martedì, marzo 11, 2008

Il muro

La storia del conflitto arabo israeliano palestinese (oggi forse più israeliano ebraico palestinese) andrebbe letta dall'inizio o per lo meno dal 1882 - cioè dai pogrom in Russia - partendo, perciò, dal progressivo riposizionamento ebraico in terra araba, passando per l'appoggio interessato dell'Inghilterra a cavallo della prima Guerra mondiale e arrivando quindi all'epilogo della seconda Guerra mondiale e a quanto vi si può riferire, cioè a quanto servì per lavare la coscienza di un'Europa imbelle che aveva favorito o consentito la Shoah. E' vero che gruppi ebraici si erano trasferiti o erano ritornati in Palestina essenzialmente per motivi religiosi ben prima del mandato britannico sulla regione, ma ancora intorno al 1895 la popolazione ebraica era di circa 50.000 persone su un totale di circa 500.000 e questo non creava, né forse avrebbe mai creato troppi problemi visto che le popolazioni della zona, di qualsiasi provenienza fossero, erano riuscite per centinaia di anni a convivere in modo quasi pacifico. Sembra poi un fatto storico che in migliaia di anni, nella zona di cui parliamo, già terra di Canaan, la popolazione ebraica avesse affermato il proprio predominio per circa 500 anni (regni di Israele e di Giuda), dal 1200 a.c. al 600 a.c., prima di essere sconfitta ed esiliata da assiri e babilonesi, per poi ritornarvi fra gli altri abitanti e sudditi di quella che era diventata una provincia di Roma sotto il nome, appunto, di Palestina.

In ogni caso, fino al 1120 a.c. circa, la zona era abitata da popolazioni di ogni sorta (filistei o popoli del mare, provenienti forse da Creta, ex canaaniti, ebrei) e una permanenza ebraica istituzionalizzata e dominante, sotto Salomone e poi con i regni di Israele e Giuda, è durata - come detto - circa cinque secoli su migliaia di anni. Cioè un po' poco per sostenere che altre comunità non sentissero - e non sentano - legittimamente quella terra come propria. Si potrebbe poi discutere per decenni (molti lo fanno e alcuni lo scrivono) su quali e quante erano, da dove provenivano e dove andavano le popolazioni che hanno calpestato quella terra che, per comodità, continuiamo qui a chiamare Palestina. Transeat. Veniamo rapidamente ad un fatto difficilmente confutabile: benché questa sia stata terra degli ebrei, essa è stata anche e in pari misura terra di altri popoli, da ultimo prevalentemente arabi. E non si può pensare che una terra possa pacificamente passare di mano, quand'anche trascurata o incolta, cosa certo possibile senza le innegabili capacità dei pionieri ebrei nel periodo post 1882 e, più tardi, senza il credito di cui Israele avrebbe potuto disporre rispetto alle popolazioni indigene.

E' anche vero che le popolazioni locali non hanno avuto una formale e specifica identità nazionale palestinese fino al periodo di Nasser, ma si trattava comunque della terra su cui da centinaia o migliaia di anni le loro famiglie vivevano, prima che i conti su quella terra venissero (mal) fatti, un po' ad opera delle tragedie della storia e un po' a tavolino. Cioè in modo schematico: a) secondo gli interessi, i sensi di colpa e le anacronistiche abitudini coloniali dell'Europa; b) secondo le obiettive necessità e i timori del popolo ebraico, che aveva passato il vero antisemitismo, i pogrom e gli orrori nazisti; c) secondo gli interessi di gruppi radicali sionisti che poco o nulla avevano in comune, se non forse la teoria di lontane origini, con quella terra.

Per quanto interessante possa essere cercare di andare alla radice dei problemi di quella zona, la questione si è posta in modo traumatico con la "riconsegna" all'ìdeale sionista delle terre di Palestina, con collaterali e non cristalline operazioni diplomatiche e con gli accordi di spartizione, in senso lato, del 1915 (carteggio tra Mc Mahon e lo Sceriffo della Mecca), del 1916 (accordi anglo francesi Sykes - Picot) e del 1917 (dichiarazione di Balfour), con tutto ciò che di esasperato vi ha fatto seguito sino al 14 maggio 1948 (dichiarazione di indipendenza di Israele e fine del mandato britannico) e poi, di conflitto in conflitto (1948, 1956, 1967, 1973, Libano 1982, Libano 2006), fino ad oggi.

I percorsi di pace - ipocrita definizione di quello che non si è disposti a trasformare in pace - non hanno aiutato quei popoli, conviventi loro malgrado, nella stessa striscia di terra, neppure a recedere da interpretazioni della storia recente, di cui (quand'anche il suo stesso evolversi sia frutto di logiche diverse da un tranquillizzante bianco e nero e sia perciò costituito da un complicato avvicendarsi di toni grigi) solo una può essere corretta e l'altra è per questo certamente falsa. Per quanto ne è stata data notizia, la "cosa" più vicina ad una ragionevole ipotesi di accordo negli ultimi sessant'anni sembra essere stata sfiorata (ma solo sfiorata) a Taba, nel gennaio 2001 (dopo il fallimento del summit di Camp David patrocinato da Bill Clinton e immediatamente prima del governo di Sharon), a coronamento delle malriposte speranze sortite dagli accordi di Oslo del 1993. La "cosa" peggiore è invece probabilmente la cosiddetta "road map" di G.W. Bush e del "Quartetto" (USA, ONU, Europa, Russia) con la risibile appendice di Annapolis. Cioè l'ennesima riedizione di un esasperante percorso ad ostacoli, nato già morto. Non è inutile infatti sottolineare che il piano denominato "road map" non è stato accettato da Israele neppure nelle sue linee essenziali, che, per quanto fumose, sono state subito contestate in quattordici punti. La caparbia violenza delle operazioni e l'incombenza israeliana nei territori (omicidi mirati, strangolamento economico, land-grabbing, assedio di Gaza), le inopinate iniziative americane (sabotaggio delle scelte palestinesi, politica tracotante e comunque sbilanciata per il Medio Oriente), la martellante "reazione ai fianchi" palestinese (infiltrazioni, lanci di razzi Qassam su Sderot, Ashkelon) e un atteggiamento europeo schizofrenico e vassallo (degli USA, delle proprie paure, delle proprie colpe) hanno fatto il resto. Sino ad oggi tra le due genti il muro stigmatizzato dalla Corte Internazionale di Giustizia non è il solo e non è più solido del muro di voluta incomprensione e sfiducia che altri erigono ed alimentano da decenni.

venerdì, marzo 07, 2008

Two devaStates

Il 2 marzo scorso, chiudendo il suo pezzo dal titolo "Vergogna sugli arabi, vergogna sui musulmani, vergogna sull'umanità", dedicato alla trascorsa carneficina di Gaza, Khalid Amayreh si rivolgeva, con una parola a tutti. "...Un'ultima parola per la gente del mondo - scriveva - se pensate che i giudeonazisti ce l'abbiano solo con i palestinesi, sbagliate di grosso. I giudeonazisti cercano di dominare il mondo. Mirano alle vostre libertà, alle vostre risorse e al vostro futuro. I palestinesi sono solo il primo passo e poi verrà il vostro turno. Così, svegliatevi, parlate e fatevi sentire o controlleranno le vostre vite e vi renderanno schiavi come hanno reso schiavi gli Stati Uniti e molta dell'Europa occidentale. Il sionismo è semplicemente il nazismo dei nostri tempi, è un vero cancro. Se non lo sconfiggete vi ucciderà". Oggi, 7 marzo, Bradley Burston, in un suo articolo su Haaretz dedicato "Agli occidentali che 'capiscono' i terroristi", redatto in occasione della strage alla scuola rabbinica di Gerusalemme, inizia così: "Risparmiateci le spiegazioni. Risparmiateci le erudite giustificazioni imbevute di sociologia. Risparmiateci le ragioni per cui "credete" ai palestinesi quando fanno fuori gli ebrei a sangue freddo. Risparmiateci i riferimenti esatti per cui la situazione critica dei palestinesi è alla radice del terrorismo islamico sul mondo, che cesserebbe se i palestinesi dovessero ottenere completa giustizia. Risparmiateci. Potete credere, con la fede cieca degli speranzosi e di quelli in preda alla paura, che quando questa gente avrà finito con gli ebrei non verrà per voi. Risparmiateci il post-modernismo, il radical chic e le stupidaggini. Aprite gli occhi...". Domani, invece, potremmo fare qualcosa di nuovo, trascurare le generalizzazioni che trasformano l'ingiustizia in vendetta e l'infezione in metastasi.

mercoledì, marzo 05, 2008

L'uovo di Colombo

Non è la resistenza che provoca l'occupazione ma viceversa.

Re. Distr. GENERAL - A/HRC/7/17 - 21 January 2008 - Original: ENGLISH - HUMAN RIGHTS COUNCIL - Seventh session - Item 7 of the provisional agenda - HUMAN RIGHTS SITUATION IN PALESTINE AND OTHER OCCUPIED ARAB TERRITORIES - Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967, John Dugard [ABSTRACTS] «I. Critiche al Relatore Speciale [delle Nazioni Unite sulla situazione umanitaria in Palestina e negli altri territori arabi occupati] e al mandato. 2. Il Relatore Speciale è stato criticato dagli Stati interessati per una quantità di ragioni. Primo, perchè i rapporti sono ripetitivi. Secondo, perchè mancano di riferirsi al terrorismo. Terzo, perchè mancano di considerare le violazioni dei diritti umani commesse dai palestinesi. Queste critiche verranno brevemente considerate all'inizio del presente rapporto».

«B. Terrorismo - 4. Il terrorismo è un flagello, una grave violazione dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario. Nei rapporti non è stato fatto alcun tentativo di minimizzare la pena e la sofferenza che causa alle vittime, alle loro famiglie e alla comunità nel complesso. I palestinesi sono colpevoli di terrorizzare civili israeliani innocenti attraverso le bombe dei suicidi e i razzi Qassam. Allo stesso modo l'esercito israeliano (IDF) è colpevole di terrorizzare civili palestinesi innocenti attraverso incursioni militari, assassini mirati e bombe sonore che mancano di distinguere tra bersagli militari e civili. Tutti questi atti devono essere condannati e sono stati condannati. Il buon senso, comunque, stabilisce che deve essere tracciata una distinzione tra atti di insensato terrore, come quelli commessi da al-Qaeda ed atti commessi nel corso di una guerra di liberazione nazionale contro il colonialismo, l'apartheid o l'occupazione militare. Benchè tali atti non possano essere giustificati, bisogna capire che essi sono una penosa ma inevitabile conseguenza del colonialismo, dell'apartheid o dell'occupazione. La storia è piena di esempi di occupazione militare contrastata con la violenza e atti di terrorismo. L'occupazione tedesca fu contrastata da molti paesi europei nella seconda guerra mondiale; la South West Africa People's Organization (SWAPO) contrastò l'occupazione della Namibia da parte del Sud Africa; e gruppi ebraici contrastarono l'occupazione britannica della Palestina - fra l'altro facendo esplodere il King David Hotel, nel 1946, con pesanti perdite di vite umane, operazione di un gruppo diretto da Menachem Begin, che più tardi divenne primo ministro di Israele. Gli atti di terrorismo contro un'occupazione militare devono essere visti nel loro contesto storico. Ecco perchè dovrebbe essere fatto ogni sforzo per portare l'occupazione ad un rapido epilogo. Fino a quel punto non ci si può aspettare la pace e la violenza continuerà. In altre situazioni, per esempio in Namibia, la pace è stata raggiunta con la fine dell'occupazione, senza imporre, quale presupposto, la fine della resistenza. Israele non può aspettarsi la pace perfetta e la fine della violenza come precondizione alla fine dell'occupazione. 5. Un ulteriore commento sul terrorismo è necessario. Nell'attuale clima internazionale è facile per uno Stato giustificare le sue misure repressive quali risposte al terrorismo ed aspettarsi una risposta solidale. Israele sfrutta la presente paura del terrorismo fino all'estremo. Ma questo non risolverà il problema palestinese. Israele deve interessarsi di quanto è generato dall'occupazione in termini di violazione dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, e non invocare quale giustificazione il terrorismo come distrazione e pretesto per aver mancato di misurarsi con la causa basilare della violenza palestinese, l'occupazione».

sabato, marzo 01, 2008

Obama, the song remains the same

Barack (pronuncia: barak) Hussein Obama, un trittico ironico di nomi che sembra il percorso tra il preordinato insuccesso di Camp David e le torri gemelle passando dal rais iraqeno. Nomen omen, speriamo di no. Riguardando i suoi commenti nel maggio 2007, Shmuel Rosner, corrispondente da Washington per Haaretz, osservava che l'atteggiamento del candidato nero nei confronti di Israele era forte come quello di Clinton, solidale come quello di Bush e amichevole come quello di Giuliani. Rosner concludeva che "Obama è pro Israele. Punto". A suo credito e in linea con l'anima democratica che formalmente lo sostiene, si poteva dire e si disse (Bill Fletcher Jr. di Transafrica Forum) che Obama si era opposto all'invasione dell'Iraq e che aveva avuto il coraggio di affermarlo. Era tuttavia evidente nel corso dell'anno - cioè dalla presentazione della sua candidatura alle presidenziali USA nel febbraio 2007 - che l'ormai aspirante imperatore dell'Occidente avrebbe mantenuto una posizione assolutamente acritica rispetto a Israele. Lo aveva fatto innanzitutto e a chiare lettere per quanto riguardava la spropositata campagna libanese, l'aggressione alle infrastrutture, l'uso illegale delle cluster bomb e le bugie che lo Stato ebraico aveva offerto per giustificare la distruzione portata ai civili di quel paese. Nell'agosto 2007 la strada scelta da Obama per lastricare il suo possibile accesso alla Casa Bianca anche con l'appoggio della comunità ebraica americana era quindi segnata. Aveva rinnegato velocemente le incaute parole pronunciate in precedenza sulla sofferenza dei palestinesi in Medio Oriente, prendeva ora le distanze da Brzezinski (peccatore al sommo grado per essersi astenuto dal coro delle critiche a Jimmy Carter in occasione della pubblicazione del suo libro, Palestine, Peace Not Apartheid) e galleggiava dichiarando di avvalersi, per le questioni relative al Medio Oriente, della consulenza di Dennis Ross, architetto degli "sforzi di pace" di Clinton a Camp David. Il che sembrava finalizzato ad attirargli la fiducia dei donatori e la simpatia degli elettori pro Israele senza alienargli la base democratica contraria alla guerra. Non di meno, ancora nel dicembre 2007, sempre Shmuel Rosner appuntava su Haaretz che "un rapporto dell'American Jewish Committee dimostrava che [Obama] aveva ancora una lunga strada da percorrere" per raccogliere la fiducia della comunità ebraica. Nessuno lo avrebbe detto, visto che i tentativi di Obama si erano moltiplicati parlando all'AIPAC (American Israel Public Affairs Committee, la dichiarata America's Pro-Israel Lobby), promuovendo una legge per la distrazione di fondi dalle compagnie in affari con l'Iran e, ancora, proclamando, in un discorso nello Iowa, che i palestinesi "dovrebbero reinterpretare la nozione di 'diritto al ritorno' in un modo che preservi Israele come Stato ebraico", così da prevedere, al più, compensazioni ed altre 'concessioni' da parte di Israele, con buona pace della Convenzione di Ginevra e delle risoluzioni ONU. Ma il timore di Obama di non raggiungere il 'candore' e la parzialità sufficienti ad assicurargli l'appoggio dei potentati filo sionisti e dell'elettorato ebraico (combattuto tra i fumi della propaganda, il legame ad Israele e più sentite istanze democratiche) non è venuto meno. Il salto di qualità era quindi fatale. Ce ne riferisce Joshua Frank, co-editore di Dissident Voice, in un articolo del 29 febbraio 2008, rilanciato da Counterpunch con il titolo "I legami che uccidono", quello che segue.

«Nel tentativo di respingere le voci che lo vedono favorevole ai palestinesi, o - Dio non voglia - musulmano, Barack Obama ha messo in chiaro nel corso del dibattito finale dei Democratici per le elezioni presidenziali, di essere tutto tranne che quello. Pungolato sulla questione da Tim Russert della NBC, Obama ha detto di essere da tanto tempo "fedele amico di Israele", penando che quel paese sia uno dei "più importanti alleati [degli USA] nella regione" e addirittura aggiungendo di considerare la sicurezza di Israele "sacrosanct". La santificata conferma che manterrebbe lo sbilenco sostegno degli USA per Israele è arrivata lo stesso giorno in cui sette palestinesi sono stati uccisi dalle incursioni aeree israeliane a Gaza. Dai "negoziati di pace" ripresi in novembre, le forze armate israeliane hanno ucciso, secondo i rapporti, più di 200 palestinesi. Parlano a un gruppo di cento sostenitori di Israele a Cleveland, questa settimana, Obama ha assicurato alla folla che come presidente terrà l'Iran nel mirino per proteggere gli interessi israeliani. "Ora la minaccia più seria ...per Israele oggi, penso, sia dall'Iran. Là il regime radicale continua a perseguire la capacità di costruire un'arma nucleare e continua a sostenere il terrorismo nella region" - ha spiegato. "Le minacce di distruggere Israele non possono essere archiviate come retoriche. La minaccia iraniana è reale e il mio obiettivo come presidente sarebbe di eliminare quella minaccia". Dopo aver ripetuto che metterebbe fine alla guerra in Iraq come prima cosa, Obama ha promesso che porterebbe la sua attenzione ai vicini di quella regione. "Il mio approccio all'Iran sarà di diplomazia aggressiva: non toglierò dal tavolo alcuna opzione militare". Per il vero, Obama ha menzionato qualcosa che pochi Democratici a Washington avrebbero osato pronunciare: "penso che ci sia uno strappo all'interno della comunità pro-Israele che sostiene che se non adotti un approccio risoluto a favore del Likud tu sei anti israeliano e questa non può essere la misura della nostra amicizia con Israele". Dopo aver puntualizzato l'ovvio, in ogni caso, Obama ha lodato la recente invasione israeliana in Libano, l'inclinazione filo israeliana a Capitol Hill e la sua richiesta che Israele rimanga uno stato ebraico". "Qualsiasi negoziato di pace tra Israele e i palestinesi dovrà contenere l'abbandono da parte dei palestinesi del diritto al ritorno come è stato considerato nel passato", ha asserito. "E questo non significa che non ci possa essere una discussione sulla questione delle compensazioni". Che generosità! Ma cosa conta di fare Obama con gli oltre 1,4 milioni di arabi non ebrei che vivono nel paese? Continuare a trattarli come cittadini di seconda classe o semplicemente cacciarli fuori a pedate? Obama ha chiamato Israele "democrazia", ma come ex editore della Rivista Legale di Harvard si pensa che dovrebbe conoscere quello che il termine effettivamente significhi. Sicuramente gli arabi israeliani possono votare, ma non possono ottenere l'ufficio se sono democratici secolari che vogliono diritti civili per tutti i cittadini del paese. Non hanno protezione costituzionale (Israele non ha una costituzione formale) e possono solo possedere terra in certe zone come conseguenza di leggi inique che garantiscono uno speciale trattamento ai cittadini ebrei».

lunedì, febbraio 25, 2008

Debunking the guru

Benny Morris, a suo tempo autoproclamatosi avanguardia dei cosiddetti nuovi storici isreliani o storici post-sionisti, ormai da tempo è dedito ad annichilire la sua precedente opera critica dei più eclatanti miti della propaganda filo-sionista. Ottimo archivista – questo tutti glielo hanno riconosciuto – ed oggi professore di storia alla Ben-Gurion University del Negev, a Be'er Sheva, Morris non trova ormai di meglio da fare che reinterpretare, in chiave ideologica e sorprendentemente faziosa, i fatti sviscerati anche nella sua opera più celebrata: "La nascita del problema dei rifugiati palestinesi, 1947-1949", pubblicata nel 1987 e – non a caso – “rivista” nel 2004. La questione non è nuova, come non sono affatto nuove le critiche a Morris per aver tratto conclusioni incoerenti dai fatti che egli stesso aveva portato alla luce (cfr. Norman Finkelstein, oltre quindici anni fa, nello studio “Myths, old and new – Debate on the 1948 exodus”, pubblicato dal Journal of Palestine Studies XXI, n. 1, Autumn 1991, pp. 66-89 e poi nel libro "Images and Reality of the Israel-Palestine Conflict"). Conclusioni viceversa presto enfatizzate – e non stupisce – da quel parziale pot-pourri che impazza col nome di MEMRI Middle East Media Research Institute, che nel caso non si faceva pregare per riproporre, con gran fanfara e col significativo titolo “Gli arabi sono responsabili. Lo storico post-sionista Benny Morris chiarisce le sue tesi”, un'intervista a Morris raccolta da Yedioth Ahronoth del 23 novembre 2001 (v. in MEMRI Special Dispatch, 9 dicembre 2001).

Le righe che seguono non costituiscono, purtroppo, un aneddoto. Il pezzullo, riportato alla luce da “The Irish Times”, sembra un condensato di pensieri senili di Morris, che, evidentemente – parole del compianto accademico Baruch Kimmerling (George S. Wise Professor di Sociologia all'Università ebraica di Gerusalemme) – “ha abbandonato il mantello di studioso per vestire l'armatura dell'ebreo sciovinista che vuole la Terra di Israele del tutto ripulita dagli arabi” (cfr. B. Kimmerling, “Benny Morris's Shocking Interview", in Logos 3.1 – Winter 2004). Un estratto dell'articolo dell'Irish Times di oggi (per abbonati) è stato gratuitamente rilanciato da PIWP - Palestine Information with Provenance e sembra riferirsi alle interviste rilasciate nel 2004 da Morris in occasione della “riedizione” del suo pensiero di nuovo-storico-pentito. Affermazioni che appaiono pura spazzatura morale di nessuna utilità se non per decifrare l'insopportabile deriva percorsa da Morris tanto nell'interpretazione e giustificazione dei fatti del passato, quanto nell'esposizione ed apologia di quelli del presente (quali la “generosa offerta” di Barak a Camp David 2000 - link).

Sui percorsi di Morris è sempre Baruch Kimmerling (op. cit. 2004) ad osservare con ironia che “non ci si può aspettare molta logica negli scatti emotivi di un archivista, quando questi cerchi di comporre un quadro coerente e generale da migliaia di dettagli”. Parimenti, ma assai meno lieve, Ilan Pappe, dopo essere stato oggetto di un attacco “ad hominem” da parte di Morris su New Republic (“Politics by Other Means”, 17 marzo 2004), sottolineava: “Diversamente da altri non ho mai pensato che le sue buone qualità come cronologo, emerse nel suo libro più famoso, 'The Birth of the Palestinian Refugee Problem' (Cambridge 1987) – non è mai stato uno storico in senso proprio – e specialmente il suo inestimabile contributo nel raccogliere, per noi, dati sulla pulizia etnica del 1948, compensino la sua intolleranza e ristrettezza mentale”.

Ma ecco, infine, il riassuntino di PIWP: «In una nota intervista con il giornalista Ari Shavit di Haaretz, Morris ha sostenuto che "dall'aprile 1948, Ben-Gurion progetta un messaggio di trasferimento. Non è un ordine scritto esplicito, non è una politica sistematica, ma un'atmosfera di trasferimento". Shavit ha commentato: "non sento [in lei] una condanna". Morris ha risposto brutalmente: "Ben-Gurion aveva ragione... Non è possibile fare una frittata senza rompere le uova... Una società che ha in animo di ucciderti, ti forza a distruggerla... Ci sono circostanze nella storia che giustificano la pulizia etnica... Uno stato ebraico non sarebbe venuto alla luce senza espellere 700.000 palestinesi. Per questo era necessario sradicarli... Nemmeno la grande democrazia americana avrebbe potuto essere creata senza annichilire gli indiani. Ci sono casi in cui il bene finale complessivo giustifica gli atti aspri e crudeli commessi nel corso della storia"».

Un amaro commento alle parole di Morris chiude l'antologia riportata da PIWP Database: con difensori come Benny Morris lo Stato di Israele non ha bisogno di nemici.

lunedì, febbraio 18, 2008

Finkelstein v. Dershowitz (continua)

Frank J. Menetrez (PhD presso l'Università di Los Angeles - California) aveva a suo tempo analizzato la diatriba accademica tra Norman Finkelstein e Alan Dershowitz, aveva pubblicato i risultati della sua analisi su Counterpunch con il titolo "Dershowitz v. Finkelstein: chi ha ragione e chi ha torto?" e suscitato più di un sospetto che il rinomato avvocato Dershowitz, cattedratico di Harvard, fosse - per così dire - uscito ben oltre le righe nel tentativo di difendere la sostanza e la confezione della sua opera "The Case for Israel". Il libro di Dershowitz era stato infatti aspramente denunciato da Finkelstein come scolasticamente povero e per di più infarcito di scopiazzature tratte da un altro prodotto ("From Time Immemorial" di Joan Peters) a suo tempo autorevolmente qualificato opera assai scadente e passato al dimenticatoio. In proposito i due accademici americani - Finkelstein e Dershowitz - non se le erano certo "mandate a dire" e avevano esposto le rispettive accuse e giustificazioni nel corso di un acceso dibattito su Democracy Now! (qui i video: parte prima e seconda).

La vicenda aveva poi avuto un seguito. Punto sul vivo, Alan Dershowitz aveva riversato tutto il proprio peso nella vicenda, cercando prima di impedire la pubblicazione del libro "Beyond Chutzpah" (letteralmente: "Oltre l'arroganza") - in cui Finkelstein esponeva nel dettaglio le proprie critiche al lavoro di Dershowitz - e chiamando poi in causa l'autorevolezza dell'Università di Harvard a propria difesa e affinché venissero negati cattedra e impiego al medesimo Finkelstein, allora assistente presso la facoltà di Scienze Politiche della cattolica Università DePaul di Chicago.

Nonostante gli interventi presso la casa editrice di "Beyond Chutzpah" e presso il Governatore della California, Arnold Schwarzenegger, l'avvocato Dershowitz non era riuscito a bloccare la pubblicazione del volume di Finkelstein, ma aveva ottenuto, di fatto, nonostante la asserita resistenza dei vertici della DePaul alle sue documentate pressioni, il diniego e il licenziamento anzitempo del professore di Chicago contro il parere del Dipartimento di scienze politiche e del college-level committee. (Come ha scritto Menetrez: «In June 2007, DePaul University denied tenure to Norman Finkelstein, an assistant professor of political science. The decision ignited a firestorm of protest from DePaul students and faculty, as well as from faculty across the country and abroad. Finkelstein’s department had voted 9-3 in favor of tenure, and a college-level committee unanimously joined that recommendation, 5-0. But the University Board on Promotion and Tenure (UBPT) voted 4-3 against tenure, and DePaul’s president claimed to “find no compelling reasons to overturn the UBPT’s decision»).

L'istituto cattolico che lo aveva accolto per sei anni, quindi, pur celebrando la sua competenza e capacità sotto ogni profilo si era liberato dello scomodo prof. Finkelstein nel giugno del 2007, mediante un accordo di cui non sono stati resi noti i particolari.

Ma torniamo a Frank J. Menetrez. Lo studioso ha pubblicato nei giorni scorsi un seguito all'analisi della vicenda che ha visto contrapposti i due accademici e ha stilato una lista di venti identici errori contenuti sia in "The Case for Israel" di Dershowitz, sia in "From Time Immemorial" di Joan Peters, a riprova della pedissequa scopiazzatura, con relativa omissione nelle citazioni della fonte diretta (secondaria). Questione a suo tempo pubblicamente denunciata da Norman Finkelstein. L'appendice di Menetrez, intitolata "The Case against Alan Dershowitz", è stata pubblicata su Counterpunch e costituirà, con parti del precedente articolo di Menetrez, l'epilogo all'edizione economica (paperback) di "Beyond Chutzpah".

L'edificante vicenda, che rispecchia la sofferenza del mondo accademico USA rispetto all'arroganza ed alle pressioni lobbystiche, ha - secondo Menetrez - un risvolto ancora più inquietante. Dershowitz ha infatti proclamato a gran voce, nel corso della diatriba, che una commissione indipendente di Harvard lo avrebbe mandato esente da colpe accademiche, omettendo tuttavia di precisare che - sempre secondo Menetrez - questa presunta commissione non ha mai investigato sul punto, basilare, degli identici errori contenuti nel suo lavoro e nel libro della Peters. Con questo atteggiamento il rinomato avvocato americano avrebbe quindi millantato l'esistenza di un autorevolissimo nulla osta di Harvard circa la bontà della sua opera, utilizzandolo a proprio discarico (rispetto all'accusa di plagio) e quale arma per influire a fondo sulla decisione dei vertici della DePaul di negare l'assegnazione della cattedra e dell'impiego a Norman Finkelstein. Di conseguenza, sotto questo profilo - precisa Menetrez - l'Università di Harvard sarebbe stata utilizzata come inconsapevole complice del disegno di Dershowitz e forse non è troppo aspettarsi oggi, quanto meno, il riconoscimento e le scuse di quella istituzione (Cfr. in "The Case against Dershowitz": «...because of Dershowitz’s repeated but apparently false claim that Harvard “completely cleared” him of Finkelstein’s charges, Harvard has been made an unwitting accomplice in Dershowitz’s wrongdoing. If my analysis is sound, then Dershowitz deliberately deceived DePaul not only about the plagiarism itself but also about the investigation that Harvard allegedly conducted [...] As of this writing, Dershowitz appears to have succeeded in protecting his own career by destroying Finkelstein’s. It is now probably too late to remedy all of the harm that Dershowitz’s conduct has caused, both to the review of Finkelstein’s tenure application and to public perceptions of Finkelstein and his work. But some sort of acknowledgement or apology by Harvard concerning Dershowitz’s wrongdoing might go some distance toward clearing the air and making amends»).

domenica, febbraio 17, 2008

Promuovere i blog a Kabul

«Molto presto Afghan Penlog lancerà il primo workshop per promuovere la diffusione dei blog a Kabul. Obiettivi di questo laboratorio / seminario sono lo sviluppo culturale e una maggior presenza dei blogger come media. Questo primo workshop è indirizzato agli studenti e ai blogger di Kabul, ma è nostra intenzione lanciare analoghe iniziative in altre province e il nostro prossimo passo sarà la promozione di seminari anche a Jalalabad, Kandahar, Heart, Ghazni ed altre zone del paese. Afghan Penlog non ha avuto finora alcun aiuto economico e per questo chiede a tutti gli operatori culturali e agli amici di sostenere il progetto con un unico fine, sviluppare l'attività dei blogger in Afghanistan. I nomi dei donatori saranno pubblicati sul sito e forniremo loro tutti i dettagli del progetto e i relativi costi. Abbiamo necessità impellenti: comprare un generatore e pagare il collegamento internet. Ed anche se non abbiamo abbastanza danaro per affittare un laboratorio informatico, probabilmente saremo in grado di tenere il workshop presso il centro scolastico di Payam-e-Noor, situato a Karte-Chahar, Kabul. Ma abbiamo ancora bisogno di un po' di danaro per realizzare questo obiettivo. Prima avevamo in mente di comprare un computer e ottenere la disponibilità di una linea internet da Afghan Telecom ma non abbiamo raggiunto il nostro scopo per mancanza di donazioni e la nostra idea è sfumata. Così l'abbiamo abbandonata. Ora ci accontentiamo di lanciare questo workshop». Nasim Fekrat

Come quello che era dei Taliban e in parte lo è ancora. Come quello che era dei signori della guerra e in parte lo è ancora. Come quello dei burka, delle lapidazioni, delle invasioni, delle vedove impotenti, dei bambini per strada. Come quello delle vie del petrolio e dell'oppio. Come quello delle missioni di pace dove è stata portata la guerra. Agnello sacrificale e pretesto. Anche questo è Afghanistan.

martedì, febbraio 05, 2008

Gas

Il 16 marzo 1988 la città di Halabja, nell'Iraq nord occidentale, fu bombardata con proiettili contenenti gas velenoso. Secondo le analisi mediche condotte sui corpi si trattava di un gas a base di cianuro. Nel dettaglio di quella operazione di guerra, pare che uno scarno contingente di truppe irachene avesse evacuato la città di Halabja pochi giorni prima dell'attacco degli iraniani, che di seguito la occuparono, ma fu il governo di Tehran a sfruttare questa atrocità come strumento di propaganda contro gli iraqeni. La stampa e le televisioni occidentali furono invitate dagli iraniani a visitare la città di Halabja, occupata, e in quella occasione l'Iraq fu forse troppo frettolosamente accusato di gassare il proprio popolo.

Subito dopo gli attacchi la Defence Intelligence Agency americana (USDIA) svolse un' indagine e scrisse un rapporto "classificato" in cui si dimostrava che sarebbe stato gas iraniano a uccidere i curdi e non gas iracheno. Il Prof. Stephen Pelletiere, "senior political analyst" della CIA sull'Iraq e coautore del rapporto, scrisse poi sul New York Times del 31 Gennaio 2003 una sintesi dello studio su quell'episodio: «Immediatamente dopo la battaglia la Defense Intelligence Agency degli Stati uniti indagò e produsse un rapporto dettagliato, che circolò all'interno della comunità dell'intelligence classificato come 'importante da studiare'. Lo studio affermò che fu il gas iraniano ad uccidere i curdi, non quello iracheno. L'agenzia scoprì che entrambe le fazioni avevano usato il gas l'una contro l'altra nella battaglia attorno ad Halabja. Le condizioni dei corpi dei curdi morti, comunque, indicavano che erano stati uccisi con un coagulante del sangue – basato sul cianuro – noto per essere usato dagli iraniani. Non si è mai avuta notizia che gli iracheni, i quali si ritiene usassero l'iprite nella battaglia, fossero all'epoca dotati di coagulante del sangue». Un altro rapporto preparato dallo Strategic Studies Institute dell'Army War College statunitense rivelò che «la maggior parte delle vittime viste dai giornalisti e dagli altri osservatori che visitarono il luogo erano blu alle estremità dei loro arti. Questo significa che esse sono state uccise da una agente del sangue, probabilmente il cloruro cianogeno o il cianuro d'idrogeno (hydrogen cyanide)». Questi ultimi hanno odore di mandorle amare e sono letali anche in percentuali minime (An HCN concentration of 300 mg/m3 in air will kill a human within a few minutes. The toxicity is caused by the cyanide ion, which prevents cellular respiration). Incidentalmente, l'idrogeno cianuro (in grani confezionati sotto il nome di Zyklon B) fu utilizzato dal regime nazista - fonti, tra gli altri, il comandante di Auschwitz, Rudolf Hoess, e Adolf Eichmann - nelle procedure di disinfezione e nelle camere a gas. Non a caso il possibile uso di cianuro d'idrogeno da parte iraqena venne enfatizzato da Geffrey Goldberg (sul New Yorker del 25 marzo 2002), che tra i molti gridò al genocidio, sottolineando ipotetiche affinità tra i sistemi di Saddam Hussein e quelli nazisti. Viceversa l'iprite (o gas mostarda) è un vescicante dal forte odore di aglio o senape, il suo effetto è sicuramente invalidante, ma gli esiti letali sono limitati al 2% dei casi. Sia quel che sia (cioè, propaganda a parte), il rapporto Army War College precisava, invece, che l'Iraq non aveva mai usato sostanze chimiche quali i gas di cianuro e inoltre mancava della capacità di produrle. Mentre gli iraniani le avevano. Quindi si concludeva che erano stati gli iraniani a uccidere i Curdi.

La questione è rimasta (per anni) ed è tuttora oggetto di dibattito, ma c'è da osservare che gli intensi rapporti tra il mondo occidentale e l'Iraq di Saddam Hussein non vennero meno a tutto il 1990, e si "sorvolò" quindi sulla atroce operazione condotta sui Curdi, anchè perchè il fatto era parte della guerra intrapresa da Saddam, con il favore occidentale, contro l'Iran di Khomeini (1980-1988). Ma i tempi erano maturi per una nuova sortita in Medio Oriente. Motivo: acqua, petrolio, controllo nella regione? Qui non ha molta importanza. Ottenuta una sorta di beneplacito all'invasione del Kuwait tramite l'ambasciatore USA April Glaspie, Saddam si rese alla fine conto del voltafaccia americano. E laddove la sua aggressione non avrebbe innescato un movimento di opinione radicalmente sfavorevole all'Iraq, fece il suo ingresso la propaganda con fasulle descrizioni delle atrocità commesse dall'esercito iraqeno - per il vero non certo morbido - in Kuwait, ma anche utilizzando l'oscura pagina di Halabja e soprassedendo ai dubbi (documentati nei relativi rapporti) sulla responsabilità per quei fatti. Gli stessi fatti sono stati poi utilizzati come terza chance, sotto il profilo umanitario, per l'aggressione all'Iraq di Saddam Hussein nel 2003.

Naturalmente pochi conoscono la "verità", ma oggi le accuse per i fatti di Halabja farebbero senz'altro comodo ai warmonger USA più come strumento di propaganda contro l'Iran di Ahmadinejad, che contro Saddam Hussein, già "sistemato" per quella e per altre vie. Sotto questo aspetto l'intervista a George Piro (v. sotto in "Postumi") non consentirebbe ai dirigenti neocon USA - per ora - di ribaltare le carte. Ma siccome l'improntitudine non ha limiti, non è detto che non lo si faccia in un prossimo futuro. In proposito sembra infatti che la lapidaria risposta di Saddam Hussein, proprio sul punto degli attacchi chimici ai Curdi (le cui conseguenze sono definite in quell'intervista genericamente e semplicemente "necessary"), possa lasciare spazio alla riesumazione strumentale di una pagina ambigua e terribile della guerra tra Iran e Iraq.

lunedì, febbraio 04, 2008

Territori



Ottobre 2007 - Ramallah © Vincenzo Castella
4 febbraio 2008 - Milano, Via San Raffaele 3

domenica, febbraio 03, 2008

Postumi

In stile tutto USA, ci perviene di terza mano dalla CBS un'intervista postuma a Saddam Hussein. E' una riedizione - si ritiene, condensata - diffusa da CBS News sulle domande poste da Scott Pelley ad un oscuro agente di origine libanese dell'FBI, quattro gocce del "bello della diretta" su fatti in qualche modo comunque assodati, ma aggiustati, ove possibile, in un'ottica autoassolutoria. In ispecie nell'intervista si ribadisce che all'atto dell'invasione iraqena, fortemente voluta da George W. Bush (e prima di lui da Dick Cheney) e prospettata sin dalle primissime ore successive all'attacco sul World Trade Center, l'Iraq non possedeva armi di distruzione di massa e non c'era alcun legame tra Saddam Hussein e la sopravvalutata organizzazione di Osama Bin Laden. Il preambolo è significativo, George Piro millanta con Saddam di essere un filo diretto tra lui e il presidente Bush ed espone i trucchi (almeno, riteniamo, quelli riferibili) impiegati per entrare in confidenza con il presidente iraqeno. Ci traduce poi mesi e mesi di vicinanza con il prigioniero ed espone in poche righe i fatti che avrebbe appreso circonvenendo Saddam. Essenzialmente due: il pericolo rappresentato dalle WMD (Weapons of Mass Destruction) iraqene era solo apparentemente inesistente. Le armi non c'erano ma il perfido Saddam avrebbe consentito si potesse ancora intuire ci fossero, con ciò in qualche modo giustificando la percezione degli USA. Nulla, invece, su Osama: Saddam lo considerava un inaffidabile fanatico. Gli è che la prima questione non è adeguata all'atteggiamento di Saddam Hussein e degli ispettori dell'ONU, che avevano escluso quella possibilità (esistenza attuale di armi di distruzione di massa iraqene), la seconda è pacifica. La secolarizzazione iraqena - tramite la sua dirigenza e il regime di Saddam - non era e non è mai stata compatibile con l'atteggiamento vantato da quel che si è voluta dipingere sin dai primi momenti successivi all'11 settembre, come operazione della banda al-Qaeda. Di nuovo apprendiamo, invece, che le poesie di Saddam Hussein erano considerate assai brutte dall'agente dell'FBI George Piro e che sono stati necessari mesi di manipolazione del prigioniero per poter tradurre, a beneficio delle operazioni USA, una pretesa (ma tutta da provare) ambiguità sull'esistenza delle armi di distruzione di massa in un presunto nulla osta all'invasione. Non si può pensare che serva, infine, a giustificare l'aggressione e l'attuale disastro iraqeno, la nota conclusiva per cui - sempre secondo il filtro dell'agente George Piro - Saddam Hussein avrebbe forse avuto intenzione, "se ne avesse avuto l'opportunità", di dotarsi in futuro di queste armi.

mercoledì, gennaio 30, 2008

Fare il reporter in Afghanistan

Apprendiamo da instablog che "La Camera alta (l'equivalente del Senato) dell'Afghanistan ha approvato la condanna a morte di Perwiz Kambakhsh, un giornalista di 23 anni accusato di blasfemia nei confronti dell'Islam" di cui si è parlato anche su La Torre di Babele e Lettere da Kabul nei giorni scorsi. Nel frattempo il nostro amico Nasim Fekrat (Afghan Lord) ci comunica che un altro giovane giornalista afghano, Basir Ahang (nella foto), che avrebbe rivestito un ruolo nel trovare notizie durante il rapimento di Gabriele Torsello, avrebbe poi ricevuto minacce di morte. Dopo aver lasciato il paese per qualche tempo ed essere poi ritornato a Kabul, da un mese a questa parte Basir non dà più notizie di sè. Secondo Nasim, il ventisettenne - promettente studente all'Università di Kabul e giovane giornalista indipendente - era stato direttamente coinvolto nel rilascio di Gabriele Torsello (il giornalista italiano della Repubblica rapito dai Taliban nella provincia di Helmand). In quel periodo Basir avrebbe lavorato sul rilascio di Torsello, collaborando con Renato Caprile, notissimo giornalista di Repubblica. Nasim precisa in proposito che Basir aveva ottenuto notizie confidenziali contattando direttamente le autorità dei Taliban che tenevano prigioniero Torsello ed era riuscito a conoscere i nomi dei rapitori. Sempre in quell'occasione il giovane giornalista avrebbe poi ricevuto continue chiamate dai rapitori che lo informavano dello stato di salute di Torsello. Nulla avrebbe, invece, saputo delle circostanze relative alla liberazione del nostro connazionale e da allora avrebbe cominciato a ricevere minacciose chiamate telefoniche che lo hanno costretto infine a lasciare il paese. Successivamente, tornato a Kabul, Basir ha iniziato a lavorare per il canale locale radio "Farda", come freelance con il settimanale "Namah" e a collaborare con la Repubblica, ricevendo contemporaneamente minacce ed intimidazioni da parte dei Taliban. Nasim ci informa che non si hanno più notizie di Basir Ahang da un mese e che nessuno sa dove sia.

Aggiornamento
Apprendiamo dall'ANSA che - secondo l'Independent on line - il Senato afghano avrebbe ritirato la conferma della condanna a morte del giornalista Sayed Pervez Kambaksh, giudicato colpevole di blasfemia per aver riportato da internet e stampato un articolo sui diritti delle donne. La Camera alta afghana avrebbe definito un "errore tecnico" la sua precedente decisione di approvare la condanna a morte di Sayed, ma questo non significa che il giornalistà sarà rimesso in libertà. Il procuratore generale della provincia di Balkh Hafizullah Khaliqyar avrebbe poi difeso la sentenza, affermando che non c'é stata nessuna violazione dei diritti umani o della libertà di stampa e minacciato l'arresto per tutti i giornalisti che si dovessero levare in difesa di Kambakhsh.

Aggiornamento del 7 febbraio 2008, buone notizie
Nasim Fekrat ci comunica - tramite il suo blog Afghan Lord via blogfriends - che Basir Ahang, il giovane giornalista afghano di cui non si avevano notizie da più di un mese, è al sicuro e in questo momento si trova in Italia. Lo stesso Fekrat è riuscito, tramite amici comuni, a contattare la famiglia di Basir, residente nella parte ovest di Kabul, che ha confermato la notizia. Inoltre, ancora Nasim, ci comunica un’altra news che, se confermata dai fatti, non può che riempire tutti noi di grande soddisfazione: Parwiz Kambakhsh, il giornalista afghano di 23 anni accusato di blasfemia e nei confronti del quale era stata emessa una sentenza di condanna a morte, sarebbe in procinto di essere rilasciato.

venerdì, gennaio 25, 2008

Grazie Europa

Parlando alla Herzliya Conference (il 22 gennaio scorso, un paio d'ore prima dell'inqualificabile intervento di John Bolton), Franco Frattini, "Commissario UE per la giustizia, la libertà e la sicurezza", ha regalato al filosionismo militante il presunto appoggio UE all'aggressione nei territori - in ispecie a Gaza - ed ottenuto un peculiare riconoscimento e un momento di grande popolarità. Non a caso l'intervento è stato immediatamente glorificato su YnetNews, versione on line della testata israeliana Yedioth Ahronoth, che ci fornisce un esempio di quanto poco si voglia far sapere - nessun quotidiano italiano ne ha parlato - delle posizioni espresse in nome della comunità europea.
L'exploit di Frattini è inqualificabile per la sensibilità di chi segua passo passo l'escalation di violenza innescata dalla dirigenza israeliana a Gaza. L'assedio che sta conducendo la Striscia di Gaza, cioè un milione e mezzo di persone, alla fame, sul punto di un disastro umanitario, è stato correttamente stigmatizzato da Amira Hass in un articolo di pochi giorni or sono su Haaretz. L'apologia di Frattini ha viceversa consentito alla stampa di occupazione di fregiarsi - a caratteri cubitali - di un inequivocabile, ipocrita lasciapassare da parte dell'imbelle Europa: "[secondo un] alto dirigente UE: l'assedio di Gaza non è un crimine di guerra". La notizia - taciuta da noi - è stata raccolta con sdegno e sgomento e così correttamente titolata da più attenti osservatori della realtà israelo palestinese: "Un alto dirigente della UE appoggia i crimini di Israele a Gaza". (Ali Abunimah).
Tra le perle dell'apologia frattiniana dell'occupazione, leggiamo allora che "i passi che hanno portato al black-out di Gaza non possono essere considerati come un crimine di guerra”. E naturalmente, di seguito - in adesione alla linea del Washington Post - che Hamas è l'origine di ogni male: “sta provocando la risposta armata d’Israele”, "non può essere un interlocutore possibile", "ha portato solo disastri”...
Tanto per non farci mancare nulla - quanto a dimostrazione che per la UE ognuno può dire ciò che meglio crede - le esternazioni dell'ex ministro italiano hanno contraddetto apertamente la nota posizione del Commissario Benita Ferrero Waldner, che (anche senza scomodare la Convenzione di Ginevra, che ne fa un principio inderogabile di diritto internazionale) si è dichiarata contraria alla punizione collettiva della popolazione di Gaza. Per enfatizzare questa (apparente) inversione di tendenza, l'articolista israeliano si è chiesto retoricamente se non sia in corso un "cambiamento nell'atteggiamento della UE verso Israele". Cosa che meriterebbe qui altri e non benevoli commenti, se l'attenzione non dovesse subito indirizzarsi verso altre stupefacenti dichiararazioni del "Commissario per la giustizia, la libertà e la sicurezza". Infatti, parole di YnetNews, "Frattini ha pure espresso un massivo mea culpa verso lo Stato di Israele, per conto della Comunità Europea, per il trattamento riservato ad Israele durante la seconda Intifada" [ndr. quella scatenata dalla repressione nel sangue della protesta palestinese innescata dalla provocatoria passeggiata di Sharon]. Sempre Frattini avrebbe infatti dichiarato che "ci sono state grosse incomprensioni negli anni recenti tra l'Europa e Israele. Israele è giustificato nelle sue preoccupazioni. Per troppo tempo l'Europa ha troppo rimproverato Israele per l'insuccesso nella pace con i palestinesi. Noi, come europei, avremmo dovuto capire prima le preoccupazioni di Israele".
Complimenti Commissario! Neanche Dershowitz nelle sue unilaterali difese delle operazioni israeliane, neanche Dennis Ross, a Camp David, nell'anteporre le preoccupazioni di Israele ai diritti dei palestinesi, avevano osato tanto.

giovedì, gennaio 24, 2008

Mona El-Farra, medico a Gaza City

Grandi notizie. Grazie al mio occupante è tornata l'elettricità!!! «Grazie all'occupante israeliano oggi, dopo 36 ore di taglio dell'elettricità nel mio appartamento, potrò lavare i vestiti, fare una doccia, usare l'ascensore, comprare del pane, mia figlia potrà fare i compiti, potrò guardare la televisione e urlare: viva Mr Bush e Israele per questa abbondante, benedetta elettricità a Gaza. E non devo preoccuparmi di quel milione e mezzo di persone che vive sottoposta ad un assedio crudele, se non abbiamo cemento per costruire le nostre case e le nostre tombe, se i miei pazienti muoiono ogni giorno per mancanza di adeguate cure a Gaza e non possono andare a farsi curare all'estero perchè i confini sono chiusi. Non devo preoccuparmi della mancanza di farmaci negli ospedali. Non devo preoccuparmi dell'aumento del numero dei bambini che soffrono di malnutrizione per mancanza di cibo adeguato, per la povertà. Non devo preoccuparmi se mi sento insicura dentro e fuori di casa perchè i raid israeliani sono continui su Gaza. Non mi devo preoccupare per il fatto di non potermi muovere, di non poter viaggiare, neppure fino al West Bank (la scorsa settimana uno dei miei amici nel West Bank è morto e non sono potuta andare a fargli un'ultima visita e a dirgli addio). Sono una persona ingorda e pure assillante, dovrei essere felice e contenta, nella mia grossa e bella gabbia e dare il benvenuto all'elettricità ed essere grata al mio occupante. Con tanto amore, da Mona che vive nel 21° secolo sotto occupazione!!!» [Mona El-Farra, From Gaza, with Love, 21 gennaio 2008]

mercoledì, gennaio 23, 2008

Warmongering

Ancora l'Iran nel mirino. Apprendiamo dalla testata israeliana on line Arutz Sheva di ieri (22 gennaio) che l'ex ambasciatore USA alle Nazioni Unite, John Bolton, ha affermato - alla ottava Herzliya Conference - che Israele potrebbe attaccare presto ed autonomamente l'Iran, sottolineando che un attacco israeliano potrebbe essere l'ultima chance contro la Repubblica Islamica. Per parte sua il ministro israeliano della difesa, Shaul Mofaz, avrebbe precisato che l'opzione militare sta diventando sempre più verosimile con il passare del tempo. Come se non bastasse e senza perdere l'occasione di gettare altra benzina sul fuoco, il guerrafondaio Bolton, una delle (poche) teste neoconservatrici cadute dopo gli avvicendamenti al Congresso USA per le elezioni di "midterm", ha qualificato "timida" la stampa israeliana per non aver sviscerato i pressanti motivi che hanno condotto all'attacco condotto l'anno scorso da Israele su presunte strutture nucleari in Siria ed ha colorato il suo fanatico discorso con una serie di congetture circa la natura di quelle (presunte) strutture. "Non sappiamo se in effetti si trattasse di spazio concesso alla Corea del Nord per ricostituire il programma nucleare nord coreano. Non sappiamo se si trattasse di vendita di tecnologia ed equipaggiamenti direttamente dalla Corea del Nord alla Siria e non sappiamo se fosse magari una joint venture tra la Siria e la Corea del Nord che lavoravano insieme", ha detto Bolton, enfatizzando che la povertà di notizie è dovuta all'imbarazzo in cui si troverebbe il suo paese per una reviviscenza del programma nucleare nord coreano nel momento in cui gli USA stanno adottando, in proposito, un atteggiamento defilato. Ribadendo il successo della sortita siriana (e non mancando di ispirarsi alla narrativa dei criminali nazisti, che giustificarono le aggressioni perpetrate in Europa sotto il profilo dell'autodifesa preventiva), l'ex diplomatico USA ha ribadito che "con il collasso della politica americana, l'attacco israeliano contro le strutture siriane e nord coreane preannuncia quello che potrebbe essere - senza un cambio di regime a Tehran - l'ultima risorsa ...a meno che [Israele] non sia disposto a vedere l'Iran procedere indisturbato verso la capacità offensiva nucleare". Cospirazione contro la pace e istigazione ad intraprendere una guerra d'aggressione sarebbero i primi capi d'accusa, in una novella Norimberga, per questo squallido personaggio tardivamente defenestrato dal consesso dell'ONU. Stupisce non tanto che parli - benché la sua pochezza sia nota - quanto che ancora lo si accolga nel più importante palcoscenico israeliano per la diffusione della politica nazionale (la Herzliya Conference) e che taluno pubblichi, senza vergogna e senza uno straccio di critica, i suoi pericolosi sproloqui.

giovedì, gennaio 10, 2008

Minacce

Questo mercoledì il presidente americano G.W. Bush, dopo un incontro a Gerusalemme con il primo ministro israeliano Ehud Olmert, ha detto che "la comunità internazionale deve capire con chiarezza la minaccia che l'Iran pone contro la pace mondiale". Nonostante il rapporto rilasciato dai servizi segreti americani [National Intelligence Estimate] il mese scorso affermi che l'Iran ha interrotto il suo programma nucleare nel 2003, Bush ha dichiarato: "l'Iran aveva un programma militare segreto che è stato sospeso... Ritengo che il rapporto del NIE intenda che si debba prendere seriamente l'Iran". [Haaretz] Certamente più difficile è prendere seriamente Bush e la spudorata reiterazione in chiave iraniana del castello di menzogne che già sta provocando il disastro iraqeno e il fallimento afghano. Il mondo - quasi tutto - vede probabilmente in questo terzetto di signori in cravatta bianco-azzurra, nelle motivazioni di chi li fa ballare e nel progressivo isolamento delle loro operazioni - politiche sarebbe troppo - una minaccia ben più grave alla pace. Non a caso Gideon Levy ha osservato, nei giorni scorsi, che "ci sono pochi altri paesi dove il papero zoppo di Washington non sarebbe salutato da contestazioni di massa, Israele sta facendo grossi sforzi per riceverlo graziosamente. L'uomo che ha causato tanta distruzione al mondo, al suo paese e a noi, è un ospite così benvenuto solo in Israele". Un impareggiabile opportunismo impedisce apparentemete al presidente Peres - quello in mezzo che non ride - di perdere la faccia. Non in questa foto. [foto Haaretz Tv]

sabato, gennaio 05, 2008

Noi non sapevamo

Verso la fine di dicembre il premier israeliano Ehud Olmert ha rifiutato qualsiasi ipotesi di tregua con Hamas per la Striscia di Gaza. Così come ha escluso che possa aver corso la proposta avanzata dai dirigenti di Hamas di un cessate il fuoco bilaterale con Israele senza condizioni, prima del riconoscimento formale (inaccettabile da parte palestinese, perchè mette una pietra tombale sul problema dei profughi e annichilisce la minoranza araba ivi residente) di Israele come Stato esclusivamente ebraico. Gaza intanto, sotto assedio con il benestare del mondo occidentale, è alla fame. Lo stillicidio degli assassini mirati continua, come continua la patetica rappresaglia palestinese a colpi di missili "casalinghi" Qassam. Tanto cascano lontano dai palazzi, su chi non ha voce in capitolo. Intanto, a riprova dell'insuccesso, fatale, della ridicola conferenza di Annapolis e mentre vengono autorizzate ulteriori costruzioni negli insediamenti - tutti illegali - nel West Bank, è di questi ultimi due giorni una ennesima, massiccia, incursione da parte dell'esercito israeliano nella città di Nablus (appunto in Cisgiordania). L'interessato collaborazionismo di Abbas evidentemente non paga e l'aspirante rais si trova ora rispetto al suo popolo nell'imbarazzante situazione di chi ha coccolato un serpente nella speranza, infondata, di non essere morso. Così come l'Europa, sotto ricatto, sta a guardare e per la seconda volta in meno di un secolo finge di non sapere, mentre tanta, troppa gente, in Palestina e in Israele, ma anche in occidente, pagherà l'ignorante e tremebonda ipocrisia di dirigenze incapaci o suicide, di stampa imbelle o asservita, di miope affarismo da quattro soldi. Nausea. (Info: Ticinonews, Corriere Canadese)

mercoledì, dicembre 12, 2007

Benedetto Cipriani, udienza preliminare

"L'uomo accusato di avere ingaggiato il sicario che ha assassinato tre uomini in un'officina di Windsor Locks nel luglio 2003 ha cercato di licenziare il legale nominatogli dalla Corte a meno di due mesi dalla nomina". Così il Journal Inquirer dell'8 dicembre scorso. Sono le ultime notizie del processo radicato contro Benedetto Cipriani negli USA. L'articolo fornisce il resoconto dell'udienza di venerdì 7 dicembre, programmata per la "probable cause" [è una specie di udienza preliminare, non obbligatoria, tesa a valutare se le prove a carico siano sufficienti per sostenere l'accusa in giudizio. Da Wikipedia: "In the United States a probable cause hearing is the preliminary hearing that typically takes place after arraignment and before a serious crime goes to trial; the judge is presented with the basis of the prosecution's case and the defendant is afforded full right of cross-examination and the right to be represented by legal counsel. If the prosecution cannot make out a case of probable cause the court must dismiss the case against the accused"]. All'udienza Cipriani si sono avvicendate varie questioni puramente processuali e possibili incomprensioni tra l'imputato e il difensore designato d'ufficio dalla Corte (l'avvocato John E. Franckling di Glastonbury). Sono poi emerse alcune ambiguità sull'operato e sulla stessa necessità di un traduttore. Dopo un breve colloquio in privato tra Benedetto Cipriani e il suo avvocato, quest'ultimo ha dichiarato che il suo assistito era indeciso tra la rinuncia alla "probable cause" e una richiesta di rinvio. Di seguito il nostro connazionale avrebbe risposto alla domanda postagli al riguardo dal giudice, che "il signor Franckling non [era] più il suo avvocato", avrebbe quindi chiesto un differimento dell'udienza e infine dichiarato, in italiano, che doveva rinunciarvi "nel proprio migliore interesse". A quel punto il giudice, David P. Gold, ha comunque disposto un aggiornamento dell'udienza ad oggi [mercoledì] per accertare che questa decisione dell'imputato venga presa con cognizione di causa, dando diversamente corso all'udienza per la "probable cause". Questi tira e molla sono stati accolti con ostilità dalla folla dei parenti delle vittime, che le considerano una messa in scena. Singolare la chiusura dell'articolo del Journal Inquirer, laddove si sottolinea che Cipriani non rischia la pena di morte nonostante la legge del Connecticut la preveda per i delitti in questione, perchè il governo italiano ha concesso l'estradizione solo alla condizione che la pena di morte non venga eseguita. Nessun cenno all'ulteriore condizione, chiara ed esplicita nel decreto di estradizione, per cui Benedetto Cipriani è stato estradato anche e solo se, nel caso di [probabile] condanna a una pena detentiva, gli venga contestualmente concessa l'opzione - e la decisione è pacifica, per quanto già più volte dichiarato dal nostro connazionale - di scontarla in Italia.

Aggiornamento: prove ritenute sufficienti, Cipriani affronterà il giudizio

All'udienza di "probable cause" di mercoledì 12 dicembre, durata un'intera giornata, il giudice Joseph Q. Koletsky ha deciso che lo Stato del Connecticut dispone di prove sufficienti per procedere contro Benedetto Cipriani, gravato di tre imputazioni di omicidio ed una di cospirazione per commettere omicidio. All'udienza il nostro connazionale è apparso indifferente alla testimonianza di Erik Martinez, che si è dichiarato colpevole ed ha dichiarato che Cipriani avrebbe pagato circa 6.000 dollari a lui, Jose Guzman e Michael Castillo, per assassinare Bob Stears, delitto poi evolutosi in un triplice omicidio. Il difensore designato dall'ufficio, John Franckling ha rilevato alcune incoerenze nelle dichiarazioni rese a suo tempo da Erik Martinez, cercando di convincere il giudice dell'assenza di un valido impianto accusatorio, ma i suoi sforzi sono stati inutili. Benedetto Cipriani comparirà quindi, il 24 gennaio 2008, davanti alla Corte per il dibattimento.

lunedì, novembre 26, 2007

Annapolis, dichiarazioni con giunte

Alcune ore prima dell'apertura dell'accidentata Conferenza Internazionale di Annapolis sul problema israelo palestinese, il Presidente USA Bush ha detto al Primo ministro Ehud Olmert e al Presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas che gli Stati Uniti non possono imporre la pace in Medio Oriente ma possono aiutare ad agevolarla. Se le parole di Bush potessero avere un senso si potrebbe pensare a qualche ripensamento nella politica mediorientale USA dopo quarant'anni di ingerenze tanto squilibrate da degradare, in un organismo già malato, gli anticorpi in tossine e le cellule fuori controllo in metastasi. Ma quarant'anni di iniezioni velenose e sei anni di follia guerraiola della dirigenza USA non consentono di gratificare il presidente americano e i suoi collaboratori della benchè minima fiducia. Le capriole imposte ai suoi valletti - mediorientali e non - in questa operazione promozionale di fine mandato sembrano finalizzate a consegnare alla storia - prima di un probabile ulteriore insuccesso - un inutile pezzo di carta.

A poche ore dall'inizio ufficiale dei lavori qualcuno darà forse una mano allo spot pubblicitario voluto da Bush. Qualcosa si muove, malamente, a colorare queste ultime ore. Ehud Olmert rompe il suo diplomatico silenzio, costretto ad improbabili equilibrismi in seno al suo stesso governo, dà un colpo al cerchio e uno alla botte affermando che la sorte di Gerusalemme non dipende dalla volontà dei gruppi ebraici USA (che hanno inaugurato un sito web per "difendere Gerusalemme contro la divisione"), ma non smentisce l'abitudine di porre sul piatto di un ipotetico accordo richieste programmatiche e nella pratica politicamente irrealizzabili: si dice che intenda chiedere a Mahmoud Abbas di intervenire per "mettere fine al terrore" anche nella Striscia di Gaza. Nulla di buono, pensandoci, nulla di nuovo. Qualche segnale di pelosa compiacenza per i capricci pubblicitari del presidente USA era invece arrivato da parte palestinese nella mattinata di Washington. "We will reach a joint paper today or tomorrow" [formeremo un documento congiunto oggi o domani] - ha detto oggi ai reporter Yasser Abed Rabbo, autorevole membro della delegazione palestinese al summit e già veterano del percorso di Oslo - "c'è un persistente sforzo americano di ottenere questa dichiarazione", acconciandosi quindi a dichiarare che gli sembra possibile raggiungere una dichiarazione congiunta dell'ultima ora.

Ma questa dichiarazione - se ed in quanto vedrà la luce - rimarrà necessariamente in bilico tra il desiderio dei palestinesi perchè siano nominate, almeno in termini generali, le questioni chiave del futuro Stato palestinese, cioè i confini, la sovranità su Gerusalemme (Est) e la sorte dei profughi palestinesi, contro le defatigatorie pressioni israeliane per una dichiarazione più vaga sull'impegno dei due Stati a "vivere fianco a fianco in pace". Vaghezze non nuove quelle di sottoporre lo status palestinese definitivo alla gimcana di un indefinito percorso di pace. Perché la pace non sia raggiunta e comunque giammai al prezzo dovuto secondo il diritto, la giustizia, la storia, che comporterebbe la restituzione dei territori conquistati manu militari nel 1967 con tutte le risorse ad essi pertinenti ("usque ad sidera, usque ad inferos"), lo smantellamento incondizionato degli insediamenti, tutti illegali, lo stabilimento di confini certi (e quindi sicuri), il riconoscimento della responsabilità israeliana sulla condizione dei profughi, le conseguenti restituzioni o il risarcimento, questione irrinunciabile in linea di principio ed operativamente discutibile (ma i negoziati servono a quello).

In questa situazione - non brillante, si è già detto - la reazione del governo di Gaza controllato da Hamas è prevedibile e si può riassumere in poche frasi. I dirigenti del movimento attaccano il presidente dell'Autorità Palestinese in trasferta negli USA, Mahmoud Abbas, chiamandolo traditore ed affermando che rifiuteranno qualsiasi arbitraria decisione dovesse sortire dalla conferenza di Annapolis. "La terra di Palestina è dei palestinesi" - ha detto il dirigente Mahmoud Zahar davanti ad un assembramento di duemila persone a Gaza - "Nessuno, nessun gruppo, governo o generazione ha il diritto di rinunciare ad un suo pollice [quadrato]" ... "Chiunque contrasti la resistenza o la combatta o cooperi con l'occupazione contro di essa è un traditore". Più misurato il primo ministro del governo di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh, che ha firmato oggi un documento ove si dichiara che Abbas non ha il diritto di fare, ad Annapolis, alcuna concessione. Ha poi aggiunto che la gente [palestinese] pensa che questa conferenza sia sterile e che ogni impegno pregiudizievole assunto nel corso della conferenza "sarà vincolante solo per chi lo firma".

In buona sostanza, allora, benchè si sia già a sera ad Annapolis, forse Bush otterrà lo stesso, in extremis, il suo umiliante cadeau. Non si sa mai, una dichiarazione congiunta, tagliuzzata nella sostanza e colorata "ad pompam" di parole inutili, potrà pure essere emessa e - nel caso - non si dubita che venga accolta ipocritamente, quantomeno in occidente. Purchè si sia consapevoli, a futura memoria, che questo risultato di pura facciata, lungi dall'affrontare il problema israelo palestinese, non è pace, non è nemmeno un percorso, è uno spot.

sabato, novembre 24, 2007

Pizza annapolitana

A tre giorni dalla Conferenza di Annapolis (Maryland, USA, 27 novembre) - come era fatale - i negoziatori israeliani e palestinesi non sono riusciti a raggiungere un accordo nemmeno sul documento di apertura dei lavori. Le squadre dei diplomatici non dovrebbero più incontrarsi prima di lunedì (negli USA), cioè un giorno prima del summit. Così che appare peregrina l'ipotesi che qualcosa di positivo possa trovare la via della carta. Se, come sembra, le rappresentanze israeliane e palestinesi non fossero poi in grado di formulare neppure una dichiarazione finale, la conferenza si concluderebbe con una dichiarazione del Segretario di Stato USA, Condoleezza Rice e non con una dichiarazione congiunta israelo palestinese.

Nessuno però si dovrebbe stupire, il fallimento dell'iniziativa promozionale di George W. Bush e dei suoi vecchi e nuovi clienti - il claudicante governo israeliano e il delegittimato presidente palestinese Mahmoud Abbas - e con la corte delle comparse, UE in prima linea, era nell'aria. Nè sarebbe potuto essere altrimenti vista l'incompatibilità tra le reciproche istanze della parti su tutti i punti decisivi di un possibile percorso di pacificazione. Ed anche su una bozza di dichiarazione iniziale. Il documento, in itinere, è stato infatti pubblicato da alcuni giorni e nessuno dei punti sensibili ha potuto ricevere la "benedizione" congiunta, anche solo formale, delle parti. Altri punti importanti non sono stati toccati nell'ipotesi di dichiarazione (per esempio gli insediamenti) sicché pure nel caso fosse stata estorto l'assenso all'emanazione di questo inutile pezzo di carta, esso avrebbe sortito un solo effetto concreto, accendere animi che non necessitano di ulteriore sollecitazione.

Ancora ieri una fonte imprecisata (vicina ai negoziatori, a Gerusalemme), secondo il quotidiano Haaretz, appariva possibilista, assumendo fosse stata stabilita una pausa nella stesura della bozza congiunta "in attesa solo di alcune decisioni dei leader" [Olmert e Abbas] in relazione alla scansione dei passi da compiere. Precisava questa fonte: "abbiamo ridotto le distanze e alcuni dei punti in contrasto sono stati semplicemente cancellati dalla dichiarazione per consentirci di andare avanti. Siamo ora al punto di decidere su due o tre parole di ogni questione". Diplomatica esternazione, una goccia di verità (la futura scansione temporale di questo ennesimo "percorso" è tuttora ferocemente dibattuta tra posizioni in assoluto contrasto e i punti decisivi vengono cancellati tout court) in un oceano di disperata menzogna. Siffatta dichiarazione, qualora dovesse vedere la luce, non significherebbe nulla. E sembra oggi assai più realistica la dichiarazione rassegnata del leader di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh: "Abbiamo capito che questa conferenza è nata morta e non sortirà alcun risultato per il popolo palestinese, né soddisferà alcuno dei diritti politici e legali ad esso dovuti".

Per rendersene conto basta del resto una scorsa alla battagliata bozza pubblicata da Haaretz. Alcuni punti per tutti: i negoziatori israeliani insistono per ottenere una prima formalizzazione del riconoscimento di Israele come Stato dei [soli] ebrei, non accettano la menzione di Gerusalemme tra i territori contesi, né la compatibilità del percorso con la risoluzione ONU 194 (sui diritti dei profughi palestinesi). Parte palestinese non accetta che la liberazione di Gilad Shalit (il soldato israeliano catturato nell'estate del 2006) diventi una condizione formale del percorso. Nel documento non si parla di insediamenti, né sotto il profilo di un assetto definitivo, né limitatamente ad un congelamento di quelli in itinere, né del muro in costruzione che strangola il West Bank, tantomeno si parla di confini, né vi è menzione della situazione di Gaza. D'accordo, sarebbe solo una dichiarazione di principi, un preambolo, ma, così com'è, ha lo stesso aspetto di una pagina vuota, inutile o dannosa. Come l'aspirazione del presidente americano a mettere la sua firma, insieme a due leader zoppi - è un eufemismo - sulla vergognosa riedizione dei "disaccordi" di Oslo.

mercoledì, novembre 07, 2007

By way of deception

Nonostante la febbrile attività di chi - per provenienza o affiliazione - si fa portatore, talvolta inconsapevole, del messaggio lobbystico filo israeliano e malgrado la grande quantità di mezzi e parole impiegati dai centri di decezione professionale per influire sulla politica degli USA in Medio Oriente (e allo stesso tempo per negare l'esistenza di questa strabordante influenza), proprio dagli Stati Uniti molti cominciano infine ad esprimere l'accademico sospetto che le aggressive ingerenze esercitate sull'opinione pubblica americana non sortiscano più l'effetto voluto. Più in particolare qualcuno ha intravisto la possibilità che le assillanti iniezioni di allarmismo filo sionista (all'insegna del "repetita juvant") stiano finendo per minare, da un lato, la causa cui sono devote, dall'altro - e più importante - gli effetti positivi e duraturi di un onesto dibattito sulla questione israelo palestinese. Certo, bisognerebbe definire cosa si intende per effetti positivi e duraturi, ma diamo per certa la buona fede rinviandone la prova all'esito di questo auspicato ed allargato dibattito.

Una riflessione sul punto è proprio di questi giorni. Un gruppo pacifista tra i tanti con sede negli USA, il Comitato per una Pace Giusta in Israele e Palestina (CJPIP), trae spunto per la discussione del problema da due tra i più recenti episodi di pubblico ostracismo. Episodi che hanno coinvolto i professori John Mearsheimer e Stephen Walt (autorevoli redattori del dibattuto saggio "The Israel Lobby") da parte del Chicago Council on Global Affairs e l'Arcivescovo Desmond Tutu, premio Nobel per la Pace, ad opera dell'Università St. Thomas in St. Paul, Minnesota. Inutile qui richiamare i particolari del boicottaggio, che molti media hanno riportato e discusso. In breve, gli accademici e l'eminente prelato si sono visti cancellare i rispettivi interventi presso i suddetti istituti americani a cagione delle pressioni esercitate da circoli filo sionisti o, quel che è peggio, per una sorta di dichiarata autocensura operata da quelle stesse istituzioni e finalizzata, in buona sostanza, ad evitare problemi. Nulla di che stupirsi, dato che sono gli stessi problemi che affrontano moltissimi accademici, gran parte dei giornalisti, tutti i candidati alla presidenza degli Stati Uniti (v. su questo blog, Il cancro del silenzio, 27.09.2007).

In proposito il Comitato ha sottolineato come alcuni osservatori vedano nel prepotente atteggiamento dei potentati filo sionisti "tremendi rischi per gli ebrei" (sic) e - raccogliendo gli ammonimenti del Jewish Daily Forward - ha stigmatizzato il "ridursi della credibilità e del buon nome dei gruppi americani di influenza ebraica in un mondo dove le regole sono cambiate". Con ciò considerando un danno potenziale ed imminente l'allineamento acritico alle allarmistiche posizioni para-israeliane e la fideistica sovresposizione dello spettro dell'antisemitismo. Ma le preoccupazioni del Comitato non sono rivolte ai soli effetti formali delle faziose esagerazioni lobbystiche negli USA. Il gruppo enfatizza, nei fatti, la contemporanea esistenza di una vera e propria isteria americana, indotta dalle assordanti pressioni filo israeliane e - viceversa - l'eco quasi impercettibile della disperazione e della rabbia che alberga tra la gente di Palestina "impoverita, isolata, brutalizzata di fronte all'inflessibile spossessamento condotto dall'occupante israeliano". Una sferzata critica ed autocritica è poi dedicata dal Comitato ai personaggi pubblici, a quelli che fanno opinione e raggiungono in generale la gente. Scrive il CJPIP che "amministratori di università, professionisti dei media, leader religiosi, funzionari pubblici e [noi]altri, che evitiamo la scottante questione israelo palestinese per paura di nuocere, di provocare o innescare una polemica, dovremmo ricordare che la strada dell'inferno è lastricata di buone intenzioni. Sopprimendo la discussione pubblica e libera su un argomento che suscita grandi preoccupazioni, si conferma il pericoloso status quo di Israele e Palestina, per il quale come americani siamo largamente responsabili. Per quanto tempo prolungheremo le [loro] sofferenze e procrastineremo la pace?". A titolo di esempio il Comitato ha ricordato che mentre in Israele un recente studio psicologico condotto (dall'Università Ebraica di Gerusalemme) sui soldati dell'IDF ha rivelato i risvolti sadici e nefasti dell'occupazione per bocca degli stessi occupanti ed ha suscitato drammatiche domande nella popolazione israeliana, il rapporto non ha viceversa meritato alcuna attenzione negli USA. Le conseguenze di questo genere di vuoto o del monopolio informativo saranno micidiali. Al riguardo Juan Cole - professore di storia all'Università del Michigan - ha espresso le proprie peggiori previsioni scrivendo che "l'elite politica americana e i media che nascondono la brutalità dell'occupazione israeliana per interessi settoriali [di bottega] sono complici di quel sadismo e il loro silenzio mette in pericolo la sicurezza degli Stati Uniti" ed aggiungendo, come americano, che "fino a quando non riusciremo a capire perchè il pubblico arabo - che sa perfettamente quello che l'esercito israeliano ha fatto per decenni ai palestinesi - è indignato, faremo errori politici nei nostri rapporti con il Medio Oriente".

Se quindi, lentamente, una maggiore apertura al dibattito vorrebbe affacciarsi negli USA oltre il bavaglio calato da decadi sul principe degli argomenti tabù - i rapporti con Israele - l'abitudine all'inganno e una insuperabile arroganza consentono ai consueti potentati di remare freneticamente in senso contrario, senza vergogna per le tracce lasciate sul terreno. Non è infatti necessario - per trovarle - scomodare i servizi segreti, perchè nel campo l'obliquità è nota ed è ufficiale. E' la regola. Un esempio per tutti ce lo regala il giornalista e blogger Philip Weiss (New York Observer, The Nation, The American Conservative, National Review, Washington Monthly, New York Times Magazine, Esquire, Harper's Magazine, Jewish World Review, The Huffington Post). Questo leggiamo sul suo blog personale il 28 ottobre scorso.

«Domenica scorsa sono andato alla conferenza di CAMERA [Committee for Accuracy in Middle East Reporting in America] sul tema "Ebrei che diffamano Israele" e ci sono voluti un giorno o due per capire dove fosse la notizia. Era in un discorso in cui la presidentessa di CAMERA, Andrea Levin, ha dichiarato che il gruppo lobbystico pro Israele ha un "contratto non scritto" con i media americani in base al quale vengono controllati i loro passi quando scrivono su Israele [...] Il discorso di Levin verteva su Haaretz, il giornale israeliano il cui deprimente ritratto dell'occupazione ha aiutato a spiegare al mondo le orribili condizioni imposte in quella zona. Levin ha detto che quando Haaretz ha descritto in un articolo le strade separate nel West Bank come “strade dell’apartheid", i membri di CAMERA hanno scritto all'editore di Haaretz, Amos Shocken, dicendo che l’accusa era falsa. Quindi [Levin] ha letto le risposte di Shocken. In una questi diceva: "il termine 'strade per soli ebrei', che può essere matematicamente non corretto, a me va bene perchè descrive la vera natura e lo scopo delle strade". In un'altra risposta Shocken scriveva: "la vostra risposta legalista è esattamente del tipo usato per nascondere la realtà, piuttosto che per fare chiarezza. E' assolutamente ridicolo non chiamare queste strade "strade dell'apartheid" perchè la stessa presenza di ebrei nei territori occupati ha natura di apartheid". Questo è sconvolgente - ha detto la Levin - perchè Haaretz si definisce "il New York Times di Israele". Il pubblico ha mormorato e deriso. Levin ha detto: "il fatto è, come sapete, che noi possiamo essere scontenti del New York Times qualche volta e qui a CAMERA lo siamo stati, ma devo dire che siamo fortunati. I media americani sono molto, molto più preparati a capire che c'è un contratto non scritto tra loro e noi, cioè, quelle cose dovrebbero essere accurate sui fatti e noi otteniamo correzioni tutte le volte. Quelle correzioni sono a volte assai significative. Possiamo prevenire la ripetizione di gravi errori... Così c'è questo dare ed avere qui negli USA". Qualcuno tra il pubblico ha chiesto se il governo israeliano non potesse entrare in azione. "Una buona domanda", ha detto la Levin. "Molte, molte volte abbiamo sollecitato al riguardo la copertura dei media americani su articoli gravemente diffamatori, abbiamo sollecitato il governo di Israele, fosse l'esercito o altra componente istituzionale, ad occuparsene, a volte, quando pensavamo che potessero essere intraprese azioni legali". Ma evidentemente questo non può accadere in Israele, dove hanno una "stampa davvero libera". Wow! Una lobbysta [filo] israeliana scopre alcune delle sue carte! Sollecitare Israele ad intraprendere azioni legali contro le pubblicazioni americane su questioni controverse? Un contratto non scritto con i media americani per non pronunciare apartheid? Un dare e avere con il New York Times? La signorile indifferenza di Amos Shocken a questo tipo di prepotenze mi rende orgoglioso di essere ebreo. La sua è la incorruttibile autorità di un giornalista che dice quello che dice perchè ci crede, e non intende essere dirottato...».
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Per approfondire
http://www.cjpip.org/
http://www.zmag.org/content/showarticle.cfm?SectionID=22&ItemID=14188
http://pipistro.blogspot.com/2007/09/cancro.html
http://www.philipweiss.org/mondoweiss/2007/10/cameras-unwritt.html
http://camera.org/