lunedì, giugno 26, 2006

Circolo vizioso

La famiglia di Gilad Shalit - "quieta e introversa" come molti dei loro amici la descrivono - si è trovata, domenica 25 giugno 2006, nell'occhio di un ciclone nazionale con il resto della piccola città di Mitzpe Hila nell'ovest della Galilea. I membri di quella famiglia hanno guardato la televisione, hanno ascoltato il capo di stato maggiore dell'esercito israeliano e i leader politici di tutti i Paesi a qualche titolo coinvolti, americani, egiziani, europei. E hanno trovato difficile credere che oggetto delle loro dichiarazioni fosse proprio il loro figlio. Dall'altra parte, in un proclama lanciato lunedì 26 giugno sui media locali di Gaza e firmato dai tre gruppi responsabili del rapimento di Gilad Shalit, si dichiara che informazioni sulla sua sorte saranno rilasciate solo se Israele libererà le donne e i minori di 18 anni trattenuti nelle prigioni israeliane. Donne palestinesi dimostrano chiedendo la liberazione dei loro congiunti e issano uno striscione in cui si legge: "rifiutiamo di rilasciare il soldato israeliano mentre i nostri figli sono ancora nelle prigioni israeliane" (agenzie, Ha'aretz e sito delle Brigate Ezzedeen al-Qassam). Aggiornamento Jun. 26, 2006 23:28: L'IDF sta controllando un comunicato del Comitato di Resistenza Palestinese di lunedì sera in cui si dice che un colono israeliano è stato rapito nel West Bank. Un membro del gruppo, conosciuto come Abu Abir, ha detto che i dettagli del rapimento, come informazioni sul rapito, verranno diffusi più tardi. L'IDF dichiare che non è al corrente dell'incidente, ma ciò non di meno sta trattando la questione seriamente (Jerusalem Post). Nel frattempo un portavoce del Comitato di Resistenza Popolare ha dichiarato a Ynet News (Yedioth Ahronoth) che il suo gruppo ha rapito un colono nel West Bank. Il portavoce del movimento, Mahmoud Abed Alal, ha detto che rilascerà altre informazioni sul rapimento più tardi stanotte. L'IDF afferma di essere a conoscenza del rapporto ma di non essere in grado di confermare. Un ufficiale del PRC avrebbe dichiarato a Ynet News che il suo truppo è pronto a negoziare il "prezzo" che Israele è disposto a pagare per il rilascio del soldato e del colono. Ha ggiunto che i gruppi palestinesi continueranno a rapire israeliani "per far cessare l'aggressione israeliana contro i palestinesi nel West Bank e a Gaza e per ottenere il rilascio dei prigionieri palestinesi". Secondo DebkaFile (sito vicino ai servizi di intelligence israeliani) sarebbero 150 le donne recluse di "sicurezza" e 300 i minori di diciotto anni palestinesi ristretti nelle prigioni israeliane.

giovedì, giugno 22, 2006

Persia perplessa

A dimostrazione del clima di relativa normalità che, probabilmente, risulta qui in Italia inaspettato, leggo sul "Berkeley Forum" (un blog di buona qualità gestito da universitari iraniani negli USA), un pezzo del 18 giugno scorso in cui viene trascritta una mail di un lettore iraniano che puntualizza il proprio interessante pensiero e prende come punto di partenza le pelose, spesso faziose ed esasperate "preoccupazioni" occidentali per l'ascesa al potere del neonato governo, democraticamente eletto, di Hamas in Palestina o per l'elezione, altrettanto democratica, del Presidente iraniano. Ne riporto uno stralcio/riassunto. «In assenza di governi efficienti, in una regione dove le regole vengono dettate da una oligarchia di famiglie reali, o dagli alti gradi dell'esercito, o da una elite religiosa, non bisogna stupirsi se la gente normale si rivolge a persone che vede a sè simili. Le persone che votano per un outsider, per Ahmadinejad, non stanno abbracciando il fascismo, stanno solo votando per qualcuno che promette loro una vita migliore. Se uno ascolta Ahmadinejad regolarmente, non sentirà parlare molto dell'idea di cancellare Israele dalla carta geografica. Ma in ogni occasione sentirà di costruzione di palestre per donne e giovani, di opportunità di lavoro, di nuove scuole e ospedali, strade e simili. Molti sanno che queste promesse non saranno mantenute, ma vengono almeno fatte e danno un barlume di speranza per il futuro». Avete mai letto uno ed un solo discorso, un resoconto, un riassunto, un flash di agenzia di questo tenore sui media italiani ed occidentali? Non credo. I problemi in Iran e in Medioriente ci sono, questo è certo, è un percorso, ma ci sono tutti i presupposti perchè - per quanto talvolta risalendo la corrente con difficoltà - rimanga un viaggio pacifico. Molti remano contro. L'importante è rendersene conto. link

lunedì, giugno 19, 2006

L'anello più debole

Un delitto politico. Così la nostra magistratura avrebbe qualificato l'omicidio di Nicola Calipari, trovando il grimaldello per processare, tramite il terrorizzato riservista Lozano di New York, il sistema di ipocrisia diplomatica e connivenza che ci ha dipinti ancora una volta come vassalli, più che alleati, dello straordinario amico americano. Sì, perchè l'americano è straordinario ed è amico. E lo è ad onta di quell'occhio schiacciato ai personaggi più improbabili e peggiori rappresentanti di quel popolo e di quel grande Paese. Ed è comunque amico quel Paese che con comprensibile stupore, ma con asprezza ben superiore alla più accesa critica di casa nostra, si scontra ormai quotidianamente con tutti i dubbi suscitati da una amministrazione invasata, fallimentare, disonesta e interessata, indegna dell'entusiasmo, dell'ingenuità e del sacrificio della sua stessa gente. Rileggo un pezzo di Newsday dell'anno scorso, parole semplici ed anch'esse un po' ingenue a dipingere il soldato Lozano, spaventato ultimo debole anello di una catena che lo ha addestrato per farne all'occasione una macchina criminale. Ma lui forse non lo sa. «Washington, 6 maggio 2005 - Il soldato speciale Mario Lozano era appollaiato sulla torretta del suo Humvee, tenendo d'occhio con difficoltà la distesa stradale più insanguinata dell'Iraq, quando per primo avvistò l'auto. Tutti gli altri conducenti, quella notte, una dozzinao o due nel conto dei soldati, erano tornate indietro appena avevano visto un paio di Humvee del 69° Regimento di Fanteria di Manhattan che bloccava la strada. Questa non si fermava, neppure rallentava. Dentro la Toyota Corolla l'umore era festoso e insieme ansioso. Due agenti dell'intelligence italiana avevano appena liberato una giornalista presa in ostaggio, ma dovevano ancora raggiungere sani e salvi l'aeroporto. L'autista, Andrea Carpani, aveva il cellulare in una mano e il volante nell'altra, il finestrino mezzo aperto per ascoltare rumori sospetti. Man mano che l'automobile si fece vicina a Lozano più che ad altri - 150 yarde, 100 yarde - il riservista di New York City si alzò per rispondere. Diede un colpetto alla torcia con la mano sinistra e sparò una serie di colpi di avvertimento di mitragliatrice con la destra. Ma in quei momenti di paura - Lozano ha detto agli investigatori americani - un altro pensiero gli è balenato in mente - le sue figlie, la ragione per cui ha detto agli amici che aveva bisogno di tornare vivo dall'Iraq. Lozano "si sentì minacciato e stava pensando alle sue giovani figliole mentre contava freneticamente i secondi, guardando la distanza coperta dall'autovettura, facendo i calcoli per determinare la velocità della macchina ...gridando con tutto il fiato che aveva", secondo un rapporto italiano sulla sparatoria. Novanta yarde, 80 yarde e ad un certo punto Lozano ha aperto il fuoco, tagliando l'aria con una sventagliata di pallottole traccianti rosse. Dentro l'auto l'autista Carpani schiacciò il freno e gridò "ci stanno attaccando!" [...] Non è stato rivelato molto su Lozano, addetto alla mitragliatrice qulla notte sul Humvee. E' iscritto in registrazioni ufficiali come trentacinquenne che vive nel Bronx. La sorella della ex moglie di Lozano, Connie Gutierrez, dice che era appena arrivato a casa per una licenza di due settimane, il mese scorso e che mostrava le fotografie del suo periodo in Iraq, della campagna iraqena e dei bambini. Se parlasse del ruolo della sua unità nella sparatoria al posto di blocco, lei non ricordava e non è stato possibile raggiungere la ex moglie di Lozano, Carolyn, per un commento. Connie Gutierrez ha detto che sua sorella e Lozano hanno divorziato in anni recenti, ma hanno due figlie di 12 e 15 anni, e lui parla di loro come dell'unica cosa che lo sta aiutando a venir fuori dalle sue difficoltà in Iraq ...». (Newsday)

venerdì, giugno 09, 2006

Lo scemo del villaggio


Abu Musab Al-Zarqawi, nome d'arte di Ahmed Fadel al-Khalaylah, nato a Zarqa, Giordania, nel 1966. Un piccolo delinquente comune, migrato in Afghanistan fuori tempo per resistere all'invasione sovietica ma non abbastanza per sfuggire ad una abborracciata full immersion jihadista da mettere malamente a frutto una volta tornato al suo paese. Qui, a Zarqa, riprende infatti la sua mediocre carriera da ribelle disadattato ed incattivito ai margini dalla fatale secolarizzazione dei paesi arabi in generale e della Giordania in particolare. Conduce quindi la propria confusa battaglia come un qualsiasi piccolo balordo, per giunta – si dice - violento e ubriacone ed incapace di elaborare proprie idee. Usufruisce in questo dell'input integralista di cui si è imbevuto in Afghanistan e viene così conosciuto e ricordato dai suoi compagni di galera, per molti anni sua residenza dopo il rientro in patria. In forza di un'amnistia emigra nel nord dell'Iraq. L'occupazione è terreno fertile per il fanatismo più che per le capacità e il nostro è dotato di un certo carisma, laddove nell’isola dei ciechi chi ha un occhio solo è ricco. Ma soprattutto è premiato dall'esigenza di individuare un "cattivo" per l'alleanza occupante, privata della figura-bersaglio di bin Laden. I media costruiscono pazientemente il mito del balordo giordano, spingendolo a prendere addirittura contatto (via internet) con gli ambienti vicini ad Osama. Il fatto di essere diventato, ormai, un ottimo simbolo per la propaganda, consente ad al-Zarqawi di aprire in franchising la filiale iraqena di al-Qaeda. Tra presunte azioni di macelleria perpetrate personalmente ed inverosimili operazioni condotte su tutto il territorio iraqeno, Abu Mussab assurge rapidamente al ruolo di “most wanted” del valore di 25 milioni di dollari, gli vengono attribuite doti di ubiquità e scaltrezza sovrumane. Rocambolescamente si eclissa più volte proprio quando è sul punto di essere catturato. Al-Zarqawi è ormai per i media considerato il "leader" della inesistente banda al-Qaeda e viceversa deve essere lui il primo a sorprendersi dell’insperata popolarità attribuitagli pur essendo il mero gestore semi-volontario di un marchio. Cosa significhi, infatti, far parte di al-Qaeda, poco importa, anche nulla, ma tant'è. Dopo mesi di amplificazione mediatica del personaggio, enfiato e imbolsito da un evidente eccesso di alimentazione difficilmente compatibile con la grama esistenza dell'insurgent, lo ritroviamo finalmente su un video di squisita fattura dove dimostra di aver forse maneggiato efficacemente un coltello ma di non aver mai preso in mano un'arma da fuoco. Amen. Viene pure deriso e vilipeso per il "dietro le quinte" di questo video di incerta provenienza, come tutto il resto. Sembra un fantoccio che recita un copione mal fatto, maneggia malamente un'arma, che si inceppa, si impappina con l'otturatore, emette qualche imbarazzata raffica con sguardo volto all'orizzonte e infine rivolge beatamente l'arma (scarica o nuovamente inceppata) (v. foto) verso alcuni ridicoli figuranti che lo circondano. L'8 giugno 2006, alle 3:10 del mattino ora italiana, parte la notizia del bombardamento che con la morte di Zarqawi inocula provvidenziale e rinnovato consenso per il Presidente degli USA - ormai al punto più basso di popolarità mai raggiunto - e per i suoi clienti. Ma è stata pure riesumata ieri la notizia di un altro al-Zarqawi, dotato di una rimarchevole mentalità infantile emergente dall'esame delle lettere scritte durante la detenzione in Giordania alla madre e recuperate ad Amman da un giornalista francese, Jean-Marie Quemener. Le lettere - si legge - sarebbero ornate da disegnini di mano infantile, colorati di giallo, azzurro e rosa e talvolta incorniciate come pagine del Corano. La foto del suo cadavere fa il giro del mondo. La sua avventura è finita. E allora – vi chiederete - chi è lo scemo del villaggio? Chi pensa che davvero con la sua morte sia cambiato qualcosa.

giovedì, giugno 08, 2006

Persia per persa


«Lo Shah dell'Iran sta seduto sopra una delle più vaste riserve di petrolio del mondo. Eppure sta costruendo due impianti nucleari e ne ha in programma altri due per fornire elettricità al suo paese. Lui sa che il petrolio sta finendo e con esso il tempo. Ma non costruirebbe le centrali se dubitasse della loro sicurezza. Aspetterebbe. Come molti americani vogliono. Lo Shah sa che l'energia nucleare non è solo economica, ma ha raggiunto in trent'anni considerevoli risultati di sicurezza. Risultati che sono stati sufficientemente buoni pure per i cittadini di Plymouth, in Massachussetts. Loro hanno approvato il secondo impianto nucleare con una maggioranza di quattro a uno. Il che dimostra che non dovete andare fino in Iran per trovare approvazione all'energia nucleare».
E' un inserto pubblicitario utilizzato negli anni 70 da molte compagnie petrolifere USA per convincere gli americani della necessità di dotarsi di impianti nucleari e della sicurezza raggiunta dalle centrali e pubblicato oggi su iranian.com (Guess who's building nuclear power plants?) e sul Manifesto (7 giugno 2006, pag. 4). Il regime dello Shah forniva infatti in quel periodo, prima della rivoluzione islamica al seguito di Khomeini, che avrebbe precipitato la Persia in un diverso tipo di padella (o brace), garanzie di vassallaggio perfettamente accettabili dal punto di vista degli USA, che parteciparono infatti alacremente - e non da soli - alla corsa iraniana per dotarsi di centrali e tecnologie nucleari. Oggi lo scenario è notoriamente cambiato anche senza riguardo alle ondivaghe, estemporanee e comunque largamente enfatizzate accuse di partecipazione alla schiera dei cattivi rivolte alla Persia e al suo regime, che sconta inoltre, per non farsi mancar nulla, il fatto di essere obiettivamente opprimente, antidemocratico e percorso trasversalmente da problemi di sviluppo in odore occidentale, acceso nazionalismo e legislazione confessionale islamica (Sharia). Ma oggi, sebbene sia più convincente il piano economico che consentirebbe all'Iran di risparmiare poco meno di 30 miliardi di dollari (dotandosi di nuovi ed efficienti impianti nucleari per far fronte al crescente consumo interno e rivitalizzando le risorse petrolifere anche per l'esportazione - cfr. Limes 4/2006, appendice all'articolo "Così si gioca al tavolo nucleare", pag. 99-100) rispetto agli scenari apocalittici iniettati in occidente su iniziativa prevalentemente americana e israeliana, in sostanza l'Iran sconta assai più il fatto di essere capace di recare non poco disturbo sotto il profilo economico e geostrategico al cancerogeno progetto di egemonia pianificato nel Project for a New American Century dagli USA ed avallato dai suoi clienti o aspiranti tali.

venerdì, giugno 02, 2006

La s'ignora

«Farò saltare la moschea di Colle Val d'Elsa - dichiara Oriana Fallaci al New Yorker - Andrò dai miei amici anarchici, con loro prendo gli esplosivi e la faccio saltare in aria!». Così, dopo aver appellato gli attuali leader italiani come "fucking idiots", la neocon in trasferta riesce a far parlare di sè scagliandosi contro il mondo musulmano e l'erigenda moschea con la consueta patetica virulenza: «I blow it up! With the anarchists of Carrara. I do not want to see this mosque—it’s very near my house in Tuscany. I do not want to see a twenty-four-metre minaret in the landscape of Giotto. When I cannot even wear a cross or carry a Bible in their country! So I blow it up!». Quale sarà, dopo l'inopinato conferimento dell'Ambrogino d'Oro 2005, il tributo adatto a questa signora? S'ignora. Ma è possibile degradar sin d'ora a chiacchiere l'argomento. (Articoli sul New Yorker 29 maggio 2006 e sul Corriere della Sera 30 maggio 2006)

giovedì, giugno 01, 2006

Insciallam

Ha meritato molto spazio - mezza pagina (14) del numero di lunedì 29 maggio 2006 - un gustoso pezzullo di Magdi Allam dedicato al muro israeliano. Sì, il muro, il recinto, la barriera, quella cosa di cui si è occupata la Corte di Giustizia dell'Aja nella trascuratissima Advisory Opinion che ne ha scolpito l'illegittimità sotto il profilo del diritto internazionale, oltre ad ogni altra considerazione sotto l'aspetto umano. Non voglio influenzare nessuno con la mia opinione sull'opinione di Allam e mi limito qui a trascrivere - parole sue - che "da bordo di un piccolo elicottero dell'«Israeli Project» la vista dell'insieme del «recinto di sicurezza», che una volta completato si svilupperà per 670 km, non offre quell'immagine criminalizzante accreditata da gran parte dei media internazionali" e che il sogno israeliano "si è tragicamente infranto dopo il tradimento di Arafat nel 2000, che ha privato i palestinesi di un'opportunità storica per avere il loro stato". Ma non voglio privarvi del piacere della lettura dell'intero articolo (né del doveroso raffronto tra la storia dei ...disaccordi di Camp David e dei successivi Taba Talks con l'ingenerosa uscita su Arafat) eppertanto a quello vi rimando: qui. Allam akhbar, ma chi è il suo profeta?

giovedì, aprile 20, 2006

Lethal injections

Un esempio delle iniezioni di propaganda in funzione surrettiziamente anti-iraniana, tanto per non farci mancare nulla, provengono quotidianamente anche da Debka, fonte che per eccellenza vanta vicinanza privilegiata e informazioni dei servizi segreti israeliani. Lo riporto di seguito, tradotto, sottolineando quanto possa risultare cinico che si siano precipitati a strumentalizzare l'attacco del 17 aprile, rivendicato dalla Jihad Islamica.

«Esclusiva di DEBKAfile: il "1800 Forward Command" di Hezbollah, con base a Gaza, ha orchestrato il massiccio attacco suicida di Tel Aviv, che ha causato 9 morti e 65 feriti lunedì. (18 aprile 2006, 12:12 AM) - La missione del "1800 Forward Command" di Hezbollah è finalizzata a programmare attacchi terroristici "di qualità" contro Israele. Le fonti esclusive dell'anti-terrorismo di DEBKAfile rivelano che l'attacco di Tel Aviv era stato originariamente pianificato per sabato 15 o domenica 16 aprile, in coincidenza con l'ultimo dei tre giorni della Conferenza di Tehran in supporto della causa palestinese. Gli ultimi pezzi sono stati messi a punto nel corso di un "incontro per una quarta ipotesi" della settimana scorsa nella capitale iraniana, tra il capo della Jihad islamica con sede a Damasco, Ramadan Shalah, il comandante della Jihad islamica di Gaza Mohammad al Hindi, il secondo in comando di Hezbollah, sceicco Ali Qassem e il capo delle Brigate al Quds e della rete terroristica per il Medio Oriente della Guardia rivoluzionaria iraniana, generale Kasim Suleimani. L'attacco esplosivo al vecchio capolinea dei bus di Tel Aviv, lunedì, è stato il primo attacco terroristico suicida ad essere pianificato fuori dal territorio palestinese. Benchè dalla scorsa settimana le forze di sicurezza israeliane avessero avuto notizia di più di 70 minacce terroristiche, non avevano avuto in anticipo informazioni di questa. Ore dopo, gli investigatori israeliani stavano ancora brancolando nel buio in merito alle forme di questa cospirazione. I servizi di controspionaggio israeliani non avevano mai sentito parlare del bomber suicida sedicenne di Tubas, Sami Salim Mohammed Hammed, di 16 anni, benchè fossero a conoscenza del network che lo dirigeva. Sostengono che sia stato tenuto fuori dalla vista da agenti di Hezbollah che sono andati nel West Bank per sceglierlo e prepararlo per la missione, ben al di fuori delle orecchie e degli occhi di Israele nel territorio palestinese. La partenza di Hammed dalla sua casa, martedì o mercoledì scorso, 12 o 13 di aprile, non è stata quindi notata. Cinque ore dopo l'esplosione a Tel Aviv, le forze israeliane hanno circondato Tubas, dove sostengono sia stato addestrato, ed hanno condotto degli arresti. Le investigazioni israeliane hanno scoperto presto il fatto che le Brigate suicide di Al Aqsa, emanazione di Fatah di Mahmoud Abbas, erano state preavvisate - se non di più - dell'attacco di Tel Aviv. Esse mantengono delle cellule in contatto con gli agenti di Hezbollah. Per questo attacco si crede sia stato loro chiesto aiuto per il trasporto del bomber fino ad un luogo vicino al suo bersaglio di Tel Aviv, o anche per tutto il suo percorso fino a lì».

Le elucubrazioni contenute nel pezzullo asseritamente patrocinato dall'intelligence risultano anche ad una prima lettura tanto palesemente strumentali quanto, in concreto, generiche e per questo insuscettibili di prova contraria. In altri termini, inutili. Esattamente come era impossibile dimostrare che le provette di bicarbonato agitate da Powell all'ONU fossero uno show e le fotografie satellitari di un paio di container fossero quello che sembravano (cioè un paio di container). Per non parlare degli apodittici sproloqui di Condoleezza, delle "informazioni" sui rapporti tra l'Iraq di Saddam Hussein e al-Qaeda (indicazioni infine ripudiate da tutti e difese solo dal neocon Washington Times) e dei rapporti tra la "banda al-Qaeda" e la tragicomica rappresentazione delle sue capacità e delle sue emanazioni (tragicomica perchè il "fenomeno al-Qaeda" meriterebbe ben diversa e più matura considerazione). Ma sta a tutti - anche a noi - vagliare e rifiutare a priori quella che si sospetta essere mera propaganda. E questo ancor prima che le informazioni che arrivano sul tavolo dei nostri governanti - e dalle quali essi traggono spunto per formare la volontà degli italiani prima di intervenire ufficialmente nelle questioni mediorientali - prescindano dal martellamento mediatico più superficiale ed interessato.

Torniamo all'esempio dell'articoletto di DEBKA. Richard Silverstein, redattore dell'omonimo sito (Tikun Olam: Make the World a Better Place), alle mie perplessità via forum libanese sulle "capriole" di Debka, ha risposto con queste osservazioni: «I checked out the Hezbollah link & personally I don't trust a word coming fr. Debka. It's highly speculative & always out to tarnish the image of Palestinians & Arabs in general. They are not a reliable source. Israel has been arguing since the bombing that Iran is at fault, producing no evidence. The Debka story also adduces Iranian involvement but no evidence other than an unsubstantiated statement that Iranians attended a mtg. to finalize plans for the bombing. Wildest speculation & unfounded rumor. Why don't they solely blame the authors of the crime--Islamic Jihad? Because it is a minor player in the conflict & Israel has much bigger fish to fry in the form of Iran. It's utterly cynical on Israel's part». Lo ringrazio, girandole a tutti.

Aggiornamento 21 aprile 2006 - L'iniezione (mediatica) continua. Le stesse informazioni (della cui minimale attendibilità si è detto sopra) sono state passate, con qualche giorno di ritardo, anche al governo israeliano, che le ha ufficializzate tramite Haaretz. Last update - 20:40 21/04/2006 - «Olmert accuses Syria and Iran of involvement in Tel Aviv suicide bombing - By The Associated Press - Prime Minister-designate Ehud Olmert on Friday accused the Syrian and Iranian governments of involvement in the Tel Aviv suicide bombing that took place Monday. "The order for the Tel Aviv suicide bombing came from Damascus and when the operation was complete the report went back to Damascus," Olmert told a visiting group of U.S. senators, according to his office. Olmert also said Iran, which provides funding to Islamic Jihad, and the new Hamas-led government bear responsibility for the attack. "There is a channel of communication between Iran, Syria and the Palestinian Authority," he said. The Islamic Jihad militant group claimed responsibility for the attack, which killed nine people. The group is headquartered in Damascus».

Sotto diversi aspetti i talkback al pezzo del quotidiano israeliano accolgono la notizia con la serietà che proporzionalmente merita: zero. Uno per tutti: «Title: And Iraq had weapons of mass destruction! Name: Ian; City: San Francisco; State: Just who is Olmert trying to fool here?»

domenica, aprile 09, 2006

Senza la base

«The official inquiry into the 7 July London bombings will say the attack was planned on a shoestring budget from information on the internet, that there was no 'fifth-bomber' and no direct support from al-Qaeda, although two of the bombers had visited Pakistan. The first forensic account of the atrocity that claimed the lives of 52 people, which will be published in the next few weeks, will say that attacks were the product of a 'simple and inexpensive' plot hatched by four British suicide bombers bent on martyrdom. Far from being the work of an international terror network, as originally suspected, the attack was carried out by four men who had scoured terror sites on the internet. Their knapsack bombs cost only a few hundred pounds, according to the first completed draft of the government's definitive report into the blasts ...». L'Observer ci riferisce in sostanza che una commissione britannica ha determinato che non ci sono legami tra al-Qaeda e gli attentati terroristici del 7 luglio 2006 a Londra. Gli attacchi alla metropolitana della capitale d'oltre manica sono stati realizzati da quattro attentatori britannici che non facevano parte di alcuna rete terroristica internazionale. Con l'ausilio di scarsi mezzi, poche centinaia di sterline, i quattro si sono documentati sulla rete e hanno dato corso al folle scampolo suicida della loro personale jihad. I risultati dei lavori della Commissione saranno resi pubblici nelle prossime settimane, ma solo quando tutta questa pantomima sarà finita, molti e a tutti i livelli dovranno giustificare il loro operato. Affogheremo quindi negli scarica barile generali e la disperata caccia alle fonti originali delle informazioni degli ultimi 5 anni sarà coperta da un velo di superficiale arroganza da parte dei nostri rappresentanti e dei loro interessati tirapiedi. Mai ci comunicheranno con chiarezza e ufficialmente, superando il ridicolo delle loro stesse parole, come è stata costruita e perchè è stata alimentata una delle più assurde, tragiche burle della storia. Non è nuova su questo blog la critica a chi ha voluto limitare l'idea di al-Qaeda ad un fenomeno "associativo" eventualmente localizzato (in Afghanistan, Pakistan, Iraq, Palestina o altrove) dovendo questi soloni ben sapere che il farlo, da un lato avrebbe fornito un alibi per sparare sul mucchio, dall'altro non avrebbe consentito di andare alla radice del problema. Si ripete da tempo quanto sia intuitivo che oggi chiunque abbracci una certa ideologia è in grado di ottenere - via rete e telecomunicazioni - l'accredito, il viatico e l'appoggio di chiunque altri, anche dall'altra parte del mondo, trovi vantaggioso enfatizzare il proprio limitato potere usufruendo così della amplificazione quasi esclusivamente mediatica del proprio raggio d'azione. Sotto questo aspetto il disinvolto pecorume nazionale e qualche esagitato neo fondamentalista stanno facendo un vero piacere a chi ha abbracciato la folle idea di una guerra di civiltà, facendo sì che si perdano di vista i motivi per cui la "base", l'ideologia, il fondamento di questo proposito suicida, ha attecchito e trovato nutrimento. E conseguentemente si sono trascurate le strategie per contrastare le motivazioni del disagio globale, il nascere e lo sviluppo dei focolai della violenza. Non si combatte una ideologia con i missili, né con i rastrellamenti indiscriminati. Anzi, con quei sistemi le si fornisce la base. E con essa la linfa vitale, la propaganda gratuita, la manovalanza disperata.

sabato, aprile 01, 2006

La rappresaglia della Lobby

Lo studio di Harvard sull'influenza della Lobby israeliana è costato il posto al preside della Kennedy School. La reazione allo studio dell'Università di Harvard di John Mearsheimer e Stephen Walt, "La lobby israeliana e la politica estera degli Stati Uniti" [.pdf] ha suscitato la furia della Lobby e dei suoi partigiani e la rimozione di Walt che - è stato annunciato poco dopo la diffusione dello scritto - dovrebbe lasciare il suo posto come preside della John F. Kennedy School of Government. Questo riporta il New York Sun (attraverso l'Harvard Crimson): "Un articolo di ieri del New York Sun riferisce che un "osservatore" vicino ad Harvard ha detto che l'Università ha ricevuto chiamate dai "finanziatori pro-Israele" preoccupati dello scritto del KSG. Una delle chiamate - la fonte ha precisato al Sun - era di Robert Belfer, un ex direttore della Enron che aveva finanziato la cattedra di Walt donando 7,5 milioni di dollari al Kennedy School Center for Science and International Affairs nel 1997". La fonte ha anche detto che "per la rabbia Bob Belfer ha chiamato esprimendo la sua profonda preoccupazione e chiedendo che Stephen [Walt] non usi il nome della cattedra per fare pubblicità all'articolo".
Articolo integrale su Antiwar
Un sunto dello studio sulla London Review of Books
Discussione sulla Torre di Babele
Discussione sul blog del Washington Post

venerdì, marzo 31, 2006

Abdul Rahman, un parere da Kabul

Sohrab Kabuli (il blogger Afghan Lord) esprime un particolare punto di vista sulla vicenda dell'apostata afghano Abdul Rahman che, scampato ad una possibile condanna a morte del tribunale della Sharia, ha ottenuto in questi giorni asilo politico in Italia. «Se questa vicenda fosse andata avanti ancora per una settimana sarebbe diventata un altra questione controversa come quella delle vignette danesi [...] Che necessità c'era di portare la Bibbia in strada e mostrare a tutti che sei diventato cristiano? Abbiamo indù e cristiani nel Paese, che vivono pacificamente. I cristiani hanno chiese nella capitale [Kabul] e sono certo che il governo lo sa. Abdul Rahman ha vissuto per tanto tempo in Pakistan ed era noto come fondamentalista in passato. Aveva lavorato per i mujahidin e combattuto contro l'Unione Sovietica. Molti hanno detto che era accusato di spionaggio per l'ISI. E' certo per questa gente che egli era un membro attivo del Jamiat Islami Party condotto da Ahmad Shah Masud, un signore della guerra (un "Warlord" che ha ampiamente distrutto la città di Kabul) assassinato da un sospetto terrorista proprio una settimana prima dell'11 settembre 2001. Negli ultimi anni Abdul Rahman era vissuto in Germania poi la sua richiesta di asilo era stata rifiutata ed era stato rimpatriato l'anno scorso. Abdul Rahman è uscito dal Paese ma ha causato molta tensione che non cesserà facilmente».

mercoledì, marzo 29, 2006

Il Manning memo

Pochi giorni prima che, il 5 febbraio 2003, Colin Powell andasse all'ONU a farsi ridere dietro da tutto il mondo occidentale (il mondo islamico e soprattutto gli iraqeni non ci trovarono nulla di spiritoso nemmeno allora), sfoggiando provette e foto-bufale sulle armi di distruzione di massa in Iraq, si tenne presso la solita sala ovale della Casa Bianca un incontro tra G.W.Bush e Tony Blair. Bush aveva già capito che le fregnacce (absit iniuria verbis) affidate al sacrificabile Powell non erano sufficienti a convincere nemmeno i suoi più giocondi alleati a scatenare una guerra contro l'Iraq. Durante questo incontro e ben sapendo che l'unica arma di distruzione di massa in Iraq sarebbe stata l'insipiente organizzazione delle milizie della coalizione, Bush parlò di come provocare Saddam. Tra le brillanti idee - tutte annotate nel memorandum redatto, nell'occasione, dal consulente per gli esteri di Blair, David Manning - Bush propose di far volare degli aerei da ricognizione U2 cammuffati da caccia con le insegne dell'ONU, confidando che la contraerea di Saddam li avrebbe abbattuti, così fornendo un'ottima scusa per l'attacco. Venne fatta - sembra - anche una data per mettere in atto la criminale operazione, il 10 marzo 2003. Lì sarebbe iniziato il bombardamento (la campagna aerea iniziò invece nella realtà il 19 marzo). Nelle previsioni dell'ineffabile presidente USA sarebbero stati colpiti circa 1500 bersagli nei primi quattro giorni dall'attacco. Gli USA non sono nuovi a trovate di questo genere, secondo documenti ufficiali simili provocazioni furono elaborate a suo tempo per simulare un "attacco" da parte di Cuba. Nella situazione sopra tratteggiata e nonostante i timori, anzi, la certezza, di non trovare alcuna arma di distruzione di massa, Bush ebbe la faccia tosta di presentarsi alla stampa il 31 gennaio, subito dopo il suo incontro con Blair, senza mostrare dubbi sulla fondatezza dell'imminente aggressione. Un giornalista chiese al fenomeno americano se Powell avrebbe fornito le prove della colpevolezza (potenziale) dell'Iraq e Bush rispose affermativamente, nel senso che Powell avrebbe dimostrato il pericolo costituito da Saddam e avrebbe messo in luce come Saddam stesse cercando di prendere in giro il mondo e come fosse una minaccia per la pace degli stessi paesi vicini all'Iraq. Parlò pure dei link con al-Qaeda (rivelatisi poi essere anch'essi bufale maliziose e inconsistenti). In un'ottica assai ottimistica la folle iniziativa del presidente americano ha causato finora 2300 vittime americane e tra le trenta e le quarantamila vittime iraqene (verosimilmente assai di più), ha causato e negato l'esistenza della guerra civile in Iraq, ha esacerbato le relazioni tra il mondo islamico e il mondo occidentale, ha provocato un enorme incremento delle manifestazioni di intolleranza in ogni parte del mondo e un proporzionale aumento delle operazioni terroristiche a livello locale anche in zone mai colpite, ha causato il raddoppio del prezzo del petrolio, ha dato spazio alle manie di grandezza di piccoli personaggi che si sono fregiati di accompagnarlo nella sua avventura e ha consentito che negli ultimi quattro anni Israele facesse letteralmente a pezzi quanto faticosamente raggiunto sul cammino di un (ipotetico) processo di pacificazione in Palestina. Siamo nel 2006, Bush, opportunamente coadiuvato dalla peggior feccia del suo entourage, tramite Rice, vassalli e pagliacci assortiti, lancia i suoi strali verso l'Iran (la Siria tira un momentaneo respiro di sollievo). Come potrebbe andar peggio? Potrebbe piovere. La notizia del Manning Memo - per quanto assurda - è seria, è stata diffusa in Italia, in sordina, sul Manifesto di ieri, 28 marzo, e potete saperne di più sul Boston Globe e altrove.

giovedì, marzo 02, 2006

Al-Qaseltzer (per digerire la guerra totale)

Secondo il Jerusalem Post, il presidente dell'ANP Mahmoud Abbas avrebbe dichiarato oggi al quotidiano arabo el-Hayat di disporre di prove che cellule di al-Qaida si sono infiltrate e stanno operando nel West Bank e a Gaza. "Sono molto preoccupato di questo fatto" avrebbe detto Abbas. "Se riescono ad infiltrarsi in questo modo e se nessuno li controlla il risultato potrebbe essere disastroso per l'intera regione. Le ultime informazioni che ho ricevuto su questo fatto è di tre giorni fa, ma ancora non siamo riusciti a mettere le mani sugli operativi". Il pezzo del Jerusalem Post prosegue poi alludendo ai sospetti legami tra le "cellule" di cui sopra e - sorpresona - la primula rossa, il solito immancabile, immarcescibile, incommensurabile al-Zarqawi! La notizia delle cellule in Cisgiordania non stupisce più di tanto, posto che al-Qaida non è la banda Bassotti, ma un'ideologia, un'idea con relativo codice di comportamento, che può essere abbracciata da chicchessia, per ciò stesso capace di mettersi in contatto con altre consimili formazioni ovunque nel mondo. Sicchè se Abbas guardasse sul pianerottolo di casa sua, gli sarebbe assai facile trovare cellule nascenti di al-Qaida anche lì. Evidentemente il presidente dell'ANP - che avrebbe da occuparsi assai più costruttivamente dei problemi di legittimazione dell'Autorità Palestinese successivamente alle elezioni che hanno consacrato l'ascesa di Hamas al potere - non ha trovato nulla di meglio che amplificare un messaggio inutile e fornire ulteriore combustibile ai più accesi propugnatori della "guerra dei mondi". Complimentoni Abbas! I vertici dell'esercito israeliano non aspettavano altro, speriamo che questo valga almeno a farti restituire da Israele i danari necessari per pagare alle forze di polizia palestinesi gli stipendi del mese.

lunedì, febbraio 27, 2006

Al-Zarqwanti sono?

«Ramadi, 27 febbraio 2006 - Catturato Abu Farouq, luogotenente di Zarqawi, dalle forze speciali del ministero dell'Interno iracheno. Lo riferisce la tv pubblica Iraqiya, precisando che con Farouq sono stati catturati altri cinque terroristi nella roccaforte sunnita di Ramadi, a ovest di Bagdad». [Corriere/Agr] E con questo devono essere una decina i luogotenenti (numeri due, bracci destri, vice, tirapiedi, portaborse, portavivande, porta a porta, ecc.) di al-Zarqawi. Così, mentre in Iraq si è dato fuoco alle polveri di una reale e sanguinosa guerra civile e i morti quotidiani si contano a centinaia, sembra non ci sia nulla di meglio da fare che riproporre l'inutile rappresentazione di un conveniente nemico immaginario che, quand'anche esistente, parrebbe più impegnato al massacro dei suoi correligionari che ad elaborare piani di una improbabile conquista islamica. Probabilmente non si sa cosa diavolo stia facendo, da anni, il balordo giordano prescelto come incarnazione del male e catalizzatore delle preoccupazioni occidentali, ma sembra necessario sviare un po' il discorso dal disastro umanitario in corso e sottoporre periodicamente alla nostra attenzione un più edificante digestivo embedded della guerra giusta di Mr Bush, con la liberatoria promessa che ben difficilmente sentiremo mai più parlare dell'ennesimo "segnaposto" del poco carismatico ed evanescente capetto di Zarqa. Infatti i nomi come "Abu Qualcosa" si dimenticano presto, le riprese dei morti ammazzati no.

giovedì, febbraio 23, 2006

Nessuno è innocente

"Un addetto del Direttorato della Salute ci prese e ci portò ad intervistare l'autista, Sabah Khazal Kareem, nella sua casa di Nassiriya. Lui fu sorpreso del fatto che un giornalista occidentale mostrasse interesse per quella storia. Essendo sopravvissuto con ferite non gravi alle gambe, era amareggiato per quel che era successo. La sua era stata la prima ambulanza giunta sulla scena per soccorrere i sopravvissuti all'attacco al quartier generale italiano del novembre passato, facendo cinque viaggi all'ospedale con soldati italiani feriti. Si considerava un amico degli italiani. Per una sorprendente coincidenza, era lui il celebre autista che aveva soccorso Jessica Lynch, sempre nell'ambulanza numero dodici, trasportandola dal Mukhabarat, la sede della polizia segreta irachena, all'ospedale di Nassiriya. Ci mostrò molte lettere di ringraziamento del pfc (private first class - caporale scelto) Lynch, che aveva ricevuto per il suo buon lavoro. [...] Amir ed io ci dirigemmo verso Nassiriya per intervistare il direttore dell'ospedale, ma lui non era in sede. Invece il capo della sorveglianza dell'ospedale ci condusse a riprendere i corpi dei componenti della famiglia che era stata sterminata. Erano conservati in un locale frigorifero dietro l'ospedale. In Islam si usa seppellire il morto entro ventiquattrore, ma dal momento che l'intera famiglia era stata sterminata, l'ospedale aveva difficoltà a rintracciare un parente che reclamasse i corpi. Mi coprii la bocca con un fazzoletto e tentai varie volte di effettuare la ripresa all'interno del locale frigorifero. Il fetore era così violento che potevo girare solo pochi secondi alla volta. I corpi avevano subito severe ustioni, un ammasso scuro di carne carbonizzata e maciullata avvolta dagli indumenti [...] «Il baby», disse la guardia in inglese, indicando qualcosa [...] Il direttore dell'ospedale incappò in noi mentre attraversavamo il cortile. Tirò Amir [ndr l'interprete di Micah Garen] da parte e gli parlò con aria severa, in arabo. Amir si dette da fare per placarlo, e lui ritornò al suo ufficio in nostra compagnia. «E' tutto a posto», mi rassicurò Amir. E poi a voce bassa continuò: «Dice che saremmo dovuti passare da lui, prima di riprendere i corpi. Non vuole grattacapi di alcun tipo. Non vuole guastare le sue relazioni con gli italiani»." Sono solo alcuni brevi passi del libro "American Hostage" di Micah Garen e Marie-Hélène Carleton, Ed. Simon & Schuster, New York 2006 pubblicati sul Manifesto di oggi, pag. 11. Nella foto, scattata da Micah Garen e tratta dal libro originale, vediamo i resti dell'ambulanza. Su blogfriends l'autista Sabah Khazal Kareem che mostra una lettera di ringraziamento di Jessica Lynch. (Discussione sulla Torre di Babele)

sabato, febbraio 18, 2006

Vignette sataniche

Questo scrive Alaa, blogger iraqeno, venerdì 3 febbraio 2006 sul suo blog The Mesopotamian. «VIGNETTE - Nel nome di Dio, il misericordioso, il compassionevole - Salve, quelli che seguono il mio blog dovrebbero sapere che sono un credente, praticante, di religione islamica; così naturalmente, per questo motivo, considero offensivo mostrare mancanza di rispetto verso i simboli della religione islamica o verso i simboli religiosi di qualsiasi genere. Comunque c'è altro da notare. Mi sembra una cosa assolutamente sospetta che questa bufera sia stata creata in questo particolare momento. Tanto per cominciare questa non è certo la prima volta che insulti e affronti di questa natura appaiono sulla stampa occidentale, in molti paesi e in molti posti. Questo genere di cose non merita alcun tipo di reazione diverso da una proporzionata condanna. Tuttavia sembra ci sia gente che ha preso spunto da questa opportunità per motivi che non hanno nulla a che fare con l'apparente sensibilità religiosa. Chiaramente c'è gente che vuole rovinare le relazioni tra l'occidente e il mondo musulmano in generale e in particolare non dovremmo dimenticare il contributo della Danimarca alle forze alleate in Iraq. Sì amici, io, che considero me stesso un fervente musulmano, vi dico che questa è una bufera artificiale innescata dallo stesso tipo di gente che sta decapitando, sequestrando e facendo saltare in aria le piazze dei mercati e i lavoratori nelle città iraqene ecc. Quelli in occidente che danno a questa gente le munizioni e i pretesti per lanciare dimostrazioni così miserabili e stimolano le emozioni di gente semplice e credulona, sono i loro alleati e fiancheggiatori. Sì, certo, perchè l'estremismo e l'odio hanno molte facce e colori. Io stesso e molti miei amici abbiamo visto anche nella sezione commenti di questo blog molto di questo nonsense blasfemo, che la maggior parte di noi ha trascurato come "trolling", una nuova parola che gli amici mi hanno insegnato. Da parte mia basta leggere appena la prima frase di questa spazzatura per trascurare l'intera diatriba semplicemente trascurandola per mancanza di interesse, al di sopra di tutto, ma che generalmente non suscita alcun tipo di emozione fuorchè la noia. Avrete forse notato che non ho mai cercato di "bannare" qualcuno o cancellare alcuno di questi interventi; non vale neppure la pena di cancellarli. In questo senso vorrei attirare l'attenzione sulla dichiarazione del venerabile Al-Sistani, che benchè abbia deprecato il sacrilegio blasfemo, nondimeno chiaramente dà la colpa agli estremisti per il male fatto all'immagine dell'Islam nel mondo, e non necessita che io vi ricordi dello status religioso di Al-Sistani. La rabbia del mondo islamico sarebbe molto più appropriata se diretta contro quelli che fanno saltare in aria le moschee durante la preghiera, rapiscono, uccidono e torturano viaggiatori innocenti e tutto il repertorio di atrocità commesse nel nome dell'Islam. E' quella la vera blasfemia e il vero affronto al nome e alla reputazione della nostra religione e del suo grande fondatore il Profeta (la pace sia con lui), e non alcune stupide vignette di un oscuro giornale danese che nessuno avrebbe notato se non fosse stato per l'artificiale strepito la cui pianificazione e il cui scopo sono fin troppo evidenti. Saluti. Alaa.»

martedì, febbraio 14, 2006

L'imbarazzante vicenda di el-Motassadeq

Mounir el-Motassadeq [منير المتصدق ] ventotto anni, cittadino marocchino, è stato arrestato nel novembre 2001 in Germania perchè sospettato di aver fornito supporto, anche finanziario, per l'attacco alle Torri del WTC dell'11 settembre 2001, in quanto conoscente o amico di Mohammed Atta, Marwan Al-Shehhi e Ziad Jarrah e di altri membri della cosiddetta cellula di al-qaida ad Amburgo. La sua storia è stata a suo tempo ampiamente diffusa. Era giunto in Germania, a Muenster, nel 1993, si era sposato con una donna russa di San Pietroburgo successivamente convertita all'Islam ed aveva avuto due figli. Studente di ingegneria elettronica all'università di Amburgo dal 1995, dove studiava anche Atta, ha ammesso di aver conosciuto i leader presunti responsabili degli attacchi dell'11 settembre, ma ha sempre negato di essere in alcun modo coinvolto in quella o altre operazioni terroristiche. Nel 2000 si sarebbe recato ad Istanbul e da lì per un breve periodo si sarebbe spostato in un campo di addestramento di al-qaida in Afghanistan. Nondimeno la polizia tedesca avrebbe monitorato i suoi movimenti senza scoprire alcuna informazione utile per incriminarlo. Su Mohammed Atta ha dichiarato "Eravamo normali amici, cioè musulmani ..aiutandoci l'un l'altro. Incontrandoci alla moschea. Discutendo. Tutto normale". Testimoni avrebbero deposto sulle sue posizioni radicali, i suoi discorsi sulla jihad e il suo odio per Israele e gli Stati Uniti. Unico detenuto in Germania in relazione ai fatti dell'11 settembre, è stato condannato prima a quindici anni per l'attentato, poi ridotti a sette anni di carcere per la partecipazione ad una organizzazioni terroristica. Ha appellato la sentenza nel marzo 2004 poichè era stato impossibile ottenere la testimonianza di persone detenute oltreoceano, visto il rifiuto opposto dagli USA. Tra questi possibili testimoni figurava Binalshibh, il presunto tramite tra la cellula di Amburgo e la rete terroristica di Osama bin Laden. Il processo si è aperto nell'agosto 2005. Dagli USA è stato infine fornito ai magistrati tedeschi un sommario della deposizione di Binalshibh e di altri sospetti, ma non è stato reso noto il rapporto completo delle loro dichiarazioni, né è stato permesso ai testimoni di comparire personalmente. Secondo quanto diffuso, Binalshibh, accusato di essere il referente di al-qaida ad Amburgo, ha dichiarato che solo lui e i tre piloti suicidi componevano la cellula. Il ricorso di el-Motassadeq è stato accolto dalla Corte Costituzionale Federale tedesca. E' stato quindi ordinato il suo definitivo rilascio. La notizia è stata diffusa - si fa per dire - il 7 febbraio 2006. Bufala o svarione processuale, il fatto che l'unico presunto terrorista arrestato perchè ritenuto legato alla sezione tedesca di al-qaida sia stato mandato assolto, manifesta natura e limiti dell'isterica caccia alle streghe imposta dagli USA e frettolosamente patrocinata nel vecchio continente. Con tutti i rischi del caso. E' utile ricordare qui che, secondo i servizi segreti americani e tedeschi, la cellula di Amburgo era un gruppo costituito da islamici radicali che avrebbe compreso alcuni studenti risultati poi essere i membri chiave degli attacchi dell'11 settembre. I membri di rilievo della cellula sarebbero stati Mohammed Atta al-Sayed, che avrebbe condotto le quattro squadre di attentatori nel 2001 e avrebbe pilotato il volo American Airlines 11, Ramzi Binalshibh, che avrebbe cospirato con gli altri tre membri del commando senza però riuscire ad entrare negli USA, Marwa al-Shehhi, che avrebbe pilotato il volo United Airlines 175 e Ziad Jarrah, che avrebbe pilotato il volo United Airlines 93. Membri meno importanti sarebbero stati Said Bahaji, Zakariya Essabar, Mounir el-Motassadeq e Abdelghani Mzoudi. Nel novembre del 1998, Mohammed Atta al-Sayed, Marwan al-Shehhi e Ramzi Binalshibh avrebbero abitato un grande appartamento di quattro stanze in Marienstrasse. Qui avrebbero formato la cellula segreta di Amburgo, che includeva anche Said Bahaji, Zakariyah Essabar, Mounir el-Motassadeq, Abdelghani Mzoudi e altri. Si sarebbero incontrati tre o quattro volte alla settimana per discutere le loro posizioni anti-americane e anti-semitiche e per decidere come combattere al meglio per la loro causa. I servizi segreti tedeschi hanno monitorato a suo tempo l'appartamento senza trovare alcuna prova contro i residenti.

mercoledì, febbraio 01, 2006

War games

Nella sua prima intervista da quando l'Iran ha rotto i sigilli degli impianti di ricerca nucleare, El Baradei, direttore generale della IAEA, ha parlato con Newsweek della sua frustrazione con Tehran e delle sue idee per evitare una ulteriore escalation. Negli ultimi tre anni - ha dichiarato El Baradei a Newsweek - abbiamo fatto intense verifiche in Iran e ancora io non sono nelle condizioni di dare un giudizio sulla natura pacifica del programma [nucleare]. Abbiamo ancora bisogno di assicurarci attraverso l'accesso a documenti, persone [e] posti, che abbiamo visto tutto quello che dobbiamo vedere e che non c'è nulla di sospetto in merito al programma. El Baradei ha poi detto che che non ci sono indicazioni di un programma iraniano completamente separato di armamento nucleare ma che non ne esclude la possibilità, aggiungendo ancora che se gli iraniani hanno materiale nucleare e un programma di armamento nucleare potrebbero non essere molto lontani - un po' di mesi - dalla possibilità di costruire un'arma. Questa la situazione, possibilista, che traspare dal resoconto fornito da El Baradei. In un comunicato stampa della IAEA e in relazione alla conferenza che avrà luogo il 2 febbraio a Vienna sulla situazione degli impianti nucleari iraniani, leggiamo che la riunione sarà interdetta alla stampa e che verrà rilasciata una dichiarazione del Dr. El Baradei ai giornalisti, che verrà pubblicata sul sito web della IAEA alle 11 circa di giovedì 2 febbraio. Leggiamo tuttavia sin d'ora su Haaretz (del 1° febbraio) che secondo la stessa Agenzia Internazionale sull'Energia Atomica l'Iran avrebbe ottenuto sul mercato nero del nucleare un documento completo che non serve ad altro che a costruire una testata atomica. La scoperta risulterebbe da un rapporto che sta per essere presentato al meeting di 35 nazioni che inizierà giovedì e in cui si tratterà della opportunità di deferire l'Iran al Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Lo stesso rapporto sarebbe stato rivelato per intero all'Associated Press. Contemporaneamente l'IRNA (Islamic Republic News Agency) comunica che un gruppo di accademici iraniani si è riunito il 31 gennaio per manifestare il proprio supporto al programma nucleare iraniano e mandare un appello alla IAEA perchè non lasci che le superpotenze danneggino le procedure delle obbligazioni internazionali contenute nel Non Proliferation Treaty (NPT) e le garanzie che l'Iran ha dato con la firma del Protocollo Addizionale del 2003, per il quale il programma nucleare iraniano non sarà distolto dall'uso civile.

lunedì, gennaio 30, 2006

Già visto

[Déjà vu, di Uri Avnery, su Gush Shalom del 28 gennaio 2006] «SE ARIEL Sharon non fosse stato in coma profondo, sarebbe saltato dal letto per la gioia. La vittoria di Hamas soddisfa le sue più ardenti speranze. Per un anno intero ha fatto tutto il possibile per minare Mahmoud Abbas. La sua logica era del tutto evidente: gli americani volevano che lui negoziasse con Abbas. Tali negoziazioni avrebbero inevitabilmente portato ad una situazione che lo avrebbe costretto a cedere quasi tutto il West Bank. Sharon non aveva intenzione di farlo. Voleva annettere circa metà del territorio. Così doveva liberarsi di Abbas e della sua immagine da moderato. Durante l'ultimo anno, la situazione dei palestinesi era peggiorata di giorno in giorno. Le operazioni connesse all'occupazione rendevano la vita normale e il commercio impossibili. Gli insediamenti nel West Bank crescevano continuamente. Il muro, che taglia circa il 10% del West Bank era vicino al completamento. Non erano stati rilasciati prigionieri importanti. Lo scopo era imprimere nella testa dei palestinesi che Abbas è debole ("un pollo senza penne", come diceva Sharon) e non può ottenere nulla e che offrire la pace e osservare il cessate il fuoco non porta da nessuna parte. Il messaggio ai palestinesi era chiaro. "Israele capisce solo il linguaggio della forza". Ora i palestinesi hanno messo al potere un partito che parla questa lingua. PERCHE' HA VINTO Hamas? Le elezioni in Palestina, come quelle tedesche, consistono di due parti. Metà dei membri del parlamento sono eletti con liste dirette (come in Israele), l'altra metà sono eletti individualmente nei loro distretti. Questo dà ad Hamas un enorme vantaggio. Nelle elezioni a liste dirette, Hamas ha vinto con una lieve maggioranza. Questo suggerirebbe che per quanto riguarda la generale linea politica la maggioranza non è lontana dalle posizioni di Fatah, due stati e pace con Israele. Molti dei voti dati ad Hamas non hanno a che vedere con la pace, la religione e il fondamentalismo, ma con la protesta. L'amministrazione palestinese, condotta quasi esclusivamente da Fatah, è infettata dalla corruzione. L'uomo della strada sente che chi lo governa non si cura di lui. Fatah era anche rimproverata per la terribile situazione creata dall'occupazione. Inoltre, la gloria dei martiri e l'indomita battaglia contro l'esercito israeliano, immensamente superiore, ha accresciuto la popolarità di Hamas. Nelle elezioni personali individuali, la situazione di Hamas era addirittura migliore. Hamas aveva candidati più credibili e non toccati dalla corruzione. L'organizzazione del partito era molto superiore, i suoi membri molto più disciplinati. In ogni distretto c'erano parecchi candidati di Fatah in competizione fra loro. Dopo la morte di Yasser Arafat, non c'è un leader più forte e capace di imporre l'unità. marwan Barghouti, che avrebbe potuto forse fare questo lavoro, è detenuto in una prigione israeliana, un altro grande regalo di Israele ad Hamas. La GENTE CHE crede alle cospirazioni può asserire che tutto questo faccia parte di un piano deviante di Israele. Alcune persone addirittura credono che Hamas sia stato un'invenzione di Israele dall'inizio. Il che è, naturalmente, una grossa esagerazione. Ma è davvero il caso che negli anni prima della prima intifada, l'organizzazione islamica era il solo gruppo palestinese che aveva praticamente campo libero nei territori occupati. La logica era questa: il nostro nemico è l'OLP. Gli islamisti odiano l'OLP secolare e Yasser Arafat. Così li possiamo usare contro l'OLP. Per di più, mentre tutte le istituzioni politiche erano ostracizzate ed anche i palestinesi che lavoravano per la pace erano arrestati per aver condotto attività politica illegale, nessuno poteva controllare quello che succedeva nelle moschee. "Fino a quando pregano non sparano" era l'innocente opinione dei comandanti dell'esercito israeliano. Quando esplose la prima intifada, alla fine del 1987, questo si rivelò sbagliato. Hamas era formato in parte da combattenti della Jihad Islamica. In breve tempo Hamas divenne il nucleo della resistenza armata. ma per quasi un anno i servizi di sicurezza israeliani non agirono contro di esso. Poi la politica cambiò e lo Sceicco Ahmed Yassin, il leader spirituale, venne arrestato. Tutto questo accadde più attraverso la stupidità che tramite un piano d'azione. Ora il governo israeliano è fronteggiato dalla dirigenza di Hamas democraticamnte eletta dal popolo. ED ORA? Bene, un forte senso di déjà vu. Negli anni 70 e 80 il governo israeliano dichiarò che non avrebbe mai negoziato con l'OLP. Sono terroristi. Hanno uno statuto che persegue la distruzione di Israele. Arafat è un mostro, un secondo Hitler. COsì, mai, mai, mai --- Alla fine, dopo molto spargimento di sangue, Israele e l'OLP si riconobbero l'un l'altro e furono firmati gli accordi di Oslo. Adesso ascoltiamo di nuovo la stessa musica. Terroristi. Assassini. Lo statuto di Hamas persegue la distruzione di Israele- Non negozieremo mai, mai, mai con loro. Tutto questo è assai benvenuto per il partito Kadima di Sharon, che apertamente persegue l'annessione unilaterale dei territori ("stabilendo unilateralmente i confini di Israele"). Aiuteranno il Likud e i falchi del Labor, il cui mantra è "non abbiamo un partner per la pace", intendendo - all'inferno la pace. Gradualmente il tono cambierà. Entrambe le parti e pure gli americani verranno giù dall'albero. Hamas dichiarerà che è pronto per negoziare e troverà qualche motivazione religiosa per questo. Il governo israeliano (probabilmente capeggiato da Ehud Olmert) si inchinerà alla realtà e alla pressione americana. L'Europa dimenticherà i suoi ridicoli slogan. Alla fine tutti converranno sul fatto che una pace in cui Hamas è un partner è meglio di una pace solo con Fatah. Preghiamo perchè non sia sparso troppo sangue prima di allora».

venerdì, gennaio 27, 2006

Elezioni in Palestina


«Israele non potrà accettare una situazione in cui il movimento Hamas, nella sua attuale struttura di organizzazione terroristica che vuole la distruzione dello Stato d'Israele, diventi parte dell'Autorità nazionale palestinese e non sia disarmato. Lo ha detto il premier ad interim israeliano, Olmert, il 25 gennaio 2006. Nel comunicato emesso, Olmert sottolinea che "Israele non condurrà negoziati con il governo palestinese se questo non onorerà l'obbligo fondamentale di combattere contro il terrorismo"». Ha detto la parola magica. In possesso dei risultati elettorali e al di là di quello che in concreto si possa pensare e delle strategie da seguire, è una dichiarazione volutamente umiliante, prematura, inopportuna. Gli integralisti di Hamas non attirano simpatie, anzi sono stati e sono una micidiale e strumentalizzata sciagura, un alibi imbattibile. Ma con un altissima affluenza alle urne, vanno oggi verso il 44% (dato incerto fino all'ultmo) dei consensi. Pochi per suo merito, molti per volontà di Israele e per colpa di Fatah e della corrotta dirigenza palestinese. Il che dovrebbe far pensare. Se questa è la strada per galleggiare politicamente in Israele, non lo è per ottenere un risultato sbandierato e diverso. Ma è funzionale per tenere in vita fino alle estreme conseguenze e costi quel che costi una specie di frontiera a senso unico sul carcere a cielo aperto di Gaza e considerare ancora i confini aperti sino a dove riusciranno a portare le rappresaglie, il muro, l'incremento delle colonie, la miseria e la sottrazione di terra occupata nei confronti di una popolazione compressa sino all'esplosione, miserabile ed umiliata. Finchè i numeri lo consentiranno.
«Una replica indiretta è arrivata dal portavoce di Hamas nella Striscia di Gaza, Sami Abu Zuhri ... "Quando Israele, l’occupante, riconoscerà i nostri diritti e si ritirerà dai nostri Territori - ha detto - , allora saremo disposti a riconoscerne il diritto all’esistenza e togliere dal nostro statuto l’articolo che ne chiede la distruzione"». Con le maggioranze in gioco è fatale l'annacquamento politico di Hamas. Israele può sempre cercare di metterci una pezza per rimanere sul piano del conflitto a oltranza. Basta urlare abbastanza forte che pur con una percentuale di votanti che si aggira forse sul 50% i fiancheggiatori di Hamas siano tutti terroristi. Non credo sia il caso di dare una mano a questo tipo di propaganda.
L'OLP si era già avvicinato al tavolo delle trattative quando Israele ritenne di appoggiare i "fratelli musulmani" (sovvenzionati dall'arabia saudita) che già disponevano di una parte armata (Jihad Islamica) e diedero poi vita, nel dicembre 1987, al movimento (islamico) di Hamas. Il "giochino", partito per delegittimare l'OLP, andò poi fuori controllo, visto che da una parte si moltiplicarono le operazioni del braccio armato di Hamas (Brigate Ezzedin al Qassam) e dall'altra il movimento acquistò una forte presa sulla popolazione da un punto di vista sociale e religioso. Gridare al "terrorismo" da parte della dirigenza israeliana in un momento di generalizzata (e accesa) partecipazione politica palestinese è inqualificabile e poco lungimirante è - a mio avviso - farsi portavoce di propaganda populista in un momento in cui il tifo da stadio non può essere sostituito al ragionamento. Tanto più che Fatah starebbe avanzando opposizioni (di facciata?) all'ipotesi di un governo con Hamas.
«Il movimento islamico Hamas, vincitore delle elezioni legislative palestinesi, si è detto pronto a cooperare con al Fatah e ha affermato che presto cominceranno le consultazioni col presidente Abu Mazen per la formazione di un nuovo governo palestinese.Lo afferma il capolista di Hamas alle elezioni, Haniyeh. Al Fatah ha respinto l'offerta di cooperazione da parte di Hamas: "Fatah non andrà al governo con Hamas". Lo ha annunciato una fonte del partito del presidente Abu Mazen». Questa la reazione dell'Unione Europea. «I risultati definitivi del voto palestinese potrebbero portare l'Ue a confrontarsi «con una situazione completamente nuova che dovrà essere analizzata» dal Consiglio dei ministri degli Esteri, che si terrà lunedì prossimo a Bruxelles. Lo ha rilevato l'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza Ue Javier Solana, il quale ha accolto positivamente che i palestinesi abbiano votato «democraticamente e pacificamente», sottolineando che «l'Unione europea ha sostenuto il tranquillo svolgimento di queste elezioni». «La posizione dell'Ue a sostegno del riconoscimento di Israele e di una soluzione pacifica negoziale che porti a due Stati è ben nota», ha aggiunto Solana, secondo il quale l'Ue attende «una conferma» dei risultati elettorali palestinesi. «L'Ue - ha osservato - esprimerà le sue opinioni e le prospettive di cooperazione col futuro governo palestinese alla luce della discussione e degli sviluppo in loco». Prevedibile la replica del governo israeliano: 18:12 Haaretz News Flashes - Israele sollecita l'Unione Europea ad opporsi al "governo terrorista" dopo la vittoria di Hamas. Alle 19:18 Haaretz News Flashes riferisce i risultati finali alle elezioni in Palestina: Hamas ottiene 76 seggi, Fatah 43.
Leggevo questo breve flash di agenzia su Haaretz di stasera 22:53 «Il deputato Eitam suggerisce che Israele assassini i membri della lista di Hamas (Israel Radio)» e che Olmert (primo ministro f.f. e rappresentante del Kadima) ignorerà un governo retto da Hamas e lo considererà irrilevante. Alla proposta sugli assassini non potevo credere e invece ne ho avuto conferma leggendo poche righe su Yediot Ahronot. Sono posizioni che risultano uno schiaffo al voto di metà della popolazione palestinese. Certo, il Presidente Moshe Katsav è possibilista in ordine ad una negoziazione con l'autorità palestinese purchè Hamas rinunci alla resistenza armata e riconosca il diritto di Israele ad esistere. In altri termini, se anche Hamas deporrà le armi per accettare al buio la pax USA/israeliana sotto il giogo dell'esercito occupante. Ci si dovrebbe chiedere cosa possa portare Hamas a perseguire la strada già fatta a pezzi da Barak a Camp David e triturata da Sharon prima del suo tardivo pragmatismo. E ci si chiede, oltre alle parole, cosa metta sul piatto della bilancia in questo momento di relativa calma il governo israeliano. Questo ben potrebbe approfittare - se volesse (ma sarebbe una novità) - della neonata presa di posizione politica del movimento e soprattutto dell'ampio consenso, che ben altri problemi potrebbe comportare qualora lo scarso substrato confessionale sottostante l'ascesa di Hamas si trasformasse in affamata rassegnazione alla logica fondamentalista.
Il 26 gennaio 2006 si chiude sulla vittoria di Hamas alle elezioni in Palestina. Alle 22:42 sappiamo che: «Una bambina palestinese di nove anni è stata uccisa, raggiunta da colpi di arma da fuoco sparati da soldati israeliani vicino alla frontiera con lo stato ebraico, nel sud della Striscia di Gaza. Lo si apprende da fonti ospedaliere e della sicurezza palestinese. L'esercito israeliano ha comunicato che i soldati hanno aperto il fuoco e ucciso un palestinese che portava una borsa (nel quale si sospettava portasse esplosivi) e che non si era fermato dopo l'alt intimato dai militari». Alle 22:59 italiane Haaretz comunica che «l'enclave ebraico di Hebron sarà dichiarato area militare chiusa domani». Hebron è una città della parte sud del West Bank, all'interno della quale vivono circa 130,000 palestinesi e circa 500 coloni ebrei. Alle 11:48 italiane Reuters riferisce che il primo ministro palestinese Abbas intende chiedere ad Hamas di formare il nuovo governo. Alle 00:23 italiane del 27.1.06 viene sparato un razzo Qassam nella parte ovest del Negev, in territorio israeliano, non si riportano feriti o danni. Il primo ministro vicario Ehud Olmert dice che «una Autorità Nazionale Palestinese condotta da Hamas non è un partner di pace. Se un governo condotto da Hamas o un governo in cui Hamas è partner verrà composto, l'Autorità diventerà un'Autorità che supporta il terrore, Israele e il mondo lo ignoreranno e lo considereranno irrilevante». Quasi fuori dal coro, Benjamin Ben Eliezer, del Labor, che dichiara «Noi non abbiamo motivo di parlare con Hamas. Ma se Hamas riconosce il nostro diritto di esistere, rivaluteremo la questione». Ma aggiunge che «Hamas, come è oggi, non è preparata a cambiare una parola della sua piattaforma».