martedì, settembre 18, 2007

Wikilobbying

«Il programma dell'Associazione Hasbara è un progetto del Ministero degli esteri israeliano che istruisce e addestra gli studenti universitari perchè siano efficaci attivisti pro Israele. Il programma, essenzialmente, paga i suoi partecipanti perchè promuovano [nei campus ed anche] on line il punto di vista di Israele». Con questa breve premessa, una open mail di Wikipedia ci informa che l'Associazione Hasbara ha promosso [con un comunicato del 31 maggio 2007, tuttora reperibile in rete, v. immagine a fianco] un vero e proprio attacco sistematico all'imparzialità - già obiettivamente problematica per i noti interventi "clandestini" da più parti subiti - della enciclopedia globale on line.

Questo il testo tradotto del comunicato di Hasbara: «Tutti conoscono Wikipedia, è il posto dove si va per ottenere un 'vero' scoop. Quanto spesso usate Wikipedia per cercare soggetti di cui sapete poco? Ora immaginate quanto spesso gli altri usano Wikipedia per cercare soggetti relativi a Israele. Wikipedia non è una risorsa obiettiva, ma piuttosto un'enciclopedia online che chiunque può modificare. Il risultato è un sito web in larga parte controllato da "intellettuali" che cercano di riscrivere la storia del conflitto arabo israeliano. Questi autori hanno sistematicamente e subdolamente riscritto passaggi chiave in migliaia di voci di Wikipedia per dipingere Israele in una luce negativa. Avete un'opportunità per bloccare questa pericolosa tendenza! Se siete interessati nell'associarvi a un team di Wikipediani ed essere sicuri che Israele sia presentato in modo equo e corretto, per favore contattate il director[at]israelactivism.com per dettagli».

Ciò detto, la open mail di wikipedia annota quindi, in modo molto signorile, che l'invito sopra descritto si sostanzia in uno sforzo concertato e finanziato (dal Ministero degli esteri isreliano) per patrocinare un particolare punto di vista politico sull'enciclopedia on line, mediante un team appositamente assoldato e specificamente addestrato per la modifica delle voci relative a Israele. In altri termini si tratta di un'operazione scorretta, di sapore lobbystico, in palese conflitto di interessi. E' chiaro che qualsiasi compilatore di Wikipedia esporrà sempre e comunque un punto di vista, ma non bisogna farsi ingannare, al riguardo, dall'eleganza delle parole. Quello che è indicato come un punto di vista, per quanto in conflitto di interessi, nel caso risulta istituzionalmente preordinato alla acritica difesa di una visione politica unilaterale (che nasce da un'eredità iniqua di persecuzione, deportazione, dolore e morte e porta da almeno sessant'anni a risultati altrettanto iniqui, disegnando una situazione di incertezza, di ulteriore dolore e morte, di popoli senza futuro).

Ma torniamo all'argomento di partenza, più semplice e limitato, cioè alla specifica aggressione alla sperata imparzialità di Wikipedia. Una nuance che suggerisce qualche riflessione. Il sistema organizzato di intervento sui media, quale'è quello sopra descritto, non è nuovo. Per esempio, una pletora di "apologisti" si è riversata a suo tempo in rete, a macchia d'olio e su asserita istigazione governativa, per sostenere le operazioni in Libano del luglio 2006 a fronte del diffuso sentimento di indignazione evocato dai bombardamenti indiscriminati di Beirut o dall'uso delle cluster bomb in limine alla tregua.

Con l'aplomb di chi sa di poterselo permettere purchè l'attacco alla verità non sia frontale (fatti contro fatti) e, quindi, rischi di essere perdente, l'appello dell'Associazione Hasbara non è neppure un segreto. Non ve n'è infatti bisogno secondo la tradizione che vede il mondo occidentale adeguarsi supinamente ad un comportamento che, per decenni (i motivi, per quanto importanti qui purtroppo non rilevano), ha potuto travalicare l'impudenza con la relativa certezza dell'impunità. Il privilegio, cioè, dettato da un'arma unica ed assoluta: l'accusa di antisemitismo, con il relativo corollario di elementi ed argomenti tabù. Un riparo sicuro dalla pubblica riprovazione e dalla generale possibilità di dibattito in ambiente israeliano, corroborato ed amplificato negli ultimi quarant'anni dalla tutela militare e diplomatica di un potentissimo nume protettore.

Gli è che, nonostante tutto, quel sistema, per quanto collaudato, funziona sempre meno. Gli assoluti non reggono al tempo e all'uomo e legioni di intellettuali, studiosi, analisti, politici, accademici - primi, fra tutti, innumerevoli autori in Israele e in ambiente ebraico, negli USA e nel mondo (per essi è pronta, in realtà, una diversa accusa ad hoc, quella di essere self-hating jews) - contestano apertamente la politica unilaterale dello stato ebraico e l'iniquità degli USA in funzione filoisraeliana. Rigettano le oziose speculazioni sull'insorgenza di un rinnovato sentimento antisemita e smascherano serenamente le scadenti manipolazioni della storia. Quelle utilizzate per descrivere - e talvolta costruire - nel mito il conflitto arabo israeliano ed israelo (ebraico) palestinese.

Nonostante il più generale intervento neoconservatore e il farsi strada di logiche guerrafondaie, in Europa occidentale, nel vicino e medio Oriente, in Israele ed anche, più lentamente, negli USA e nell'ex blocco sovietico, la propaganda funziona, infatti, solo finchè (o perchè) manca il confronto, cioè qualora venga meno il frutto della comunicazione, della rapidità e relativa facilità di diffusione della conoscenza. E tuttavia proprio la propaganda, che appare agevolata dalla possibilità di immediata e planetaria diffusione, offerta anche da internet, riceve contemporaneamente dallo stesso mezzo telematico un colpo mortale. E' infatti attualmente rapidissimo il modo di diffondere menzogne e manipolazioni dei fatti e della storia, ma è altrettanto rapido il sistema per verificare, con lo stesso e con altri mezzi, che di menzogne si tratta. Solo la reiterazione tirannica del pensiero, con la violenza che l'accompagna verso popoli resi indifesi dalla rassegnazione e dalla miseria, potrebbero e possono, nei fatti, vincere la resistenza all'idea unica, ponendo un limite alla ricerca dei fatti ed eventualmente ad una loro più obiettiva riconsiderazione.

Il mondo, nonostante tutto, tende faticosamente al giusto, e - per concludere - la newsletter promozionale che si dice sovvenzionata dal Ministero degli esteri israeliano risulta, infine, più risibile che dannosa. Sicuramente l'artifizio è suscettibile di inoculare idee a scatola chiusa, ma desta nei più (in pratica in tutti coloro che si occupano della materia) la medesima preoccupazione che si prova per la presenza di una legione di troll, burloni, arroganti, monocordi, talvolta maligni, ma il più delle volte solo fastidiosi. Esistono, peraltro, da decenni, esempi assai più subdoli e pericolosi di manipolazione della conoscenza, li troviamo sui testi che, anche in Europa e in Italia, vanno sovente per la maggiore. Il mezzo informatico è più ampio, globale, ma facendo un paragone con i trabocchetti e gli arzigogoli di certa elegante propaganda accademica (anche lì i semplici troll non mancano), di certa carta stampata di larga diffusione o racchiusi nella levità dei programmi usa e getta dei network televisivi, risulta senz'altro più agevole annusare una compilazione faziosa in internet e, fatalmente, in Wikipedia, che altrove. Ma qui, in rete, è possibile recuperare subito i necessari ed eventualmente opposti riscontri con un semplice click. Il fatto che la guerra - si è detto - inizi sui media, comporta che anche sui media sia necessario saperla fare. E questo suggerisce, in modo speculare, che pure la pace probabilmente nasca sui media, ma si può essere certi che passi, lentamente, per la verità.

domenica, settembre 16, 2007

Sabra e Chatila, 25 anni fa

Nel settembre 1982, con il pretesto di dare la caccia ai “terroristi” palestinesi fuori dai confini di Israele, l’esercito dello stato ebraico invade (nuovamente) il Libano. Le forze israeliane, avvalendosi delle milizie cristiane maronite libanesi, si dirigono a Beirut, dove si trova Arafat con i guerriglieri dell’OLP. Grazie alla mediazione USA, Arafat e i suoi riescono a scappare da Beirut, ma lasciano campo libero alle falangi dei miliziani cristiano-maroniti che, sotto il controllo dell’esercito israeliano, se la prendono con i profughi civili palestinesi nei campi di Sabra e Chatila. Tra il 16 e il 18 settembre, le milizie falangiste cristiano-maronite, con il supporto logistico dell'esercito israeliano, per quaranta ore provvedono al massacro degli abitanti dei campi. L'operazione inizia poco prima del tramonto del 16 settembre, vengono ammazzate, in circa 36 ore, 1700 persone (ma un'inchiesta del giornalista israeliano Amnon Kapeliouk farà ascendere il bilancio delle vittime a 3000 - 3500 persone, mentre la Croce Rossa Internazionale parlerà, in proposito, di ulteriori 1000 "desaparecidos"). Ariel Sharon, allora ministro della difesa, personalmente presente sul luogo dell'eccidio (dal quartiere generale presso l’ambasciata del Kuwait da cui si domina visivamente la zona), ha già fatto circondare la zona e dà ordine di illuminare a giorno i campi per favorire il massacro. Subirà poi – in parte sulla base delle sue stesse dichiarazioni – una specie di processo interno, cioè un’inchiesta affidata ad una commissione israeliana (la Kahan Commission) che attesterà solo la sua responsabilità indiretta per non avere impedito il massacro. Per questo Sharon, il cosiddetto "uomo di pace" di George W. Bush, sporco di sangue e già impunito per altri crimini commessi durante la sua carriera, verrà costretto a dimettersi, ma nulla gli impedirà di riciclarsi fino alla carica di primo ministro (la cosa non stupisce visto che dichiarati terroristi quali Menachem Begin e Yithzak Shamir hanno coperto in Israele la stessa carica). Ancora in tempi recenti, confidando nell’applicazione di una legge belga che consentiva di processare chiunque per crimini di guerra ovunque commessi, i sopravvissuti e i parenti dei palestinesi massacrati a Sabra e Chatila hanno intrapreso un’azione giudiziaria e tentato di far processare Sharon. Ma sotto le pressioni degli USA il parlamento belga ha provveduto a reinterpretare la legge riducendone l'universalità in modo che non la si potesse (più) applicare al caso.

Il primo passo è riuscire a vedere le cose, i fatti, per quello che sono, senza filtri. Questa elementare constatazione non è pacifica. E' come sempre più semplice lasciar correre, scuotere la testa con rassegnazione, pensare che ci siano sicuramente buoni motivi per non fare o per seguire l'onda. Sotto questo profilo la politica degli USA viziata dall'incondizionato appoggio militare e diplomatico ad ogni operazione israeliana da 40 anni a questa parte, ha introdotto un elemento di squilibrio e di ulteriore immoralità nella gestione della politica in Medioriente in generale e della questione israelo palestinese in particolare. Gli stati vassalli (degli USA) e gli aspiranti tali, per interesse o comunque perchè obnubilati dal ricatto, dall'ignoranza e dalla propaganda, sono comunque coinvolti, per via di azione o di omissione, in una china aberrante. Le dichiarazioni tentennanti di chi vede le cose ma preferisce dare un colpo al cerchio e uno alla botte, per paura o per opportunismo, sono tanto criminali quanto le decisioni che vengono così in qualche modo ratificate e fatte proprie. Dall'altra parte, chi resiste storicamente, culturalmente o politicamente, alla violenza e all'arroganza del (militarmente) più forte non può che accumulare odio e volontà di rivalsa pur guardando spesso la propria dirigenza sotto ricatto, costretta alla connivenza e alla collaborazione. La guerra e il terrorismo dei media, le imposizioni, la tacitazione delle voci non allineate, la censura e la disinformazione non fanno che peggiorare il quadro. Nell'abnorme ed innaturale evoluzione di questa situazione, nella incapacità di vedere e nella paura anche il sangue - da chiunque versato - è inutile.
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Per approfondire
http://www.robincmiller.com/pales10.htm
http://www.jewishvirtuallibrary.org/jsource/History/kahan.html
http://www.palestinehistory.com/history/timeline/time1980.htm#tl_1982_3
http://www.indictsharon.net
http://www.geocities.com/indictsharon/Kapeliouk.doc
http://www.zmag.org/content/showarticle.cfm?SectionID=22&ItemID=13787

venerdì, settembre 14, 2007

Alla(r)m clock

Pur non potendosi esimere dal criticare le uscite di Calderoli, l'ineffabile vicedirettore "ad personam" del Corriere della Sera (poi un giorno qualcuno ci spiegherà che cosa vuol dire e chi ce lo ha messo) coglie oggi l'occasione per lanciare il suo messaggio - come gli è evidentemente consentito - dalle pagine del maggior quotidiano nazionale e si rammarica del fatto che la boutade legaiola sul "maiale day" stia finendo per ottenere (orrore!) generale riprovazione e "battutacce sull'innocente suino". Sembrerebbe un fuor d'opera, la simpatica bestiola pare infatti il soggetto, l'unico, che esce dalla vicenda a testa alta. Ma con una capriola degna del miglior circo Barnum - manuale fresco di stampa sotto braccio - l'Allam riesce a derivare dalla riferita reazione di taluni portavoce islamici all'uscita del parlamentare leghista, ulteriore linfa per le proprie invettive. Udito infatti che "...anche se Calderoli dovesse portare non uno, ma 50 maiali per urinare su quel terreno, la moschea si costruirà ugualmente perché è sufficiente lavarlo con l'acqua", il nostro trae finalmente spunto per iniettare la propria chiosa: [Calderoli] "si illudeva di avere a che fare con dei fedeli a tal punto puri d'animo da rinunciare a qualsivoglia bene terreno pur di non trasgredire il precetto coranico. Ma evidentemente ignora che ha a che fare con astuti e spregiudicati professionisti dell'islam che hanno eretto la dissimulazione alla stregua di un atto di fede e che sanno manipolare le maglie ampie delle libertà e della democrazia per imporre il loro potere che si radica nella rete delle moschee che ormai crescono al ritmo di una ogni quattro giorni". Complimentoni ad personam! E grazie per il consueto e gratuito passaggio dalla informazione corretta alla informazione coatta. Ma già sappiamo che, in mancanza di benzina, per alimentare il fuoco anche un cerino può servire.

Premio giornalistico Enzo Baldoni 2007

Milano, Palazzo Isimbardi, 11 settembre 2007. Con il patrocinio della Provincia, rappresentata dal Presidente Filippo Penati, è stato consegnato il Premio Giornalistico Enzo Baldoni 2007. Si sono aggiudicati il premio Angelo Miotto e Matteo Scanni per la sezione radio e televisione (con il documentario "Cronache Basche"), Davide Frattini per la stampa (per gli articoli sul conflitto in Medio Oriente apparsi sul Corriere della Sera), Enrico Piovesana per la sezione internet (per "Afghanistan, effetti collaterali" , pubblicato a cura del sito peacereporter) e Loris Savino per la fotografia (per i suoi reportage fotografici dal Kenya). Presenti alla cerimonia la moglie di Enzo, Giusy Bonsignore e la figliola Gabriella (neo-mamma di Lorenzo). Sul palco, Toni Capuozzo ha presentato i vincitori e ha rammentato i motivi dell'assegnazione dei premi, coadiuvato dal presidente della giuria Severino Salvemini e dal Ministro per gli Affari Regionali Linda Lanzillotta. E' intervenuto brevemente il Console USA a Milano, che ha colto l'occasione per commemorare la ricorrenza dell'11 settembre, facendo i nomi - sconosciuti ai più - degli italiani scomparsi a New York nel 2001 in occasione dell'attentato alle torri del WTC. Era presente ed è intervenuta pure Ottavia Piccolo, che già si era prestata, nei giorni scorsi, all'opera di sensibilizzazione del Presidente della Repubblica Napolitano in ordine agli sforzi necessari per riportare il corpo di Enzo in Italia e che in questa occasione ha fatto propri l'appello e le parole di Giusy Bonsignore, che ha sottolineato come di Enzo, che non risulta più disperso chissà dove, sia rientrato dall'Iraq solo "un pezzettino" (ndr quello necessario per svolgere le indagini, positive, sul DNA). Probabilmente felice - almeno quanto me - che nel chiostro e nel giardino di Palazzo Isimbardi fosse consentito fumare, c'era in sala, fra gli altri, Gino Strada (nella foto con Antonio di Bella). Ah, dimenticavo, scoop! Alla fine della cerimonia di premiazione il nostro Magritte (Alberto A. Bruno, Presidente provinciale della CRI, v. foto) è stato punto da un calabrone grosso come un elicottero. Immediatamente soccorso (da se stesso), le sue condizioni, alle ore 20, non destavano - a occhio - alcuna preoccupazione.

martedì, settembre 11, 2007

Archeologia del conflitto, la bozza Beilin - Abu Mazen

La notizia sarebbe comica, se non fosse tragica. Ha'aretz riferisce oggi, 11 settembre 2007, che l'ufficio del primo ministro israeliano Ehud Olmert ha richiesto una copia del documento elaborato nel 1995, in segreto, da Yossi Beilin e Abu Mazen. Si tratta di uno schema di possibile soluzione permanente del conflitto israelo palestinese datato 31 ottobre 1995. Il motivo della richiesta sembra da ricercare nel fatto che Olmert e i suoi collaboratori vogliono conoscere le questioni sensibili su cui Abu Mazen aveva a suo tempo concordato, verosimilmente per sfruttare questo postumo assenso - dopo 12 anni dalla redazione - nei prossimi colloqui.

Ora, la bozza Beilin - Abu Mazen è tristemente nota perchè proprio quello scritto fornì la base - precaria, in partenza inaccettabile e poi addirittura peggiorata - per gli infruttuosi incontri di Camp David patrocinati dal presidente USA Clinton alla fine del 2000 e il tentativo in extremis di Taba tra il 21 e il 27 gennaio 2001. Tentativo fasullo e in ogni caso esplicitamente dichiarato non vincolante nel corso del passaggio di consegne dal premier Ehud Barak (Labor) ad Ariel Sharon. Il primo silurato dalla propria carnascialesca gestione politica, interna ed esterna, il secondo, non ancora eletto ma già reduce - con l'assenso di Barak - dalla provocatoria passeggiata sulla Spianata delle moschee del 28 settembre 2000, che avrebbe criminosamente fornito impulso alla seconda intifada.

Ebbene, l'idea che Ehud Olmert voglia ufficialmente rileggersi (se non leggersi per la prima volta) il documento Beilin - Abu Mazen è già di per sè abbastanza ridicola, falso o vero che sia, ma il lato tragico della questione è un altro. La bozza Beilin - Abu Mazen, infatti, sotto il profilo di una sincera ricerca di pace, non vale la carta su cui è scritta, né le centinaia di migliaia di kbyte con cui lo scritto è da anni diffuso e commentato, in rete, a disposizione di chiunque voglia iniziare ad interessarsi del conflitto in Palestina, senza bisogno di scomodare i protagonisti o presentare al mondo richieste ufficiali.

Così, nell'ottobre del 2000, ne parlava Tanya Reinhart: «Lo scritto [c.d.] Beilin - Abu Mazen è in sè un documento indegno, che mantiene intatti tutti gli insediamenti e riconosce la sovranità israeliana sopra la maggior parte del West Bank. Vi è stabilito che Arafat avrebbe rinunciato, in rappresentanza dei palestinesi, a qualsiasi pretesa su Gerusalemme e le istituzioni palestinesi si sarebbero trasferite nel villaggio di Abu-Dis, ai confini di Gerusalemme. In cambio ad Arafat sarebbe stato concesso di chiarare Abu-dis capitale dello stato palestinese. Il trucco verbale era che Abu-dis sarebbe stata chiamata Al-Quds, così la questione si sarebbe presentata come se Gerusalemme fosse stata divisa tra la parte israeliana, "Gerusalemme" e la parte palestinese "Al-Quds"...». In realtà la questione di Gerusalemme era poi presentata (negli allegati alla bozza, introvabili come le relative mappe) con un vero e proprio gioco di parole, un arzigogolo strumentale al fatto che Arafat doveva poi trasferire l'imbroglio ai palestinesi nella forma più incomprensibile ed indolore possibile. Lo stratagemma consisteva nel chiamare il villaggio di Abu-Dis al-Quds, nome arabo di Gerusalemme che significa "la [città] santa" (si può leggere uno stralcio della relativa clausola, in italiano, in T. Reinhart,"Distruggere la Palestina - La politica israeliana dopo il 1948", pag. 34: "Israele riconoscerà quale capitale dello stato palestinese la [porzione dell'] area denominata al Quds prima della guerra dei Sei giorni, territorio che non fa parte dell'area annessa a Israele nel 1967"). Non a caso in quel periodo Reuters riferiva che da parte israeliana la chiave per risolvere la controversia su Gerusalemme e porre fine al conflitto era il linguaggio diplomatico e citava, in proposito, le espressioni dello stesso Yossi Beilin alla radio dell'esercito israeliano: "Il punto principale è quale nome dare allo status quo perchè tutti sanno che questo non sarà soggetto ad alcun cambiamento effettivo" (ibidem, pag. 39, cita in nota 22, Howard Goller, Reuters, 29 agosto 2000).

L'apposita sezione VII della bozza, dedicata al problema dei rifugiati palestinesi, non ha poi bisogno di spiegazioni e commenti. La questione veniva semplicemente stralciata, assemblata e condita con l'istituzione di una Commissione internazionale (ICPR), senza che da ciò derivasse il riconoscimento di alcun diritto, quand'anche per un solo rifugiato, al ritorno, e senza assunzione di specifica responsabilità da parte di Israele, neppure limitata all'aspetto economico, per le operazioni di spoglio e pulizia etnica del 1948 e del 1967.

Non stupisce in proposito il fatto che si voglia oggi accentuare la posizione collaborazionista (Quisling-style) del presidente dell'Autorità Palestinese e legarlo in qualche modo alle sue parole, vuoi per interesse, vuoi per malafede. Ed appare in questo senso evidente perchè, tra le pretestuose istanze rivolte sotto ricatto al governo legittimo di Hamas, oltre quella di riconoscere la legittimità di uno stato di Israele virtualmente "sconfinato" (nessun governo potrà mai riconoscere la legittimità di un altro stato che sconfini sul proprio territorio), vi sia quella di ratificare tutti i precedenti pezzi di carta fatti ingoiare all'ANP di Arafat ed oltre. E tutto ciò senza neppure vergognarsi del fatto che il decesso del percorso di pace di Oslo e corollari fu proclamato da Sharon, che ne condivide oggi - forse pagando in terra parte del suo debito - la più inutile delle agonie.

Sia quel che sia, questo vergognoso documento, ora pubblicamente all'attenzione del suo successore, Ehud Olmert, è un testo inutile anche se a suo tempo Yasser Arafat - pur per proprio interesse e godendo rispetto ad Abu Mazen di ben altra autorità ed ascendente sulla gente palestinese - aveva consentito, per quanto parzialmente, a percorrerne le tracce e a considerare una parte del suo contenuto il minore dei mali. Ma con un limite, che venne oltrepassato con la dimostrazione della rapacità della delegazione israeliana, quando risultò chiaro che un simulacro della vergognosa bozza Beilin - Abu Mazen, trasfusa nelle profferte orali di Barak e nelle sue surrettizie pretese, avrebbe dovuto anche fornire un'interpretazione concordata della risoluzione ONU 242 e si sarebbe comunque sovrapposta come una pietra tombale (con apposita clausola) ad ogni e qualsivoglia precedente documento ed elemento di diritto internazionale, non ultime, appunto, le risoluzioni ONU che sanciscono il diritto al ritorno e l'illegittimità dell'occupazione.

giovedì, settembre 06, 2007

Finkelstein vs. DePaul, ultimo atto

«It is now time for me to move on and hopefully find new ways to fulfill my own mission in life of making this world a slightly better place on leaving than when I entered it». (Norman Finkelstein)

"Ieri, mercoledì
[ndr 5 settembre 2007], doveva essere il giorno del grande regolamento di conti alla DePaul University. Invece è finito per essere il giorno del grande compromesso. La DePaul e Norman Finkelstein, il professore al quale aveva negato una cattedra, hanno annuciato le immediate dimissioni di quest'ultimo". Con queste rassegnate ed ingenerose parole, la testata accademica americana Inside Higher Ed esprime oggi la propria delusione, forse perchè non si è potuto assistere alle manifestazioni di disobbedienza civile ed allo sciopero della fame promessi da Finkelstein, privato, oltre che dell'impiego, dei propri uffici alla DePaul e della possibilità codificata nei regolamenti universitari di un ultimo anno di insegnamento. In un breve comunicato (1), del quale si conosce il testo ma sono rimasti riservati i particolari, la cattolica università DePaul e il prof. Finkelstein - con distinte dichiarazioni (leggibili in un unico documento) - hanno riferito di avere risolto la disputa sul "licenziamento", mantenendo sostanzialmente le reciproche posizioni. Cioè, la prima, sostenendo che non ci sono state influenze esterne nel processo decisionale che ha portato a negare la cattedra e l'impiego all'accademico e il secondo, ribadendo che la DePaul è stata influenzata dalla pressione esercitata da terze parti, esterne al corpo universitario, "che ha raggiunto apici di isteria nazionale che ha contaminato il procedimento di assegnazione dell'impiego".
Nella medesima dichiarazione Finkelstein ha riconosciuto il ruolo della DePaul per avergli offerto un'oasi da studioso nella sua struttura per sei anni e l'Università è stata costretta a dichiarare - cioè ad ammettere / confessare - di avere licenziato "uno studioso prolifico ed un eccezionale insegnante". E ciò, incredibilmente, negando le influenze esterne ritenute viceversa cosa nota da accademici del calibro di Raul Hilberg, Avi Shlaim, Noam Chomsky e da ultimi Tony Judt, Stephen Walt e John Mearsheimer ("Academics sympathetic to Norman Finkelstein, including "The Israel Lobby" authors John Mearsheimer and Stephen Walt, will gather to protest his firing. The Oct. 12 protest at the University of Chicago, Mearsheimer's employer, will include Tony Judt and Noam Chomsky, academics who like Finkelstein claim that pro-Israel voices have tried to silence them").
Poche ore dopo la dichiarazione attestante l'intervenuta definizione della controversia tra l'istituto di Chicago e il professore (quand'anche in termini riservati ed ignoti), più di un centinaio di testate americane hanno riferito la notizia e i particolari dello scontro tra i potentati filosionisti americani ed il coraggioso studioso, chiaramente estromesso dal corpo accademico della DePaul per i suoi atteggiamenti, fortemente critici sulla posizione israeliana e, di recente, per la ridondante campagna diffamatoria orchestrata dall'avvocato Alan Dershowitz nei confronti di Finkelstein. Questi ha infatti smascherato - fra l'altro - la faziosa povertà degli scritti del luminare di Harvard.
Tanta carta stampata ne ha quindi parlato e ne parla oggi. Ma il problema reale è un altro. Sul merito "non accademico" della diatriba, infatti, cioè sui motivi connessi al problema israelo (ebraico) palestinese, la stampa tradizionale non ha dedicato che poche righe, nei mesi scorsi, diverse dalla consueta acritica propaganda filogovernativa - cioè filoisraeliana - americana. Sicchè l'uomo della strada probabilmente non ha capito - né si è interessato - al nocciolo della questione: l'annichilimento di sostanziale e generalizzato dibattito, negli USA e nel mondo occidentale, sulle politiche di illegittimità e di apartheid intraprese dello Stato ebraico di concerto con la deriva governativa, guerrafondaia, neoconservatrice e filosionista degli Stati Uniti. Il tutto sotto le influenze delle relative lobby e quella israeliana innanzitutto.
Non è un problema da poco, quindi, quello che ha portato un luminare acclamato in mezzo mondo per il calibro delle sue opere tradotte in 46 lingue, ad intraprendere una strada tanto in salita. Ma anche negli USA, come in Israele, non è più da solo. E sul cartello alle sue spalle leggiamo: "Jewish Voice for Peace - Chicago Supports Norman Finkelstein".
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(1) Aggiornamento
- 7 sett. 2007 - Il prof. Finkelstein ha precisato che non si è trattato di una dichiarazione congiunta, ma di due distinte dichiarazioni [ndr diffuse in un unico documento]


(2) Per approfondire

http://www.insidehighered.com/news/2007/09/06/finkelstein
http://sherman.depaul.edu/media/webapp/mrNews2.asp?NID=1655&ln=true
http://www.jta.org/cgi-bin/iowa/breaking/103917.html
http://pipistro.blogspot.com/2007/01/riciclaggio.html
http://www.jewishvoiceforpeace.org/
http://mrzine.monthlyreview.org/laborbeat060907.html
http://www.normanfinkelstein.com/article.php?pg=11&ar=1215

sabato, settembre 01, 2007

Enzo Baldoni, l'incubo di "quella" foto

(Su Blog paralleli, 31 agosto 2007). Alle 23.15 del 26 agosto 2004, sfila sul "rullo" di Al Jazeera la notizia di un video con le riprese della morte di Enzo Baldoni. Poco dopo, alle 23.30, lo speaker dell'emittente del Qatar, Luna Shibl, dà la notizia. Si parla di una cassetta, appunto un "sharit" cioè un tape (un nastro) che non sarà trasmesso per non urtare la sensibilità degli spettatori. Pare che l'ambasciatore in Qatar, Giuseppe Buccino, lo abbia potuto visionare in anticipo per dare la notizia ai familiari prima che se ne parli in televisione. Alcuni giorni dopo Al Jazira descriverà le proprie mosse dopo aver ricevuto le immagini: "in accordo con la politica di Al Jazeera, la rete ha invitato l’ambasciatore italiano a Doha Giuseppe Buccino a visionare la registrazione e a compiere gli atti appropriati in termini di comunicazione della spiacevole notizia alla famiglia di Baldoni [...] Pur trasmettendo la notizia, Al Jazira non ha voluto trasmettere le immagini che potevano risultare sgradevoli agli spettatori". In verità un lancio di agenzia - raccolto nel timeline del blog nur-al-cubicle - segnalerebbe alle 22:00 ora del Qatar, quindi alle 21:00 ora italiana, quanto segue: "Doha. ENZO BALDONI EXECUTED BY KIDNAPPERS. A video was delivered to the Italian Ambassador in Doha in which Baldoni was executed by pistol shot", anticipando quindi la notizia di un paio d'ore. Alle 12:30 del 27 agosto l'ansa diffonde che "vi sarebbero immagini confuse di una colluttazione conclusasi con l'uccisione dell'ostaggio mediante colpo di arma di fuoco".

Il giorno dopo - il 27 agosto - le immagini (virtuali) di questo video, che pochissimi hanno visto, e che verranno poi descritte dall'emittente Al Jazeera, al più, come il fermo di un'unica immagine fissa del capo e parte della spalla di Enzo Baldoni, stimolano descrizioni che molti ritengono "romanzate" ad arte e diffuse da oscuri personaggi in qualche modo vicini ai servizi segreti italiani, per coprire l'inazione dei servizi con una scomposta reazione di Enzo al momento, forse, di un tentativo di liberazione. Ma di fatto queste descrizioni prendono la via dei principali media italiani. "Immagini confuse: una collutazione, il colpo che lo avrebbe soltanto immobilizzato, infine la lama che infierisce sul collo. Enzo Baldoni ha provato a difendersi dalla morte. Nel video che ha registrato la sua fine si vede una colluttazione. Un gesto di disperazione e di orgoglio simile a quello che segnò gli ultimi istanti di vita di Fabrizio Quattrocchi, l'altra vittima della ferocia dei terroristi che non rispettano nemmeno chi va in Iraq sognando la pace. Enzo come Fabrizio. I passi trascinati verso il momento della fine. Il fiato corto di chi sa che non può più chiedere prestiti al futuro. E infine un colpo d’arma da fuoco e gli occhi che si chiudono su qualche particolare, immagini confuse riprese dai registi dell’orrore". Inizierà infatti con questo racconto un articolo del Corriere della Sera del 27 agosto 2004. Ma quel racconto evidentemente non è vero, o non deve essere vero. E svapora, o comunque non se ne parla più, nello spazio di un giorno.

Il 30 agosto 2004, un portavoce di Al Jazeera che "afferma di aver avuto la possibilità di visionare le immagini relative alla morte del giornalista" si riferirà all'immagine di un (solo) fotogramma, dichiarando al GR1 che "Enzo Baldoni è stato ucciso in pieno giorno, cioè [..] ben prima della scadenza dell'ultimatum". A suo parere, infatti, riferisce lo stesso Gr1, l'immagine è stata ripresa "quasi certamente in pieno sole". Pertanto, come è stato sottolineato dal Corriere della Sera, viene esclusa ogni possibilità che sia stata ripresa all'ora del tramonto, quindi dopo la scadenza dell'ultimatum dei terroristi. Nell'immagine, inoltre, non ci sono ombre. Sempre il Corriere riporta, il 30 agosto, che "Sul sito internet in inglese viene riportato un comunicato della rete televisiva in cui le ricostruzioni della stampa italiana sul video pervenuto ad al Jazeera vengono definite «un'assoluta montatura». Al Jazeera nel comunicato continua a usare la parola «tape», cioè nastro, e non «picture», fotografia. Nel comunicato al Jazira fornisce alcuni dettagli: «il video che consiste in 15 secondi d’immagini, e comprende una ripresa che si focalizza sulla testa di Baldoni, sul collo e su parte delle spalle, che fuoriescono da un fosso nella sabbia». Nel video si sente anche un comunicato del gruppo, che si autodefinisce Esercito islamico in Iraq, in cui si afferma che Baldoni è stato ucciso perché la loro richiesta (il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq) non è stata accolta".

L'8 settembre, su un sito di sedicente propaganda islamica, oggi cancellato, ma il cui solo nome rievoca l'orrore di quei giorni (il cui nome si può rendere approssimativamente con "io odio"), quel video così enfaticamente descritto verrà convogliato nell’unico fotogramma che lo smentisce e che riprende il corpo senza vita semi seppellito (o disseppellito) di Enzo Baldoni. E' un fotogramma di qualità assai scadente, forse manipolato, che sostituirà per tutti la descrizione di una scena spaventosa, nata da chissà cosa, negata perche dichiarata troppo cruenta della tv satellitare Al Jazeera agli utenti e diventata presto una leggenda, il nulla, perchè quello che oggi non è immagine riprodotta del mondo, quello che non è visibile, non esiste. (L'inutile orrore destato da quell'immagine non impedirà ad un sito americano di manipolare ulteriormente il fotogramma per sottrarre la "firma" dell'Islamic Army, sostituendo il marchio dell'organizzazione con altri particolari, inesistenti, dettati dalla necessità di non rovinare l'immagine, con l'aiuto della macabra fantasia di chi è abituato a maneggiare photoshop per presentare al pubblico il volto peggiore dell'uomo).

Un vago riferimento ad una possibile scena cruenta - che dal fotogramma diffuso l'8 settembre, tuttavia, non risulta - viene ancora regalata da Repubblica il 9 settembre 2004: "Francesco Viglino, medico legale di fama, che si è occupato di diversi importanti casi giudiziari, compreso il delitto di Cogne, analizza così la foto del cadavere del reporter, apparsa ieri in internet su un sito islamico. Un'immagine che la famiglia ha chiesto ai media di non diffondere. Una foto che, dice Viglino, potrebbe essere stata manipolata "per nascondere la lesione del collo". L'esperto citato da repubblica, contraddice poi la notizia che Enzo Baldoni sia stato oggetto di colpi di arma da fuoco. Continua infatti Repubblica: "da quanto si può ricostruire, spiega Viglino, la ferita al collo di Baldoni sembra provocata da una lama. Una lesione che giustifica, "la presenza di sangue nella bocca e nel naso, le ecchimosi intorno alle orbite degli occhi e l'abbondante imbrattamento della maglietta indossata da Baldoni". Escluse, invece, lesioni da arma da fuoco al capo "che avrebbero lasciato tracce ben apprezzabili, anche se l' eventuale regione attinta fosse stata la parte posteriore del capo". Sempre l'analisi della foto fa dire al medico legale che lo scatto sarebbe stato realizzato "all'incirca a 35-48 ore dal momento della morte di Baldoni".

Ma, ripeto, il fotogramma diffuso dalla sedicente Islamic Army o dai suoi portavoce non contiene nulla che possa far pensare alle evenienze di una ribellione, di una fuga, di alcunchè diverso dalla morte di Enzo. E allora cos'era la scena diffusa ad arte e ripresa dal Corriere? Una scena inventata di sana pianta? Forse, ma certamente inaspettata dopo che Enzo Baldoni, ripreso tre giorni prima, in un video di pregevole fattura, non manifestava – caso più unico che raro tra i sequestrati - alcuna particolare emozione. Anzi dimostrava disinvoltura e sufficienza nel riferire - e forse leggere - il suo messaggio alla telecamera. Un atteggiamento incredibile, perso nel tempo e attribuito alla sua convinzione o alla consapevolezza che tutto è un gioco. Anche la morte. Un atteggiamento lontano anni luce da quella che sarebbe stata la prima violenta e macabra rappresentazione, poi rinnegata e dimenticata, di una morte assurda. Ma quella scena qualcuno l'ha descritta e qualcuno anche molto autorevolmente l'ha diffusa. Quel primo racconto non si dimentica facilmente, ma scompare dal mondo del vero e resta un incubo. Uno dei tanti.

Giocare a Gaza

Parleremo di un articolo apparso su Haaretz di ieri, 31 agosto, a firma di Amos Harel. Il pezzo - nell'usuale retorica adottata dalla stampa israeliana (e americana) - può sembrare addirittura moderato e in qualche modo imparziale. In realtà è infarcito di molti dei regolari artifizi tesi a disumanizzare la resistenza palestinese e ad attribuire al "nemico" comportamenti indegni quali l'uso di bambini per azioni di combattimento, fermo restando che con questo non si vuole sottovalutare la responsabilità della resistenza palestinese che, nell'atto di reagire alle vessazioni subite, scelga di lanciare razzi sulla popolazione civile. E' singolare tuttavia, in proposito, il fatto che, come è stato documentato e ribadito, l'esercito di occupazione israeliano abbia lasciato ampie evidenze ed anche registrazioni fotografiche dell'uso (anche) di bambini e adolescenti palestinesi come scudi umani o come arieti virtuali per avere ragione dei militanti palestinesi durante le operazioni ed i rastrellamenti nei territori illegittimamente occupati. Così confermando che l'aggressione sui civili (oltre che sulle loro proprietà) è, nel contesto dell'attuale conflitto, quantomeno bilaterale. Esemplare nel denunciare questo tipo di condotta da parte israeliana è stato, in un articolo del 2 ottobre 2002, Ran HaCohen. Di seguito uno stralcio, in un unico articolo si parla dell'uso di scudi e arieti umani e dell'atteggiamento spesso fazioso di Ha'aretz, che, partendo da una testata tradizionalmente collocata a sinistra, risulta più pericoloso di quello adottato nelle smaccate operazioni di propaganda del Likud, degli ultraconservatori, dei neocon.

«...Ha'aretzdaily.com non è una traduzione completa del giornale ebraico; è una
selezione. Spesso omette certi argomenti, certi pezzi che Ha'aretz non trova
"adatti" per gli occhi degli stranieri [...] Un altro modo di raggiungere lo
stesso malizioso risultato sono le traduzioni "nazionalisticamente corrette".
Per esempio, quando su Ha'aretz ebraico si legge (2 luglio 2002): "Recenti
documenti sull'intenzione dell'Egitto di sviluppare armi nucleari SONO STATE
APPARENTEMENTE IL RISULTATO DELLA GUERRA PSICOLOGICA ISRAELIANA E non hanno riscontro con informazioni dell'intelligence a Gerusalemme, secondo un alto ufficiale israeliano", la traduzione inglese semplicemente ometteva le parole scritte in caratteri maiuscoli. O, citando un ufficiale israeliano sull'uso dei palestinesi come "scudi umani", la versione inglese riportava (16 agosto 2002): "Prima della ricerca [in una casa palestinese] andiamo da un vicino, lo portiamo fuori di casa e gli diciamo di chiamare le persone che vogliamo escano dalla porta accanto. [...] Il vicino non ha possibilità di rifiutarsi. Grida, bussa alla porta e dice che l'esercito è lì. se non risponde nessuno, torna indietro e noi andiamo avanti col lavoro". Sembra piuttosto inoffensivo? Solo perchè
l'ultima frase è la traduzione "nazionalisticamente corretta" della seguente
frase in ebraico: "Se non risponde nessuno, dobbiamo dire al vicino che sarà
ucciso se nessuno viene fuori". (1)
Ma di esempi (anche fotografici) ce ne sarebbero tanti, non ultimo il resoconto dell'indiscriminato bombardamento del Libano (in generale) e di Qana (in particolare) dell'anno scorso e dell'uso "in limine" delle bombe a grappolo. Torniamo invece al racconto riportato appunto ieri da Ha'aretz. Purtroppo non fa quasi notizia, ma si tratta dell'uccisione da parte dell'esercito israeliano di tre bambini che stavano giocando nei pressi di una rampa di lancio di razzi Qassam mercoledì scorso. Per quanto sopra ho detto, lascio al lettore l'analisi dello scritto ed eventualmente delle sue pieghe (non tanto) recondite e mi limito qui a sottolineare il reiterato, quasi patologico, riferimento al termine "terrorista" e ad indicare quanto riportato dal quotidiano (ultima frase del pezzo) sugli ordini cui i militi dell'esercito di occupazione israeliano sono tenuti ad adeguarsi. A proposito di terrorismo, termine tanto caro quanto usato a sproposito trattandosi di una tattica e non di un nemico, è agevole ricordare - e non stupisce - che proprio usando di questa tattica (ora come allora unanimemente condannata) e cioè sulle bombe dei terroristi, proprio i sionisti contarono per allontanare gli inglesi dalla Palestina e che Ytzhak Shamir, terrorista durante il mandato britannico e poi divenuto primo ministro di Israele, ebbe a dichiarare che "né la morale né la tradizione degli ebrei possono impedire che il terrorismo venga usato come mezzo per combattere" (2). Il che riporta alla tradizione di attribuire spesso ad altri solo qualcosa che ben si conosce. Ma arriviamo, finalmente, all'articolo odierno di Amos Harel.

"I tre bambini palestinesi uccisi a Gaza martedì [ndr mercoledì 29 agosto] stavano solo giocando ad acchiapparella vicino alle rampe per il lancio di razzi presi di mira dai soldati israeliani e non erano connessi ai terroristi, un'inchiesta dell'esercito ha stabilito ieri. Mahmoud Ghazal, 10 anni e suo cugino, dodicenne, Yehiya Ghazal, sono morti subito. La loro cugina di dieci anni, Sara Ghazal, è stata ferita gravemente ed è morta più tardi. L'esercito israeliano ha dichiarato che i bambini sono stati uccisi quando un'unità di terra ha sparato sulle rampe di razzi Qassam nell'area. Le rampe, che erano puntate su Israele, erano poste nei campi proprio fuori da Beiht Hanun, vicino alla casa familiare dei Ghazal. Secondo l'esercito, i soldati hanno individuato 'movimenti inidentificati ed hanno aperto il fuoco'. Nelle dichiarazioni iniziali dell'IDF dopo l'incidente di martedì [ndr mercoledì] l'esercito ha detto che 'desidera esprimere rammarico' per l'uso di bambini in attacchi terroristici' con ciò implicando che i bambini erano stati mandati dai terroristi per raccogliere le rampe. L'esercito ha frequentemente accusato le organizzazioni terroristiche di usare adolescenti e bambini per questo compito. Ma l'inchiesta che è stata avviata subito dopo l'incidente, ha stabilito che i bambini stavano giocando a 'prendersi' vicino alle rampe, come rivelato dalle riprese che hanno registrato l'incidente. Risulta che il video mostri i bambini - che sembrano figure di età non determinabile - che si avvicinano alle rampe e quindi si muovono indietro, in un modo che poteva essere visto come quello di qualcuno che stesse caricando le rampe dei missili. Il terreno non permetteva l'osservazione diretta dell'area, così le truppe dovevano affidarsi alle fotografie aeree. Le fonti dell'esercito hanno riferito che l'unità che ha lanciato il missile ai bambini ha usato questo riferimento visuale per direzionare il suo colpo. Il video mostra che una delle figure era un bambino, hanno riferito fonti dell'esercito,
ma questo è apparso tanto in prossimità del momento dell'impatto che i soldati
non sono stati in grado di interrompere il lancio in tempo. I soldati dell'IDF vicino alla Striscia di Gaza hanno l'ordine di sparare alle rampe di missili solo quando i terroristi vi si avvicinano. Le rampe in se stesse sono facilmente rimpiazzabili e sono di poco valore per le organizzazioni terroristiche, così l'esercito preferisce mirare ai terroristi che dirigono il lancio". (Ha'aretz, 31 agosto 2007)

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(1)
citato in
http://www.antiwar.com/hacohen/h093002.html
http://www.acj.org/Daily%20News/Sep_02/Index.htm#3 (poi soppresso)http://electronicintifada.net/v2/article754.shtml

(2)
«Finally, we should not forget that the Zionists used terrorism when they were in a similarly weak position and trying to obtain their on state. Between 1944 and 1947, several Zionist organizations used terrorist bombings to drive the British from Palestine, and took the lives of many innocent civilians along the way.56 Israeli terrorists also murdered U.N. mediator Count Folke Bernadotte in 1948, because they opposed his proposal to internationalize Jerusalem.57 Nor were the perpetrators of these acts isolated extremists: the leaders of the murder plot were eventually granted amnesty by the Israeli government and one of them was elected to the Knsset. Another terrorist leader, who approved the murder but was not tried, was future Prime Minister Yitzhak Shamir. Indeed, Shamir openly argued that “neither Jewish ethics nor Jewish tradition can disqualify terrorism as a means of combat”. (S. Walt e J. Mearsheimer, The Israel Lobby, pag. 13 della versione originale e a pag. 5 dell'edizione editata a cura della London Review of Books, disponibile qui
http://www.lrb.co.uk/v28/n06/mear01_.html)

giovedì, agosto 30, 2007

Bavaglio accademico a Finkelstein

Avevo anticipato di sfuggita, pochi giorni fa (v. I dispetti della Lobby), la notizia dello stop virtuale imposto dalla DePaul University all'attività del professor Finkelstein prima della naturale scadenza del suo incarico. L'operazione di boicottaggio da parte della cattolica università DePaul di Chicago è stata resa nota ufficialmente due giorni dopo con la pubblicazione - da parte di Finkelstein - di una lettera di censura rivolta al medesimo istituto dall'AAUP (American Association of University Professors). L'organizzazione, che tutela il corpo insegnante nelle università, ha già preso più volte posizione in favore di Finkelstein e da ultimo, il 27 agosto scorso, ha infatti indirizzato al presidente dell'università, Rev. Dennis Holtschneider, una nuova e recisa richiesta di spiegazioni per l'aggressione subita dallo scomodo accademico di Chicago, in particolare rispetto al diritto - codificato nelle regole base dell'ateneo - di portare a termine il proprio programma di insegnamento per l'anno in corso.


«Vi scriviamo ancora in merito ad una nuova questione di procedura (...) in
relazione ad un messaggio e-mail di venerdì 24 agosto del rettore Ellmut Epp al professor Finkelstein, con il quale gli viene notificata la decisione dell'amministrazione di metterlo in "administrative leave" con stipendio, rilevandolo da ulteriori doveri accademici nel suo ultimo anno di servizio. (Abbiamo saputo che gli è pure stato negato l'accesso al suo ufficio). Secondo il messaggio del rettore l'azione per rilevare il professor Finkelstein dall'ulteriore insegnamento è stata presa "sulla base delle necessità del dipartimento e del collegio e causa del suo comportamento alla fine del quadrimestre primaverile"...»

Il Chicago Tribune ha riferito della nuova ed umiliante operazione di ostracismo dell'istituto cattolico, precisando che, a pochi giorni dall'inizio delle lezioni, le dispense necessarie per il corso di Finkelstein erano già in libreria, gli studenti avevano il programma del corso e lo spazio disponibile a "Scienze Politiche 235 - Uguaglianza nella giustizia sociale", era ormai limitato ai soli posti in piedi. Il quotidiano ha precisato che secondo le norme accademiche un professore a cui sia stata negata cattedra e impiego ha il diritto ad un anno finale di insegnamento all'università che lo licenzia. Il controllo di queste norme è affidato appunto alla AAUP, che può censurare un istituto qualora ricorrano violazioni delle sue regole fondamentali, il che può essere propedeutico ad una causa civile contro l'università da parte di un membro del corpo accademico pregiudicato da tale comportamento.

Secondo Jonathan Knight, direttore del programma dell'AAUP per la libertà accademica e l'impiego, un'università deve al suo membro licenziato ben più di un anno di salario. Ha diritto ad un'aula e presumibilmente ad un ufficio. Ribadisce Knight che un ateneo non può semplicemente chiamarsi fuori ricorrendo all'aspettativa con stipendio. Ha aggiunto che tale provvedimento non può essere preso senza un'udienza salvo i casi di estrema urgenza e che - in questo caso - non risultano sussistere gli estremi per una decisione dell'ultimo minuto da parte della DePaul.

Vi è da aggiungere qui che solo due anni fa - come riferisce il Chicago Tribune - il professor Finkelstein veniva additato come "esempio dell'impegno della DePaul per la libertà di informazione" proprio da parte del presidente, Rev. Holtschneider. Lo stesso chierico che - pur negando per ovvi motivi questa circostanza - palesemente non ha saputo difendere la libertà dell'istituto dalle pressioni dei potentati che hanno eretto a proprio campione l'avvocato e prof. Alan Dershowitz, ormai pubblicamente squalificato (da Finkelstein) per la povertà dei suoi scritti in difesa della violenza dell'apartheid di Israele e della tortura e in strisciante, malcelata adesione all'imposizione di una devastante pax israeliana in Palestina.

Per parte sua Norman Finkelstein ha dichiarato che, piuttosto che una causa, intende opporre la propria disobbedienza civile al provvedimento ed ha aggiunto che, se verrà messo in prigione per questo, inizierà uno sciopero della fame fino a che l'università DePaul non sia tornata in sé. "Nel tribunale della pubblica opinione posso vincere", ha detto Finkelstein, "lasciamo che sia la gente a giudicare". La gente chissà, ma sicuramente gli studenti sono dalla sua parte, come - sembra - la maggior parte del corpo insegnante alla DePaul.

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Per approfondire
http://www.normanfinkelstein.com/article.php?pg=11&ar=1190
http://www.normanfinkelstein.com/article.php?pg=11&ar=1191
http://www.insidehighered.com/news/2007/08/27/depaul
http://www.chicagotribune.com/news/local/chi-depaul28aug28,0,7661996.story
http://education.guardian.co.uk/higher/news/story/0,,2158191,00.html

sabato, agosto 25, 2007

I dispetti della Lobby

La martellante operazione di boicottaggio di Alan Dershowitz sembra aver dato i suoi frutti. Proseguono anche le meschinità collaterali al diniego della cattedra a Norman Finkelstein, questione di cui si è già abbondantemente parlato su questo blog (v. Lobby - Negata la cattedra a Finkelstein, Lo scienziato e il professore, Viam sapientiae monstrabo tibi).

A Finkelstein è stata negata l'opportunità di un impiego stabile nella cattolica DePaul University e il suo rapporto con l'istituto cesserà formalmente (di fatto è già cessato) nel 2008. Per il resto i maneggi di Dershowitz sembrano aver ottenuto il solo risultato di promuovere la figura dello scomodo professore nel mondo accademico internazionale. Una straordinaria ondata di solidarietà, anche da parte di eminenti studiosi, quali Avi Shlaim e il compianto Raul Hilberg, da poco scomparso, ha evidenziato il valore di Norman Finkelstein, la sua visione scientifica del problema mediorientale e, viceversa, la pochezza intellettuale messa in atto dall'avvocato Dershowitz nel suo tentativo di riciclare e giovarsi di alcuni scadenti miti sulle origini del conflitto (v. anche in Riciclaggio).

Dei libelli di Dershowitz nei confronti di chiunque abbia una visione a 360° della questione israelo (ebraico) palestinese viene fatta quotidianamente giustizia nelle piazze (blog) in cui il principe del foro americano accetta in qualche modo il dibattito, senza degnarsi di rispondere ma consentendo - altro non potrebbe fare - che vengano messe rapidamente alla berlina le sue faziose visioni della storia e dell'attualità. Dei suoi scritti e (in particolare del suo Case for Israel) ha già scritto abbastanza, con puntuale documentazione, Norman Finkelstein. Sotto questo profilo bisogna dire, tuttavia, che gli artifizi dell'avvocato Dershowitz tesi a giustificare l'imposizione del suo punto di vista non godono della pregevole fattura e delle assai più sottili infiltrazioni di menzogna e ipocrisia riscontrate tra le righe di altri rinomati scritti, anche italiani, e nella martellante operazione dei media asserviti alla campana filoisraeliana.

Talune meschinità nei confronti di Finkelstein non accennano a diminuire. Di seguito trascrivo un ridicolo gioiellino in tema di boicottaggio all'interno della struttura universitaria DePaul, dove, per converso, gli studenti e buona parte del corpo accademico non mancano di manifestare solidarietà per Finkelstein e sdegno per i vertici dell'istituto che non hanno avuto il coraggio di una decisione (quella sulla cattedra) invisa alla Lobby e ai suoi sicari. Del resto Fink ci è abituato da tempo e al boicottaggio culturale sono assuefatti tutti gli studiosi del Medioriente negli USA che si pongano in qualche misura fuori dal coro. Ne sa qualcosa il prof. Tony Judt e ne sanno parecchio - di recente - i prof. John Mearsheimer e Stephen Walt, autori del documentato saggio critico La Lobby Israeliana, che è da tempo reperibile su internet, è già stato tradotto e pubblicato in Italia (Asterios Editore - Trieste)* ma uscirà in un volume completo solo il 4 settembre negli USA (v. foto). E' facile prevedere che la pubblicazione "in print" dell'opera - dice Finkelstein - scatenerà un bel po' di agitazione negli Stati Uniti. Ma questa è un'altra storia. Passiamo ai semplici dispetti del Preside della DePaul - già portatore delle istanze di Dershowitz nel "processo" accademico contro Finkelstein - leggendo l'umiliante missiva da poco rivolta al professore ostracizzato.

"Prof. Finkelstein, il Professor Budde mi ha fatto sapere che lei ha chiesto dello spazio negli uffici per i suoi libri. Non abbiamo una collocazione per lei nel prossimo anno accademico. Vedrò se potremo renderle disponibile qualcosa ed io o il Professor Budde ci metteremo in contatto con lei la prossima settimana con più informazioni. Nel frattempo lei non avrà accesso al suo vecchio spazio negli uffici. Visto che lei ha lasciato alcuni effetti personali nel suo vecchio posto, potremo discutere un piano per la restituzione [di queste cose] quando la contatterò la settimana prossima. Lei non deve pianificare spostamenti in alcuno spazio degli uffici, poichè questa opzione per lei non è disponibile. La contatterò la settimana prossima con maggiori informazioni". Dr. Charles (Chuck) Suchar - Professor and Dean College of Liberal Arts and Sciences - DePaul University - Vincent dePaul Professor - Office of the Dean
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(*) «Abbiamo scritto “La lobby israeliana” al fine di iniziare una discussione su un soggetto che è diventato difficile da trattare apertamente negli Stati Uniti. Sapevamo di provocare una forte reazione e non siamo sorpresi che alcuni dei nostri critici abbiano scelto di attaccare apertamente i nostri scritti e di travisare di proposito le nostre argomentazioni. Siamo però anche gratificati dalle tante attestazioni di stima che abbiamo ricevuto e dai commenti positivi che sono emersi sui media e nella blogsfera. È evidente che molte persone, inclusi ebrei e israeliani, sanno che è venuto il momento di aprire una discussione seria sul ruolo di Israele nella politica estera americana e sulle relazioni tra questi due paesi. Uno degli argomenti addotti contro di noi è che noi vedremmo la lobby israeliana come una bene organizzata cospirazione da parte degli ebrei. Alcuni sostengono che le “accuse al potere degli ebrei rappresentano una delle più pericolose forme moderne di anti-semitismo”. È una posizione che noi condanniamo e respingiamo nei nostri scritti. Infatti, descriviamo la lobby come una coalizione di elementi individuali e di organizzazioni indipendenti senza un quartier generale. Essa include persone perbene come gli Ebrei e gli ebrei-americani che non rigirano la legge a seconda delle proprie posizioni. La cosa più importante è che la lobby israeliana non è segreta, clandestina; al contrario è apertamente diffusa e sostenuta nei più vari gruppi di interesse politico, dietro a essa non vi è alcun atto illegale o cospiratorio». [John Mearsheimer, insegna Scienze Politiche a Chicago. Stephen Walt, insegna Affari Internazionali alla Kennedy School of Government di Harvard].

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Per approfondire
http://pipistro.blogspot.com/2007/06/lobby-negata-la-cattedra-finkelstein.html
http://pipistro.blogspot.com/2007/06/continua-negli-usa-accompagnata-da-un.html
http://pipistro.blogspot.com/2007/05/viam-sapientiae-monstrabo-tibi.html
http://pipistro.blogspot.com/2007/01/riciclaggio.html
http://www.normanfinkelstein.com/article.php?pg=11&ar=1188
http://www.lemonde.fr/web/article/0,1-0@2-3222,36-753823@51-751866,0.html
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200708articoli/25065girata.asp
http://www.scribemedia.org/2006/10/11/israel-lobby/
http://clients.mediaondemand.net/thedohadebates/index.aspx?sessionid=23&bandwidth=hi

giovedì, agosto 23, 2007

Una cartolina per Ben


(disegno - elaborazione grafica by Danith)

"Ho letto un Ben molto provato. Vogliamo ridargli un pò di fiducia,trasmettergli la nostra vicinanza e solidarietà di italiani cittadini dell'Italia e non di una "italietta" pronta a piegarsi davanti alle stelle e strisce? Scrivete a Benedetto...". (Anna)

Una richiesta di aiuto da Benedetto Cipriani

Ricevo or ora tramite Anna Cellucci, la compagna di Benedetto Cipriani e a cura del legale di Cipriani nel Connecticut, l'avvocato Ioannis (John) A. Kaloidis, una lettera del nostro connazionale, che come ricorderete è stato repentinamente estradato negli USA ed ora è in vista di un processo per omicidio di cui sono stati già evidenziati, anche in questo blog, i contorni quantomeno dubbi ed unilaterali. E il contesto di accesa ostilità scatenatosi nei confronti dell'imputato, visto immediatamente come non americano e dipinto, per quanto lui stesso ci riferisce, come il mafioso italiano. L'avvocato Kaloidis ha specificato, allegando la lettera di "Ben" (v. immagine a lato), che "Mr. Cipriani has asked that the attached letter be forwarded to the Italian press".

Di seguito vi sottopongo immediatamente il testo della lettera di Benedetto Cipriani, che protesta recisamente la sua innocenza e paventa il profilarsi di un processo iniquo. E' una richiesta di aiuto e una dichiarazione di affetto per la sua famiglia, per la sua compagna Anna, per tutti gli italiani.

«Vi ringrazio per il vs aiuto ed interesse nella mia vicenda. Vi prego solo di non lasciarmi solo a combattere questa immane battaglia per la mia vita. Sono stato vittima di un disegno ben preciso e persecutivo già dalle prime battute della mia vicenda. Le dichiarazioni accusatorie delle carte estradizionali non esistevano ecco perchè le rogatorie non furono permesse. I prof. Gaito e Furfaro vi potranno dire delle mie vicende. Adesso sono qui estradato per la "ragion di stato". Vi può essere un giusto processo dove i membri di una giuria sono stati bombardati in continuazione con "il mafioso venuto dall'Italia". E' una guerra razziale. Italiano e mafioso! Ho un intero stato contro di me. Vengo trattato come se fossi un boss mafioso. Non mi fanno parlare con la mia famiglia. I miei avvocati si stanno impegnando ma hanno bisogno di mezzi. E la mia famiglia è finanziariamente dissanguata. Aiutatemi ed aiutatela voi che potete. Spero solo che voi non mi lasciate solo a combattere questa guerra. Le autorità del Connecticut non hanno mai accettato le condizioni del decreto, non mi vogliono far tornare in Italia. Me lo hanno detto appena mi hanno avuto il 13/7. Se io non torno in in Italia in qualsiasi momento vi può essere una revisione e l'applicazione della pena di morte. Aiutate la mia famiglia con una campagna di aiuti. Ufficialmente tramite voi tutti faccio formale richiesta che io voglio tornare in Italia, chiedo quindi l'applicazione delle condizioni imposte dal decreto Castelli. Un saluto particolare a mia madre, mia sorella e famiglia, ad Anna mia fedele compagna che amo ed a cui sono sempre stato innamorato e fedele. Vi amo molto, mi mancate tanto. Aiutatemi, ho bisogno del vostro aiuto, aiutatemi a provare la mia innocenza. Aiutatemi a tornare in Italia». Benedetto Cipriani

mercoledì, agosto 22, 2007

Ghareeb, il racconto di Ed Kinane


Mohammed Hussein Ramadan, detto Ghareeb (straniero), morto sulla strada da Najaf per Baghdad il 20 agosto 2004 mentre accompagnava il nostro Enzo Baldoni verso il medesimo destino. Questo è il racconto di Ed Kinane in occasione di un precedente viaggio a Najaf con Ghareeb. (Ed Kinane - Voices in The Wilderness - Baghdad, October 14, 2003)

PRESS CONFERENCE
Intorno alle 11 del mattino Ghareeb porta me e Neville a Najaf, un viaggio di due ore. Una volta lì ci vuole un'ora per trovare la conferenza stampa. La conferenza è stata spostata dal luogo stabilito, parcheggiamo vicino a una barriera per il traffico nella città vecchia, attraversiamo un isolato lungo la galleria di una strada commerciale, incontriamo parecchi uomini armati verso la moschea principale.
Ghareeb cerca l'ufficio dell'organizzazione di Moktada al-Sadr per avere il permesso e le indicazioni per raggiungere la conferenza stampa. In un vicolo Ghareeb viene perquisito da un gruppetto di uomini armati prima di essere scortato nell'ufficio. Due uomini sono incaricati di accompagnarci mentre andiamo in auto verso il posto stabilito, forse un paio di miglia più in là. Quando arriviamo ci sono parecchi uomini armati a fare la guardia, alcuni sui tetti vicini. Non ci sono autorità in uniforme. Non dobbiamo mostrare alcun documento di identità, né tessera della stampa. Siamo abbassati gentilmente prima di essere introdotti attraverso una porticina in un'abitazione. Ci dirigiamo di sopra fino a un tetto affollato di giornalisti e cameramen. Trovo una sedia su cui stare in piedi. Sia Neville che Ghareeb scattano foto. Non c'è nessuno dei nostri due visitatori di ieri, né riconosciamo alcuna testata americana. In mezzo alla calca, ad un tavolo, siede Sayed Moktada, che si sporge davanti a un banco di microfoni. Capisco solo alcuni frammenti della traduzione e così perdo la sostanza delle sue osservazioni.
Il Sayed ha la barba ed è sui trent'anni. E' il figlio e nipote di famosi clerici shiiti, giustiziati da Saddam. Diversamente dai nostri visitatori di ieri, lui non ha l'aspetto "presidenziale" (o "papale"). Sembra teso. E' seccato quando un giornalista gli chiede se il suo nuovo governo costringerà le donne ad indossare il velo. Risponde che ognuno - ebrei, cristiani e musulmani - dovrebbero rispettare le proprie tradizioni. Continua ad agitare il dito indice. Probabilmente sta montando un cavallo che non può controllare. Mi chiedo per quanto tempo rimarrà vivo.
Più tardi, quando chiedo a [....], non sciita, che tipo di uomo sia Moktada, lui dice: "E' un killer, a capo di assassini".
KARBALA ROAD BLOCKS
Ghareeb vuole andare a Karbala, che è più o meno sulla via del ritorno per Baghdad. Non troppo lontano da Karbala incappiamo in un blocco stradale, circa una dozzina di soldati in fila attraverso l'autostrada. La coda delle auto fermate arriva ad una novantina di metri dai soldati. Siccome sono l'unico "gringo" nella folla, Ghareeb mi suggerisce di parlare con i soldati. Neville si offre di raggiungermi, ma Ghareeb pensa sia meglio che io vada da solo.
Mi avvicino di qualche metro. I soldati sono tesi. Con sempre più automobili che si avvicinano ogni minuto, sono in un pasticcio e non hanno idea di come venirne fuori. Faccio una domanda, ma non vogliono fornire risposte. Dico loro che vogliamo solo passare per andare verso Baghdad. Dicono che tutte le strade dentro Karbala sono bloccate, forse per due o tre ore. Chiedo che sta succedendo. Mi dicono che non ne hanno idea. Capisco che parte della loro tensione deriva dal fatto che parlano a stento l'inglese. Chiedo chi siano. Uno risponde indicando un tizio e poi l'altro "è un soldato, è un soldato, è un soldato". Quando un altro soldato lo chiama, capisco che questi uomini devono essere polacchi. In che situazione infernale sono! Se capiscono solo po' di inglese, probabilmente capiscono molto meno l'arabo. Eppure si sono ficcati in Iraq tra gente ben armata che li vede come invasori. Non è stato molti anni fa che i polacchi stessi sono stati occupati. Mi dicono che devo tornare indietro, allontanarmi da loro. Hanno paura che altri, vedendomi, si avvicinino a loro. Ritorno da Nev e Ghareeb.
Ci dirigiamo indietro giù per l'autostrada per un po' prima di girare in una strada sterrata. Raggiungiamo una fila polverosa di veicoli che aggirano il blocco stradale. Un camion è caduto in un fosso per l'irrigazione bloccandoci parzialmente la strada. Ghareeb ci fa uscire dall'auto prima di lanciare il motore per oltrepassare il camion senza finire a nostra volta nel fosso. Andiamo con la colonna alcune centinaia di metri prima di tornare sull'asfalto. Lungo l'autostrada possiamo giusto vedere i soldati polacchi, le loro schiene verso di noi. Ben presto oltrepassiamo dei poliziotti iraqeni, ci fanno cenno di andare avanti.
A Karbala Ghareeb sbriga i suoi affari e ci dirigiamo fuori dalla città solo per essere fermati ad un blocco stradale americano. Ci spostiamo verso un'altra direzione. Quando ci fermiamo per aggiungere un po' d'olio dei freni Ghareeb sente che più presto oggi la fazione sciita di Sistani, insieme alla fazione sciita di Hakim, hanno combattuto contro la fazione sciita di al-Sadr, scambiandosi l'un l'altra colpi di mortaio dai loro quartier generali di Karbala.
Continuiamo a viaggiare, ma veniamo fermati nuovamente, da un ponte bloccato. Aggirarlo ci conduce sulla vecchia strada per Baghdad attraverso miglia e miglia di lussureggianti piantagioni di datteri su entrambi i lati della strada, un aspetto dell'Iraq che avremmo perso se fossimo rimasti sulla strada principale.

Tutte queste ore sulla strada mi hanno aiutato a vedere Ghareeb in una nuova luce. Neville mi ha lasciato viaggiare nel sedile anteriore all'andata e al ritorno. Ghareeb è alle prese con un attacco di "influenza di Baghdad" e uno dei sintomi è il bruciore agli occhi. E' contento di parlare per rimanere attento. Lo porto a parlare della sua famiglia. Vien fuori che Ghareeb è una specie di soprannome che gli ha dato sua madre. Il suo vero nome è Mohammed Ramadan. Quella dei Ramadan è una tribù con migliaia di persone disperse in tutto il Medioriente.
Ghareeb dice che suo padre, di 67 anni, vive in Palestina dove ha delle proprietà. La famiglia ha investimenti in tutto il Medioriente. Il padre di Ghareeb è il capo della tribù dei Ramadan. Il fratello maggiore di Ghareeb succederà al padre quando questi verrà a mancare. Ghareeb è il successivo nella linea dopo suo fratello. Ghareeb dice di essere stato educato per essere un capo. Questo lo ha reso differente dai suoi compagni, non è necessariamente un destino facile per una persona così socievole. Sia lui che suo fratello sono piloti, il fratello ha un brevetto per gli aerei, Ghareeb per gli elicotteri. Un altra volta mi accennò di avere il brevetto per le auto da corsa.
Chiedo a Ghareeb cosa significa essere educato per essere un capo. Dice che significa che devi sempre aiutare chi ha bisogno. Devi sempre sacrificare le tue risorse per gli altri. E questa etica non è limitata nei confronti dei soli membri della tribù. Sembra essere una persona insolitamente premurosa. Qualche volta mi sento adottato da lui.
Il compito di Ghareeb, oggi a Karbala, era quello di controllare la situazione della donna che era venuta a Voices (in the Wilderness) per cercare un aiuto economico presumibilmente per un'intervento per il suo bambino. Mentre quella storia non salta fuori (avevamo controllato con l'ospedale nuovamente oggi) Ghareeb mi spiega che qualche volta devi penetrare nella rete di bugie di una persona per arrivare alla disperazione che la guida. Ghareeb è veramente un principe.
Ma è un principe senza una terra. Ora ha un visto per il Ghana. Andrà là o si tratterrà per cercare di andare in Canada? (Deve essere l'unico Ramadan in Iraq, ma ce ne devono essere alcuni in Canada). L'ultima destinazione è quella di tornare dalla sua famiglia in Palestina. E' stato via dalla Palestina per tanti anni e ne ha nostalgia. Parla della Palestina con orgoglio. "In Palestina non ci sono sciiti, né sunniti. I palestinesi sono gente sofisticata in un modo che non può essere trovato altrove in Medioriente".

giovedì, agosto 16, 2007

Notizie dal circo americano

Christians United for Israel (CUFI), quattromila partecipanti alla sua seconda Convention annuale a Washington tra il 16 e il 19 luglio scorsi, raccoglie consensi tra i senatori candidati alle presidenziali e influenza il Congresso degli Stati Uniti, rappresenta circa un quinto dei 75 milioni di cristiani evangelici negli USA e quindi una quindicina di milioni di persone. Si propone come associazione non-profit, i cui fondi sono usati per educare la comunità cristiana sulle ragioni bibliche per cui i cristiani dovrebbero sostenere Israele. Il suo sistema è vicino e i suoi programmi si rispecchiano in quelli dell'American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) - che si auto descrive come la Lobby d'America pro Israele - e della destra israeliana. L'agenda di questi enti si può sintetizzare oggi come segue: strangolare le aspettative nucleari iraniane anche con l'uso della forza militare, sbarazzarsi degli Hezbollah, fornire aiuto militare a Israele. L'organizzazione affronta il visitatore virtuale con uno sproloquio che riassume le fondamenta del suo pensiero in un incredibile gagliardetto integralista: "La Bibbia ci ordina di pregare per la pace di Gerusalemme (Salmi 122,6), a proclamare la salvezza di Sion (Isaia 62,1), ad essere guardiani delle mura di Gerusalemme (Isaia 62,6) e a benedire il popolo ebraico (Genesi 12,3). Questi e tanti altri versi della Bibbia portano un messaggio fondamentale, come cristiani abbiamo un obbligo biblico di difendere Israele e il popolo ebraico nel loro momento del bisogno". Il divino potpourri profetico e politico che ha suggerito a questi cristiani sionisti di darsi un nome, che - come si suol dire - non sta né in cielo, né in terra, imporrebbe poi agli stessi signori un'azione concreta (e molto politica) adatta a favorire il verificarsi delle profezie nella fanatica attesa della seconda venuta del Messia e dell'Armageddon, ma tutto questo solo nel preconizzato momento in cui gli ebrei, già tutti riuniti in un fantasioso ipertrofico Israele esteso dal Nilo all'Eufrate, verranno quasi interamente e profeticamente distrutti, salvo pochi di essi che, altrettanto profeticamente, saranno convertiti ad una forma di cristianesimo.

Non è chiaro come intendano cavarsela i sedicenti cristiano-sionisti con i loro sodali neo-grandi-israeliani, poichè allor che si compia la profezia essi dovrebbero essere necessariamente cancellati e i pochi rimasti convertiti, né è facile immaginare con cosa pensino di riempire una mitologica Israele che occupi terra dal Nilo all'Eufrate. Ma nel frattempo certamente intendono impegnarsi alacremente nei compiti che si sono assegnati con l'allucinato proclama emesso dal Terzo Congresso Cristiano Sionista Internazionale di Gerusalemme del febbraio 1996, primo fra tutti la difesa del contratto immobiliare divino, ivi descritto con precisione notarile ("According to God's distribution of nations, the Land of Israel has been given to the Jewish People by God as an everlasting possession by an eternal covenant. The Jewish People have the absolute right to possess and dwell in the Land, including Judea, Samaria' Gaza and the Golan") pur omettendo imperdonabilmente di considerare, in questo affrettato breviario, le Shebaa Farms e l'acqua libanese.

Per quanto occorrer possa e inerpicandosi nei disegni divini il minimo indispensabile (la cosa è imbarazzante in un'ottica anche solo vagamente agnostica, ma è necessitata dalla autodefinizione di questi clown quali cristiano-sionisti), leggiamo le prime poche parole della Dichiarazione di Gerusalemme, compilata dal Patriarca cattolico latino e dai capi delle chiese locali con riferimento al programma e al proclama: "il Cristiano-sionismo è un movimento teologico e politico moderno, che abbraccia le posizioni più estreme del Sionismo, così nuocendo ad una pace giusta tra Palestina e Israele. Il programma Cristiano Sionista fornisce una visione del mondo dove il Vangelo è identificato in una ideologia imperialista, colonialista e militarista. Nella sua forma estrema enfatizza gli eventi apocalittici che portano alla fine della storia, piuttosto che a vivere l'amore e la giustizia di Cristo oggi. Rigettiamo categoricamente le dottrine Cristiano Sioniste come falsi insegnamenti che corrompono il messaggio biblico di amore, giustizia e riconciliazione ...".

Ho detto prima "per quanto occorrer possa". E' infatti storia che si voglia far discendere le miserie umane da improbabili disegni superiori, ma, in questo caso, il movimento non gode neppure di quel minimo di serietà per cui valga la pena di scomodare gli dei e trattare - su un piano teologico - ciò che agli dei l'uomo stesso ha messo in bocca o nella penna al soldo delle più svariate bandiere, per giustificare ed alimentare la propria inguaribile rapacità.

lunedì, agosto 13, 2007

La truffa del processo di pace in Medioriente

«Quando Ehud Olmert e George Bush si sono incontrati alla Casa Bianca, in giugno, hanno concluso che l'esautorazione violenta di Fatah da parte di Hamas a Gaza - che ha annullato il governo di unità nazionale palestinese patrocinato dai Sauditi alla Mecca in marzo - aveva dato al mondo una nuova 'finestra di opportunità' (mai un processo di pace fallito aveva goduto di tante finestre di opportunità). L'isolamento di Hamas a Gaza - concordavano Olmert e Bush - avrebbe consentito di assicurare concessioni generose al presidente palestinese Mahmoud Abbas, offrendogli la credibilità di cui aveva bisogno davanti al popolo palestinese per prevalere su Hamas. Sia Bush che Olmert hanno discusso a non finire sul loro impegno per una soluzione 'a due stati' del conflitto israelo palestinese, ma è la loro determinazione a distruggere Hamas piuttosto che a costruire uno stato palestinese, che anima il loro rinnovato entusiasmo nel far sì che Abbas appaia quello buono. Ecco perchè la loro aspettativa che Hamas venga sconfitto è illusoria. I moderati palestinesi non prevarranno mai su quelli considerati estremisti dal momento che ciò che viene considerato moderazione per Olmert è l'acquiescenza palestinese allo smembramento del proprio territorio da parte di Israele. Alla fine quello che Olmert e il suo governo sono disposti ad offrire ai palestinesi verrà respinto da Mahmoud Abbas non meno che da Hamas. Ugualmente illusorie sono le aspettative di Bush in merito a ciò che verrà raggiunto con la conferenza da lui recentemente annunciata per l'autunno prossimo (adesso la conferenza è stata degradata ad 'incontro'). Secondo lui tutte le passate iniziative di pace sono fallite in gran parte, se non esclusivamente, perchè i palestinesi non erano pronti per un loro stato. L'incontro si focalizzerà quindi strettamente sulla costruzione e la riforma delle istituzioni palestinesi sotto la tutela di Tony Blair, il neoaccreditato inviato del Quartetto. Nei fatti tutte le passate iniziative di pace non sono approdate a nulla per un motivo che, né Bush, né l'Unione Europea, hanno avuto il coraggio politico di riconoscere. Il motivo è il consenso raggiunto tanto tempo fa dall'establishment israeliano sul fatto che Israele non consentirà mai la nascita di uno stato palestinese che ostacoli l'effettivo controllo militare ed economico israeliano nel West Bank. Certamente Israele consentirebbe - meglio, insisterebbe con - la creazione di un certo numero di enclavi isolate che i palestinesi potrebbero chiamare stato, ma solo al fine di prevenire la creazione di uno stato binazionale in cui i palestinesi avrebbero la maggioranza. Il processo di pace in Medioriente potrà ben essere l'inganno più spettacolare nella storia della diplomazia moderna, dal momento che al fallimentare summit di Camp David e nei fatti assai prima, l'interesse di Israele in un processo di pace - diverso da quello di ottenere il consenso palestinese ed internazionale al mantenimento dello status quo - è stato un copertura per la sistematica confisca di terra palestinese e per un'occupazione il cui scopo, secondo l'ex capo di stato maggiore Moshe Ya'alon, è quello di 'inserire profondamente nella coscienza dei palestinesi il fatto che essi sono un popolo sconfitto'. Nel suo riluttante abbracciare gli accordi di Oslo e nella sua avversione per i coloni, Yitzhak Rabin sarebbe potuto essere l'eccezione, ma anch'egli non considerava possibile una restituzione dei territori palestinesi oltre quanto previsto nel cosiddetto Piano Allon, che consentiva ad Israele di trattenere la Valle del Giordano ed altre parti del West Bank...». [Henry Siegman - The London Review of Books - Vol 29, dd. 16 agosto 2007]

Sarebbe incredibile se, nonostante il proliferare di piani, conferenze, processi e percorsi di pace, la soluzione della questione israelo (ebraico) palestinese - essenzialmente 'non complicata' secondo il diritto internazionale ed umanitario - non sortisse alcun risultato, senza una spiegazione altrettanto chiara e semplice, dettata dal rifiuto spontaneo o coatto di vedere l'iniquità di una situazione che il contributo degli agenti internazionali occidentali ha originato e non vuole riconoscere. Il prenderne atto non giustifica certo l'ignoranza e la sufficienza con cui gli stessi agenti colpevoli si accostano al problema (con la inutile e rassegnata levità di un ramoscello d'olivo o l'arroganza di chi confida nella propria posizione di forza e vede, sbagliando, la possibilità di sfruttare a tempo indefinito un 'vantaggio' che la storia insegna altro non può essere che contingente), ma suggerisce l'esistenza di un imprescindibile punto di partenza, negato o avversato da molti, soffocato da altri nella retorica, nell'insipienza, nella malafede. Come sempre accade, infatti, il 'pre-occuparsi' di un problema risulta un comodo alibi per non 'occuparsene', in attesa di tempi migliori che non arrivano mai o - nell'ambito specifico - dell'opportunità ormai codificata e recepita in ogni dirigenza israeliana, di raggranellare ancora un po' di vantaggio (terra, posizione, acqua) sulla pelle degli occupati e loro sodali.

Risulta pertanto insopportabile vedere come il peccato originale israeliano, costituito dalla violenta appropriazione di terra altrui con il peloso benestare di quella parte del vecchio continente che scelse di non essere assassina per rimanere colonizzatrice, possa essere perpetuato e coccolato solo grazie a due precondizioni di fatto: il supposto debito morale europeo sopravvalutato in progressione esponenziale; l'altrettanto enfatizzato e virtuale interesse degli USA nella regione. Qualcuno sostiene, inoltre, probabilmente a buona ragione, che questo interesse americano non esista (o non esista più) ma venga oggi spudoratamente concimato dall'azione indefessa della lobby filoisraeliana. E che questo ultimo pensiero colga nel segno è dimostrato dalla violenta (ma sempre più scomposta) 'reazione' dei potentati filosionisti USA e, per quanto di loro pertinenza, europei, nei confronti di chi abbia l'ardire di teorizzare che la quantità di cattiva coscienza israeliana nei territori occupati, sia direttamente proporzionale - cioè proceda di pari passo - da un lato con la proclamata, fasulla reviviscenza di fenomeni di nuovo antisemitismo, dall'altro con un rinnovato allarmismo circa la sopravvivenza stessa dello stato ebraico. Illustrando con semplicità questa situazione, Alexander Cockburn rammenta che «nei vent'anni passati ho imparato che c'è un modo rapido per determinare esattamente quanto si sta comportando male Israele, c'è un vivace incremento nel numero degli articoli che accusano la "sinistra" di antisemitismo».

Ai portavoce sempre più numerosi e autorevoli di doveroso rimprovero e critica della violenza israeliana nei territori occupati fanno infatti e non a caso da immediato contraltare, voci disposte ad abbracciare con grande strepito l'idea di un improbabile rigurgito di odio 'razziale', comodamente indirizzato, per l'occasione, verso il sacrosanto disgusto per un comportamento politico, sociale, militare, qualificato iniquo secondo ogni regola o convenzione. Vista la palese inopportunità di discorrerne nel mondo occidentale in anacronistici termini di razza, di costumi o di religione, la vecchia accusa di antisemitismo viene quindi abbastanza agevolmente accomodata verso chi critichi il comportamento dello stato ebraico. Il gioco è fatto, l'antisionismo diventa antisemitismo, Israele diventa, così, 'l'ebreo delle nazioni' e allo stesso modo può avvampare l'insopportabile, truffaldino allarmismo di chi vorrebbe individuare nelle critiche aspre ma legittime, la ratificazione o la connivenza con una minaccia esistenziale diversa da quella a cui proprio le operazioni dello staterello teppista e militarmente ipernutrito forniscono il detonatore.

Al nuovo percorso-truffa ideato dall'establishment filo-israeliano, con ciò intendendo comprendere sia la dirigenza USA, ricattata dalla Lobby e rafforzata dall'ignoranza, sia quella europea, ricattata dalla paura e da un anacronistico ed ormai male indirizzato senso di colpa, è quindi inutile rispondere con ulteriori teorie o criticare senza costrutto - come tuttavia viene spontaneo - l'insipiente prosopopea delle scadenti pedine nostrane sulla questione mediorientale, quanto utile è tornare ai fatti, i pochi fatti certi che il diritto con tutti i suoi limiti ci concede e la legittimità internazionale impone, e pretendere la doverosa considerazione di quanto rappresentato da pochi semplici numeri registrati alle Nazioni Unite: 181, 194, 242, 338. Non sono da giocare al lotto e si può dunque pretendere da coloro che parlano in nostro nome e non sempre degnamente ci rappresentano che abbiano almeno idea di cosa si tratti.

martedì, agosto 07, 2007

La guerra di Piero

Il 25 luglio scorso scrivevo che neppure Abu Mazen (Mahmoud Abbas) avrebbe avuto la faccia tosta di riproporre alla sua gente l'ennesimo "piano" annacquato di pace che - nelle parole stesse del primo ministro israeliano Olmert - non sembra scostarsi dallo sciagurato sentiero percorso a Oslo. Ebbene, mi sono sbagliato, ma non sulla risibile riedizione della proposta di pace degli occupanti e dei loro protettori d'occidente, bensì sul fatto che Abu Mazen si è aggrappato anche stavolta alle chiacchiere, le uniche suscettibili di mantenergli le terga saldamente ancorate alla poltrona collaborazionista ma personalmente tranquillizzante che tanta parte ha avuto nel tracollo di Arafat. Ma non è solo di Abu Mazen la pelosa condiscendenza alla barzelletta patrocinata da Bush & clienti.

Dopo la scenografica discesa in Medioriente di Tony Blair, che allo stato ha mostrato solo il manto al vento, il cavallo bianco e le parole vuote di un principe azzurro da operetta, ci tocca subire oggi le uscite domestiche e addomesticate di Piero Fassino, probabilmente più impegnato o istruito ad enfatizzare ad ogni piè sospinto il fatto che le sue parole sono lo specchio del pensiero dei suoi "vecchi amici israeliani" (mettendo in un unico improbabile calderone: Yossi Beilin, Shimon Peres e Ehud Barak) che a leggere quello che il suo "nuovo" amico Olmert ha dichiarato solo il 25 luglio scorso sui punti fermi israeliani di questa bufala, tipica, da fine mandato inglorioso di un presidente USA. Un presidente stavolta troppo stupido per lasciare stare i proclami e dedicare le sue ultime forze alle disinvolte attenzioni di una qualsiasi Lewinski.

Tant'è, il nostro Fassino nazionale si schiera contro ogni apertura ad Hamas (che incidentalmente gode dell'appoggio incondizionato di buona parte del popolo palestinese, che lo ha eletto), pasticcia con i fatti di Gaza e se ne esce con questa perla, suggeritagli - dice - dai suoi (vecchi e nuovi) amici Peres e Tzipi Livni: "mi hanno spiegato la filosofia che accompagna i preparativi della conferenza. Sostengono che il processo iniziato a Oslo nel 1993 sia fallito anche perché si era deciso di rinviare all'infinito i problemi più complicati. Sono almeno cinque: il futuro di Gerusalemme, i confini dello Stato palestinese, l'amministrazione delle risorse idriche, la questione dei profughi palestinesi e quella delle colonie ebraiche in Cisgiordania. Adesso invece verranno affrontati di petto sin da subito».

Ahia, Piero, forse tra amici non si sono parlati! E' ben diverso, infatti, quello che ha dichiarato una decina di giorni fa l'amico (nuovo) Ehud Olmert secondo Ha'aretz (è un noto quotidiano israeliano, Piero, talvolta da leggere): "La proposta di Olmert ad Abbas è basata sulla sua visione del fatto che è importante prima discutere questioni ove le due parti potrebbero concordare in modo relativamente facile". Ricorda niente? Tipo Oslo? Vabbè, così proseguono le dichiarazioni del PM israeliano secondo l'autorevole giornale israeliano: "Intendo creare una traccia che mi consentirà di intrattenere serie discussioni con Abu Mazen [...] dopo un "Accordo sui Principi", le due parti affronteranno le questioni diplomatiche più delicate, come i confini definitivi e gli accordi transitori [...] Nella visione del primo ministro, non è ancora tempo per trattare i dettagli precisi dell'accordo, perchè sarà molto difficile raggiungere un'intesa sullo status finale, come i confini, Gerusalemme e i rifugiati. Queste cose, Olmert propone, dovrebbero essere lasciate alla fine dei negoziati. Vorrebbe raggiungere un accordo sui principi e quindi procedere con le questioni più difficili".

Ma un assaggio del pensiero israeliano sulle questioni "difficili" lo abbiamo subito. Olmert ce lo propone in forma assolutamente chiara, parlando di "scambio di territori per compensare i grossi [sic] blocchi di insediamenti che rimarranno sotto controllo israeliano nel West Bank". E ancora: "I palestinesi potranno dichiarare [sic] Gerusalemme loro capitale", ma Ha'aretz sottolinea che "nel passato Olmert ha suggerito che sarebbe disponibile ad evacuare i sobborghi arabi "sul margine" di Gerusalemme Est, che non sono mai stati considerati parte della città storica".

Blocchi nel West Bank e Abu Dis... Ricordi niente Piero? Tipo che sia il caso di riprendere in mano un libro su Oslo, l'insuccesso e i suoi perchè, invece di ascoltare i suggerimenti degli amici? Ma prima che la frittata sia rifatta anche per merito tuo, per merito europeo, cioè nostro. Fermati Piero, fermati adesso, lascia che il vento ti passi un po' addosso... ♪

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Per approfondire:
Meron Benvenisti - Beware of Oslo's destructive route
Mitchell Plitnick - Gaza: Can Disaster Be Avoided?
Nadia Hijab - How US Middle East Policy Continues to Undermine the “Moderates”
Ali Abunimah - Division among Palestinians
Ahmed Yousef - What Hamas wants
Carter calls western rejection of Hamas's election victory criminal act
PFLP: Bush and Olmert use Abbas's weakness to impose solutions

Noam Chomsky - Guillotining Gaza
Barak: Missile defense is precondition for pullout

giovedì, agosto 02, 2007

Palestine, please not apartheid

Apartheid, "separazione" in lingua afrikaans (origine o significativa assonanza con l'inglese apart-hood), era la politica ufficiale di segregazione razziale formalmente adottata dal governo bianco della Repubblica del Sudafrica nei confronti dei neri dal dopoguerra fino al 1990. Consisteva in discriminazioni sociali, politiche, legali ed economiche nei confronti dei neri e nella istituzione dei bantustan, enclave solo formalmente indipendenti dove confinarli. Le tracce del trascorso apartheid in Sudafrica sono venute meno con le elezioni del 1994. Nel 1973 l'apartheid - diventato termine comune - è stato proclamato crimine internazionale dall'ONU e nel 1976 la "International Convention on the Suppression and Punishment of the Crime of Apartheid" lo ha incluso nella lista dei crimini contro l'umanità.

Lo sfruttamento del debito morale dell'Occidente, scaturito dagli orrori della Shoah e gravato di interessi in progressione esponenziale in favore dello Stato di Israele, ma soprattutto una guerra mediatica surrettizia e senza esclusione di colpi e molta disinvolta ignoranza hanno consentito la perpetuazione di una situazione di apartheid nei Territori palestinesi occupati. Finora. La connivente indifferenza politica della vecchia Europa, il sostegno degli USA e dei suoi clienti (la cui collaborazione e il cui voto in sede ONU può essere agevolmente comprato a vario titolo ad opera dell'amico americano) non sono infatti più sufficienti a mantenere una benda sugli occhi del mondo, né oggi un bavaglio capace di limitare l'enorme potere della comunicazione immediata e documentata su scala globale. In particolare è stato lapidariamente affermato che la generale percezione del conflitto israelo palestinese - soprattutto negli USA ma in minor misura anche in Europa - è filtrato da una rete di spudorata disinformazione che, grazie al mainstream mediatico e - aggiungerei - a mala fede e molta superficiale nonchalance, diffonde miti martellanti come se fossero realtà e annichilisce il dibattito. Nulla di nuovo, quindi, e non ci sarebbe bisogno di scomodare autorevoli rapporti ed analisi per sostenere che la questione è stata tollerata o sfruttata a livello politico o strategico internazionale ed indotta ad essere ignorata o fraintesa fino ai giorni nostri a livello popolare. Un gioco che funziona ma, appunto, se non se ne parla troppo.

Gli è che ormai se ne parla. In un dossier dell’Onu datato 29 gennaio 2007 il funzionario sudafricano John Dugard, pur con la levità di una farfalla, osa scrivere che «è difficile evitare la conclusione che molte delle leggi e delle prassi d’Israele violano, soprattutto nella limitazione dei movimenti dei palestinesi, la convenzione internazionale del 1973 per la soppressione e la punizione del crimine dell'apartheid… Le demolizioni di case in Cisgiordania e a Gerusalemme est vengono attuate in un modo che discrimina contro i palestinesi… Nell’intera Cisgiordania, e in particolare a Hebron, ai coloni è concesso trattamento preferenziale sui palestinesi per quel che riguarda il movimento (le strade principali sono riservate ai coloni), i diritti di costruzione, la protezione dell’esercito e le leggi per la riunificazione familiare». [L'Unità]

Il mantenimento di questa situazione risulta poi, oltre che assolutamente riprovevole sotto il profilo umanitario, sociale e morale, naturalmente destinato a fallire nei fatti (*). Solo mantenendo una situazione palesemente iniqua, autorizzata dal silenzio dell'Occidente e favorita dallo spudorato sostegno USA, lo stato di Israele può difendere una "identità sociale" che il galoppante squilibrio demografico non consente e che non sarebbe consentita - politicamente - ad alcun altro paese membro della comunità internazionale che fosse intento ad una strisciante operazione di espansione e pulizia etnica su suolo occupato.

Un'operazione che è stata finora possibile, come si è detto, purchè non se ne parli troppo. Purchè il problema, cioè, non si diffonda sino al livello del comune sentire globale. Quello che ha a suo tempo costretto tutta la comunità internazionale ad isolare il Sudafrica. Per questo, dell'ultimo libro dell'ex presidente americano Carter, il tam tam mediatico filo israeliano ha aggredito più che la "tiepida" descrizione di una situazione arcinota, l'autore e il titolo, autorevole il primo, diretto e illuminante l'ultimo: "Palestine, peace not apartheid". Una definizione e un autore in grado di nuocere alla patologia sionista più di mille analisi per gli addetti ai lavori. E ciò nonostante il fatto, arcinoto, che - come ha dichiarato Yossi Beilin - «quello che Carter dice nel suo libro sull'occupazione israeliana e sul trattamento che riserviamo ai palestinesi nei territori occupati - e forse non meno importante il modo in cui lo dice - è interamente in armonia con il tipo di critica che gli stessi israeliani usano riguardo il loro stesso paese. Non c'è nulla nella critica di Carter nei confronti di Israele che non sia stato detto dagli stessi israeliani». [Yossi Beilin, The Jewish Daily Forward, 19 gennaio 2007]

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(*) «...E' possibile che in futuro il tasso delle nascite da donne musulmane scenda al livello di altri settori sociali in Israele, ma per quel momento ci potrebbe essere un cambiamento sostanziale nel "peso" della popolazione musulmana, che crei una reale minaccia demografica al carattere dello Stato [...] L'emendamento alla Legge sulla Cittadinanza, che ha negato lo stato di residente e cittadino alle mogli palestinesi di cittadini israeliani, non è "carino" ed è materia di preoccupazione per i difensori dei diritti civili. Ma considerando la minaccia demografica, i diritti civili e le considerazioni liberali devono essere sospesi nello sforzo di agire secondo le regole: gli ebrei hanno il diritto di sposarsi e di sistemarsi nella loro terra, gli arabi hanno diritto di sposarsi e di sistemarsi in una terra che rappresenti la loro identità nazionale. Anche gli stati occidentali che propugnano il liberalismo e i diritti civili, sono stati costretti ad arrendersi alla minaccia demografica e ad imporre limiti all'ingresso di cittadini stranieri». ["Lo spaventapasseri demografico" di Avraham Tal - Haaretz]