche all'università ebraica di Gerusalemme. E' entrato a far parte della Knesset, il parlamento israeliano, nel 1998 e dirige il partito Yisrael Beytenu, largamente formato da immigranti dei paesi della ex Unione Sovietica. Sotto questa veste Liberman continua a propugnare l'idea di spogliare alcuni arabi della cittadinanza israeliana e di applicare "test di lealtà" per quelli che rimangono. Nel maggio 2006 ha chiesto la condanna a morte dei politici arabi-israeliani che avessero avuto contatti con Hamas o che avessero celebrato la Nakba [catastrofe] palestinese anzicchè lo speculare giorno dell'indipendenza israeliano. Pur con queste premesse, secondo Wikipedia, in un sondaggio pubblicato da Yedioth Ahronoth il 21 settembre 2006 Liberman è risultato secondo solo a Netanyahu quale prossimo primo ministro israeliano, mentre Olmert si sarebbe piazzato settimo. In questi stessi giorni il presidente dell'Alto Comitato Arabo Israeliano, Shuweiki Hatib, aveva qualificato Yisrael Beytenu come "partito fascista" ed aveva chiesto al primo ministro Ehud Olmert di abbandonare gli accordi con Liberman per l'ingresso nella coalizione di governo. Parlando ad una conferenza stampa per commemorare il 50° anniversario del massacro di Kafr Qassem, Hatib aveva detto, infatti, che "l'esistenza di figure politiche che chiedono il trasferimento di cittadini arabi da Israele, devono accendere una luce rossa per la società israeliana". Detto fatto, il primo ministro Olmert e Avigdor Liberman hanno firmato oggi (23 ottobre) un accordo di coalizione, portando nel governo il partito di estrema destra Yisrael Beitenu. Secondo l'accordo, che deve essere ancora approvato dalla Knesset, Liberman avrà funzioni di vice premier e sarà pure ministro delle minacce strategiche all'interno dell'ufficio del primo ministro. Al riguardo Olmert ha detto, appunto, che intende nominare Liberman quale vice-primo ministro che si occupi delle "minacce strategiche contro Israele". Gli ha fatto eco Liberman con propositi per nulla tranquillizzanti, ma non originali, dichiarando che secondo lui la questione più pressante per Israele in questo momento è occuparsi dell'Iran. In sostanza Yisrael Beitenu porterà 11 deputati nella coalizione, dando ad Olmert il controllo di 78 seggi su 120. La sua decisione di far parte del governo Olmert è stata accolta tra le critiche della destra e della sinistra. Il capogruppo del partito di sinistra Meretz alla Knesset, Zahava Gal-On ha criticato aspramente questa mossa di Olmert, dichiarando con amara ironia che "Liberman è la minaccia strategica per la democrazia di Israele e il consenso del Labor sta permettendo a questa minaccia di diventare una realtà".
Solo ieri, 22 ottobre leggevamo poi [Ha'aretz] che Ehud Olmert aveva già deciso di includere nella coalizione di governo il partito russofono Israel Beitenu guidato appunto dal nazionalista di estrema destra Avigdor Liberman. Si diceva infatti che Olmert e Lieberman avevano raggiunto in merito una intesa di massima una volta caduti gli ostacoli ideologici che impedivano l'ingresso del suo partito al governo, allorchè Olmert aveva dichiarato che "non è più attuale il progetto per un profondo ritiro in Cisgiordania che comportava lo smantellamento di numerose colonie". Avigdor Liberman è nato nel 1958 in Moldova (che allora facente parte dell'Unione Sovietica), è emigrato in Israele nel 1978, dove ha prestato servizio militare e si è laureato in relazioni internazionali e scienze politiche all'università ebraica di Gerusalemme. E' entrato a far parte della Knesset, il parlamento israeliano, nel 1998 e dirige il partito Yisrael Beytenu, largamente formato da immigranti dei paesi della ex Unione Sovietica. Sotto questa veste Liberman continua a propugnare l'idea di spogliare alcuni arabi della cittadinanza israeliana e di applicare "test di lealtà" per quelli che rimangono. Nel maggio 2006 ha chiesto la condanna a morte dei politici arabi-israeliani che avessero avuto contatti con Hamas o che avessero celebrato la Nakba [catastrofe] palestinese anzicchè lo speculare giorno dell'indipendenza israeliano. Pur con queste premesse, secondo Wikipedia, in un sondaggio pubblicato da Yedioth Ahronoth il 21 settembre 2006 Liberman è risultato secondo solo a Netanyahu quale prossimo primo ministro israeliano, mentre Olmert si sarebbe piazzato settimo. In questi stessi giorni il presidente dell'Alto Comitato Arabo Israeliano, Shuweiki Hatib, aveva qualificato Yisrael Beytenu come "partito fascista" ed aveva chiesto al primo ministro Ehud Olmert di abbandonare gli accordi con Liberman per l'ingresso nella coalizione di governo. Parlando ad una conferenza stampa per commemorare il 50° anniversario del massacro di Kafr Qassem, Hatib aveva detto, infatti, che "l'esistenza di figure politiche che chiedono il trasferimento di cittadini arabi da Israele, devono accendere una luce rossa per la società israeliana". Detto fatto, il primo ministro Olmert e Avigdor Liberman hanno firmato oggi (23 ottobre) un accordo di coalizione, portando nel governo il partito di estrema destra Yisrael Beitenu. Secondo l'accordo, che deve essere ancora approvato dalla Knesset, Liberman avrà funzioni di vice premier e sarà pure ministro delle minacce strategiche all'interno dell'ufficio del primo ministro. Al riguardo Olmert ha detto, appunto, che intende nominare Liberman quale vice-primo ministro che si occupi delle "minacce strategiche contro Israele". Gli ha fatto eco Liberman con propositi per nulla tranquillizzanti, ma non originali, dichiarando che secondo lui la questione più pressante per Israele in questo momento è occuparsi dell'Iran. In sostanza Yisrael Beitenu porterà 11 deputati nella coalizione, dando ad Olmert il controllo di 78 seggi su 120. La sua decisione di far parte del governo Olmert è stata accolta tra le critiche della destra e della sinistra. Il capogruppo del partito di sinistra Meretz alla Knesset, Zahava Gal-On ha criticato aspramente questa mossa di Olmert, dichiarando con amara ironia che "Liberman è la minaccia strategica per la democrazia di Israele e il consenso del Labor sta permettendo a questa minaccia di diventare una realtà".
mercoledì, ottobre 18, 2006
Simple Barghouthi
Marwan Barghouthi, membro del Consiglio Rivoluzionario di Fatah, attualmente sta scontando l'ergastolo in un carcere di Israele ma è visto da tutti gli osservatori, anche da quelli israeliani come un potenziale futuro leader palestinese. La sua detenzione è considerata un atto politico e il suo rilascio - si dice - costituirà una parte sostanziale di ogni futuro passo avanti in merito alla soluzione della questione palestinese. Quello che segue è un breve stralcio iniziale dell'intervista rilasciata di recente da Barghouthi al giornale libanese al-Shira' (1) e tratta in ispecie dell'evoluzione dei rapporti ora apparentemente più vicini tra l'Autorità Nazionale Palestinese, facente capo a Fatah (il partito che fu di Yasser Arafat) e il governo a base islamica di Hamas. "...Penso che la formazione di istituzioni democratiche in Palestina consolidi la lotta palestinese e conduca al stabilizzazione dell'alleanza tra i vari poteri. Le elezioni presidenziali, locali e legislative sono un risultato che è fonte di orgoglio per i palestinesi e motivo di onore per gli aderenti a Fatah perchè è il loro movimento che ha precorso e fondato questa struttura democratica. Ora l'alleanza nazionale è incarnata nell'Autorità Nazionale Palestinese (PA) attraverso il presidente e il governo - cioè tra i movimenti di Fatah e Hamas - e comprende tutti i membri del Consiglio Legislativo Palestinese (PLC). A mio parere la possibilità di ritornare al tavolo dei negoziati e al cosiddetto processo di pace è considerevolmente, se non completamente, venuta meno. Questo è stato sopratutto il risultato di Camp David e della dichiarazione di Ehud Barak che "non c'è un partner palestinese". Ariel Sharon ha adottato questa dichiarazione, ne ha fatto il suo mantra e si è impegnato nella liquidazione dell'Autorità Nazionale Palestinese, incluso il suo presidente Yasser Arafat. Non sembra esistere un consenso generale in Israele riguardo ad una strategia di soluzione unilaterale che insieme ignori i palestinesi. Il ricorso di Israele ad una tale strategia deriva dalla sua riluttanza ad accettare una soluzione che possa dare ai palestinesi il livello minimo dei loro inalienabili diritti come nazione. I passi unilateralli non porteranno alla stabilità, alla sicurezza o alla pace. La pace può essere ottenuta solo con la fine dell'occupazione e con il ritiro completo di Israele dalle aree palestinesi occupate nel 1967, con lo stabilirsi di uno stato indipendente di Palestina con Gerusalemme quale capitale, con la garanzia e l'implementazione del diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi". Il tono e il contenuto dell'intervista di questi giorni non sono molto lontani da quelli di analoga intervista concessa il 15 aprile 2006 da Barghouthi al quotidiano Yedioth Ahronoth (2). La rigidità dei picchetti teorici posti dal leader di Fatah può forse essere la sua carta vincente, ma effimera, per mantenere e rinsaldare il generale ascendente su parte della gente di Palestina, ma la scarsa flessibilità dei concetti e il rifiuto di ogni impopolare sottigliezza molto mal si conciliano con gli arzigogoli verbali e i raggiri ideati in passato dall'establishment israeliano allo scopo di accompagnare lentamente all'archivio degli insuccessi ed alla storia della diplomazia da baraccone ogni percorso di pacificazione insieme alla credibilità dei relativi sponsor. L'impegno messo dai vertici israeliani nel non impegnarsi a nulla, l'alacrità dimostrata dai centri di potere e dagli scudieri incaricati dallo Stato ebraico di elaborare le formule di promesse che sarebbero state lasciate a metà e non avrebbero mai costituito un vincolo né visto una firma, la tenacia con cui il sistema mediatico è riuscito viceversa ad instradare l'opinione pubblica lasciando che si addossasse ad altri - e in ispecie ad Arafat - la colpa degli insuccessi di ogni ipotesi di pace, meriterebbero forse oggi, da parte di Barghouthi, miglior considerazione.
(1) http://www.zmag.org/content/showarticle.cfm?SectionID=22&ItemID=11210
(2) http://pipistro.wordpress.com/2006/04/18/peacekidding
(1) http://www.zmag.org/content/showarticle.cfm?SectionID=22&ItemID=11210
(2) http://pipistro.wordpress.com/2006/04/18/peacekidding
lunedì, ottobre 16, 2006
Una volta non basta
No, il titolo del post non c'entra nulla con il best seller scandalistico di Jacqueline Susann. L'ex ispettore della IAEA, Scott Ritter, presenta in questo periodo il suo libro ""Target Iran: The Truth About the White House’s Plans for Regime Change” [Bersaglio Iran: la verità sui piani della Casa Bianca per il cambio di regime]. L'esperto di armi dell'ONU è stato intervistato da Amy Goodman, della rete americana Democracy Now. Ritter si dice convinto del fatto che la strada attualmente percorsa dagli USA condurrà inevitabilmente alla guerra con l'Iran e descrive il disegno di Bush e della sua amministrazione come un percorso che farà addirittura impallidire, in confronto, l'errore storico fatto con l'Iraq. Scott Ritter è chiarissimo sulle menzogne della banda del presidente americano. Alla domanda di Amy Goodman: "Può parlarci delle affinità o differenze che lei vede tra l'escalation fino all'invasione dell'Iraq e quello che sta accedendo ora con l'Iran?", Ritter risponde: "La più grossa similitudine che dobbiamo sottolineare è che in entrambi i casi nessuna prova è stata prodotta a sostegno delle illazioni che vengono fatte. L'Iraq venne accusato di avere un programma per le armi di distruzione di massa, di stare ricostruendo i programmi per le armi chimiche, biologiche, nucleari e quelli per i missili balistici a lunga gittata. Ci fu un procedimento di ispezioni sul posto attraverso le quali si ebbe accesso, pieno accesso, alle attrezzature in questione e nessun dato fu ottenuto con queste ispezioni che potesse sostenere le allegazioni dell'amministrazione Bush. Eppure agli iraqeni fu detto che non era compito degli ispettori trovare le armi, ma che era compito dell'Iraq provare che non esistevano. L'Iraq avrebbe dovuto provare [una circostanza] negativa. E non poteva. Ora sappiamo che sino dal 1991 Saddam Hussein aveva eliminato la totalità dei programmi sugli sviluppi degli armamenti. Non c'era altro da trovare, da scoprire. Non c'era alcuna minaccia". Ora, noi tutti sappiamo anche che le guerre si combattono ormai azionando prima e soprattutto i mezzi di comunicazione di massa ed è un errore pensare che sia possibile difendersi dal bombardamento dei media meglio che dalle bombe che prima o poi potrebbero esserci sganciate sopra la testa secondo le libidini di potere o di denaro del megalomane o del pupazzo che si sentisse a ciò investito da avidità, mistiche pulsioni, fili che lo manovrano o semplicemente dalla propria follia. Cerchiamo allora ed almeno di prendere per quel che sono i roboanti proclami, le promesse e le capriole di minuscoli personaggi e governi che, condotti da costoro, si fanno promotori (per assecondare il proprio tornaconto e poco lungimiranti aspettative nel breve periodo) e complici delle stesse pazzesche e criminali iniziative che un giorno potrebbero trovare proprio loro e - quel che è peggio - interi popoli sfortunati o sottomessi o terrorizzati, dalla parte sbagliata, quella del bersaglio. Leggevo oggi su Ha'aretz le capriole della redazione finalizzate a ricondurre la vicenda iraniana nell'alveo degli esperimenti nucleari nord coreani e delle sanzioni ONU che gravitano sulla testa dei paesi non allineati. Ogni scusa è buona, tutto può essere usato per innescare o alimentare una nuova spirale di odio, di guerra e di morte, anche gli elementari artifici dialettici che consentono di introdurre la minaccia persiana all'interno di una rubrica di cucina. Il mondo è purtroppo anche in mano di chi nell'inchiostro della scadente propaganda intinge la penna per firmare la propria condanna a morte.
venerdì, ottobre 13, 2006
Pericolo di pace
«Bashar al-Assad lo ha fatto di nuovo. E' riuscito a mettere in imbarazzo il governo israeliano. Fino a quando diffonderà le minacce rituali di liberare le Alture del Golan con la forza non disturberà nessuno. Dopo tutto, questo conferma solo ciò che molti vogliono sentire: che non c'è modo di raggiungere la pace con la Siria, che presto o tardi ci troveremo in guerra con loro. Perchè questo è un bene? Semplice: la pace con la Siria significherebbe restituire le Alture del Golan (territorio siriano sotto qualsiasi aspetto). Niente pace significa nessuna necessità di restituirle. Ma quando Bashar comincia a parlare di pace siamo nei guai. Quello è un disegno sinistro. Potrebbe - Dio non voglia - creare una situazione tale da costringerci a restituire quei territori [...] Perchè non facciamo la pace con la Siria? In questo momento ci sono due ragioni: una interna, l'altra internazionale. La ragione interna è l'esistenza di ventimila coloni sulle alture del Golan, che sono molto più popolari di quelli del West Bank. Non sono fanatici religiosi e i loro insediamenti sono stati costruiti sotto gli auspici del partito del Labor. Tutti i governi israeliani hanno avuto timore di toccarli [...] La seconda ragione per rifiutare la pace con la Siria è connessa con gli USA. La Siria appartiene all'"asse del male" di George Bush. Il presidente americano se ne frega degli interessi di Israele nel lungo periodo, quello che è importante per lui è raggiungere una specie di vittoria in Medio Oriente. La distruzione del regime siriano ("una vittoria per la democrazia") lo compenserà per il fiasco iraqeno. Nessun governo israeliano - e certamente non quello di Olmert - oserebbe disobbedire al presidente americano». (Uri Avnery, 11 ottobre 2006) Curioso, queste parole mi ricordano qualcosa. «I siriani vennero a Shepherdstown con una disposizione d'animo positiva e flessibile, ansiosi di raggiungere un accordo. Al contrario, Barak, che aveva spinto pesantemente per l'incontro, decise - apparentemente sulla base dei dati dei sondaggi - che aveva bisogno di rallentare il processo per alcuni giorni per convincere l'opinione pubblica israeliana di essere un negoziatore duro. Voleva che io usassi le mie buone relazioni con Shara [ndr. il ministro degli esteri siriano] e con [Hafez al] Assad, per tenerli buoni mentre lui si esponeva il meno possibile durante il periodo di attesa che si era imposto. Fui deluso, per dirla con un eufemismo ...». E' un piccolo assaggio dell'atteggiamento di Ehud Barak caparbiamente finalizzato a mandare a monte i colloqui di pace con la SIria nel gennaio 2000, v. Bill Clinton, My Life, L'ex presidente americano nella sua autobiografia sfata un altro spicchio del mito largamente diffuso dai media occidentali secondo cui furono Assad, prima e Arafat, poi, ad annichilire il percorso di pace subito prima della provocazione di Sharon (poi andato al governo) e della seconda intifada. Piccole cose, piccole persone hanno perpetuato gli insuccessi di ogni presunto tentativo di pacificazione della regione, almeno da Oslo in poi. Mancanza di coraggio e di volontà che devono essere attribuite più alle mezze figure espresse nei Governi israeliani e nell'Autorità palestinese che alla volontà viziata, convogliata, obnubilata e volutamente intorbidita della gente comune. Gente che soffre a causa di gente da poco.
venerdì, settembre 22, 2006
Botte e risposte
Il consulente politico del premier palestinese Haniyeh, Ahmed Yousef, dichiara oggi, 22 settembre, alla Associated Press (v. YnetNews) che non ci sarà governo di unità nazionale (con Fatah) se ad Hamas verrà richiesto di riconoscere Israele, ma aggiunge che il governo di Hamas è disposto ad un accordo per una tregua di lungo periodo con lo stato ebraico, fino a che questi si ritiri dai territori occupati: "a long-term truce for five or 10 years, until the occupation withdraws".
Ma cosa significa "riconoscere Israele"? Sembra essere ormai lo standard mediatico per indicare il riconoscimento dell'occupazione a priori, anche fuori di confini (quali?) che non a caso Israele non si è mai dati, né voluti dare. Infatti il riconoscimento della situazione di fatto e di diritto costituita dalla obiettiva esistenza dello Stato di Israele è questione superata da molti anni, comprensibilmente a malincuore da chi subì la nakba, attraverso il sanguinoso percorso che ha visto recedere nei fatti anche i gruppi più oltranzisti in favore della linea per qualche verso ambigua, corrotta o comunque perdente, che ha condotto Yasser Arafat ad ogni compromesso per essere poi comunque umiliato ed incatenato al risultato delle promesse non mantenute. Nella situazione obiettiva di illegittimità internazionale consentita o appoggiata dal nume protettore "israelo-americano", dal pilatesco disinteresse del mondo arabo, dalla colpevole ignoranza e dall'omertà europee, a suo tempo Arafat avrebbe sottoscritto - come in massima parte fece - ogni pezzo di carta che non ponesse lui stesso pubblicamente sulla gogna e che non facesse venire definitivamente meno il suo ascendente politico e il suo potere finanziario sulla gente di Palestina. Il che lo portò al punto di accettare, per esempio, il folle accordo per la città di Hebron, il rinvio o la riduzione a termini miserabili della questione dei profughi, la riduzione del West Bank a cantoni sotto irreversibile assedio israeliano, l'infiltrazione di una rete di strade per soli ebrei, la privazione virtuale e materiale di ogni sbocco internazionale, addirittura lo spossessamento ufficiale di Gerusalemme Est e la contestuale candidatura della erigenda capitale di Palestina nel villaggio di Abu Dis, rinominato per l'occasione - con un vergognoso artifizio - Al Quds.
Ciò detto - passato alla storia con l'umiliazione e la scomparsa di Arafat il periodo di residua fiducia, connivenza o condiscendenza concessi all'occupazione - ciò che un governo palestinese, qualsiasi governo palestinese, oggi non potrà mai ratificare, sono proprio i confini variabili e - quale irreversibile situazione di fatto - la colonizzazione, mantenuta in costante espansione anche durante tutti i periodi delle "trattative", che lo Stato di Israele ha inteso ed intende ancora imporre, allorchè verrà obtorto collo costretto a sedersi per stipulare un'intesa seria e definitiva per la soluzione della questione palestinese. Cosa che sinora non è mai avvenuta, per volontà di Israele, da Madrid a Oslo, da Camp David, a Taba, né mai avverrebbe nella prospettiva di uno stato che si estende in linea teorica fino a dove possono arrivare, in un modo o nell'altro, la forza delle sue armi, le sovvenzioni dei suoi mandanti e soci, la prevaricazione e l'umiliazione dei civili, la colonizzazione strisciante. Per essere più chiari, quand'anche in seno ai trascorsi tentativi di pacificazione fossero mancati dieci minuti alla firma di un fantascientifico e definitivo trattato (e non "percorso") di pace destinato alla costituzione di uno Stato di Palestina entro confini ben determinati con speculare definizione dei confini israeliani, le pulsioni connaturate o imposte a chi si è seduto a quel tavolo per rappresentare Israele hanno suggerito di prendere tempo e di concedere (di questo termine occorrerebbe parlare), sempre e comunque, qualcosa di meno, se pure sputando all'ultimo momento oltre il confine in corso di erezione per dire che anche lì era "già" sorta una colonia.
Torniamo al tema. L'altro ieri all'ONU la ministra Livni (file pdf 922 kb), attraverso non nuovi ed untuosi giri di parole, ha fatto intendere che dal 1967 la situazione è cambiata. Cioè, per farla breve, che la dinamica situazione dei confini e quella, asseritamente irreversibile, delle colonie israeliane, non consentono di tornare allo stato precedente l'occupazione del 1967. Oggi il governo di Hamas, di riflesso e senza scomporsi più di tanto, propone un piano che a mio avviso deve essere letto così: "Cerchiamo di essere seri, non possiamo fare a meno di constatare che lo Stato di Israele esiste (e'sti cazzi, è pieno di gente e sta proprio qui accanto), ma non riconosciamo - chiamatela come volete - l'occupazione israeliana del 1967, siamo tuttavia disposti ad aspettare 5-10 anni, senza far casino, per la restituzione dei territori occupati".
Ma cosa significa "riconoscere Israele"? Sembra essere ormai lo standard mediatico per indicare il riconoscimento dell'occupazione a priori, anche fuori di confini (quali?) che non a caso Israele non si è mai dati, né voluti dare. Infatti il riconoscimento della situazione di fatto e di diritto costituita dalla obiettiva esistenza dello Stato di Israele è questione superata da molti anni, comprensibilmente a malincuore da chi subì la nakba, attraverso il sanguinoso percorso che ha visto recedere nei fatti anche i gruppi più oltranzisti in favore della linea per qualche verso ambigua, corrotta o comunque perdente, che ha condotto Yasser Arafat ad ogni compromesso per essere poi comunque umiliato ed incatenato al risultato delle promesse non mantenute. Nella situazione obiettiva di illegittimità internazionale consentita o appoggiata dal nume protettore "israelo-americano", dal pilatesco disinteresse del mondo arabo, dalla colpevole ignoranza e dall'omertà europee, a suo tempo Arafat avrebbe sottoscritto - come in massima parte fece - ogni pezzo di carta che non ponesse lui stesso pubblicamente sulla gogna e che non facesse venire definitivamente meno il suo ascendente politico e il suo potere finanziario sulla gente di Palestina. Il che lo portò al punto di accettare, per esempio, il folle accordo per la città di Hebron, il rinvio o la riduzione a termini miserabili della questione dei profughi, la riduzione del West Bank a cantoni sotto irreversibile assedio israeliano, l'infiltrazione di una rete di strade per soli ebrei, la privazione virtuale e materiale di ogni sbocco internazionale, addirittura lo spossessamento ufficiale di Gerusalemme Est e la contestuale candidatura della erigenda capitale di Palestina nel villaggio di Abu Dis, rinominato per l'occasione - con un vergognoso artifizio - Al Quds.
Ciò detto - passato alla storia con l'umiliazione e la scomparsa di Arafat il periodo di residua fiducia, connivenza o condiscendenza concessi all'occupazione - ciò che un governo palestinese, qualsiasi governo palestinese, oggi non potrà mai ratificare, sono proprio i confini variabili e - quale irreversibile situazione di fatto - la colonizzazione, mantenuta in costante espansione anche durante tutti i periodi delle "trattative", che lo Stato di Israele ha inteso ed intende ancora imporre, allorchè verrà obtorto collo costretto a sedersi per stipulare un'intesa seria e definitiva per la soluzione della questione palestinese. Cosa che sinora non è mai avvenuta, per volontà di Israele, da Madrid a Oslo, da Camp David, a Taba, né mai avverrebbe nella prospettiva di uno stato che si estende in linea teorica fino a dove possono arrivare, in un modo o nell'altro, la forza delle sue armi, le sovvenzioni dei suoi mandanti e soci, la prevaricazione e l'umiliazione dei civili, la colonizzazione strisciante. Per essere più chiari, quand'anche in seno ai trascorsi tentativi di pacificazione fossero mancati dieci minuti alla firma di un fantascientifico e definitivo trattato (e non "percorso") di pace destinato alla costituzione di uno Stato di Palestina entro confini ben determinati con speculare definizione dei confini israeliani, le pulsioni connaturate o imposte a chi si è seduto a quel tavolo per rappresentare Israele hanno suggerito di prendere tempo e di concedere (di questo termine occorrerebbe parlare), sempre e comunque, qualcosa di meno, se pure sputando all'ultimo momento oltre il confine in corso di erezione per dire che anche lì era "già" sorta una colonia.
Torniamo al tema. L'altro ieri all'ONU la ministra Livni (file pdf 922 kb), attraverso non nuovi ed untuosi giri di parole, ha fatto intendere che dal 1967 la situazione è cambiata. Cioè, per farla breve, che la dinamica situazione dei confini e quella, asseritamente irreversibile, delle colonie israeliane, non consentono di tornare allo stato precedente l'occupazione del 1967. Oggi il governo di Hamas, di riflesso e senza scomporsi più di tanto, propone un piano che a mio avviso deve essere letto così: "Cerchiamo di essere seri, non possiamo fare a meno di constatare che lo Stato di Israele esiste (e'sti cazzi, è pieno di gente e sta proprio qui accanto), ma non riconosciamo - chiamatela come volete - l'occupazione israeliana del 1967, siamo tuttavia disposti ad aspettare 5-10 anni, senza far casino, per la restituzione dei territori occupati".
giovedì, settembre 14, 2006
Ipocrisia nucleare / 2
«L'ambasciatore USA presso la IAEA, Gregory Schulte, ha rilasciato mercoledì [13 settembre 2006] una dichiarazione dicendo che Washington è convinta che l'Iran sia intenzionato ad acquisire la tecnologia, i materiali e il Know-how necessari per la produzione di armi atomiche. La dichiarazione segue una lettera, inviata da Schulte al direttore generale della IAEA, nella quale specifica le sistematiche violazioni dell'Iran alle restrizioni imposte dalla comunità internazionale sul suo programma nucleare. Tra le altre cose l'ambasciatore USA dice che l'Iran ha costruito 164 centrifughe addizionali per il suo impianto di Nantz, così raddoppiando il loro numero; ha impedito agli ispettori della IAEA di ricevere la documentazione sull'attivazione delle centrifughe ed ha confiscato e distrutto i risultati delle ispezioni di monitoraggio della IAEA. La lettera menziona pure il fatto che l'Iran prosegue nella costruzione di un impianto ad Araq, dove è stata recentemente resa operativa una attrezzatura ad acqua pesante; 120 tonnellate di uranio sono state convertite in gas ed ora altre 160 tonnellate di uranio stanno per essere sottoposte allo stesso processo. Secondo le previsioni americane queste due operazione permetterebbero a Tehran di produrre una quantità sufficiente di uranio in gas per la produzione di 40 bombe nucleari, una volta che il gas sia stato arricchito». (Ha'aretz 13.9.2006)
E' dimostrato che molte informazioni spacciate dagli USA e ricettate da Israele, tanto in senso generale che, in particolare, in merito alla ipotetica produzione di armi nucleari da parte dell'Iran, non brillano per precisione e buona fede. Tanto meno risultano attendibili se affidate da una parte al micidiale e martellante tam tam informativo del miglior cliente americano e dall'altra all'esasperante interferenza dei potentati ebraici e neocons d'oltreoceano. Quello che non dicono i manifestini sparsi a migliaia (principalmente) dal blocchetto USA-israeliano ma anche dalla stragrande maggioranza dei nostri media che non disdegnano il fatto di cavalcare questa ipocrisia, è che proprio in base al Non-Proliferation Treaty (puro) ma anche ad ulteriori restrizioni e controlli ad hoc (derivanti da "accordi" imposti solo all'Iran), Tehran rivendica il diritto di munirsi di tecnologia "dual use" (utile per usi civili e solo potenzialmente militari) mediante arricchimento dell'uranio, mentre la "comunità internazionale" lamenta scarsa trasparenza nucleare dell'Iran, derivandone l'idea, il sospetto o la convinzione che si stia necessariamente nascondendo un percorso nucleare militare. E ciò senza porre nemmeno in discussione il fatto che molti o tutti i paesi firmatari del NPT (incidentalmente al momento fuori dall'attenzione USA/israeliana), siano pacificamente in grado di produrre - clandestinamente - tecnologie per armi nucleari in barba a qualsiasi trattato. Per non parlare di chi il trattato non lo ha nemmeno firmato e in particolare di chi si è munito clandestinamente di un imponenente arsenale atomico dagli anni 70, allora "di nascosto" agli stessi attentissimi americani (Washington, Jan. 26 1978 - The Central Intelligence Agency disclosed today that it had concluded as early as 1974 - two years earlier than previously indicated - that Israel had already produced atomic weapons, partly with uranium it had obtained "by clandestine means". - Special to NYT Jan 27, 1978, Friday By David Burnham). Una nota quasi umoristica. In mezzo a tutta questa ipocrisia e malafede manca all'acido blocchetto USA anche il coraggio di portare sino in fondo la menzogna e il carburante per le proprie operazioni. Scrivere, infatti, che "Washington è convinta che l'Iran sia intenzionato a" ...fare qualcosa, è un modo come un altro per buttare un po' di veleno gratuito, insuscettibile di contestazione (chi può affermare che a Washington non abbiano la convinzione dell'esistenza di un'intenzione?) e quindi senza tema di smentita. Ma qualcuno che beve tutto - anche il veleno - come sempre c'è.
Aggiornamento sul Washington Post (Thursday, September 14, 2006) - "Gli ispettori della IAEA che investigano sul programma nucleare iraniano hanno contestato con rabbia ieri all'amministrazione Bush e ad un membro repubblicano del Congresso un recente rapporto del comitato della Casa [dei rappresentanti] in relazione alle capacità iraniane, descrivendo alcune parti del documento "oltraggiose e disoneste" ed offrendo la prova a confutazione delle sue principali informazioni. Alcune autorità della Internationale Atomic Energy Agency presso l'ONU hanno detto in una lettera che il rapporto contiene alcune "dichiarazioni erronee, fuorvianti ed apodittiche". La lettera, firmata da un importante direttore dell'agenzia, è stata indirizzata "a mano" al Rep. Peter Hoekstra (R-Mich), presidente del comitato di intelligence della Casa, che ha rilasciato il rapporto. Una copia è stata consegnata a mano dell'ambasciatore USA presso la International Atomic Energy Agency a Vienna. La IAEA si era apertamente scontrata con l'amministrazione Bush sulle dichiarazioni precedenti la guerra in merito alle armi di distruzione di massa in Iraq. Le relazioni peggiorarono quando l'agenzia rivelò che la Casa Bianca aveva basato alcune affermazioni sul programma nucleare iraqeno in base a documenti falsi. Dopo che nessuna di queste armi fu trovata in Iraq, la IAEA è stata nuovamente criticata per aver intrapreso un approccio [più] cauto sull'Iran, che la Casa Bianca sostiene stia cercando di costruire segretamente armi nucleari. A un certo punto l'amministrazione orchestrò una campagna per rimuovere il direttore generale della IAEA, Mohamed ElBaradei. Ma fallì, e l'anno scorso lui vinse il Premio Nobel per la Pace. Con la lettera di ieri, una copia della quale è stata fornita al Washington Post, è la prima volta che la IAEA contesta pubblicamente le affermazioni degli USA in merito alle investigazioni sull'Iran. L'agenzia ha sottolineato cinque importanti errori nelle 29 pagine del rapporto del comitato, che afferma che le capacità nucleari iraniane sono più avanzate di quanto la IAEA o la [stessa] intelligence USA ha dimostrato [...] "Questo sistema è in tutto simile a [quello utilizzato] prima della guerra in Iraq", ha detto David Albright, ex ispettore nucleare ora presidente dell'Istituto per le Scienze e la Sicurezza Internazionale di Washington. "Abbiamo una minaccia nucleare iraniana rigirata usando cattive informazioni come ciliege e un rapporto che fa fuori gli ispettori"... (da leggere per intero sul Washington Post)
E' dimostrato che molte informazioni spacciate dagli USA e ricettate da Israele, tanto in senso generale che, in particolare, in merito alla ipotetica produzione di armi nucleari da parte dell'Iran, non brillano per precisione e buona fede. Tanto meno risultano attendibili se affidate da una parte al micidiale e martellante tam tam informativo del miglior cliente americano e dall'altra all'esasperante interferenza dei potentati ebraici e neocons d'oltreoceano. Quello che non dicono i manifestini sparsi a migliaia (principalmente) dal blocchetto USA-israeliano ma anche dalla stragrande maggioranza dei nostri media che non disdegnano il fatto di cavalcare questa ipocrisia, è che proprio in base al Non-Proliferation Treaty (puro) ma anche ad ulteriori restrizioni e controlli ad hoc (derivanti da "accordi" imposti solo all'Iran), Tehran rivendica il diritto di munirsi di tecnologia "dual use" (utile per usi civili e solo potenzialmente militari) mediante arricchimento dell'uranio, mentre la "comunità internazionale" lamenta scarsa trasparenza nucleare dell'Iran, derivandone l'idea, il sospetto o la convinzione che si stia necessariamente nascondendo un percorso nucleare militare. E ciò senza porre nemmeno in discussione il fatto che molti o tutti i paesi firmatari del NPT (incidentalmente al momento fuori dall'attenzione USA/israeliana), siano pacificamente in grado di produrre - clandestinamente - tecnologie per armi nucleari in barba a qualsiasi trattato. Per non parlare di chi il trattato non lo ha nemmeno firmato e in particolare di chi si è munito clandestinamente di un imponenente arsenale atomico dagli anni 70, allora "di nascosto" agli stessi attentissimi americani (Washington, Jan. 26 1978 - The Central Intelligence Agency disclosed today that it had concluded as early as 1974 - two years earlier than previously indicated - that Israel had already produced atomic weapons, partly with uranium it had obtained "by clandestine means". - Special to NYT Jan 27, 1978, Friday By David Burnham). Una nota quasi umoristica. In mezzo a tutta questa ipocrisia e malafede manca all'acido blocchetto USA anche il coraggio di portare sino in fondo la menzogna e il carburante per le proprie operazioni. Scrivere, infatti, che "Washington è convinta che l'Iran sia intenzionato a" ...fare qualcosa, è un modo come un altro per buttare un po' di veleno gratuito, insuscettibile di contestazione (chi può affermare che a Washington non abbiano la convinzione dell'esistenza di un'intenzione?) e quindi senza tema di smentita. Ma qualcuno che beve tutto - anche il veleno - come sempre c'è.
Aggiornamento sul Washington Post (Thursday, September 14, 2006) - "Gli ispettori della IAEA che investigano sul programma nucleare iraniano hanno contestato con rabbia ieri all'amministrazione Bush e ad un membro repubblicano del Congresso un recente rapporto del comitato della Casa [dei rappresentanti] in relazione alle capacità iraniane, descrivendo alcune parti del documento "oltraggiose e disoneste" ed offrendo la prova a confutazione delle sue principali informazioni. Alcune autorità della Internationale Atomic Energy Agency presso l'ONU hanno detto in una lettera che il rapporto contiene alcune "dichiarazioni erronee, fuorvianti ed apodittiche". La lettera, firmata da un importante direttore dell'agenzia, è stata indirizzata "a mano" al Rep. Peter Hoekstra (R-Mich), presidente del comitato di intelligence della Casa, che ha rilasciato il rapporto. Una copia è stata consegnata a mano dell'ambasciatore USA presso la International Atomic Energy Agency a Vienna. La IAEA si era apertamente scontrata con l'amministrazione Bush sulle dichiarazioni precedenti la guerra in merito alle armi di distruzione di massa in Iraq. Le relazioni peggiorarono quando l'agenzia rivelò che la Casa Bianca aveva basato alcune affermazioni sul programma nucleare iraqeno in base a documenti falsi. Dopo che nessuna di queste armi fu trovata in Iraq, la IAEA è stata nuovamente criticata per aver intrapreso un approccio [più] cauto sull'Iran, che la Casa Bianca sostiene stia cercando di costruire segretamente armi nucleari. A un certo punto l'amministrazione orchestrò una campagna per rimuovere il direttore generale della IAEA, Mohamed ElBaradei. Ma fallì, e l'anno scorso lui vinse il Premio Nobel per la Pace. Con la lettera di ieri, una copia della quale è stata fornita al Washington Post, è la prima volta che la IAEA contesta pubblicamente le affermazioni degli USA in merito alle investigazioni sull'Iran. L'agenzia ha sottolineato cinque importanti errori nelle 29 pagine del rapporto del comitato, che afferma che le capacità nucleari iraniane sono più avanzate di quanto la IAEA o la [stessa] intelligence USA ha dimostrato [...] "Questo sistema è in tutto simile a [quello utilizzato] prima della guerra in Iraq", ha detto David Albright, ex ispettore nucleare ora presidente dell'Istituto per le Scienze e la Sicurezza Internazionale di Washington. "Abbiamo una minaccia nucleare iraniana rigirata usando cattive informazioni come ciliege e un rapporto che fa fuori gli ispettori"... (da leggere per intero sul Washington Post)
lunedì, settembre 11, 2006
911
"La violenza prevarrà sulla violenza solo quando qualcuno mi potrà provare che l'oscurità può essere dissipata dall'oscurità" (Gandhi)
L'11 settembre 2006 ha uno speciale significato. Non è solo il quinto anniversario dell'attacco a New York e Washington, ma è anche il centenario del giorno in cui il Mahatma Gandhi lanciò il moderno movimento di resistenza non violenta. Gandhi la chiamò Satyagraha. Era l'11 settembre 1906 e parlando davanti a 3000 indiani riuniti in un teatro di Johannesburg, Gandhi espose la strategia di resistenza non violenta da opporre alla politica razzista in Sud Africa. Il Satyagraha era nato e da allora è stato adottato tante volte nel mondo per resistere all'ingiustizia sociale e all'oppressione. Nei giorni scorsi, il nipote del Mahatma, Arun, è stato intervistato per la rete americana alternativa Democracy Now. Nel corso dell'intervista Arun Gandhi ha ricordato un episodio circa la possibile applicazione del Satyagraha nell'ambito della questione palestinese. Aveva avuto infatti occasione di essere in Palestina nel 2004 e, come è risultato successivamente, era stato l'ultimo straniero ad incontrare Yasser Aarafat e a parlare con lui. «Il messaggio che gli portai fu che la violenza non era di beneficio a lui né ad alcuno». Gandhi ricorda che una delle ultime domande postegli da Arafat fu: «se lei avesse la leadership [palestinese] che cosa farebbe?» Dopo aver detto ad Arafat che non voleva dare una risposta disinvolta a quella domanda e che necessitava uno studio adeguato, Arun Gandhi infine avrebbe risposto di aver appena visitato Amman e di essere stato vicino ai problemi di oltre mezzo milione di rifugiati palestinesi che vivevano in pessime condizioni e così avrebbe detto: «Supponga di andare laggiù e dirigere queste cinquecentomila persone, uomini, donne e bambini, in una marcia verso la Palestina, senza armi o altro, solo dicendo: siamo tornati qui per vivere in pace ed armonia nel vostro paese. Potrebbero gli israeliani uccidere tanta gente e vivere poi con la loro coscienza? Penso che il mondo intero si sveglierebbe per fermare quest'azione».
Non dice l'intervista cosa rispose Arafat, ma è lecito pensare che il vecchio capo palestinese abbia risposto a Gandhi qualcosa come: "Eh ...la fai facile tu! Già dire a questo mezzo milione di rifugiati incazzati neri che devono chiedere "permesso" per entrare in Palestina - per quanto occupata - sarebbe un problema. E un problema grosso. Ehi! Sono stati cacciati a pedate! Era casa loro! Sai, voglio vivere anch'io. E poi quanti ne ucciderebbero prima del risveglio della coscienza? E infine non conosci quel ...beh lasciamo perdere di Sharon!". Scherzi a parte, nelle parole del nipote di Gandhi c'è forse in germe l'unica possibile alternativa ad un'azione tanto immorale, imprevedibile e violenta da mettere Israele e buona parte del mondo sotto ricatto. Tanto da far considerare uno "scherzetto" le operazioni di rappresaglia martellante e il sistematico processo di umiliazione della popolazione civile ideati dall'IDF. In altre parole: la tattica qaedista (che non c'entra con la "banda" al-Qaeda immaginata da Bush & co. per i loro interessi), finalizzata ed applicata scrupolosamente al problema palestinese. Meditiamo tutti prima che qualcuno veramente possa influire sulla scelta di uno di questi sistemi e non necessariamente quello ispirato alla filosofia di Gandhi. Senza illudersi o farsi illudere, non ci sarebbero né vincitori, né vinti, solo un pazzo può pensare il contrario. E i pazzi esistono.
L'11 settembre 2006 ha uno speciale significato. Non è solo il quinto anniversario dell'attacco a New York e Washington, ma è anche il centenario del giorno in cui il Mahatma Gandhi lanciò il moderno movimento di resistenza non violenta. Gandhi la chiamò Satyagraha. Era l'11 settembre 1906 e parlando davanti a 3000 indiani riuniti in un teatro di Johannesburg, Gandhi espose la strategia di resistenza non violenta da opporre alla politica razzista in Sud Africa. Il Satyagraha era nato e da allora è stato adottato tante volte nel mondo per resistere all'ingiustizia sociale e all'oppressione. Nei giorni scorsi, il nipote del Mahatma, Arun, è stato intervistato per la rete americana alternativa Democracy Now. Nel corso dell'intervista Arun Gandhi ha ricordato un episodio circa la possibile applicazione del Satyagraha nell'ambito della questione palestinese. Aveva avuto infatti occasione di essere in Palestina nel 2004 e, come è risultato successivamente, era stato l'ultimo straniero ad incontrare Yasser Aarafat e a parlare con lui. «Il messaggio che gli portai fu che la violenza non era di beneficio a lui né ad alcuno». Gandhi ricorda che una delle ultime domande postegli da Arafat fu: «se lei avesse la leadership [palestinese] che cosa farebbe?» Dopo aver detto ad Arafat che non voleva dare una risposta disinvolta a quella domanda e che necessitava uno studio adeguato, Arun Gandhi infine avrebbe risposto di aver appena visitato Amman e di essere stato vicino ai problemi di oltre mezzo milione di rifugiati palestinesi che vivevano in pessime condizioni e così avrebbe detto: «Supponga di andare laggiù e dirigere queste cinquecentomila persone, uomini, donne e bambini, in una marcia verso la Palestina, senza armi o altro, solo dicendo: siamo tornati qui per vivere in pace ed armonia nel vostro paese. Potrebbero gli israeliani uccidere tanta gente e vivere poi con la loro coscienza? Penso che il mondo intero si sveglierebbe per fermare quest'azione».
Non dice l'intervista cosa rispose Arafat, ma è lecito pensare che il vecchio capo palestinese abbia risposto a Gandhi qualcosa come: "Eh ...la fai facile tu! Già dire a questo mezzo milione di rifugiati incazzati neri che devono chiedere "permesso" per entrare in Palestina - per quanto occupata - sarebbe un problema. E un problema grosso. Ehi! Sono stati cacciati a pedate! Era casa loro! Sai, voglio vivere anch'io. E poi quanti ne ucciderebbero prima del risveglio della coscienza? E infine non conosci quel ...beh lasciamo perdere di Sharon!". Scherzi a parte, nelle parole del nipote di Gandhi c'è forse in germe l'unica possibile alternativa ad un'azione tanto immorale, imprevedibile e violenta da mettere Israele e buona parte del mondo sotto ricatto. Tanto da far considerare uno "scherzetto" le operazioni di rappresaglia martellante e il sistematico processo di umiliazione della popolazione civile ideati dall'IDF. In altre parole: la tattica qaedista (che non c'entra con la "banda" al-Qaeda immaginata da Bush & co. per i loro interessi), finalizzata ed applicata scrupolosamente al problema palestinese. Meditiamo tutti prima che qualcuno veramente possa influire sulla scelta di uno di questi sistemi e non necessariamente quello ispirato alla filosofia di Gandhi. Senza illudersi o farsi illudere, non ci sarebbero né vincitori, né vinti, solo un pazzo può pensare il contrario. E i pazzi esistono.
sabato, settembre 09, 2006
Ipocrisia nucleare
Nel 1991 l'amministrazione Bush (quella di George senior, naturalmente) formulò un piano di rinuncia alle armi chimiche in Medio Oriente. Subito si osservò che questo avrebbe costituito un ostacolo alla produzione di armi nucleari da parte di Israele. Si disse tuttavia, in proposito, che il piano costituiva uno sforzo per agevolare il controllo della armi nella regione e non fosse naturalmente destinato solo ad Israele, l'unica nazione in Medio Oriente di cui si ipotizzava il possesso di armi nucleari. Secondo il piano, quindi, Israele avrebbe dovuto disfarsi del proprio arsenale nucleare a fronte della rinuncia degli altri paesi ai rispettivi arsenali chimici.
Il 14 maggio 1991 Bush sperava di poter annunciare il piano ufficialmente al più presto, benchè si fosse consapevoli che ciò avrebbe causato problemi con Israele. Il 3 giugno 1991, secondo Associated Press (in Rocky Mountain News) il segretario alla difesa Cheney - sì, proprio lo stesso Cheney - annunciò che gli USA non avrebbero cercato di sollecitare Israele o gli stati arabi ad intraprendere negoziati di pace in medio oriente tagliando la fornitura di armi. "Penso che per noi - precisò Cheney - l'idea di minacciare i nostri amici israeliani con un taglio alle forniture, per esempio per ottenere che facciano qualcosa sul piano diplomatico, possa essere controproducente".
Per parte sua il presidente egiziano Mubarak, il 12 giugno (1991) successivo, suggeriva senza mezzi termini al primo ministro israeliano Shamir che sarebbe stato impossibile per Israele mantenere l'occupazione ed aspettarsi la pace in Medio Oriente, e lo sollecitava ad una certa "flessibilità", se veramente interessato alla pace. Questo dopo aver sottolineato, il 5 giugno precedente, che quello che preoccupava i paesi arabi in merito al piano di Bush sulle armi era proprio la capacità nucleare di Israele, non senza aver manifestato qualche preoccupazione sul fatto che gli USA stessi ignorassero la reale entità dell'arsenale nucleare israeliano. Questo - si disse - cioè il potenziale israeliano era il problema "centrale all'intero processo" e rendeva non realistico il piano di Bush (così il ministro degli esteri Amr Mussa). Pochi mesi più tardi, nell'ottobre 1991, un libro di Seymour M. Hersh, riferiva infatti che l'arsenale nucleare di Israele era assai più ampio di quanto previsto dal governo USA e che uno dei principali bersagli potenziali delle armi nucleari israeliane era stata a suo tempo l'Unione Sovietica. Il libro ("The Samson Option") precisava che Israele era in possesso di oltre 300 ordigni nucleari e che vi era stato un pieno allarme nucleare per ben tre volte in passato.
Solo nel novembre 1994 l'ipotetico potenziale bellico nucleare israeliano veniva approssimativamente indicato in circa 200 ordigni e sette installazioni nucleari sulla base delle indicazioni fornite da un analisi di foto dal satellite ad alta risoluzione fornita alla rivista di intelligence Jane's, realizzate nei cinque anni precedenti, osservazioni che, si potè leggere (Miami Herald, 19 novembre 1994), avevano reso possibile seguire il percorso degli ipotetici armamenti dal reattore nucleare al prodotto finale. Ma nel frattempo (fine 1991) cominciavano, guarda caso, a trapelare informazioni della CIA sull'esistenza di "una forte probabilità che l'Iran avesse acquisito tutte, o virtualmente tutte, le componenti per la fabbricazione di due o tre bombe atomiche". Un rapporto del febbraio 1992 alla Camera dei rappresentanti aveva poi ipotizzato che questi (due o tre) ordigni avrebbero potuto essere operativi tra il febbraio e l'aprile del medesimo 1992, ma ancora nel febbraio 1993 il direttore della CIA, James Woolsey, affermava che l'Iran necessitava di otto, dieci anni per produrre la sua bomba.
Nel gennaio 1995, in pieno periodo Clinton, "nuove informazioni" indicavano che l'Iran avrebbe potuto ottenere armi nucleari in cinque anni o meno. Si precisava che le autorità israeliane consideravano questa possibilità in cima alla lista delle loro preoccupazioni e alcuni iniziarono addirittura ad ipotizzare che Israele stesse valutando l'ipotesi di un attacco militare preventivo ai reattori iraniani. A Gerusalemme, il 6 gennaio 1995, si immaginava infatti che le autorità israeliane avrebbero sottolineato al segretario della difesa americano William Perry, in occasione della sua visita della settimana seguente, che necessitavano nuovi sforzi per impedire all'Iran e all'Iraq lo sviluppo di armi nucleari. Stiamo parlando di undici anni fa. Gli esperti israeliani dichiararono allora che l'Iran si stava muovendo velocemente per ottenere un'arma nuclare e ci si aspettava la potesse ottenere in un periodo di cinque anni e potesse munirsi di un sistema di lancio in un periodo tra i sette e i dieci anni "se l'Iran avesse mantenuto lo stesso sforzo intensivo per ottenere tutto ciò che gli serviva". Il 16 marzo 1995, Shimon Peres, durante una visita con il principe Hassan in Giordania, disse che era preoccupato delle nuove informazioni per cui l'Iran potesse dotarsi di un'arma nucleare in cinque anni grazie ad una sofisticata rete di contrabbando, via Pakistan e Siria, che asseritamente consentiva a Tehran di aggirare l'embargo occidentali sulle armi. Peres sottolineava in proposito che "il contrabbando del materiale nucleare era molto pericoloso", dimostrando di essere dotato di un acuto senso dell'umorismo e di una ipocrisia fuori dal comune. Nell'aprile successivo, durante l'amministrazione Clinton, si osservava che nessuno avrebbe potuto dormire tranquillo - o dormire del tutto - se "i mullah" si fossero dotati della bomba atomica. La questione era se fosse possibile prevenirlo e, se sì, come. Quell'amministrazione pensò possibile ostacolare Tehran, dissudadendo il governo russo dalla fornitura di due reattori all'Iran. Qualcuno pensò, in quel periodo, che successivamente alla fine della guerra fredda "il problema della proliferazione nucleare non stava migliorando ma peggiorando" (Michael Krapon, direttore di un think tank sulla sicurezza nucleare a Washington). E sarebbe potuto anche peggiorare considerevolmente anche solo perchè l'attenzione pubblica si era allontanata dal soggetto nucleare. Fino agli anni 80, si disse, l'Unione Sovietica e gli USA tenevano entrambi il grilletto nucleare nelle loro mani. Ognuno aveva ragioni per costruire un arsenale nucleare ma anche buoni motivi per non servirsene. (*)
In una inconsueta intervista di due ore dal suo ufficio di Tehran, intorno agli inizi di luglio 1995, il presidente iraniano Rafsanjani parlò di tutte le questioni cruciali del momento e in merito all'empasse tra Iran e USA dichiarò che l'embargo operato dal presidente americano Clinton avrebbe danneggiato solo l'America, negando che l'Iran stesse acquisendo armi nucleari ed accusando gli USA di ignorare i diritti umani. Dichiarò inoltre che benchè non credesse all'equità nella conduzione del processo di pace in Medio oriente, l'Iran non l'avrebbe ostacolato. "Crediamo che questa nuova misura sia in parte per la pressione esercitata dai circoli sionisti, ma parlando in generale, dall'inizio della rivoluzione (iraniana) l'amministrazione americana ha dimostrato la sua ostilità verso la rivoluzione stessa. Le condizioni interne degli USA, le rivalità tra i due partiti ed altri problemi interni, hanno reso necessario trovare un nemico all'esterno. Nel passato l'Unione Sovietica era considerata il nemico. Ora vogliono che l'Iran sia il capro espiatorio ..." (Washington Post, 9 luglio 1995). Il 14 maggio precedente il New York Times riferiva che le autorità iraniane contavano di costruire circa dieci impianti di produzione nucleare nei successivi vent'anni e negavano - come in centinaia di altre occasioni da allora - le accuse degli USA che l'Iran stesse tentando di sviluppare armi nuclari.
(*) «In più di quarant'anni di Guerra Fredda il genere umano non è stato distrutto a causa della mutua deterrenza tra le due superpotenze. La stabilità strategica era basata sull'equilibrio tra la paura e quello che fu chiamato MAD - mutual assured destruction [reciproca distruzione assicurata]. Era chiaro ad entramebe le parti che anche se solo una fosse riuscita a sorprendere il suo rivale, la vittima avrebbe comunque avuto abbastanza bombe da provocare la totale distruzione dell'attaccante...». In un interessante articolo di Reuven Pedatzur su Haaretz, si analizza l'ìpotesi di nuova deterrenza conseguente il possibile ampliarsi (nel caso, verso l'Iran) del potenziale nucleare offensivo del pianeta. Mi sento di condividere in parecchi punti il pensiero dell'editorialista di Haaretz. Se infatti non è stato sinora possibile giungere a "somma nucleare zero" mediante abbandono globale, totale ed incondizionato di ogni armamento nucleare (e direi comunque non convenzionale) e non è neppure ipotizzabile che l'abbandono venga preso in considerazione, riterrei oggi più tranquillizzante l'ipotesi di nuova deterrenza che ponga rimedio al venir meno del blocco sovietico ed alla possibilità, oggi concretamente in atto, di dovere assistere ad una "emissione nucleare unilaterale" (da parte della potenza o del gruppo di paesi di volta in volta dominanti) nei confronti del blocco (o del paese) di volta in volta - per farla semplice - più debole o sgradito. Condivido inoltre con Pedatzur (con E. Said e con molti altri) la irriguardorsa convinzione che Bernard Lewis - anziano ed infaticabile propugnatore di una "logica" di scontro tra mondi diversi e compilatore di inaccettabili generalizzazioni sul fatalismo suicida del mondo arabo tout court - sia un pericoloso e vecchio trombone. Vale a mio avviso la pena di leggere l'intero articolo ("Let them have nukes").
Il 14 maggio 1991 Bush sperava di poter annunciare il piano ufficialmente al più presto, benchè si fosse consapevoli che ciò avrebbe causato problemi con Israele. Il 3 giugno 1991, secondo Associated Press (in Rocky Mountain News) il segretario alla difesa Cheney - sì, proprio lo stesso Cheney - annunciò che gli USA non avrebbero cercato di sollecitare Israele o gli stati arabi ad intraprendere negoziati di pace in medio oriente tagliando la fornitura di armi. "Penso che per noi - precisò Cheney - l'idea di minacciare i nostri amici israeliani con un taglio alle forniture, per esempio per ottenere che facciano qualcosa sul piano diplomatico, possa essere controproducente".
Per parte sua il presidente egiziano Mubarak, il 12 giugno (1991) successivo, suggeriva senza mezzi termini al primo ministro israeliano Shamir che sarebbe stato impossibile per Israele mantenere l'occupazione ed aspettarsi la pace in Medio Oriente, e lo sollecitava ad una certa "flessibilità", se veramente interessato alla pace. Questo dopo aver sottolineato, il 5 giugno precedente, che quello che preoccupava i paesi arabi in merito al piano di Bush sulle armi era proprio la capacità nucleare di Israele, non senza aver manifestato qualche preoccupazione sul fatto che gli USA stessi ignorassero la reale entità dell'arsenale nucleare israeliano. Questo - si disse - cioè il potenziale israeliano era il problema "centrale all'intero processo" e rendeva non realistico il piano di Bush (così il ministro degli esteri Amr Mussa). Pochi mesi più tardi, nell'ottobre 1991, un libro di Seymour M. Hersh, riferiva infatti che l'arsenale nucleare di Israele era assai più ampio di quanto previsto dal governo USA e che uno dei principali bersagli potenziali delle armi nucleari israeliane era stata a suo tempo l'Unione Sovietica. Il libro ("The Samson Option") precisava che Israele era in possesso di oltre 300 ordigni nucleari e che vi era stato un pieno allarme nucleare per ben tre volte in passato.
Solo nel novembre 1994 l'ipotetico potenziale bellico nucleare israeliano veniva approssimativamente indicato in circa 200 ordigni e sette installazioni nucleari sulla base delle indicazioni fornite da un analisi di foto dal satellite ad alta risoluzione fornita alla rivista di intelligence Jane's, realizzate nei cinque anni precedenti, osservazioni che, si potè leggere (Miami Herald, 19 novembre 1994), avevano reso possibile seguire il percorso degli ipotetici armamenti dal reattore nucleare al prodotto finale. Ma nel frattempo (fine 1991) cominciavano, guarda caso, a trapelare informazioni della CIA sull'esistenza di "una forte probabilità che l'Iran avesse acquisito tutte, o virtualmente tutte, le componenti per la fabbricazione di due o tre bombe atomiche". Un rapporto del febbraio 1992 alla Camera dei rappresentanti aveva poi ipotizzato che questi (due o tre) ordigni avrebbero potuto essere operativi tra il febbraio e l'aprile del medesimo 1992, ma ancora nel febbraio 1993 il direttore della CIA, James Woolsey, affermava che l'Iran necessitava di otto, dieci anni per produrre la sua bomba.
Nel gennaio 1995, in pieno periodo Clinton, "nuove informazioni" indicavano che l'Iran avrebbe potuto ottenere armi nucleari in cinque anni o meno. Si precisava che le autorità israeliane consideravano questa possibilità in cima alla lista delle loro preoccupazioni e alcuni iniziarono addirittura ad ipotizzare che Israele stesse valutando l'ipotesi di un attacco militare preventivo ai reattori iraniani. A Gerusalemme, il 6 gennaio 1995, si immaginava infatti che le autorità israeliane avrebbero sottolineato al segretario della difesa americano William Perry, in occasione della sua visita della settimana seguente, che necessitavano nuovi sforzi per impedire all'Iran e all'Iraq lo sviluppo di armi nucleari. Stiamo parlando di undici anni fa. Gli esperti israeliani dichiararono allora che l'Iran si stava muovendo velocemente per ottenere un'arma nuclare e ci si aspettava la potesse ottenere in un periodo di cinque anni e potesse munirsi di un sistema di lancio in un periodo tra i sette e i dieci anni "se l'Iran avesse mantenuto lo stesso sforzo intensivo per ottenere tutto ciò che gli serviva". Il 16 marzo 1995, Shimon Peres, durante una visita con il principe Hassan in Giordania, disse che era preoccupato delle nuove informazioni per cui l'Iran potesse dotarsi di un'arma nucleare in cinque anni grazie ad una sofisticata rete di contrabbando, via Pakistan e Siria, che asseritamente consentiva a Tehran di aggirare l'embargo occidentali sulle armi. Peres sottolineava in proposito che "il contrabbando del materiale nucleare era molto pericoloso", dimostrando di essere dotato di un acuto senso dell'umorismo e di una ipocrisia fuori dal comune. Nell'aprile successivo, durante l'amministrazione Clinton, si osservava che nessuno avrebbe potuto dormire tranquillo - o dormire del tutto - se "i mullah" si fossero dotati della bomba atomica. La questione era se fosse possibile prevenirlo e, se sì, come. Quell'amministrazione pensò possibile ostacolare Tehran, dissudadendo il governo russo dalla fornitura di due reattori all'Iran. Qualcuno pensò, in quel periodo, che successivamente alla fine della guerra fredda "il problema della proliferazione nucleare non stava migliorando ma peggiorando" (Michael Krapon, direttore di un think tank sulla sicurezza nucleare a Washington). E sarebbe potuto anche peggiorare considerevolmente anche solo perchè l'attenzione pubblica si era allontanata dal soggetto nucleare. Fino agli anni 80, si disse, l'Unione Sovietica e gli USA tenevano entrambi il grilletto nucleare nelle loro mani. Ognuno aveva ragioni per costruire un arsenale nucleare ma anche buoni motivi per non servirsene. (*)
In una inconsueta intervista di due ore dal suo ufficio di Tehran, intorno agli inizi di luglio 1995, il presidente iraniano Rafsanjani parlò di tutte le questioni cruciali del momento e in merito all'empasse tra Iran e USA dichiarò che l'embargo operato dal presidente americano Clinton avrebbe danneggiato solo l'America, negando che l'Iran stesse acquisendo armi nucleari ed accusando gli USA di ignorare i diritti umani. Dichiarò inoltre che benchè non credesse all'equità nella conduzione del processo di pace in Medio oriente, l'Iran non l'avrebbe ostacolato. "Crediamo che questa nuova misura sia in parte per la pressione esercitata dai circoli sionisti, ma parlando in generale, dall'inizio della rivoluzione (iraniana) l'amministrazione americana ha dimostrato la sua ostilità verso la rivoluzione stessa. Le condizioni interne degli USA, le rivalità tra i due partiti ed altri problemi interni, hanno reso necessario trovare un nemico all'esterno. Nel passato l'Unione Sovietica era considerata il nemico. Ora vogliono che l'Iran sia il capro espiatorio ..." (Washington Post, 9 luglio 1995). Il 14 maggio precedente il New York Times riferiva che le autorità iraniane contavano di costruire circa dieci impianti di produzione nucleare nei successivi vent'anni e negavano - come in centinaia di altre occasioni da allora - le accuse degli USA che l'Iran stesse tentando di sviluppare armi nuclari.
(*) «In più di quarant'anni di Guerra Fredda il genere umano non è stato distrutto a causa della mutua deterrenza tra le due superpotenze. La stabilità strategica era basata sull'equilibrio tra la paura e quello che fu chiamato MAD - mutual assured destruction [reciproca distruzione assicurata]. Era chiaro ad entramebe le parti che anche se solo una fosse riuscita a sorprendere il suo rivale, la vittima avrebbe comunque avuto abbastanza bombe da provocare la totale distruzione dell'attaccante...». In un interessante articolo di Reuven Pedatzur su Haaretz, si analizza l'ìpotesi di nuova deterrenza conseguente il possibile ampliarsi (nel caso, verso l'Iran) del potenziale nucleare offensivo del pianeta. Mi sento di condividere in parecchi punti il pensiero dell'editorialista di Haaretz. Se infatti non è stato sinora possibile giungere a "somma nucleare zero" mediante abbandono globale, totale ed incondizionato di ogni armamento nucleare (e direi comunque non convenzionale) e non è neppure ipotizzabile che l'abbandono venga preso in considerazione, riterrei oggi più tranquillizzante l'ipotesi di nuova deterrenza che ponga rimedio al venir meno del blocco sovietico ed alla possibilità, oggi concretamente in atto, di dovere assistere ad una "emissione nucleare unilaterale" (da parte della potenza o del gruppo di paesi di volta in volta dominanti) nei confronti del blocco (o del paese) di volta in volta - per farla semplice - più debole o sgradito. Condivido inoltre con Pedatzur (con E. Said e con molti altri) la irriguardorsa convinzione che Bernard Lewis - anziano ed infaticabile propugnatore di una "logica" di scontro tra mondi diversi e compilatore di inaccettabili generalizzazioni sul fatalismo suicida del mondo arabo tout court - sia un pericoloso e vecchio trombone. Vale a mio avviso la pena di leggere l'intero articolo ("Let them have nukes").
venerdì, agosto 25, 2006
In cauda venenum
Con una faccia di latta (alternative equipollenti: tolla, mota, palta) che trova riscontro e consenso solo in quella, di qualità analoga, ostentata dai lobbysti di Washington e dalle chiassose e moralmente minuscole entità della schiuma metapolitica italiana ed europea, Israele tenta il colpo di coda per cercare di sfruttare a proprio piacimento la missione Unifil in corso di confezione all'ONU. E' infatti delle ultime ore la notizia che i precari dirigenti dello Stato ebraico - sempre più vittima per procura e teppista sotto tutela - intendono mantenere "il blocco aereo e marittimo sul Libano per far fronte al contrabbando di armi". E questo chiedendo che "i soldati dell'Unifil vengano dislocati anche presso l'aeroporto di Beirut, presso i porti e lungo la frontiera con la Siria", strozzando così la sovranità del Libano dopo aver criminalmente annichilito le sue infrastrutture. Come osservato da Issam al-Zaim, ex ministro siriano della pianificazione, "dopo essere stati sconfitti sul campo, americani e israeliani cercano ora, sfruttando le ambiguità della isoluzione n. 1701, di strumentalizzare l'arrivo delle forze multinazionali per strappare alla resistenza quella vittoria loro sfuggita sul campo". Con ciò cercando, evidentemente, in un sol colpo, di salvare il governo agli occhi di una opinione pubblica che a diverso titolo, non sempre commendevole, lo vuole alla gogna e bypassando - questione da sempre sacrificata alla unilaterale ansia di sicurezza conseguente la propria occupazione di suolo altrui - la volontà del popolo e la sovranità del Libano, per il quale (cittadinanze, parti politiche e governo) il disarmo delle sue sin qui uniche forze di difesa è, semmai, un problema interno. Dal punto di vista politico, ma anche morale, le pretese israeliane sfiorano il ridicolo e non si può non sottolineare l'improntitudine e la presunzione di chi ha fatto della forza - vera o presunta tale - il proprio ed unico cavallo di battaglia ed oggi rifiuta la posizione di novello "incudine", che ben gli compete dopo la disfatta ad opera di un movimento di resistenza (che si cerca ancora e da più parti di assimilare ad entità terrorista) e si avvale da decenni del ben più pesante contrabbando di risorse militari di provenienza americana e, purtroppo, ancora oggi, europea, che ne fanno l'unica ed anche per questo pericolosissima spoletta nucleare del vicino oriente. Ma le guerre del terzo millennio non si combattono solo con le armi e dopo essersi giocato il residuo credito, graziosamente concesso da un'Europa colpevole, troppo litigiosa, tentennante ed opportunista per intervenire nell'arena palestinese, ci si rende forse conto che anche il supporto - quello sì terrorista - della propaganda lobbystica neoconservatrice, si scontra sempre di più con la diffusione globale dei fatti e della conoscenza e con la tardiva ma pur sempre benvenuta apertura di occhi troppo a lungo bendati. Le cateratte della storia si sono inesorabilmente aperte su decenni di menzogne e sono forse già lontani i tempi (1993 - 2000) in cui dalla Palestina si mandavano in qualità di negoziatori nella tana della gatto statunitense e in balia della volpe israeliana improbabili personaggi senza munirli delle mappe della regione di cui si andava a trattare. Le stesse mappe rimaste per anni oscure ai più e ignote - per disonestà più che per ignoranza - alla pelosa ipocrisia dei media occidentali. Le medesime inconoscibili mappe che ancora (l'ho personalmente letto su Ha'aretz poche ore fa) fanno parlare i più ostinati, i più ignoranti o i più scorretti, di generosa offerta di Israele quando Ehud Barak tentò, mentendo al mondo e alla sua stessa gente che anelava alla pace, di contrabbandare per buona (proponendola alla primitiva, inconsistente neonata "diplomazia" palestinese) la profferta dl nulla, o peggio del nulla, in cambio, non della pace, ma della boccheggiante ultima pietosa ratifica di mezzo secolo di usurpazione ed ingiustizia, finalizzata alle pretese di sicurezza dei soli illegittimi occupanti. Ora, tanti piccoli indizi dimostrano che la macchina dell'informazione preconfezionata e scorretta è tuttavia in movimento per spargere il suo veleno, mentre il governo israeliano agonizzante dà corso ai suoi crimini abituali nella Striscia dimenticata di Gaza. Sotto entrambi gli aspetti, la prima nei toni e il secondo mettendo nel carniere uno o due cadaveri palestinesi in più prima della fine, ostentano la debolezza di chi sta facendo un disperato tentativo di far quadrare un cerchio che si ostina, finalmente, dopo quarant'anni, a rimanere tondo.
mercoledì, agosto 23, 2006
Apocalyposuzione
"Apocalypse - La date prévue de la fin du monde pourrait donc être aujourd’hui, selon l’orientaliste Bernard Lewis. Le 22 août 2006 correspond, dans le calendrier musulman, au voyage que fit le prophète Mohammed à Jérusalem, puis au ciel. C’est le jour aussi où les Iraniens doivent donner leur réponse aux propositions occidentales sur le nucléaire (lire « Le retour du nucléaire iranien »). « Cela pourrait bien, écrit Bernard Lewis, être une date appropriée pour la destruction apocalyptique de l’Etat d’Israël et, si nécessaire, du monde. Il est loin d’être acquis que M. Ahmadinejad prévoie de tels cataclysmes pour le 22 août. Mais il serait sage de garder cette possibilité en tête»." (Alain Gresh, citazione dal blog Nouvelles d'Orient). Ognuno ha il suo "esperto" in questioni mediorientali. Forse, ma spero di no, quello che si merita. E mentre la truppa neocon del nostro Paese generalmente gongola felice sugli oriundi editoriali di fattura quantomeno sospetta - tacendo per pudore delle epiche e nauseanti invettive di meno specifica e più becera provenienza - c'è da dire che gli americani non stanno generalmente meglio. Anzi. Nonostante si sia molto autorevolmente rammentato che "Lewis non ha mai vissuto nel mondo arabo e i suoi discorsi in proposito siano spazzatura reazionaria" (Said, La Pace Possibile), ciò non ha impedito la diffusione delle sue apocalittiche previsioni per il 22 agosto scorso. L'esperienza - almeno quella - dell'ultranovantenne, penna prediletta da legioni di propugnatori della neo-crociata israelo-texana, non gli ha impedito (nel pezzullo di cui sopra è trascritto uno stralcio), di esibirsi nell'ennesimo tentativo, stantio, di gratuita umiliazione del mondo islamico. Il professore emerito, infatti, infiocchetta il suo lavoro ribadendo la gioiosa irrilevanza, per il credente mussulmano (indicativamente, in particolare, per 70 milioni di giovanissimi persiani) della auto-immolazione nucleare sull'onda delle quattro parole che qualcuno ha potuto riferire al professore - tradotte ad arte e forse urlando - della retorica presidenziale ad uso, come tutti potrebbero onestamente intendere, di ragionevole deterrente verso altre e ben radicate mire sulla regione. Il tragicomico vaticinio è stato scelto e riportato anche dalla nostra stampa nazionale (forse il 21 agosto scorso gli altri "esperti" erano in vacanza), riesumando il vegliardo e dedicando al suo scritto una luminosa mezza pagina ventuno. Come se non fosse stato sufficiente il suo intervento, in ottima e adeguata compagnia, sul risibile micro-breviario democratico anti terrorismo dello scorso ottobre, fortunosamente spacciato al vil prezzo di 2 euro e 90, rivista esclusa. Scampati quindi, dalla mezzanotte scorsa e per un soffio, all'Armageddon, usufruiamo anche noi di una perla del discorso lewisiano: "...i terroristi in realtà fanno un grande favore alle loro vittime musulmane, in quanto offrono loro un rapido trasferimento in paradiso e tra le sue beatitudini. Offrono loro la ricompensa senza il sacrificio del martirio". Tale e tanta istruzione sarebbe oggi generalmente e universalmente comunicata - secondo l'emerito di Princeton - "nei libri di testo" dedicati alla gioventù di uno dei popoli appunto più giovani (e potenzialmente più ricchi) del vicino e medio oriente. Eddai Bernard, è dura ma insistendo qualcuno ancora ti crede! Il ministro israeliano per i rapporti con il Parlamento, Edery, ha infatti chiesto al premier Olmert la costituzione di un governo di emergenza nazionale per far fronte alla "esigenza di creare un fronte unico davanti alla minaccia iraniana". Ma chi - senza insufflaggio di chiacchiere o in qualità di cliente ed artefice dei progetti di egemonia territoriale e petrolifera USA - potrebbe ragionevolmente credere a te e al ministro Edery circa l'origine (assai più occidentale e venale, quella sì possibile) di un disastro epocale?
lunedì, agosto 07, 2006
Pax israelo-americana
Perchè la bozza di risoluzione ONU franco-americana è inaccettabile da parte del Libano e osteggiata da Siria e Iran? Ce lo dice - nemmeno troppo fra le righe - Yedioth Ahronoth in un rassicurante (per il lettore israeliano) editoriale di oggi. "La bozza di risoluzione franco-americana è considerata favorevole ad Israele dal momento in cui non impone in questa fase un ritiro di Israele dal Libano, ma solo dopo il dispiegamento di una forza multinazionale che affianchi l'esercito libanese. Chiede a Israele di astenersi da operazioni offensive, ma non proibisce ad Israele di difendersi (nella prospettiva israeliana bombardare un autocarro che trasporta razzi dalla Siria al Libano è auto-difesa) [sic]. La proposta impone pure il rilascio dei [soldati israeliani] rapiti non condizionato ad uno scambio di prigionieri". Il quotidiano israeliano on line è addirittura trasparente nel sottolineare, come aspetto negativo della bozza sia la "carota" - puramente programmatica - concessa al Libano. "Gli aspetti negativi della proposta sono i riferimenti alla necessità di affrontare la questione dei prigionieri libanesi e la richiesta dell'ONU di discutere delle "Shebaa farms" [ndr. fetta di territorio occupata da Israele in territorio al confine tra Libano e Siria, dal quale Israele non vuole ritirarsi in assenza di un accordo - a suo tempo sabotato dal premier israeliano Barak - con la Siria] ...L'ambasciatore israeliano negli USA, Danny Ayalon, ha detto, in una apparizione su un programma settimanale di Fox News, che dobbiamo aspettare la versione finale [della risoluzione] ma che l'elemento più importante per Israele è che ci sarà un immediato blocco del trasferimento di armi dalla Siria al Libano. Ha aggiungo che non dovrà capitare che i soldati israeliani si ritirino dal Libano prima del dispiegamento di una forza effettiva che possa disarmare Hezbollah". In altri termini, ricordando qui che Hezbollah non è un gruppo di terroristi (nonostante la contraria propaganda rappresenta una larga fetta, in ascesa, della popolazione libanese), Israele ha massacrato il Libano con un pretesto, ha distrutto le sue infrastrutture vitali ed è ora ovviamente entusiasta di "aderire" alla bozza di risoluzione imposta dall'amico americano. In virtù della bozza, infatti, l'ONU si dovrebbe occupare di portare a termine il suo lavoro. Niente di nuovo sotto il sole, quindi, Israele non si vergogna di dichiararlo e rimprovera al pilatesco "trattatello" di prendere in considerazione - molto alla lontana - l'occupazione di terra e il controllo di acque alla base delle ostilità che al riguardo incontra da parte del Libano ed Hezbollah: l'occupazione di territori e il controllo di acque che, da qualsisasi parte si vogliano guardare, ad Israele non appartengono. Nel pezzo di Yedioth Ahronoth si sottolinea che la Casa Bianca è furiosa per il rifiuto del premier libanese Siniora di aderire, verosimilmente senza suscitare stupore, all'idea di pelosa pacificazione elaborata in malafede perchè in Libano come nell'intero Medio Oriente tutto resti uguale.
"Avreste potuto quasi sentire i libanesi gemere su questa bozza di risoluzione, un documento tanto sbilanciato e menzognero che dopo averlo letto attentamente, ieri, un caro amico libanese li ha maledetti ed ha pronunciato la domanda immortale: "non imparano niente dalla storia questi bastardi?". (Robert Fisk sull'Independent, 7 agosto 2006)
"Avreste potuto quasi sentire i libanesi gemere su questa bozza di risoluzione, un documento tanto sbilanciato e menzognero che dopo averlo letto attentamente, ieri, un caro amico libanese li ha maledetti ed ha pronunciato la domanda immortale: "non imparano niente dalla storia questi bastardi?". (Robert Fisk sull'Independent, 7 agosto 2006)
mercoledì, agosto 02, 2006
Ullallàm
Non riporto per intero il pezzo di Allam del 2 agosto 2006. Chi lo ritiene può impiegare un euro per acquistare il supporto cartaceo da cui il nostro ha sparso oggi nuove ma non nuove perle di propaganda guerresca filo-israeliana, significativamente, alla medesima pagina 5 da cui provengono altre consimili sventagliate mediatiche. Il foglio, dopo una rapida lettura, può comunque essere efficacemente riutilizzato, come ogni altro, per lavare i vetri. Di queste perle sul conflitto israelo-libanese riporto, nell'ordine:
1) "Non si tratta di un tradizionale conflitto per ragioni territoriali, economiche o egemoniche, bensì di una guerra ideologica mossa dalla determinazione a eliminare lo Stato di Israele di cui si disconosce il diritto all'esistenza".
Allam ritiene quindi superfluo parlare dell'acqua del fiume Litani, delle fattorie Shebaa (che non è un cibo per gatti), degli sconfinamenti israeliani in territorio libanese - ivi compreso quello che ha dato modo e motivo di catturare i due soldati utilizzati, questa volta, come pretesto per l'aggressione alle infrastrutture di uno Stato sovrano - né ritiene di ricordare l'ormai ultraventennale piano israelo-statunitense di asservimento del Libano ponendovi un tanto sospirato governo fantoccio, nè il fatto che la teoria sul disconoscimento del diritto all'esistenza di Israele non trova alcun riscontro nelle rivendicazioni degli Hezbollah, sicchè va riutilizzato - se proprio necessario - a modo e tempo debito.
2) "La prima «colpa» di Israele è di non aver subito un numero ragguardevole di vittime tale da poter competere con quelle libanesi, grazie all'efficienza dei suoi rifugi antiaerei e del sistema di protezione civile. La seconda «colpa» di Israele è di essere caduto nella trappola tesa dall'Hezbollah, costringendolo a colpire dei bersagli civili usati cinicamente come sedi logistiche, depositi di armi e rampe di lancio dei razzi".
La questione degli "scudi umani" merita un discorso a parte (ma solo per questioni di spazio), vista la virulenza con cui questo assurdo pretesto è stato posto a giustificazione di una deliberata operazione militare criminale. Sul numero delle vittime israeliane, tanto per seguire il ragionamento "un tanto al chilo", è cosa nota che i Katyusha seguono una traiettoria random (casuale), ergo non possono essere molto più utilmente indirizzati verso obiettivi precisi, militari o civili (secondo le documentate preferenze israeliane) che siano.
3) “Il livello della reazione militare israeliana è da considerarsi proporzionato alla natura della sfida”.
Va da sè che, campato in aria il presupposto – cioè l’abusata minaccia all'esistenza di Israele - cade ogni pretesa di proporzionalitàò, già acciaccata da elementari e ben noti principi di diritto internazionale che trascineranno - si spera - più di un direttore delle operazioni, davanti alla Corte di giustizia.
4) "...drastica alternativa della vita o della morte".
Poco da aggiungere: v. sopra.
5) "Israele non ha altra scelta che prevenire la catastrofe perché è l'unico Stato al mondo che non avrebbe il diritto di replica qualora venisse distrutto e la sua gente sterminata".
E ridanghete ...
6) "...la zona a ridosso della frontiera settentrionale di Israele [è] stata trasformata nel fronte di prima linea della guerra santa del regime nazi-islamico".
Nessuna “guerra santa”. Altro concetto abusato quanto quello di "terrorismo", se tolgono questa parola dal vocabolario molti rischiano una crisi di identità. Stiamo invece parlando di terra libanese o siriana, di acqua. Barak ha rinunciato a raggiungere un accordo con la Siria e ha cercato di trascinare Assad (padre) in un fasullo piano di eterno e parziale disimpegno. Assad se ne è accorto e ha declinato ...la fregatura, poi è morto. Ma se ne è accorto anche Clinton, patrocinatore dell'accordo, che lo ha scritto a chiare lettere (Clinton, "My Life", Arrow Books, p. 882 e segg.). Sul regime nazi-islamico credo che questa sparata non meriti una risposta, nemmeno se la si legge tra le righe di un quotidiano nazionale.
7) "Si ignora pressoché totalmente che gli oltre 1300 razzi e missili di produzione iraniana e siriana lanciati contro le città israeliane hanno distrutto o danneggiato centinaia di case, costretto 330 mila israeliani ad abbandonare le proprie abitazioni".
Ullallàm! Vogliamo farne una questione di numeri? Contiamo i morti e i feriti? Calcoliamo i danni? Lascia perdere morti e feriti, non parliamo delle percentuali di civili. E' comunque poco opportuno fuori da una logica da venditore di gusci di riccio e badd'i pilu. Quanto ai danni, già qualcuno in Libano sta facendo i conti per intentare una causa di risarcimento (civile) nei confronti dello Stato ebraico. Forse è più opportuno tacere, Allam, e confidare che Israele abbia stipulato una adeguata "copertura assicurativa" presso i contribuenti USA.
8) C'è tanto cinismo e tanta ipocrisia nell'atteggiamento della comunità internazionale. Che sin dal settembre 2004 con la risoluzione 1559 ha chiesto il disarmo dell'Hezbollah, non per fare un piacere a Israele ma perché necessario alla sovranità e libertà dei libanesi".
Chiedilo ai libanesi e agli abitanti israeliani delle zone di confine cosa ne pensano! In relazione, poi, alle tante risoluzioni ONU considerate carta straccia, non mi sembra argomento da sollecitare. Per non ricordare che pacificamente - a livello parlamentare libanese - nel 2005 leggevamo le più semplici delle parole: "Lebanese opposition leader Walid Jumblat has said the Shia resistance group Hizb Allah should keep its weapons until Israel withdraws from a disputed border area" (Al-Jazeera, 27 marzo 2005).
9) "Solo la sconfitta del terrorismo dell'Hezbollah e di Hamas permetterà ai libanesi di vivere in pace e ai palestinesi di avere il loro Stato indipendente".
Avevamo detto che la parola "terrorismo" non la si usava! Vabbè, passi, non possiamo proprio fare a meno di leggerla, ma personalmente mi sono stufato: ci sono i libri per farsi una cultura prima di scrivere un pezzo.
10) "Oggi più che mai sostenere Israele significa prevenire la catastrofe generale e schierarsi dalla parte della pace per tutti".
Schierarsi dalla parte della pace? Nel piccolo, nel minuscolo, nel minimo, dopo avere letto il pezzo a pagina 5 un modo c'è: voltare pagina, troviamo altra pubblicità, ma è meno dannosa.
1) "Non si tratta di un tradizionale conflitto per ragioni territoriali, economiche o egemoniche, bensì di una guerra ideologica mossa dalla determinazione a eliminare lo Stato di Israele di cui si disconosce il diritto all'esistenza".
Allam ritiene quindi superfluo parlare dell'acqua del fiume Litani, delle fattorie Shebaa (che non è un cibo per gatti), degli sconfinamenti israeliani in territorio libanese - ivi compreso quello che ha dato modo e motivo di catturare i due soldati utilizzati, questa volta, come pretesto per l'aggressione alle infrastrutture di uno Stato sovrano - né ritiene di ricordare l'ormai ultraventennale piano israelo-statunitense di asservimento del Libano ponendovi un tanto sospirato governo fantoccio, nè il fatto che la teoria sul disconoscimento del diritto all'esistenza di Israele non trova alcun riscontro nelle rivendicazioni degli Hezbollah, sicchè va riutilizzato - se proprio necessario - a modo e tempo debito.
2) "La prima «colpa» di Israele è di non aver subito un numero ragguardevole di vittime tale da poter competere con quelle libanesi, grazie all'efficienza dei suoi rifugi antiaerei e del sistema di protezione civile. La seconda «colpa» di Israele è di essere caduto nella trappola tesa dall'Hezbollah, costringendolo a colpire dei bersagli civili usati cinicamente come sedi logistiche, depositi di armi e rampe di lancio dei razzi".
La questione degli "scudi umani" merita un discorso a parte (ma solo per questioni di spazio), vista la virulenza con cui questo assurdo pretesto è stato posto a giustificazione di una deliberata operazione militare criminale. Sul numero delle vittime israeliane, tanto per seguire il ragionamento "un tanto al chilo", è cosa nota che i Katyusha seguono una traiettoria random (casuale), ergo non possono essere molto più utilmente indirizzati verso obiettivi precisi, militari o civili (secondo le documentate preferenze israeliane) che siano.
3) “Il livello della reazione militare israeliana è da considerarsi proporzionato alla natura della sfida”.
Va da sè che, campato in aria il presupposto – cioè l’abusata minaccia all'esistenza di Israele - cade ogni pretesa di proporzionalitàò, già acciaccata da elementari e ben noti principi di diritto internazionale che trascineranno - si spera - più di un direttore delle operazioni, davanti alla Corte di giustizia.
4) "...drastica alternativa della vita o della morte".
Poco da aggiungere: v. sopra.
5) "Israele non ha altra scelta che prevenire la catastrofe perché è l'unico Stato al mondo che non avrebbe il diritto di replica qualora venisse distrutto e la sua gente sterminata".
E ridanghete ...
6) "...la zona a ridosso della frontiera settentrionale di Israele [è] stata trasformata nel fronte di prima linea della guerra santa del regime nazi-islamico".
Nessuna “guerra santa”. Altro concetto abusato quanto quello di "terrorismo", se tolgono questa parola dal vocabolario molti rischiano una crisi di identità. Stiamo invece parlando di terra libanese o siriana, di acqua. Barak ha rinunciato a raggiungere un accordo con la Siria e ha cercato di trascinare Assad (padre) in un fasullo piano di eterno e parziale disimpegno. Assad se ne è accorto e ha declinato ...la fregatura, poi è morto. Ma se ne è accorto anche Clinton, patrocinatore dell'accordo, che lo ha scritto a chiare lettere (Clinton, "My Life", Arrow Books, p. 882 e segg.). Sul regime nazi-islamico credo che questa sparata non meriti una risposta, nemmeno se la si legge tra le righe di un quotidiano nazionale.
7) "Si ignora pressoché totalmente che gli oltre 1300 razzi e missili di produzione iraniana e siriana lanciati contro le città israeliane hanno distrutto o danneggiato centinaia di case, costretto 330 mila israeliani ad abbandonare le proprie abitazioni".
Ullallàm! Vogliamo farne una questione di numeri? Contiamo i morti e i feriti? Calcoliamo i danni? Lascia perdere morti e feriti, non parliamo delle percentuali di civili. E' comunque poco opportuno fuori da una logica da venditore di gusci di riccio e badd'i pilu. Quanto ai danni, già qualcuno in Libano sta facendo i conti per intentare una causa di risarcimento (civile) nei confronti dello Stato ebraico. Forse è più opportuno tacere, Allam, e confidare che Israele abbia stipulato una adeguata "copertura assicurativa" presso i contribuenti USA.
8) C'è tanto cinismo e tanta ipocrisia nell'atteggiamento della comunità internazionale. Che sin dal settembre 2004 con la risoluzione 1559 ha chiesto il disarmo dell'Hezbollah, non per fare un piacere a Israele ma perché necessario alla sovranità e libertà dei libanesi".
Chiedilo ai libanesi e agli abitanti israeliani delle zone di confine cosa ne pensano! In relazione, poi, alle tante risoluzioni ONU considerate carta straccia, non mi sembra argomento da sollecitare. Per non ricordare che pacificamente - a livello parlamentare libanese - nel 2005 leggevamo le più semplici delle parole: "Lebanese opposition leader Walid Jumblat has said the Shia resistance group Hizb Allah should keep its weapons until Israel withdraws from a disputed border area" (Al-Jazeera, 27 marzo 2005).
9) "Solo la sconfitta del terrorismo dell'Hezbollah e di Hamas permetterà ai libanesi di vivere in pace e ai palestinesi di avere il loro Stato indipendente".
Avevamo detto che la parola "terrorismo" non la si usava! Vabbè, passi, non possiamo proprio fare a meno di leggerla, ma personalmente mi sono stufato: ci sono i libri per farsi una cultura prima di scrivere un pezzo.
10) "Oggi più che mai sostenere Israele significa prevenire la catastrofe generale e schierarsi dalla parte della pace per tutti".
Schierarsi dalla parte della pace? Nel piccolo, nel minuscolo, nel minimo, dopo avere letto il pezzo a pagina 5 un modo c'è: voltare pagina, troviamo altra pubblicità, ma è meno dannosa.
martedì, agosto 01, 2006
Enough is enough
Basta! Basta? La tregua. Quale tregua? Era possibile, forse. Ma non è così. E' stata violata, tradita, stemperata nella nebbia degli slogan che incantano solo chi ci vuole credere. All'ONU Bolton, il cow boy, si crogiola ripetendo le parole che gli hanno infiltrato tra i baffi e le zanne sul risultato ottenuto. La prospettiva di sanzioni politiche ed economiche nei confronti dell'Iran, ben sapendo di avere, mentre lo dice, le spalle molli e scoperte del suo mandante texano e la coda di paglia di quelli che con la banda Bush stanno cercando alacremente di costruire il pretesto per trascinare il globo in un conflitto dalle prospettive epocali. Dimenticano tuttavia alla Casa Bianca e sono quindi estranei nelle parole sibilate da Bolton piccoli particolari come l'esistenza della Cina, della Russia, senza parlare del mondo arabo tout court e dell'Iran stesso. E dimenticano che in Europa, ma anche negli USA, non sono state assimilate le criminali panzane attraverso le quali il progetto per il Nuovo Secolo Americano è stato intrapreso ma non è decollato ed anzi si è impantanato tra i morti scannati, la guerra civile e il petrolio iraqeno. Questo purtroppo senza che venisse usata al mondo la cortesia di annegarci - nel petrolio - George W. Bush, i suoi mentori e i suoi sodali. Ci tenteranno lo stesso? Forse. E insieme agli scapigliati residui di una dirigenza europea destinata fortunatamente al pre-pensionamento a furor di popolo, i vertici di Israele non mancheranno di restituire al compiacente lenone d'oltreoceano il favore mediatico e militare ottenuto in decenni al solo fine di perpetuare una situazione ferocemente ingiusta. Tanto non costa nulla - nè armi nè mezzi - sbandierare una questione di sicurezza cui ormai non crede più nemmeno il suo popolo. Quello che da decenni paga, per quanto obnubilato dalle bugie. Ma forse sono pessimista. E l'intera laida congrega di rappresentanti, teorici e portavoce di questa ondata di follia verrà trascinata prima di quanto non si possa pensare davanti ad una corte criminale internazionale per rispondere di ogni cadavere incenerito, di ogni famiglia smembrata, della miseria e della disperazione regalate a milioni di persone in Palestina e a centinaia di migliaia oggi in Libano all'inseguimento del "Nuovo Medio Oriente". Come? Beh, non è facile, il principio non è di diritto: bisogna sfilare dalle loro tasche il portafoglio o la presunta carta di credito asiatica. Intanto - questione urgente, molto più urgente o per lo meno seria - nulla di buono si muove sul cielo della gente del Libano. Salvo le bombe dello Stato ebraico e le menzogne lanciate via etere dalla cavalleria dei soliti. Israele ha violato, senza stupire alcuno, la tregua, mentre i "terroristi" di Hezbollah avevano interrotto il lancio di razzi Katyusha e confidato - sbagliando - nella bontà della parola, se non delle intenzioni, del governo israeliano. In realtà non era lecito aspettarselo. Olmert lascia infatti la sua prevedibile traccia su questa vergogna e forse per la frustrazione di essere un civile che prende ordini dall'establishment militare (come il suo collega alla "difesa") lancia proclami misti di sangue, vittoria e autocommiserazione ("Ci aspettano lacrime e sangue - ha detto - missili e razzi continueranno a cadere nei giorni a venire. Ma abbiamo deciso di vincere... E non rinunceremo al nostro diritto di vivere una vita normale, senza la minaccia del terrorismo, come qualsiasi altra nazione"). E così facendo non brilla nemmeno per originalità. Perpetua la linea codarda e menzognera propugnata dai suoi predecessori e percepita persino da Kissinger: da una posizione di forza Israele non dà nulla se non intravede un guadagno maggiore ("I ask Rabin to make concessions, and he says he can't because Israel is too weak. So I give him arms, and he says he doesn't need to make concessions because Israel is strong" - Henry Kissinger, cit. in Findley, Deliberate Deceptions p. 199). E allora sveglia Israele! Sbugiardate una volta e per tutte le parole attribuite al presidente israeliano Herzog nel 72, prima dell'attentato di Monaco: ”Non nego ai palestinesi un posto, una posizione o un’opinione su ogni questione. Ma certamente non sono pronto a considerarli partner di rispetto in una terra che è stata consacrata nelle mani della nostra nazione da migliaia di anni. Per gli ebrei di questa terra non esistono partner”. Se non per umanità per interesse, rinnegate quelle parole! O Israele avrà sempre un nemico mortale: se stesso.
giovedì, luglio 27, 2006
Bimbi e bombe
Nel giugno del 1967 - per farla molto breve e troppo semplice - l'esercito israeliano risponde ad un ammassamento di truppe egiziane ai suoi confini (in un periodo di rinnovato nazionalismo arabo e desiderio di rivalsa su impulso del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser) e attacca simultaneamente l’Egitto, la Giordania e la Siria. La guerra dura sei giorni e in massima parte grazie all'aviazione israeliana si sostanzia in un disastro per gli arabi. Israele occupa tutta la Palestina "rimasta" (cioè la Striscia di Gaza, controllata dall'Egitto, il West Bank, controllato dalla Giordania, e Gerusalemme Est), nonchè la penisola del Sinai (egiziano) e le alture del Golan (siriano). Più di 300 mila profughi palestinesi scappano in Egitto, in Giordania e in Siria. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU avrebbe poi adottato la risoluzione n. 237 richiamando il governo israeliano a facilitare il rientro dei profughi. Se non che, da quel giugno 1967, iniziano le "confische" di terra palestinese occupata di fresco (Gaza e West Bank) che viene dedicata illegalmente agli insediamenti di coloni israeliani. Torniamo alla guerra "dei sei giorni". Nel 1967 l'Italia, pur non essendone più inebriata, soffre ancora dei fumi dell'ex-colonialismo e, come gran parte dell'Europa, per la ricaduta morale delle gravissime colpe e per gli invincibili sensi di colpa indotti dalla Shoah. L'atteggiamento imperante in Italia è poi quello di considerare la gente di Palestina una muta di "beduini" ai quali anche le sputazzate dei nuovi colonizzatori non hanno potuto che giovare. Si parla molto, infatti, già in quel periodo, della trasformazione in frutteti rigogliosi della terra lasciata colpevolmente incolta dai nativi, obtorto collo "esiliati" dal 1948. Appunto nativi. L'osservazione più benevola è che "quegli arabi stanno scatenando la terza guerra mondiale" e la breve analisi casalinga precipita in tifo cieco da stadio e giorni e giorni di chiacchiere sulle gesta guerriere di Moshe Dayan. Gesta titolate e passate quotidianamente a grandi e piccini come non nuova rappresentazione dello scontro impari tra il piccolo Davide orbo e l'imponente malvagio Golia. E proprio i piccini subiscono il fascino monocolo di chi - non da solo - ha abbracciato l'idea di mantenere in perpetua sofferenza la vita dei residui ostacoli viventi di Palestina risparmiati dalla Nakba. Sono passati quarant'anni, gli eredi e i pupilli di Dayan (fra gli altri Sharon e Barak)hanno dato prova innegabile e costante della loro caparbia determinazione. I bambini italiani pensano probabilmente ad altro, non capiscono quel che passa la tv, né per la testa di chi decide. Come quelli libanesi, israeliani e palestinesi. Ma accanto a loro ogni tanto ancora oggi qualcuno muore, fatto a pezzi. Non capiscono ma possono morire per la paura cento volte al giorno. Non capiscono e subiscono a piccoli passi le emozioni ammalate dei "grandi". Non capiscono e poco per volta vengono messi in grado di apprezzare il fascino della bomba che squasserà il nemico.
Terra e pace
Insolenti e bituminose le parole di Simon Peres, il Nobel. Parole che resteranno incollate sulla pelle martoriata di un milione di nuovi profughi libanesi e sui cadaveri neri e secchi di quelli che sono stati oggi bombardati in casa, come sulle decine di migliaia di palestinesi vessati e umiliati e annichiliti, a Gaza e nel West Bank, a Hebron e a Gerusalemme Est, sulle colpe presunte di migliaia di prigionieri politici nelle galere di Davide, detenuti amministrativi trattenuti a piacere senza processo, sulle apparecchiature confiscate ai giornalisti, sui pacifisti maltrattati e bastonati, sugli anziani e le donne lasciati a cuocere e a marcire sotto il sole, tra gli insulti e l'umiliante trafila dei checkpoints, sui bambini che raccolgono gli sputi dei coloni, sugli ulivi sradicati, sull'acqua lesinata e negata. «E con chi dovremmo parlare? Si diceva scambiamo terra con pace, ci siamo ritirati in Libano e a Gaza da terra e mare e dov'è la nostra pace? Hezbollah parla di scambiare i due soldati che ha rapito? E poi? Ne rapisce degli altri? Qui si tratta di capire la crisi in corso. E se anche avessimo previsto l'attacco cosa potevamo fare? Come avrebbero reagito i nostri critici? No, noi ci difendiamo [...] Il dramma è capire cosa vogliono i palestinesi, qual è la loro razionale base di trattativa. Io non capisco ...». Molti non capiscono. Ha detto, scambiamo terra con pace, meglio: restituiamo terra e vogliamo pace. Una storia vecchia. Ma cosa vogliono i palestinesi? E dov'è la pace di Israele? Forse nel ventre sterile di una nazione che sta morendo e uccide il seme dell'altra che non è mai nata.
sabato, luglio 22, 2006
Il cancro
(Bahrain News Agency, Asia Times). Israele sostiene (o lascia sottintendere) che sono stati rapiti in territorio israeliano. Quindi scatena l'inferno, bombarda il Libano mentre l'Europa in parte si indigna (e tace) e in parte grida all'autodifesa (e farebbe meglio a tacere). Dopo aver mandato giù per buona e per anni la propaganda filo-israeliana al punto di passare per proposte le menzogne spudorate di Barak (che ha negato al suo popolo ed ai confinanti, per malafede, disonestà e incapacità, ogni possibilità di pacificazione sul confine siriano e ha fatto saltare ogni possibilità di accordo a Camp David), l'occidente lascia che il ricatto israeliano si sostanzi ancora una volta in una deliberata e criminale catastrofe umanitaria. Centinaia di morti tra i civili libanesi ed altre centinaia di migliaia di profughi devono pesare sulla coscienza di questa Europa vigliacca, posto che sulla proditoria arroganza della dirigenza israeliana e sulla disonestà del suo protettore americano non corrono il rischio di lasciare la minima traccia. Ma qualcosa si muove, l'incapacità di protetti e protettori di mantenere alto - nonostante l'impegno evidente o dissimulato di vassalli di ogni risma - il livello della disinformazione.Un codardo silenzio è il cancro ormai endemico nella quasi totalità dei media occidentali allorchè si tratti delle malefatte di chi indegnamente ha governato e governa Israele, un piccolo Stato che la propaganda ha racchiuso nella disinformazione e nell'egoismo. L'invasione libanese ne è solo un ulteriore esempio. Il 12 luglio 2006, Israele manda i suoi soldati all'interno del territorio libanese, questi vengono arrestati nella città libanese di Ayta ash-Shab dalle milizie di Hezbollah che controllano la zona
«L'ultimo capitolo del conflitto tra Israele e Palestina è iniziato quando le forze israeliane hanno rapito due civili, un dottore e suo fratello, a Gaza. Un incidente per lo più ignorato dai media, ad eccezione della stampa turca. Il giorno seguente i palestinesi hanno fatto prigioniero un soldato israeliano e proposto un negoziato per scambiare i prigionieri - ci sono circa 10.000 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. Che questo «rapimento» sia stato considerato oltraggioso, mentre l'occupazione militare illegale della Cisgiordania da parte di Israele e l'esproprio sistematico di tutte le sue risorse - in particolare l'acqua - venga considerato spiacevole ma inevitabile è un tipico esempio del doppio standard continuamente impiegato dall'Occidente rispetto a ciò che viene fatto contro i palestinesi, sulla terra promessa loro dai vari accordi internazionali da settant'anni a questa parte. Oggi ad oltraggio segue oltraggio: missili artigianali incrociano missili più sofisticati. Questi ultimi in genere cercano il loro obiettivo proprio dove si ammassa la gente più diseredata, ancora in attesa di ciò che un tempo veniva definita giustizia. Entrambe le categorie di missili fanno a pezzi i corpi in maniera orribile. E chi, tranne i comandanti sul campo, può scordarsene anche solo un momento? Le provocazioni e le controprovocazioni vengono ogni volta contestate o acclamate, ma tutti gli argomenti a posteriori, accuse e promesse, finiscono col fungere da diversivo per allontanare l'attenzione del mondo da una lunga pratica militare, economica e politica il cui fine non è nient'altro che la liquidazione della nazione palestinese. Tutto ciò deve essere ribadito chiaramente perchè questa pratica, benchè spesso dissimulata o nascosta, ultimamente sta andando avanti sempre più rapida. E, secondo noi, va incessantemente ed eternamente riconosciuta e contrastata per quello che è». (John Berger, Noam Chomski, Harold Pinter, José Saramago)
E non bisogna nemmeno stupirsi dell'apparente consenso che regna in Israele sulle operazioni dei suoi dirigenti. Ce lo spiega Ilan Pappe, storico israeliano, professore all'Università di Haifa, intervistato su Democracy Now il 20 luglio 2006. Ma anche lì - c'è chi lo assicura - è questione di tempo.
Amy Goodman: Professor Pappe, we’re hearing over and over again in the U.S. media about how the Israeli population is fully behind their government, especially as the rockets continue to slam into Haifa, now Nazareth. Is this true?Ilan Pappe: Yeah, it is true. It is true that the Jewish society -- as you know, 20% of the Israelis are Palestinians, and I doubt very much whether they support this policy -- but it is true that the majority of the Jewish population supports the government, but they do it because they’re misinformed -- nobody in Israel can see what are the results of the Israeli bombing in Lebanon -- and because it is an indoctrinated society that, through the educational system and the media and the political system, gets a very distorted picture of the reality around it.
Il verme della disinformazione alligna e si diffonde nell'ignoranza, dove c'è comunicazione e diffusione delle notizie, dei fatti, la propaganda ha veramente vita dura. Sembra solo questione di tempo.
Più di 2500 persone hanno partecipato sabato 22 luglio 2006 a Tel Aviv ad una dimostrazione contro la guerra in Libano, marciando da piazza Rabin per incontrarsi a Cinemateque Plaza. La manifestazione è stata la prima di questo tipo di protesta contro l'offensiva israeliana in Libano. Diversamente da precedenti manifestazioni contro la guerra in Israele, le principali organizzazioni arabe - tra di esse Hadash e Balad - hanno partecipato in massa all'evento. Gruppi arabi e israeliani che normalmente non partecipano ad attività congiunte hanno unificato i loro slogan perchè questa guerra venga fermata e si sono visti nuovi volti tra i manifestanti. La dimostrazione ha ricevuto ampia copertura dai media ed ha avuto un tema inconsueto nelle precedenti occasioni dello stesso genere. Oltre alle normali proteste contro il primo ministro e il ministro della difesa con l'invito a rassegnare le dimissioni, c'è stata una peculiare protesta anti-americana. A fianco delle voci che gridavano "non uccideremo, non moriremo nel nome del sionismo" sono stati intonati canti quali "non moriremo e non uccideremo al servizio degli Stati Uniti" e slogan di condanna contro George W. Bush. Durante l'evento, si è formata una contro-dimostrazione nei confronti di chi dimostrava contro la guerra. Manifestanti di destra hanno gridato al loro indirizzo "traditori, ne abbiamo abbastanza di voi", dispiegando bandiere israeliane e delle Brigate del Golan. Ne è scaturito uno scontro tra gli attivisti mentre alcuni infuriati passanti hanno maledetto i manifestanti di sinistra chiamandoli "Hizbullahniks". Altri hanno lanciato sacchi di spazzatura agli attivisti gridando: "un arabo buono è un arabo morto!" e "se solo un razzo vi cadesse addosso!". Parecchie unità di polizia e delle squadre speciali hanno mantenuto in sicurezza lo scontro e tenuto separati gli attivisti. Nonostante i tafferugli, gli organizzatori della marcia hanno dichiarato di essere stati contenti del numero sorprendente di partecipanti ed incoraggiati dalla reazione del pubblico contro le operazioni in Libano. (Ha'aretz, Yedioth Ahronoth)
giovedì, luglio 13, 2006
Libano, venti di guerra
Libano sotto attacco, 13 luglio 2006. I caccia F 16 israeliani hanno attaccato l'aeroporto di Beirut e l'autostrada tra Beirut e Damasco. Minacciano di attaccare quartieri residenziali della capitale libanese. Più di cinquanta vittime civili, finora. Esistono parole come "sdegno" e "condanna" che le diplomazie occidentali disconoscono qualora implichino un giudizio deteriore sul comportamento dello Stato ebraico. Anche in virtù di questo atteggiamento l'establishment israeliano ha potuto costruire nel tempo, pressochè indisturbato, un muro di odio tra la sua gente - priva di colpa se non per l'acritico allineamento, generale miopia verso la propaganda e le menzogne - e il mondo arabo. Un muro assai più alto di quello imposto all'interno dei territori di Palestina illegittimamente occupati. Perpetuando anche sotto questo profilo la pluridecennale umiliazione di un popolo spossessato della propria terra. Esaurito da tempo il credito morale derivato dalla malattia occidentale che diede origine e fornì nutrimento alla Shoah, con piccole e grandi connivenze e nel silenzio omertoso dei governi europei, Israele ha costruito la propria prigione e come una belva ferita ha restituito infine violenza, sofferenza e prevaricazione. E lo fa ancora oggi a fronte della propria agonia demografica. Un piccolo stato che disconosce il diritto internazionale e trascura la sofferenza quotidiana che impone al popolo di Palestina e alla sua stessa gente. Un piccolo stato fondato sull'apartheid e dotato di una democrazia nominale che sulla propria macchina bellica, ma sui danari d'oltreoceano, ha fondato l'idea di poter imporre la propria "pax israeliana", la pace alle condizioni dettate dal più forte. Le condizioni che pretendono di guadagnare sicurezza senza passare per la giustizia. Un piccolo stato che sta seduto su centinaia di testate nucleari, si è dotato di un potenziale bellico imponente, di un esecutivo dalla retorica arrogante e irresponsabile e non perde occasione per rappresentare la propria natura di mina vagante, una spada di Damocle sospesa sul medioriente e sul mondo, oltre che una minaccia per la difficile esistenza dei suoi stessi cittadini. Non è più Davide - non lo è stato neppure nel 1948 (si legga la consistenza e distribuzione di uomini, mezzi e armamenti in "Vittime" di Benny Morris) - e minaccia di essere Sansone. Ma chi sono i filistei?
martedì, luglio 04, 2006
Pressure
Mentre il ministro degli interni Ronnie Bar-On avverte che i rapitori del caporale Gilad Shalit pagheranno un prezzo enorme, mai visto prima, se vien fatto del male a Gilad, ad alcune ore dalla scadenza posta dai rapitori (06:00 ora di Gerusalemme, 05:00 ora italiana), Zeev Boim, ministro israeliano per l'Absorption (ndr. assorbimento dell'immigrazione ebraica) dichiara: "agiremo secondo la dottrina di Jabotinski, rispondendo alla pressione con la pressione". E' invece comprensibilmente perplesso rispetto allo sfoggio di muscoli da parte dei vertici israeliani ed esprime tuttavia il suo disappunto in modo assai misurato il padre del caporale Shalit: "mi sembra singolare che dicano che lo Stato di Israele possa recuperare il suo potere di deterrenza sulle spalle di mio figlio Gilad, mi sembra veramente singolare". Un braccio di ferro, quindi, che appare impari e suscettibile a questa stregua di condurre rapidamente ad un epilogo ed alle sue estreme naturali conseguenze. Ma non è così. Più di un incubo impronunciabile gravita sulla possibile estensione di questo conflitto. La spirale di odio e di morte, il braccio di ferro israelo-palestinese può teoricamente essere condotto senza limite di tempo e - contingenza unica per un conflitto a base territoriale - di spazio. Tornando al "qui ed ora", basteranno le parole del Signor Shalit o gli inviti di autorevoli membri della comunità internazionale o il vago ricordo dell'esistenza di trascurate convenzioni umanitarie a moderare l'azione, sproporzionata, emessa dalle viscere del rullo compressore israeliano? Largamente esaurito il credito morale legato alle pesantissime colpe di chi ha assistito supinamente - o peggio - alla tragedia della Shoah, lo Stato ebraico avanza ancora le proprie istanze con riferimento al feticcio, spesso male indirizzato, della propria sicurezza. Senza considerare che tutti sono agevolmente in grado di valutare i fatti culminati nella crisi odierna. Contro la cattura di un soldato nel corso di un'azione di guerriglia da parte di militanti nemici, in territorio occupato, è in atto lo smantellamento di strutture civili necessarie per la sopravvivenza di un milione e mezzo di persone. E noi? E noi guardiamo, tra una partita e una velina, assistendo alle viete, patetiche manifestazioni di colpevole condiscendenza, alla smaccata paura di affrontare per quel che è, almeno con le parole, lo strumentale feticcio israeliano (e non solo), l'inesistente dio della sicurezza, nel caso all'ombra della spada di Damocle costituita dalla spuntata ma polivalente accusa di antisemitismo. Ingoiamo giorno dopo giorno le gelatinose parole dei nostri dirigenti, scarsi sacerdoti per malafede o peggio per ignoranza ed incapacità di pronunciare una parola consapevole sulla storia del disastro mediorientale. Intanto leggiamo dei reciproci proclami di vendetta che han fatto di quella terra martoriata un'arena dove è difficile ormai veder riversato altro che la rozza essenza dei peggiori.
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