La famiglia di Gilad Shalit - "quieta e introversa" come molti dei loro amici la descrivono - si è trovata, domenica 25 giugno 2006, nell'occhio di un ciclone nazionale con il resto della piccola città di Mitzpe Hila nell'ovest della Galilea. I membri di quella famiglia hanno guardato la televisione, hanno ascoltato il capo di stato maggiore dell'esercito israeliano e i leader politici di tutti i Paesi a qualche titolo coinvolti, americani, egiziani, europei. E hanno trovato difficile credere che oggetto delle loro dichiarazioni fosse proprio il loro figlio. Dall'altra parte, in un proclama lanciato lunedì 26 giugno sui media locali di Gaza e firmato dai tre gruppi responsabili del rapimento di Gilad Shalit, si dichiara che informazioni sulla sua sorte saranno rilasciate solo se Israele libererà le donne e i minori di 18 anni trattenuti nelle prigioni israeliane. Donne palestinesi dimostrano chiedendo la liberazione dei loro congiunti e issano uno striscione in cui si legge: "rifiutiamo di rilasciare il soldato israeliano mentre i nostri figli sono ancora nelle prigioni israeliane" (agenzie, Ha'aretz e sito delle Brigate Ezzedeen al-Qassam). Aggiornamento Jun. 26, 2006 23:28: L'IDF sta controllando un comunicato del Comitato di Resistenza Palestinese di lunedì sera in cui si dice che un colono israeliano è stato rapito nel West Bank. Un membro del gruppo, conosciuto come Abu Abir, ha detto che i dettagli del rapimento, come informazioni sul rapito, verranno diffusi più tardi. L'IDF dichiare che non è al corrente dell'incidente, ma ciò non di meno sta trattando la questione seriamente (Jerusalem Post). Nel frattempo un portavoce del Comitato di Resistenza Popolare ha dichiarato a Ynet News (Yedioth Ahronoth) che il suo gruppo ha rapito un colono nel West Bank. Il portavoce del movimento, Mahmoud Abed Alal, ha detto che rilascerà altre informazioni sul rapimento più tardi stanotte. L'IDF afferma di essere a conoscenza del rapporto ma di non essere in grado di confermare. Un ufficiale del PRC avrebbe dichiarato a Ynet News che il suo truppo è pronto a negoziare il "prezzo" che Israele è disposto a pagare per il rilascio del soldato e del colono. Ha ggiunto che i gruppi palestinesi continueranno a rapire israeliani "per far cessare l'aggressione israeliana contro i palestinesi nel West Bank e a Gaza e per ottenere il rilascio dei prigionieri palestinesi". Secondo DebkaFile (sito vicino ai servizi di intelligence israeliani) sarebbero 150 le donne recluse di "sicurezza" e 300 i minori di diciotto anni palestinesi ristretti nelle prigioni israeliane.
lunedì, giugno 26, 2006
Circolo vizioso
La famiglia di Gilad Shalit - "quieta e introversa" come molti dei loro amici la descrivono - si è trovata, domenica 25 giugno 2006, nell'occhio di un ciclone nazionale con il resto della piccola città di Mitzpe Hila nell'ovest della Galilea. I membri di quella famiglia hanno guardato la televisione, hanno ascoltato il capo di stato maggiore dell'esercito israeliano e i leader politici di tutti i Paesi a qualche titolo coinvolti, americani, egiziani, europei. E hanno trovato difficile credere che oggetto delle loro dichiarazioni fosse proprio il loro figlio. Dall'altra parte, in un proclama lanciato lunedì 26 giugno sui media locali di Gaza e firmato dai tre gruppi responsabili del rapimento di Gilad Shalit, si dichiara che informazioni sulla sua sorte saranno rilasciate solo se Israele libererà le donne e i minori di 18 anni trattenuti nelle prigioni israeliane. Donne palestinesi dimostrano chiedendo la liberazione dei loro congiunti e issano uno striscione in cui si legge: "rifiutiamo di rilasciare il soldato israeliano mentre i nostri figli sono ancora nelle prigioni israeliane" (agenzie, Ha'aretz e sito delle Brigate Ezzedeen al-Qassam). Aggiornamento Jun. 26, 2006 23:28: L'IDF sta controllando un comunicato del Comitato di Resistenza Palestinese di lunedì sera in cui si dice che un colono israeliano è stato rapito nel West Bank. Un membro del gruppo, conosciuto come Abu Abir, ha detto che i dettagli del rapimento, come informazioni sul rapito, verranno diffusi più tardi. L'IDF dichiare che non è al corrente dell'incidente, ma ciò non di meno sta trattando la questione seriamente (Jerusalem Post). Nel frattempo un portavoce del Comitato di Resistenza Popolare ha dichiarato a Ynet News (Yedioth Ahronoth) che il suo gruppo ha rapito un colono nel West Bank. Il portavoce del movimento, Mahmoud Abed Alal, ha detto che rilascerà altre informazioni sul rapimento più tardi stanotte. L'IDF afferma di essere a conoscenza del rapporto ma di non essere in grado di confermare. Un ufficiale del PRC avrebbe dichiarato a Ynet News che il suo truppo è pronto a negoziare il "prezzo" che Israele è disposto a pagare per il rilascio del soldato e del colono. Ha ggiunto che i gruppi palestinesi continueranno a rapire israeliani "per far cessare l'aggressione israeliana contro i palestinesi nel West Bank e a Gaza e per ottenere il rilascio dei prigionieri palestinesi". Secondo DebkaFile (sito vicino ai servizi di intelligence israeliani) sarebbero 150 le donne recluse di "sicurezza" e 300 i minori di diciotto anni palestinesi ristretti nelle prigioni israeliane.
giovedì, giugno 22, 2006
Persia perplessa
lunedì, giugno 19, 2006
L'anello più debole
venerdì, giugno 09, 2006
Lo scemo del villaggio
Abu Musab Al-Zarqawi, nome d'arte di Ahmed Fadel al-Khalaylah, nato a Zarqa, Giordania, nel 1966. Un piccolo delinquente comune, migrato in Afghanistan fuori tempo per resistere all'invasione sovietica ma non abbastanza per sfuggire ad una abborracciata full immersion jihadista da mettere malamente a frutto una volta tornato al suo paese. Qui, a Zarqa, riprende infatti la sua mediocre carriera da ribelle disadattato ed incattivito ai margini dalla fatale secolarizzazione dei paesi arabi in generale e della Giordania in particolare. Conduce quindi la propria confusa battaglia come un qualsiasi piccolo balordo, per giunta – si dice - violento e ubriacone ed incapace di elaborare proprie idee. Usufruisce in questo dell'input integralista di cui si è imbevuto in Afghanistan e viene così conosciuto e ricordato dai suoi compagni di galera, per molti anni sua residenza dopo il rientro in patria. In forza di un'amnistia emigra nel nord dell'Iraq. L'occupazione è terreno fertile per il fanatismo più che per le capacità e il nostro è dotato di un certo carisma, laddove nell’isola dei ciechi chi ha un occhio solo è ricco. Ma soprattutto è premiato dall'esigenza di individuare un "cattivo" per l'alleanza occupante, privata della figura-bersaglio di bin Laden. I media costruiscono pazientemente il mito del balordo giordano, spingendolo a prendere addirittura contatto (via internet) con gli ambienti vicini ad Osama. Il fatto di essere diventato, ormai, un ottimo simbolo per la propaganda, consente ad al-Zarqawi di aprire in franchising la filiale iraqena di al-Qaeda. Tra presunte azioni di macelleria perpetrate personalmente ed inverosimili operazioni condotte su tutto il territorio iraqeno, Abu Mussab assurge rapidamente al ruolo di “most wanted” del valore di 25 milioni di dollari, gli vengono attribuite doti di ubiquità e scaltrezza sovrumane. Rocambolescamente si eclissa più volte proprio quando è sul punto di essere catturato. Al-Zarqawi è ormai per i media considerato il "leader" della inesistente banda al-Qaeda e viceversa deve essere lui il primo a sorprendersi dell’insperata popolarità attribuitagli pur essendo il mero gestore semi-volontario di un marchio. Cosa significhi, infatti, far parte di al-Qaeda, poco importa, anche nulla, ma tant'è. Dopo mesi di amplificazione mediatica del personaggio, enfiato e imbolsito da un evidente eccesso di alimentazione difficilmente compatibile con la grama esistenza dell'insurgent, lo ritroviamo finalmente su un video di squisita fattura dove dimostra di aver forse maneggiato efficacemente un coltello ma di non aver mai preso in mano un'arma da fuoco. Amen. Viene pure deriso e vilipeso per il "dietro le quinte" di questo video di incerta provenienza, come tutto il resto. Sembra un fantoccio che recita un copione mal fatto, maneggia malamente un'arma, che si inceppa, si impappina con l'otturatore, emette qualche imbarazzata raffica con sguardo volto all'orizzonte e infine rivolge beatamente l'arma (scarica o nuovamente inceppata) (v. foto) verso alcuni ridicoli figuranti che lo circondano. L'8 giugno 2006, alle 3:10 del mattino ora italiana, parte la notizia del bombardamento che con la morte di Zarqawi inocula provvidenziale e rinnovato consenso per il Presidente degli USA - ormai al punto più basso di popolarità mai raggiunto - e per i suoi clienti. Ma è stata pure riesumata ieri la notizia di un altro al-Zarqawi, dotato di una rimarchevole mentalità infantile emergente dall'esame delle lettere scritte durante la detenzione in Giordania alla madre e recuperate ad Amman da un giornalista francese, Jean-Marie Quemener. Le lettere - si legge - sarebbero ornate da disegnini di mano infantile, colorati di giallo, azzurro e rosa e talvolta incorniciate come pagine del Corano. La foto del suo cadavere fa il giro del mondo. La sua avventura è finita. E allora – vi chiederete - chi è lo scemo del villaggio? Chi pensa che davvero con la sua morte sia cambiato qualcosa.
giovedì, giugno 08, 2006
Persia per persa
«Lo Shah dell'Iran sta seduto sopra una delle più vaste riserve di petrolio del mondo. Eppure sta costruendo due impianti nucleari e ne ha in programma altri due per fornire elettricità al suo paese. Lui sa che il petrolio sta finendo e con esso il tempo. Ma non costruirebbe le centrali se dubitasse della loro sicurezza. Aspetterebbe. Come molti americani vogliono. Lo Shah sa che l'energia nucleare non è solo economica, ma ha raggiunto in trent'anni considerevoli risultati di sicurezza. Risultati che sono stati sufficientemente buoni pure per i cittadini di Plymouth, in Massachussetts. Loro hanno approvato il secondo impianto nucleare con una maggioranza di quattro a uno. Il che dimostra che non dovete andare fino in Iran per trovare approvazione all'energia nucleare».
E' un inserto pubblicitario utilizzato negli anni 70 da molte compagnie petrolifere USA per convincere gli americani della necessità di dotarsi di impianti nucleari e della sicurezza raggiunta dalle centrali e pubblicato oggi su iranian.com (Guess who's building nuclear power plants?) e sul Manifesto (7 giugno 2006, pag. 4). Il regime dello Shah forniva infatti in quel periodo, prima della rivoluzione islamica al seguito di Khomeini, che avrebbe precipitato la Persia in un diverso tipo di padella (o brace), garanzie di vassallaggio perfettamente accettabili dal punto di vista degli USA, che parteciparono infatti alacremente - e non da soli - alla corsa iraniana per dotarsi di centrali e tecnologie nucleari. Oggi lo scenario è notoriamente cambiato anche senza riguardo alle ondivaghe, estemporanee e comunque largamente enfatizzate accuse di partecipazione alla schiera dei cattivi rivolte alla Persia e al suo regime, che sconta inoltre, per non farsi mancar nulla, il fatto di essere obiettivamente opprimente, antidemocratico e percorso trasversalmente da problemi di sviluppo in odore occidentale, acceso nazionalismo e legislazione confessionale islamica (Sharia). Ma oggi, sebbene sia più convincente il piano economico che consentirebbe all'Iran di risparmiare poco meno di 30 miliardi di dollari (dotandosi di nuovi ed efficienti impianti nucleari per far fronte al crescente consumo interno e rivitalizzando le risorse petrolifere anche per l'esportazione - cfr. Limes 4/2006, appendice all'articolo "Così si gioca al tavolo nucleare", pag. 99-100) rispetto agli scenari apocalittici iniettati in occidente su iniziativa prevalentemente americana e israeliana, in sostanza l'Iran sconta assai più il fatto di essere capace di recare non poco disturbo sotto il profilo economico e geostrategico al cancerogeno progetto di egemonia pianificato nel Project for a New American Century dagli USA ed avallato dai suoi clienti o aspiranti tali.
venerdì, giugno 02, 2006
La s'ignora
giovedì, giugno 01, 2006
Insciallam
giovedì, aprile 20, 2006
Lethal injections
«Esclusiva di DEBKAfile: il "1800 Forward Command" di Hezbollah, con base a Gaza, ha orchestrato il massiccio attacco suicida di Tel Aviv, che ha causato 9 morti e 65 feriti lunedì. (18 aprile 2006, 12:12 AM) - La missione del "1800 Forward Command" di Hezbollah è finalizzata a programmare attacchi terroristici "di qualità" contro Israele. Le fonti esclusive dell'anti-terrorismo di DEBKAfile rivelano che l'attacco di Tel Aviv era stato originariamente pianificato per sabato 15 o domenica 16 aprile, in coincidenza con l'ultimo dei tre giorni della Conferenza di Tehran in supporto della causa palestinese. Gli ultimi pezzi sono stati messi a punto nel corso di un "incontro per una quarta ipotesi" della settimana scorsa nella capitale iraniana, tra il capo della Jihad islamica con sede a Damasco, Ramadan Shalah, il comandante della Jihad islamica di Gaza Mohammad al Hindi, il secondo in comando di Hezbollah, sceicco Ali Qassem e il capo delle Brigate al Quds e della rete terroristica per il Medio Oriente della Guardia rivoluzionaria iraniana, generale Kasim Suleimani. L'attacco esplosivo al vecchio capolinea dei bus di Tel Aviv, lunedì, è stato il primo attacco terroristico suicida ad essere pianificato fuori dal territorio palestinese. Benchè dalla scorsa settimana le forze di sicurezza israeliane avessero avuto notizia di più di 70 minacce terroristiche, non avevano avuto in anticipo informazioni di questa. Ore dopo, gli investigatori israeliani stavano ancora brancolando nel buio in merito alle forme di questa cospirazione. I servizi di controspionaggio israeliani non avevano mai sentito parlare del bomber suicida sedicenne di Tubas, Sami Salim Mohammed Hammed, di 16 anni, benchè fossero a conoscenza del network che lo dirigeva. Sostengono che sia stato tenuto fuori dalla vista da agenti di Hezbollah che sono andati nel West Bank per sceglierlo e prepararlo per la missione, ben al di fuori delle orecchie e degli occhi di Israele nel territorio palestinese. La partenza di Hammed dalla sua casa, martedì o mercoledì scorso, 12 o 13 di aprile, non è stata quindi notata. Cinque ore dopo l'esplosione a Tel Aviv, le forze israeliane hanno circondato Tubas, dove sostengono sia stato addestrato, ed hanno condotto degli arresti. Le investigazioni israeliane hanno scoperto presto il fatto che le Brigate suicide di Al Aqsa, emanazione di Fatah di Mahmoud Abbas, erano state preavvisate - se non di più - dell'attacco di Tel Aviv. Esse mantengono delle cellule in contatto con gli agenti di Hezbollah. Per questo attacco si crede sia stato loro chiesto aiuto per il trasporto del bomber fino ad un luogo vicino al suo bersaglio di Tel Aviv, o anche per tutto il suo percorso fino a lì».
Le elucubrazioni contenute nel pezzullo asseritamente patrocinato dall'intelligence risultano anche ad una prima lettura tanto palesemente strumentali quanto, in concreto, generiche e per questo insuscettibili di prova contraria. In altri termini, inutili. Esattamente come era impossibile dimostrare che le provette di bicarbonato agitate da Powell all'ONU fossero uno show e le fotografie satellitari di un paio di container fossero quello che sembravano (cioè un paio di container). Per non parlare degli apodittici sproloqui di Condoleezza, delle "informazioni" sui rapporti tra l'Iraq di Saddam Hussein e al-Qaeda (indicazioni infine ripudiate da tutti e difese solo dal neocon Washington Times) e dei rapporti tra la "banda al-Qaeda" e la tragicomica rappresentazione delle sue capacità e delle sue emanazioni (tragicomica perchè il "fenomeno al-Qaeda" meriterebbe ben diversa e più matura considerazione). Ma sta a tutti - anche a noi - vagliare e rifiutare a priori quella che si sospetta essere mera propaganda. E questo ancor prima che le informazioni che arrivano sul tavolo dei nostri governanti - e dalle quali essi traggono spunto per formare la volontà degli italiani prima di intervenire ufficialmente nelle questioni mediorientali - prescindano dal martellamento mediatico più superficiale ed interessato.
Torniamo all'esempio dell'articoletto di DEBKA. Richard Silverstein, redattore dell'omonimo sito (Tikun Olam: Make the World a Better Place), alle mie perplessità via forum libanese sulle "capriole" di Debka, ha risposto con queste osservazioni: «I checked out the Hezbollah link & personally I don't trust a word coming fr. Debka. It's highly speculative & always out to tarnish the image of Palestinians & Arabs in general. They are not a reliable source. Israel has been arguing since the bombing that Iran is at fault, producing no evidence. The Debka story also adduces Iranian involvement but no evidence other than an unsubstantiated statement that Iranians attended a mtg. to finalize plans for the bombing. Wildest speculation & unfounded rumor. Why don't they solely blame the authors of the crime--Islamic Jihad? Because it is a minor player in the conflict & Israel has much bigger fish to fry in the form of Iran. It's utterly cynical on Israel's part». Lo ringrazio, girandole a tutti.
Aggiornamento 21 aprile 2006 - L'iniezione (mediatica) continua. Le stesse informazioni (della cui minimale attendibilità si è detto sopra) sono state passate, con qualche giorno di ritardo, anche al governo israeliano, che le ha ufficializzate tramite Haaretz. Last update - 20:40 21/04/2006 - «Olmert accuses Syria and Iran of involvement in Tel Aviv suicide bombing - By The Associated Press - Prime Minister-designate Ehud Olmert on Friday accused the Syrian and Iranian governments of involvement in the Tel Aviv suicide bombing that took place Monday. "The order for the Tel Aviv suicide bombing came from Damascus and when the operation was complete the report went back to Damascus," Olmert told a visiting group of U.S. senators, according to his office. Olmert also said Iran, which provides funding to Islamic Jihad, and the new Hamas-led government bear responsibility for the attack. "There is a channel of communication between Iran, Syria and the Palestinian Authority," he said. The Islamic Jihad militant group claimed responsibility for the attack, which killed nine people. The group is headquartered in Damascus».
Sotto diversi aspetti i talkback al pezzo del quotidiano israeliano accolgono la notizia con la serietà che proporzionalmente merita: zero. Uno per tutti: «Title: And Iraq had weapons of mass destruction! Name: Ian; City: San Francisco; State: Just who is Olmert trying to fool here?»
domenica, aprile 09, 2006
Senza la base
sabato, aprile 01, 2006
La rappresaglia della Lobby
Articolo integrale su Antiwar
Un sunto dello studio sulla London Review of Books
Discussione sulla Torre di Babele
Discussione sul blog del Washington Post
venerdì, marzo 31, 2006
Abdul Rahman, un parere da Kabul
mercoledì, marzo 29, 2006
Il Manning memo
giovedì, marzo 02, 2006
Al-Qaseltzer (per digerire la guerra totale)
lunedì, febbraio 27, 2006
Al-Zarqwanti sono?
giovedì, febbraio 23, 2006
Nessuno è innocente
sabato, febbraio 18, 2006
Vignette sataniche
martedì, febbraio 14, 2006
L'imbarazzante vicenda di el-Motassadeq
mercoledì, febbraio 01, 2006
War games
lunedì, gennaio 30, 2006
Già visto
venerdì, gennaio 27, 2006
Elezioni in Palestina

«Israele non potrà accettare una situazione in cui il movimento Hamas, nella sua attuale struttura di organizzazione terroristica che vuole la distruzione dello Stato d'Israele, diventi parte dell'Autorità nazionale palestinese e non sia disarmato. Lo ha detto il premier ad interim israeliano, Olmert, il 25 gennaio 2006. Nel comunicato emesso, Olmert sottolinea che "Israele non condurrà negoziati con il governo palestinese se questo non onorerà l'obbligo fondamentale di combattere contro il terrorismo"». Ha detto la parola magica. In possesso dei risultati elettorali e al di là di quello che in concreto si possa pensare e delle strategie da seguire, è una dichiarazione volutamente umiliante, prematura, inopportuna. Gli integralisti di Hamas non attirano simpatie, anzi sono stati e sono una micidiale e strumentalizzata sciagura, un alibi imbattibile. Ma con un altissima affluenza alle urne, vanno oggi verso il 44% (dato incerto fino all'ultmo) dei consensi. Pochi per suo merito, molti per volontà di Israele e per colpa di Fatah e della corrotta dirigenza palestinese. Il che dovrebbe far pensare. Se questa è la strada per galleggiare politicamente in Israele, non lo è per ottenere un risultato sbandierato e diverso. Ma è funzionale per tenere in vita fino alle estreme conseguenze e costi quel che costi una specie di frontiera a senso unico sul carcere a cielo aperto di Gaza e considerare ancora i confini aperti sino a dove riusciranno a portare le rappresaglie, il muro, l'incremento delle colonie, la miseria e la sottrazione di terra occupata nei confronti di una popolazione compressa sino all'esplosione, miserabile ed umiliata. Finchè i numeri lo consentiranno.
«Una replica indiretta è arrivata dal portavoce di Hamas nella Striscia di Gaza, Sami Abu Zuhri ... "Quando Israele, l’occupante, riconoscerà i nostri diritti e si ritirerà dai nostri Territori - ha detto - , allora saremo disposti a riconoscerne il diritto all’esistenza e togliere dal nostro statuto l’articolo che ne chiede la distruzione"». Con le maggioranze in gioco è fatale l'annacquamento politico di Hamas. Israele può sempre cercare di metterci una pezza per rimanere sul piano del conflitto a oltranza. Basta urlare abbastanza forte che pur con una percentuale di votanti che si aggira forse sul 50% i fiancheggiatori di Hamas siano tutti terroristi. Non credo sia il caso di dare una mano a questo tipo di propaganda.
L'OLP si era già avvicinato al tavolo delle trattative quando Israele ritenne di appoggiare i "fratelli musulmani" (sovvenzionati dall'arabia saudita) che già disponevano di una parte armata (Jihad Islamica) e diedero poi vita, nel dicembre 1987, al movimento (islamico) di Hamas. Il "giochino", partito per delegittimare l'OLP, andò poi fuori controllo, visto che da una parte si moltiplicarono le operazioni del braccio armato di Hamas (Brigate Ezzedin al Qassam) e dall'altra il movimento acquistò una forte presa sulla popolazione da un punto di vista sociale e religioso. Gridare al "terrorismo" da parte della dirigenza israeliana in un momento di generalizzata (e accesa) partecipazione politica palestinese è inqualificabile e poco lungimirante è - a mio avviso - farsi portavoce di propaganda populista in un momento in cui il tifo da stadio non può essere sostituito al ragionamento. Tanto più che Fatah starebbe avanzando opposizioni (di facciata?) all'ipotesi di un governo con Hamas.
«Il movimento islamico Hamas, vincitore delle elezioni legislative palestinesi, si è detto pronto a cooperare con al Fatah e ha affermato che presto cominceranno le consultazioni col presidente Abu Mazen per la formazione di un nuovo governo palestinese.Lo afferma il capolista di Hamas alle elezioni, Haniyeh. Al Fatah ha respinto l'offerta di cooperazione da parte di Hamas: "Fatah non andrà al governo con Hamas". Lo ha annunciato una fonte del partito del presidente Abu Mazen». Questa la reazione dell'Unione Europea. «I risultati definitivi del voto palestinese potrebbero portare l'Ue a confrontarsi «con una situazione completamente nuova che dovrà essere analizzata» dal Consiglio dei ministri degli Esteri, che si terrà lunedì prossimo a Bruxelles. Lo ha rilevato l'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza Ue Javier Solana, il quale ha accolto positivamente che i palestinesi abbiano votato «democraticamente e pacificamente», sottolineando che «l'Unione europea ha sostenuto il tranquillo svolgimento di queste elezioni». «La posizione dell'Ue a sostegno del riconoscimento di Israele e di una soluzione pacifica negoziale che porti a due Stati è ben nota», ha aggiunto Solana, secondo il quale l'Ue attende «una conferma» dei risultati elettorali palestinesi. «L'Ue - ha osservato - esprimerà le sue opinioni e le prospettive di cooperazione col futuro governo palestinese alla luce della discussione e degli sviluppo in loco». Prevedibile la replica del governo israeliano: 18:12 Haaretz News Flashes - Israele sollecita l'Unione Europea ad opporsi al "governo terrorista" dopo la vittoria di Hamas. Alle 19:18 Haaretz News Flashes riferisce i risultati finali alle elezioni in Palestina: Hamas ottiene 76 seggi, Fatah 43.
Leggevo questo breve flash di agenzia su Haaretz di stasera 22:53 «Il deputato Eitam suggerisce che Israele assassini i membri della lista di Hamas (Israel Radio)» e che Olmert (primo ministro f.f. e rappresentante del Kadima) ignorerà un governo retto da Hamas e lo considererà irrilevante. Alla proposta sugli assassini non potevo credere e invece ne ho avuto conferma leggendo poche righe su Yediot Ahronot. Sono posizioni che risultano uno schiaffo al voto di metà della popolazione palestinese. Certo, il Presidente Moshe Katsav è possibilista in ordine ad una negoziazione con l'autorità palestinese purchè Hamas rinunci alla resistenza armata e riconosca il diritto di Israele ad esistere. In altri termini, se anche Hamas deporrà le armi per accettare al buio la pax USA/israeliana sotto il giogo dell'esercito occupante. Ci si dovrebbe chiedere cosa possa portare Hamas a perseguire la strada già fatta a pezzi da Barak a Camp David e triturata da Sharon prima del suo tardivo pragmatismo. E ci si chiede, oltre alle parole, cosa metta sul piatto della bilancia in questo momento di relativa calma il governo israeliano. Questo ben potrebbe approfittare - se volesse (ma sarebbe una novità) - della neonata presa di posizione politica del movimento e soprattutto dell'ampio consenso, che ben altri problemi potrebbe comportare qualora lo scarso substrato confessionale sottostante l'ascesa di Hamas si trasformasse in affamata rassegnazione alla logica fondamentalista.
Il 26 gennaio 2006 si chiude sulla vittoria di Hamas alle elezioni in Palestina. Alle 22:42 sappiamo che: «Una bambina palestinese di nove anni è stata uccisa, raggiunta da colpi di arma da fuoco sparati da soldati israeliani vicino alla frontiera con lo stato ebraico, nel sud della Striscia di Gaza. Lo si apprende da fonti ospedaliere e della sicurezza palestinese. L'esercito israeliano ha comunicato che i soldati hanno aperto il fuoco e ucciso un palestinese che portava una borsa (nel quale si sospettava portasse esplosivi) e che non si era fermato dopo l'alt intimato dai militari». Alle 22:59 italiane Haaretz comunica che «l'enclave ebraico di Hebron sarà dichiarato area militare chiusa domani». Hebron è una città della parte sud del West Bank, all'interno della quale vivono circa 130,000 palestinesi e circa 500 coloni ebrei. Alle 11:48 italiane Reuters riferisce che il primo ministro palestinese Abbas intende chiedere ad Hamas di formare il nuovo governo. Alle 00:23 italiane del 27.1.06 viene sparato un razzo Qassam nella parte ovest del Negev, in territorio israeliano, non si riportano feriti o danni. Il primo ministro vicario Ehud Olmert dice che «una Autorità Nazionale Palestinese condotta da Hamas non è un partner di pace. Se un governo condotto da Hamas o un governo in cui Hamas è partner verrà composto, l'Autorità diventerà un'Autorità che supporta il terrore, Israele e il mondo lo ignoreranno e lo considereranno irrilevante». Quasi fuori dal coro, Benjamin Ben Eliezer, del Labor, che dichiara «Noi non abbiamo motivo di parlare con Hamas. Ma se Hamas riconosce il nostro diritto di esistere, rivaluteremo la questione». Ma aggiunge che «Hamas, come è oggi, non è preparata a cambiare una parola della sua piattaforma».
