venerdì, aprile 18, 2008

Hillary, secondo copione

Parlando, il 16 aprile, al dibattito dei Democratici per le elezioni presidenziali, Hillary Clinton ha minacciato il lancio di una "massiccia rappresaglia" se l'Iran decidesse di attaccare Israele. Sempre in corsa con Obama (e gli altri) per blandire l'elettorato pilotato dalla lobby filo israeliana e dal relativo codazzo di neo conservatori, la paziente sposa del fantasioso ex presidente americano si esibisce in una nuvola di toni bianco azzurri, mostrando le narici frementi di una parodia di Meryl Streep nel Manchurian Candidate e si offre indomita ai sicuri applausi bipartisan del filo sionismo militante. E la voglia di strafare ha evidentemente la meglio. "Penso che dovremmo creare un ombrello di deterrenza che vada assai più in là del solo Israele" aggiunge la mamma di Chelsea e dimentica che gli USA col 'buon inizio' afghano e, sopratutto, iraqeno, non possono certo dirsi a metà dell'opera. Ciò nonostante, è imperativo esagerare. Deve rispondere - il pubblico sicuramente se lo aspetta - alla recente reazione del vice capo di stato maggiore dell'esercito iraniano, Mohammed Rada Ashtiani, che solo l'altro ieri replicava, a sua volta, alle minacce del ministro delle infrastrutture israeliano, Benjamin Ben-Eliezer. E ribadisce quindi la lady turchina: "naturalmente metterò in chiaro con gli iraniani che un attacco ad Israele provocherà una massiccia rappresaglia dagli Stati Uniti". I botta e risposta sul punto sarebbero ridicoli se, proprio per essere pronunciati dai novelli gnomi e fattucchiere della politica internazionale e dai rappresentanti delle rispettive milizie, non suscitassero qualche giustificata apprensione. In un nuovo round della lotta a parole tra Gerusalemme e Tehran, Rada Ashtiani aveva dichiarato - traduzione di Haaretz - che "se Israele vuole prendere un'iniziativa contro la Repubblica Islamica, elimineremo Israele dalla scena dell'universo" dopo che l'israeliano Ben-Eliezer, la settimana prima, aveva minacciato che "un attacco iraniano su Israele provocherà una dura risposta di Israele, che porterà alla distruzione della nazione iraniana". Doveroso sottolineare qui che - a parole - tutti rispondono a qualcosa. Ma possiamo stare tranquilli, non succederà nulla se non interverrà uno di quei fatti imponderabili che, secondo i propugnatori del 'nuovo secolo americano' e i loro volenterosi sicari, possono fare da detonatore precipitando il pianeta in una sorta di novello Medio Evo. Una cosa tipo quella che è capitata, guarda caso, l'11 settembre del 2001.

giovedì, aprile 17, 2008

Da Ciriello a Shana, notizie dalla Palestina

Non ci sarebbe da scandalizzarsi, visto che nani e saltimbanchi della politica imperversano anche da noi, ma non era molto tempo fa che riferendomi ai quattromila partecipanti alla convention del CUFI (Christians United for Israel, quelli che hanno un "obbligo biblico" di difendere Israele fino a che non vengano distrutti o convertiti ad una forma di allucinato cristianesimo) stupivo alle fanfaronate del circo politico e mediatico americano. Scrivevo di questo, ma quando la notizia dell'ultima ora è - cito Reuters - che "un cameraman di Reuters e altri due civili sono rimasti uccisi oggi pomeriggio nella Striscia di Gaza in quello che sembrerebbe un attacco israeliano", penso che occorra lasciare da parte i buffoni e occuparsi di cose serie. A parte il condizionale, adottato prudentemente dall'agenzia internazionale per non finire immediatamente tra le grinfie scandalizzate dei servizi di informazione coatta che imperversano nella rete e sulla carta, attendo adesso che il circo - non quello americano, ma quello mediatico italiano - dia il giusto risalto alla manifestazione di quanto, da cinquant'anni, sta succedendo in quella che solo l'ironia può suggerirci ancora di chiamare terra santa. Fatto sta che Fadel Shana, 23 anni, palestinese, stava lavorando per Reuters sulle violenze in corso a Gaza ed è stato trucidato da un razzo che il nostro Corriere nazionale, con un guizzo inusitato, non stenta a definire israeliano. Dopo il condizionale in verità anche Reuters non può fare a meno di raccontare quello che è successo (e saranno fulmini e saette, da Israele, oltre ai razzi sul loro cameraman): "Le immagini riprese da Shana mostrano un carro armato israeliano, fermo a diverse centinaia di metri, che apre il fuoco. Circa due secondi dopo il colpo, il filmato si blocca: apparentemente nel momento in cui Shana è stato colpito. Il suo giubbetto antiproiettile è stato parzialmente strappato". Del resto, la scritta TV sull'auto del giornalista, non può lasciare dubbi. L'esercito più morale del mondo ha colpito ancora, trascinando il nome di un altro giornalista e due collaterali civili, nelle scarne ed ipocrite statistiche occidentali della carneficina palestinese. Le milizie hanno colpito, ma perchè stupirsi? Solo oggi un campione della sanguinaria occupazione orchestrata dalla dirigenza suicida dello stato ebraico per opera del suo braccio armato, che ancora osa chiamarsi forza di difesa, si è esibito in una prova di nanismo politico e morale del quale operazioni di tal fatta (sparare su giornalisti e civili) non possono che essere il riflesso. Ricordando quindi la medesima sorte toccata al nostro Ciriello (un nome che si sente raramente sui media di larga diffusione italiani) concludo con le alate parole di questo campione di moralità e diplomazia, Benyamin "Bibi" Netanyahu, così come riportate da Maariv e rilanciate oggi da Haaretz: "Stiamo beneficiando di una cosa e cioè dell'attacco alle Twin Towers e al Pentagono, e della lotta americana in Iraq", riferisce Maariv -aggiungendo che l'ex premier israeliano ha precisato che questi eventi "hanno fatto pendere l'opinione pubblica americana in nostro favore" ("We are benefiting from one thing, and that is the attack on the Twin Towers and Pentagon, and the American struggle in Iraq," Ma'ariv quoted the former prime minister as saying. He reportedly added that these events "swung American public opinion in our favor"). Ora, se un ex primo ministro può parlare così e non essere sommerso dallo sdegno di una nazione, che ci si può aspettare dagli adolescenti, illusi o fanatici sbattuti a umiliare, opprimere, uccidere anche per suo conto?
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giovedì, aprile 10, 2008

Nasim Fekrat, un workshop sul blogging a Kabul

Due mesi fa, il 15 febbraio, con il titolo "Noi ci proviamo", rilanciavo un comunicato di Nasim Fekrat, il nostro amico (link) che, sotto lo pseudonimo di Afghan Lord, da anni trasmette notizie e immagini dall'Afghanistan evidenziando le contraddizioni di un paese povero, strumentalizzato e martoriato e allo stesso tempo proteso verso il futuro con una buona volontà che ha dell'incredibile. Leggendo dell'iniziativa di Nasim, osservavo quindi che, come quello che era dei Taliban e in parte lo è ancora, come quello che era dei signori della guerra e in parte lo è ancora, come quello dei burka, delle lapidazioni, delle invasioni, delle vedove impotenti, dei bambini per strada, come quello delle vie del petrolio e dell'oppio, come quello delle missioni di pace dove è stata portata la guerra, agnello sacrificale e pretesto, anche questo è Afghanistan.

Questo era il comunicato di Nasim: “Molto presto Afghan Penlog lancerà il primo workshop per promuovere la diffusione dei blog a Kabul. Obiettivi di questo laboratorio/seminario sono lo sviluppo culturale e una maggior presenza dei blogger come media. Questo primo workshop è indirizzato agli studenti e ai blogger di Kabul, ma è nostra intenzione lanciare analoghe iniziative in altre province e il nostro prossimo passo sarà la promozione di seminari anche a Jalalabad, Kandahar, Heart, Ghazni ed altre zone del paese. Afghan Penlog non ha avuto finora alcun aiuto economico e per questo chiede a tutti gli operatori culturali e agli amici di sostenere il progetto con un unico fine, sviluppare l'attività dei blogger in Afghanistan. I nomi dei donatori saranno pubblicati sul sito e forniremo loro tutti i dettagli del progetto e i relativi costi. Abbiamo necessità impellenti: comprare un generatore e pagare il collegamento internet. Ed anche se non abbiamo abbastanza danaro per affittare un laboratorio informatico, probabilmente saremo in grado di tenere il workshop presso il centro scolastico di Payam-e-Noor, situato a Karte-Chahar, Kabul. Ma abbiamo ancora bisogno di un po' di danaro per realizzare questo obiettivo. Prima avevamo in mente di comprare un computer e ottenere la disponibilità di una linea internet da Afghan Telecom ma non abbiamo raggiunto il nostro scopo per mancanza di donazioni e la nostra idea è sfumata. Così l'abbiamo abbandonata. Ora ci accontentiamo di lanciare questo workshop”.

Ebbene, il workshop si è tenuto e con successo ai primi di aprile. La notizia in inglese, ora arricchita dei particolari sul sito Afghan Lord di Nasim Fekrat, è stata già anticipata nei giorni scorsi dalla BBC (in farsi) e da noi, in italiano, su Blogfriends e altrove grazie a Mericò. La riporto di seguito.

«Quanti di noi davanti a qualcuno che chiedeva una donazione (soldi, per intenderci) per un qualche progetto di solidarietà, non hanno risposto con il fatidico interrogativo " Ma poi siamo sicuri che i soldi arriveranno a destinazione e verranno utilizzati bene?". Molti, a dire il vero, usano spudoratamente questo dubbio per dribblare la richiesta, credendo che possa essere una buona scusa per evitare di mettere mano al portafoglio. Certo, c'è da dire che la realtà non aiuta a diradare un certo alone truffaldino che aleggia su parecchie "raccolte fondi" che girano per terra, mare, e-mail, telefono, posta e simili. Ma, almeno stavolta, sono felice e orgogliosa di poter smentire questa fama negativa. Qualche tempo fa Pipistro scrisse un post proprio qui su Blogfriends, parlando del progetto di Nasim Fekrat, giovane blogger di Kabul, e di un gruppo di suoi amici e collaboratori afghani, di organizzare il primo workshop per promuovere la diffusione dei blog a Kabul e, contestualmente, riportando la richiesta dei bloggers di un piccolo aiuto finanziario per poter realizzare questo obiettivo. Un traguardo nobile ma ambizioso e difficile da portare avanti in Afghanistan, soprattutto per problemi economici e logisitici. Bè, il 3 e 4 aprile a Kabul l'Associazione Bloggers Afghani (AfghanPenLog) , superando tutti gli ostacoli, è riuscita a tenere il primo blogging workshop della sua storia. Credo non servano tante parole per testimoniare l'evento, sono sufficienti le immagini (ed anche un pezzo uscito su BBC Persian). La più rappresentativa la inserisco nel post, alcune altre nei commenti. Cosa c'è di meglio di una documentazione visiva per garantire l'onestà di una iniziativa? Ma anche per mettere in risalto, in un paese tristemente famoso per la condizione femminile non certo invidiabile, la presenza di due donne, di cui una, Masoumeh Ebrahimi, attiva nell'organizzazione del workshop? E poi, siccome questi ragazzi sono testardi, ma principalmente motivati, hanno intenzione di mettere su prestissimo un secondo workshop, perchè, come ha detto lo stesso Nasim, "C'è ancora di più da condividere e impare". Ma per farlo hanno ancora bisogno del nostro aiuto che, chi vuole, può concedere cliccando qui, anche piccolo sarà comuqnue utile, l'euro lì vale moltissimo. Concludo ringraziando Franca (ceglieterrestre), Anna (euridicea) e Mauro Biani, per il sostegno concreto e la collaborazione che hanno regalato per realizzare il (primo) sogno di questi ragazzi, e tutti coloro che hanno donato e che, speriamo, lo faranno».

mercoledì, aprile 09, 2008

ONU e Israele, storie di ordinaria incompatibilità

Il ministero degli esteri israeliano ha dichiarato che non consentirà visto e ingresso al nuovo funzionario dell'ONU incaricato di investigare sulla situazione umanitaria nei territori palestinesi occupati dopo i commenti in cui questi avrebbe accostato gli israeliani ai nazisti. Non entriamo nel merito dell'opinabile iniziativa del nuovo relatore delle Nazioni Unite, Richard Falk, né sui termini della similitudine, che - per quanto riferito da Haaretz - sarebbe andata a violare un ben consolidato tabù, sta di fatto che le improvvide esternazioni del funzionario sono terreno fertile, strumentale all'ennesima manifestazione di attrito tra un'agenzia collaterale all'Assemblea delle Nazioni Unite e lo stato ebraico. A Falk, professore emerito di Princeton, che avrebbe dovuto assumere l'incarico in maggio, viene ora negato il visto per Israele, per Gaza e per il West Bank occupati, almeno fino alla riunione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU in settembre. In quella occasione, forte dell'appoggio incondizionato degli USA in seno al Consiglio, Israele intende chiedere che venga estesa la missione del funzionario incaricato di investigare le violazioni dei diritti umani da parte dei palestinesi verso gli israeliani. Il mandato, infatti, gli consente ora di monitorare nei Territori solo le violazioni israeliane, come forza occupante, nei confronti dei palestinesi.

Vi è da sottolineare che John Dugard, il precedente investigatore ONU ha già risposto alle contestazioni di parte israeliana, opponendo alla indifendibile 'par condicio' prospettata da Israele l'elementare principio che vede appunto questi ultimi come occupanti nei Territori palestinesi e la popolazione palestinese sottoposta al giogo di una situazione imposta 'manu militari' e mantenuta indebitamente per quasi cinquant'anni: "The mandate of the Special Rapporteur is concerned with violations of human rights and international humanitarian law that are a consequence of military occupation. Although military occupation is tolerated by international law it is not approved and must be brought to a speedy end. The mandate of the Special Rapporteur therefore requires him to report on human rights violations committed by the occupying Power and not by the occupied people. For this reason this report, like previous reports, will not address the violation of the human rights of Israelis by Palestinians. Nor will it address the conflict between Fatah and Hamas, and the human rights violations that this conflict has engendered. Similarly it will not consider the human rights record of the Palestinian Authority in the West Bank or of Hamas in Gaza. The Special Rapporteur is aware of the ongoing violations of human rights committed by Palestinians upon Palestinians and by Palestinians upon Israelis. He is deeply concerned and condemns such violations. However, they find no place in this report because the mandate requires that the report be limited to the consequences of the military occupation of the OPT by Israel". (Distr. GENERAL A/HRC/7/17 21 January 2008 - Human Rights situation in Palestine and other occupied Arab territories - Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967, John Dugard, p. 6)

E' quasi inutile evidenziare che nel frattempo, ossia negli ultimi cinquant'anni, la violazione di una sequela di risoluzioni ONU da parte di Israele, avrebbe - senza il veto USA pilotato dai potentati dei quali la lobby filo-sionista è parte congrua e iperattiva - legittimato più di un energico intervento e sanzione. Siamo quindi di fronte al vieto atteggiamento pilotato dall'establishment israeliano, cioè da una dirigenza arrogante amplificata da un sistema mediatico asservito e piagnone, che ha come primo 'goal' quello di ammutolire e stroncare le voci che si levano per smascherarlo e talvolta ridicolizzarlo, dall'ONU come dagli storici, politologi e analisti di mezzo mondo ed anche, in particolare, dal mondo intellettuale ebraico svincolato dagli allarmismi e dalle pastoie del potere di Tel Aviv. Dimentica quindi, ancora oggi, il ministero israeliano, che, secondo le convenzioni di Ginevra (e secondo i principi applicati a Norimberga dopo la seconda guerra mondiale), l'occupante non ha diritti da svolgere nei confronti della popolazione civile occupata, ma solo responsabilità. Ed è appena il caso di aggiungere che anche il precedente relatore ONU sulla situazione nei Territori occupati, il sudafricano John Dugard, è risultato inviso alla disinvolta dirigenza dello stato ebraico e al sistema mediatico che ad essa fa capo per aver comparato il trattamento israeliano dei palestinesi all'apartheid.

martedì, aprile 08, 2008

La musica non ha confini

Non ha confini, appunto, ma RAM-FM in questo momento diffonde come un disco rotto, almeno in rete, il suo jingle d'apertura: "Music Has No Boundaries, 93.6 RAM FM". Forse è solo un sovraffollamento di collegamenti in rete, ma non sembra un caso perchè Israele trattiene da oggi lo staff di RAM-FM 93.6, detta 'radio della pace', per aver trasmesso dallo studio di Gerusalemme senza apposita licenza. La radio è stata chiusa dalla polizia lunedì e continuerebbe ora a trasmettere dalla sua sede principale di Ramallah. La stazione RAM-FM 93.6 è di proprietà di un uomo d'affari ebreo del Sud Africa, Issy Kirwh e trasmette musica occidentale nel tentativo di avvicinare israeliani e palestinesi. La radio è attiva da oltre un anno ed è ascoltata - riferisce YnetNews - da decine di migliaia di persone, quali soldati israeliani, studenti palestinesi, abitanti dei villaggi del West Bank, immigrati di lingua inglese, lavoratori e diplomatici stranieri. E' una delle tante 'stazioni pirata' che trasmettono in tutta Israele che vengono periodicamente accusate di interferire con le trasmissioni autorizzate e (come è stato dichiarato nel caso da un portavoce del ministero delle comunicazioni israeliano, Yehiel Shalvi) con le comunicazioni radio degli aeroporti.

lunedì, marzo 31, 2008

Da Oslo ad Annapolis, percorsi senza pace

Grandi notizie su Haaretz. E' detto naturalmente in senso ironico, ci si stupisce che questi appunti di quotidiana attualità abbiano meritato la prima pagina: "Il primo ministro Ehud Olmert ha promesso lunedì al leader spirituale del partito Shas, Rabbi Ovadiah Yosef, che autorizzerà le costruzioni sulla terra della "sacca di Gerusalemme" che finora erano state congelate. Fonti del partito ultra-ortodosso Shas hanno riferito che "il primo ministro ha promesso ...inequivocabilmente che le costruzioni riguardanti le comunità di tutta la "sacca di Gerusalemme" non saranno intralciate e verranno scongelate senza indugio" [...] Nel frattempo il Consiglio Yesha per gli Insediamenti ha dichiarato che continuerà a costruire negli insediamenti del West Bank anche senza le necessarie autorizzazioni del governo [...] Peace Now, in un rapporto rilasciato lunedì, ha accusato il governo di procedere con le costruzioni ebraiche a Gerusalemme Est ad un ritmo senza precedenti".

Facciamo un passo indietro, di quindici anni. Oslo, Dichiarazione di principi (settembre 1993) e poi Interim Agreement (settembre 1995) con sette "Annexes", oltre a mappe, accordi atomizzati per singole questioni (Gaza e Jerico, Hebron), ecc. In realtà nulla poteva indurre ottimismo alla luce di quanto immediatamente dichiarato da Rabin sin dalla cerimonia tenuta in occasione della firma della Dichiarazione di principi, primo atto dei c.d. accordi di Oslo, il 13.9.1993. " We have come from Jerusalem, the ancient and eternal capital of the Jewish people". [ndr. period]

Come "confessato" da Shlomo Ben-Ami (dibattito vs Norman Finkelstein su Democracy Now!) Israele si diede subito da fare per tradire lo spirito degli accordi di Oslo e - a mio avviso - anche la lettera. Nella Dichiarazione di principi: (Articolo I, scopo dei negoziati) leggiamo: ("It is understood that the interim arrangements are an integral part of the whole peace process and that the negotiations on the permanent status will lead to the implementation of Security Council Resolutions 242 and 338"). Cioè: "E' inteso che gli accordi ad interim sono parte integrante dell'intero processo di pace e che le negoziazioni sullo status permanente condurranno all'attuazione delle Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'ONU n. 242 e 338". Nell'art. IV, Giurisdizione, leggiamo: "Le due parti vedono il West Bank e la Striscia di Gaza come una singola unità territoriale, la cui unità sarà preservata nel corso degli accordi ad interim" (questione poi riproposta negli accordi all'art. XXXI, n. 8). Gli Interim Agreements (Art. XXXI n. 7) furono ancora più chiari: "Nessuna delle parti inizierà o farà alcun passo che possa cambiare lo status del West Bank e della Striscia di Gaza nel corso delle negoziazioni sullo status permanente". Anche un riferimento alla risoluzione 194 (dell'Assemblea dell'ONU) quanto alla sorte dei profughi sarebbe rimasto lettera morta.

Cosa può indurre a pensare, oggi, che l'happening di Annapolis, con allegata Road Map (già contestata in 14 punti da Israele), 15 anni dopo gli "accordi" di Oslo rinnegati formalmente da Sharon e poi in pratica da tutti, possa avere miglior fortuna?

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Big news on Haaretz, ironically speaking of course. One marvels at the fact that the following daily feature deserved first page: “The municipality of Jerusalem on Monday approved the construction of 600 new homes in Pisgat Zeev, east of the Green Line.” [...] “Prime Minister Ehud Olmert promised the spiritual leader of the Shas Party, Rabbi Ovadiah Yosef, that he would authorize construction on “Jerusalem envelope” lands which have been thus far frozen, sources from the ultra-Orthodox Party said.” [...] “Meanwhile, the Yesha Council of Settlements said Monday it would continue to build in West Bank settlements, even without the necessary government authorizations.” [...] “Peace Now accused the government of stepping up Jewish construction in East Jerusalem at an unprecedented rate, in a report released Monday.”

Just a step back to fifteen years ago, to the so called
Declaration of Principles of 1993, then to the Interim Agreement(s) of 1995, with its seven “annexes”, plus maps, plus atomized deals (Gaza and Jericho, Hebron), etc. Nothing could really lead the world to optimism in the light of Yitzhak Rabin’s speech at the ceremony for the signing of the Declaration of principles, first act of the Oslo accords on September 13, 1993. “We have come from Jerusalem, the ancient and eternal capital of the Jewish people.” [Editor’s note: period]

According to Shlomo Ben-Ami’s confession (debating Norman Finkelstein on
Democracy Now!) Israel got moving without delay against the spirit of Oslo - I’d say also the letter (e.g. art. I of the Declaration: “It is understood that the interim arrangements are an integral part of the whole peace process and that the negotiations on the permanent status will lead to the implementation of Security Council Resolutions 242 and 338.” Art. IV: “The two sides view the West Bank and the Gaza Strip as a single territorial unit, whose integrity will be preserved during the interim period.” Art. XXXI n. 7 of the Interim Agreement: “Neither side shall initiate or take any step that will change the status of the West Bank and the Gaza Strip pending the outcome of the permanent status negotiations.”)

What make us feel that the Annapolis show & Road Map enclosed (denied since its birth in 14 points by Israel), fifteen years after the Oslo Accords that were officially repudiated by Ariel Sharon and, practically, by everybody, should have a better chance?

lunedì, marzo 24, 2008

Jenin Jenin

Jenin Jenin è il titolo del documentario diretto e prodotto dal regista ed attore palestinese Mohammad Bakri con Iyad Samudi, che fu ucciso poco dopo il completamento dell'opera dalle forze armate israeliane (nella foto un fotogramma del film). Il documentario mostra le testimonianze degli abitanti di Jenin, luogo che nell'aprile del 2002 fu teatro di scontri sanguinosi in occasione dell'operazione dell'esercito israeliano chiamata Defensive Wall. L'epilogo vide la città e il campo profughi di Jenin rasi al suolo e una moltitudine di vittime palestinesi. Numerosi gruppi per i diritti umani accusarono Israele di aver commesso crimini di guerra nell'attacco al campo. Jenin Jenin mostra fino a che punto l'oppressione e il terrore hanno minato la vita degli abitanti della città e documenta le fasi successive all'assedio portato dalle forze armate israeliane. Fu una vera e propria strage e il campo fu distrutto dai bulldozer. Ai giornalisti non venne permesso l'ingresso al campo e dopo la strage fu impedito l'accesso anche alle organizzazioni per i diritti umani. Al di là del documentario le atrocità della sortita dell'IDF nel campo di Jenin sono state documentate da ricercatori e attivisti che sono penetrati nel campo dopo le operazioni e sono state confermate dagli stessi soldati dell'esercito israeliano. Moshe Nissim rilasciò in proposito un'intervista a Yedioth Ahronoth, in cui descrisse l'uso di un bulldozer D-9 per radere al suolo le case del campo profughi. In un rinnovato sforzo di tacitare le accuse di aver commesso crimini di guerra, dopo il boicottaggio del film Jenin Jenin (sin dall'uscita il documentario è stato attaccato dal sistema giudiziario israeliano), alcuni soldati israeliani hanno citato in giudizio Mohammad Bakri (qui l'intervista rilasciata a Democracy Now!), accusandolo di diffamazione e chiedendo un risarcimento di 2 milioni e mezzo di NIS (New Israeli Shekels), circa mezzo milione di euro, per i danni che assumono di aver subito. I soldati (Ofer Ben Natan, Doron Keidar, Nir Oshri, Adam Arbiv e Yonatan Van Kaspel) che hanno 'denunciato' il film di Bakri e il suo autore non compaiono nel documentario, ma sostengono di aver sofferto "umiliazioni" e "danni irreparabili" a sé e alle loro famiglie a causa dei racconti dei protagonisti e testimoni delle atrocità commesse dall'esercito israeliano a Jenin. I soldati sostengono che le persone intervistate nel film di Bakri hanno inventato ed esagerato molte delle loro testimonianze, al di là del fatto che un gran numero dei crimini narrati nel documentario e sui quali è stata attirata l'attenzione (l'uso di civili come scudi umani, l'uccisione di disabili e ritardati, la demolizione di edifici con gli abitanti al loro interno) sono stati ripetutamente commessi dalle milizie israeliane contro i palestinesi. Il regista, Mohammad Bakri, attualmente sottoposto al processo, affronta un vero e proprio disastro finanziario e addirittura la minaccia della prigione. La causa intentata dai militi israeliani sembra oggi solo un ulteriore meccanismo per tacitare e delegittimare le voci dei palestinesi del campo profughi di Jenin. Sotto questo profilo il film di Mohammad Bakri è assai efficace perchè non si basa sulla semplice enumerazione delle vittime, ma vede le testimonianze sul campo di persone vere, bambini, vecchi, madri, che narrano, immediatamente dopo la strage e la distruzione, gli episodi in cui sono stati personalmente coinvolti. Tutto questo è più impressionante e pericoloso, per il sistema di pubbliche relazioni esterne orchestrato dal governo israliano, di una serie di dati in cui il numero delle vittime finisce per essere solo un elemento statistico.

Mohammad Bakri sarà a Milano in questi giorni nell'ambito della "Settimana della Cultura Palestinese - Realtà e memoria", promossa da Arci Milano e Teatro Verdi e patrocinata dalla Provincia. Questa prima edizione vedrà manifestazioni culturali dal 26 al 30 marzo 2008 e sarà dedicata al teatro, alla letteratura, alla fotografia, alla musica e al cinema. Qui il comunicato stampa della Provincia di Milano.

giovedì, marzo 20, 2008

John McCain, nihil sub sole novi

Con buona pace di chi ha promesso di cancellare la par condicio elettorale dai nostri media, osserviamo che sicuramente il principio non vale per le elezioni negli USA e per le libere opinioni dei blogger e poiché nei giorni scorsi abbiamo parlato del democratico Barack H. Obama, sembra giusto - sempre nell'ottica mediorientale del blog - rivolgere assai sinteticamente l'attenzione al candidato favorito, il top gun della parte avversa, quella repubblicana.
Anche il Senatore John McCain, ancora incerto di ottenere la nomination da parte del suo partito per le presidenziali USA, si porta avanti sulla questione israelo palestinese e negli scorsi giorni paga il tributo di rito alle politiche degli Stati Uniti nei confronti del conflitto, confermando l'atteggiamento americano standard verso lo Stato ebraico e i palestinesi. Nessuno ne dubitava già per il 'democratico' Obama (v. su questo blog) e nel caso di McCain la questione era scontata.
Visitando Israele in compagnia del Senatore Joseph Lieberman, McCain non si è staccato dal conveniente copione, in versione light pre-elettorale, del 'doppio binario'. Lo stesso che, in forme assai più pressanti, mina ogni possibe percorso di intesa nella regione tra i due popoli che se ne contendono la terra, a far tempo dal 1967. E dico dal 1967 perchè sembra che solo da quella data, dopo la Guerra dei Sei Giorni, gli USA siano stati indotti a percepire il neonato Israele come un costoso alleato e non come una seccatura.
Il Senatore repubblicano, comunque, ha colto l'occasione per esprimere vicinanza agli abitanti di Sderot e non si sa se in virtù delle espressioni di solidarietà e simpatia di McCain i residenti della tartassata città a est di Gaza abbiano mancato di ribadire al candidato Presidente USA la sensazione di essere abbandonati dal loro governo. Quest'ultimo evidentemente più interessato ad usarli come strumento di propaganda contro Hamas, che a proteggerli dallo stillicidio dei razzi casalinghi Qassam lanciati dai militanti palestinesi in via di dichiarata reazione ad ogni sortita di Tsahal (la Israeli Defense Force) nei Territori Occupati.
John McCain ha comunque osservato che "i residenti [di Sderot] vivono ovviamente sotto grave stress" e - riferendosi alla festività ebraica imminente - ha precisato che "gli allerta di 15 secondi [per raggiungere un rifugio] non sono il modo di passare il Purim". Richiesto il suo pensiero sulla reazione da assumere contro gli attacchi dei Qassam, il Senatore non ha saputo dare - secondo Arutz Sheva - una buona risposta, ma ha aggiunto: "se gli attacchi coi razzi arrivassero al confine degli Stati Uniti d'America, il popolo americano chiederebbe una risposta piuttosto vigorosa".
Su Hamas in particolare, tanto per non smentire le direttive che accomunano USA ed Europa, l'aspirante alla presidenza dell'impero occidentale si è potuto sbilanciare un po' di più. Così ha accolto la possibilità di sottolineare la differenza tra il terrorismo del movimento islamico e il collaborazionismo di Abu Mazen (termini ed enfasi, ovviamente, miei) ed ha osservato che non sa spiegarsi come sia possibile negoziare con una organizzazione "dedicata alla distruzione [di Israele]" dopo aver appreso dal primo ministro Olmert che (repetita iuvant) Hamas è armato e sponsorizzato dall'Iran e dalla Siria.
Poi, finalmente, una parola di pax romana, cioè quella del più forte o presunto tale. Non senza una punta di formale ma sottinteso disprezzo per l'ONU, per il 'Quartetto', per i palestinesi e per il resto del mondo, il Senatore dell'Arizona ha dichiarato che come futuro Presidente degli Stati Uniti intende patrocinare e raggiungere la pace tra le parti secondo i principi concordati - difficile immaginare il contrario - tra gli USA e Israele.

martedì, marzo 18, 2008

Lezioni di diritto

Alan Dershowitz, in questi giorni in visita in Israele, sostiene che le 'regole del diritto' devono adattarsi alla lotta contro la minaccia terroristica. Si lamenta poi della mancanza di relazioni tra la comunità ebraica USA e Israele e chiede agli ebrei d'America di visitare Israele. Il rinomato avvocato difensore di Klaus von Bulow e OJ Simpson, già acclamato alfiere dei diritti umani, nonché Felix Frankfurter Professor of Law all'Università di Harvard, viene qualificato correttamente - su Arutz Sheva - quale "franco difensore di Israele nei suoi libri, articoli, conferenze e dibattiti". E infatti risulta evidente come il potentissimo prof. di Harvard non riesca a dismettere le vesti dell'avvocato difensore e tutto il relativo armamentario in ogni sua manifestazione. Soprattutto - va da sé - nel perorare la causa di un cliente. Non senza ricorrere alle più discutibili arti del mestiere.
Di esempi ce ne sono a bizzeffe, dalla faziosa confezione del suo "The Case for Israel" all'intervento (infruttuoso) per impedire, prima, la pubblicazione del saggio critico che lo ha smascherato, "Beyond Chutzpah" e, poi (stavolta riuscendo nel suo intento), intervenendo con tutto il peso di un presunto nulla osta di Harvard (sulla genuinità del proprio Case for Israel) e con ogni altro riprovevole attacco personale, perchè fosse negata all'autore della suprema offesa, Norman Finkelstein, una cattedra alla cattolica Università DePaul di Chicago.
Proclamando ripetutamente il suo impegno e la sua equidistante bonomia verso una soluzione binazionale del conflitto israelo palestinese, Dersh non perde occasione per raccogliere tanto gli strali della più accesa destra israeliana - che evidentemente gli crede (v. commenti su Arutz Sheva) - quanto quelli di ogni altro osservatore, più o meno imparziale, dei fatti. Ma non bisogna lasciarsi ingannare, in realtà è tutta e solo strategia difensiva.
Nessuno può dimenticare l'appassionata difesa di Dersh delle indifendibili sortite di Barak e del suo entourage a Camp David, allorché affrontò ad Harvard [ndr. JFK School of Government - JFK Jr. Forum, 29 novembre 2005, nella foto] un Noam Chomsky forse più disattento del solito. Gli è che contro i fatti e la storia, visti, rivisti, documentati e riportati da più parti, nulla puote salvo l'arringa di un professionista. E poco importa, allora, se Chomsky colloca Ron Pundak - dal 2001 membro del Peres Center for Peace - a Camp David, anzicchè a Oslo, quando tutti i resoconti degli incontri di luglio-dicembre 2000 risultano storicamente, consapevolmente - e in parte dolosamente - orientati dalla delegazione israeliana capeggiata da Barak verso l'insuccesso (v. in particolare Charles Enderlin, Shattered Dreams e il saggio di Norman Finkelstein sull'atteggiamento di Dennis Ross).
Così Dersh, da buon avvocato, al JFK Jr. Forum agita in lontananza le tardive mappe virtuali presentate forse a Taba nel 2001 e in qualche modo relative alle indegne (e mitizzate come "generose") proposte di Barak ben sapendo che nessuno le analizzerà da vicino, né le discuterà. E si giova del malizioso attacco di uno spettatore per talune imprecisioni di Chomsky per segnare il punto davanti al suo giudice, in questo caso il pubblico di Harvard.
E allora se il suo cliente delinque, cioè contravviene alle regole del diritto (internazionale, umanitario) e i fatti sono fatti, sono chiari e sono di fronte a tutti, cosa si fa? Ovvio, si cambia la legge [ndr. in Italia siamo esperti in materia].
Così sembra che il professore abbia stabilito due obiettivi riguardo la sua visita allo Stato ebraico. Primo, manifestare il doveroso sostegno agli abitanti di Sderot e Ashkelon. Secondo, fare lezioni e tenere conferenze su come combattere la guerra al terrorismo, semplicemente ... 'aggiornando' le regole del diritto.
Sempre Arutz Sheva ci racconta che, parlando con Yishai Fleisher di IsraelNationalRadio, Dershowitz dichiara, senza neppure vergognarsi: "insegnerò come devono cambiare le regole del diritto per essere adatte alla nuova realtà dei terroristi suicidi che usano gli scudi umani e mettono le democrazie in una situazione difficile. Traggono vantaggio dalla nostra maggiore moralità forzando le democrazie a scegliere tra non fare nulla e uccidere inevitabilmente dei civili. Le regole attualmente favoriscono i terroristi contro le democrazie e le regole devono cambiare".
Perfetto, avvocato! Di diritto, di rovescio o anche aggredendo l'arbitro, ogni sistema è buono pur di fare il punto.

lunedì, marzo 17, 2008

Spies

Lo Shin Bet, agenzia israeliana di security interna, ha schierato una nuova arma sofisticata: il blog. Su un nuovo sito web lanciato domenica scorsa, quattro impiegati dello Shin Bet - nomi in codice: Nun, Alef, Het e Yud - bloggano sulla vita e sul lavoro all'agenzia. Dice Haaretz che a giudicare dai loro blog questa sembra piuttosto noiosa, gli agenti dalla segretissima organizzazione sembrano più preoccupati del salario e del fatto di essere a casa alle sei del pomeriggio per stare con i bambini, mentre patriottismo e avventura sono menzionati a stento. Il sito è rigorosamente in ebraico e sempre da Haaretz apprendiamo che A[lef], ingegnere programmatore, aveva appreso che lo Shin Bet cercava collaboratori nel campo dell'high tech e aveva quindi immaginato l'unità di contro-terrorismo dello show "24". Delusione! Scrive Alef: "chi non avrebbe voluto immaginarsi mentre lavorava nel centro di comando e controllo del CTU?". Ma i suoi post indicano che la vita reale può essere parecchio meno eccitante: "Benché sia veramente ingiusto, non ho avuto una sirena da mettere sull'auto e devo pure stare in mezzo al traffico". Forse si è sbilanciato troppo e chiude: "Questo post si auto-distruggerà in 10 secondi".

martedì, marzo 11, 2008

Il muro

La storia del conflitto arabo israeliano palestinese (oggi forse più israeliano ebraico palestinese) andrebbe letta dall'inizio o per lo meno dal 1882 - cioè dai pogrom in Russia - partendo, perciò, dal progressivo riposizionamento ebraico in terra araba, passando per l'appoggio interessato dell'Inghilterra a cavallo della prima Guerra mondiale e arrivando quindi all'epilogo della seconda Guerra mondiale e a quanto vi si può riferire, cioè a quanto servì per lavare la coscienza di un'Europa imbelle che aveva favorito o consentito la Shoah. E' vero che gruppi ebraici si erano trasferiti o erano ritornati in Palestina essenzialmente per motivi religiosi ben prima del mandato britannico sulla regione, ma ancora intorno al 1895 la popolazione ebraica era di circa 50.000 persone su un totale di circa 500.000 e questo non creava, né forse avrebbe mai creato troppi problemi visto che le popolazioni della zona, di qualsiasi provenienza fossero, erano riuscite per centinaia di anni a convivere in modo quasi pacifico. Sembra poi un fatto storico che in migliaia di anni, nella zona di cui parliamo, già terra di Canaan, la popolazione ebraica avesse affermato il proprio predominio per circa 500 anni (regni di Israele e di Giuda), dal 1200 a.c. al 600 a.c., prima di essere sconfitta ed esiliata da assiri e babilonesi, per poi ritornarvi fra gli altri abitanti e sudditi di quella che era diventata una provincia di Roma sotto il nome, appunto, di Palestina.

In ogni caso, fino al 1120 a.c. circa, la zona era abitata da popolazioni di ogni sorta (filistei o popoli del mare, provenienti forse da Creta, ex canaaniti, ebrei) e una permanenza ebraica istituzionalizzata e dominante, sotto Salomone e poi con i regni di Israele e Giuda, è durata - come detto - circa cinque secoli su migliaia di anni. Cioè un po' poco per sostenere che altre comunità non sentissero - e non sentano - legittimamente quella terra come propria. Si potrebbe poi discutere per decenni (molti lo fanno e alcuni lo scrivono) su quali e quante erano, da dove provenivano e dove andavano le popolazioni che hanno calpestato quella terra che, per comodità, continuiamo qui a chiamare Palestina. Transeat. Veniamo rapidamente ad un fatto difficilmente confutabile: benché questa sia stata terra degli ebrei, essa è stata anche e in pari misura terra di altri popoli, da ultimo prevalentemente arabi. E non si può pensare che una terra possa pacificamente passare di mano, quand'anche trascurata o incolta, cosa certo possibile senza le innegabili capacità dei pionieri ebrei nel periodo post 1882 e, più tardi, senza il credito di cui Israele avrebbe potuto disporre rispetto alle popolazioni indigene.

E' anche vero che le popolazioni locali non hanno avuto una formale e specifica identità nazionale palestinese fino al periodo di Nasser, ma si trattava comunque della terra su cui da centinaia o migliaia di anni le loro famiglie vivevano, prima che i conti su quella terra venissero (mal) fatti, un po' ad opera delle tragedie della storia e un po' a tavolino. Cioè in modo schematico: a) secondo gli interessi, i sensi di colpa e le anacronistiche abitudini coloniali dell'Europa; b) secondo le obiettive necessità e i timori del popolo ebraico, che aveva passato il vero antisemitismo, i pogrom e gli orrori nazisti; c) secondo gli interessi di gruppi radicali sionisti che poco o nulla avevano in comune, se non forse la teoria di lontane origini, con quella terra.

Per quanto interessante possa essere cercare di andare alla radice dei problemi di quella zona, la questione si è posta in modo traumatico con la "riconsegna" all'ìdeale sionista delle terre di Palestina, con collaterali e non cristalline operazioni diplomatiche e con gli accordi di spartizione, in senso lato, del 1915 (carteggio tra Mc Mahon e lo Sceriffo della Mecca), del 1916 (accordi anglo francesi Sykes - Picot) e del 1917 (dichiarazione di Balfour), con tutto ciò che di esasperato vi ha fatto seguito sino al 14 maggio 1948 (dichiarazione di indipendenza di Israele e fine del mandato britannico) e poi, di conflitto in conflitto (1948, 1956, 1967, 1973, Libano 1982, Libano 2006), fino ad oggi.

I percorsi di pace - ipocrita definizione di quello che non si è disposti a trasformare in pace - non hanno aiutato quei popoli, conviventi loro malgrado, nella stessa striscia di terra, neppure a recedere da interpretazioni della storia recente, di cui (quand'anche il suo stesso evolversi sia frutto di logiche diverse da un tranquillizzante bianco e nero e sia perciò costituito da un complicato avvicendarsi di toni grigi) solo una può essere corretta e l'altra è per questo certamente falsa. Per quanto ne è stata data notizia, la "cosa" più vicina ad una ragionevole ipotesi di accordo negli ultimi sessant'anni sembra essere stata sfiorata (ma solo sfiorata) a Taba, nel gennaio 2001 (dopo il fallimento del summit di Camp David patrocinato da Bill Clinton e immediatamente prima del governo di Sharon), a coronamento delle malriposte speranze sortite dagli accordi di Oslo del 1993. La "cosa" peggiore è invece probabilmente la cosiddetta "road map" di G.W. Bush e del "Quartetto" (USA, ONU, Europa, Russia) con la risibile appendice di Annapolis. Cioè l'ennesima riedizione di un esasperante percorso ad ostacoli, nato già morto. Non è inutile infatti sottolineare che il piano denominato "road map" non è stato accettato da Israele neppure nelle sue linee essenziali, che, per quanto fumose, sono state subito contestate in quattordici punti. La caparbia violenza delle operazioni e l'incombenza israeliana nei territori (omicidi mirati, strangolamento economico, land-grabbing, assedio di Gaza), le inopinate iniziative americane (sabotaggio delle scelte palestinesi, politica tracotante e comunque sbilanciata per il Medio Oriente), la martellante "reazione ai fianchi" palestinese (infiltrazioni, lanci di razzi Qassam su Sderot, Ashkelon) e un atteggiamento europeo schizofrenico e vassallo (degli USA, delle proprie paure, delle proprie colpe) hanno fatto il resto. Sino ad oggi tra le due genti il muro stigmatizzato dalla Corte Internazionale di Giustizia non è il solo e non è più solido del muro di voluta incomprensione e sfiducia che altri erigono ed alimentano da decenni.

venerdì, marzo 07, 2008

Two devaStates

Il 2 marzo scorso, chiudendo il suo pezzo dal titolo "Vergogna sugli arabi, vergogna sui musulmani, vergogna sull'umanità", dedicato alla trascorsa carneficina di Gaza, Khalid Amayreh si rivolgeva, con una parola a tutti. "...Un'ultima parola per la gente del mondo - scriveva - se pensate che i giudeonazisti ce l'abbiano solo con i palestinesi, sbagliate di grosso. I giudeonazisti cercano di dominare il mondo. Mirano alle vostre libertà, alle vostre risorse e al vostro futuro. I palestinesi sono solo il primo passo e poi verrà il vostro turno. Così, svegliatevi, parlate e fatevi sentire o controlleranno le vostre vite e vi renderanno schiavi come hanno reso schiavi gli Stati Uniti e molta dell'Europa occidentale. Il sionismo è semplicemente il nazismo dei nostri tempi, è un vero cancro. Se non lo sconfiggete vi ucciderà". Oggi, 7 marzo, Bradley Burston, in un suo articolo su Haaretz dedicato "Agli occidentali che 'capiscono' i terroristi", redatto in occasione della strage alla scuola rabbinica di Gerusalemme, inizia così: "Risparmiateci le spiegazioni. Risparmiateci le erudite giustificazioni imbevute di sociologia. Risparmiateci le ragioni per cui "credete" ai palestinesi quando fanno fuori gli ebrei a sangue freddo. Risparmiateci i riferimenti esatti per cui la situazione critica dei palestinesi è alla radice del terrorismo islamico sul mondo, che cesserebbe se i palestinesi dovessero ottenere completa giustizia. Risparmiateci. Potete credere, con la fede cieca degli speranzosi e di quelli in preda alla paura, che quando questa gente avrà finito con gli ebrei non verrà per voi. Risparmiateci il post-modernismo, il radical chic e le stupidaggini. Aprite gli occhi...". Domani, invece, potremmo fare qualcosa di nuovo, trascurare le generalizzazioni che trasformano l'ingiustizia in vendetta e l'infezione in metastasi.

mercoledì, marzo 05, 2008

L'uovo di Colombo

Non è la resistenza che provoca l'occupazione ma viceversa.

Re. Distr. GENERAL - A/HRC/7/17 - 21 January 2008 - Original: ENGLISH - HUMAN RIGHTS COUNCIL - Seventh session - Item 7 of the provisional agenda - HUMAN RIGHTS SITUATION IN PALESTINE AND OTHER OCCUPIED ARAB TERRITORIES - Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967, John Dugard [ABSTRACTS] «I. Critiche al Relatore Speciale [delle Nazioni Unite sulla situazione umanitaria in Palestina e negli altri territori arabi occupati] e al mandato. 2. Il Relatore Speciale è stato criticato dagli Stati interessati per una quantità di ragioni. Primo, perchè i rapporti sono ripetitivi. Secondo, perchè mancano di riferirsi al terrorismo. Terzo, perchè mancano di considerare le violazioni dei diritti umani commesse dai palestinesi. Queste critiche verranno brevemente considerate all'inizio del presente rapporto».

«B. Terrorismo - 4. Il terrorismo è un flagello, una grave violazione dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario. Nei rapporti non è stato fatto alcun tentativo di minimizzare la pena e la sofferenza che causa alle vittime, alle loro famiglie e alla comunità nel complesso. I palestinesi sono colpevoli di terrorizzare civili israeliani innocenti attraverso le bombe dei suicidi e i razzi Qassam. Allo stesso modo l'esercito israeliano (IDF) è colpevole di terrorizzare civili palestinesi innocenti attraverso incursioni militari, assassini mirati e bombe sonore che mancano di distinguere tra bersagli militari e civili. Tutti questi atti devono essere condannati e sono stati condannati. Il buon senso, comunque, stabilisce che deve essere tracciata una distinzione tra atti di insensato terrore, come quelli commessi da al-Qaeda ed atti commessi nel corso di una guerra di liberazione nazionale contro il colonialismo, l'apartheid o l'occupazione militare. Benchè tali atti non possano essere giustificati, bisogna capire che essi sono una penosa ma inevitabile conseguenza del colonialismo, dell'apartheid o dell'occupazione. La storia è piena di esempi di occupazione militare contrastata con la violenza e atti di terrorismo. L'occupazione tedesca fu contrastata da molti paesi europei nella seconda guerra mondiale; la South West Africa People's Organization (SWAPO) contrastò l'occupazione della Namibia da parte del Sud Africa; e gruppi ebraici contrastarono l'occupazione britannica della Palestina - fra l'altro facendo esplodere il King David Hotel, nel 1946, con pesanti perdite di vite umane, operazione di un gruppo diretto da Menachem Begin, che più tardi divenne primo ministro di Israele. Gli atti di terrorismo contro un'occupazione militare devono essere visti nel loro contesto storico. Ecco perchè dovrebbe essere fatto ogni sforzo per portare l'occupazione ad un rapido epilogo. Fino a quel punto non ci si può aspettare la pace e la violenza continuerà. In altre situazioni, per esempio in Namibia, la pace è stata raggiunta con la fine dell'occupazione, senza imporre, quale presupposto, la fine della resistenza. Israele non può aspettarsi la pace perfetta e la fine della violenza come precondizione alla fine dell'occupazione. 5. Un ulteriore commento sul terrorismo è necessario. Nell'attuale clima internazionale è facile per uno Stato giustificare le sue misure repressive quali risposte al terrorismo ed aspettarsi una risposta solidale. Israele sfrutta la presente paura del terrorismo fino all'estremo. Ma questo non risolverà il problema palestinese. Israele deve interessarsi di quanto è generato dall'occupazione in termini di violazione dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, e non invocare quale giustificazione il terrorismo come distrazione e pretesto per aver mancato di misurarsi con la causa basilare della violenza palestinese, l'occupazione».

sabato, marzo 01, 2008

Obama, the song remains the same

Barack (pronuncia: barak) Hussein Obama, un trittico ironico di nomi che sembra il percorso tra il preordinato insuccesso di Camp David e le torri gemelle passando dal rais iraqeno. Nomen omen, speriamo di no. Riguardando i suoi commenti nel maggio 2007, Shmuel Rosner, corrispondente da Washington per Haaretz, osservava che l'atteggiamento del candidato nero nei confronti di Israele era forte come quello di Clinton, solidale come quello di Bush e amichevole come quello di Giuliani. Rosner concludeva che "Obama è pro Israele. Punto". A suo credito e in linea con l'anima democratica che formalmente lo sostiene, si poteva dire e si disse (Bill Fletcher Jr. di Transafrica Forum) che Obama si era opposto all'invasione dell'Iraq e che aveva avuto il coraggio di affermarlo. Era tuttavia evidente nel corso dell'anno - cioè dalla presentazione della sua candidatura alle presidenziali USA nel febbraio 2007 - che l'ormai aspirante imperatore dell'Occidente avrebbe mantenuto una posizione assolutamente acritica rispetto a Israele. Lo aveva fatto innanzitutto e a chiare lettere per quanto riguardava la spropositata campagna libanese, l'aggressione alle infrastrutture, l'uso illegale delle cluster bomb e le bugie che lo Stato ebraico aveva offerto per giustificare la distruzione portata ai civili di quel paese. Nell'agosto 2007 la strada scelta da Obama per lastricare il suo possibile accesso alla Casa Bianca anche con l'appoggio della comunità ebraica americana era quindi segnata. Aveva rinnegato velocemente le incaute parole pronunciate in precedenza sulla sofferenza dei palestinesi in Medio Oriente, prendeva ora le distanze da Brzezinski (peccatore al sommo grado per essersi astenuto dal coro delle critiche a Jimmy Carter in occasione della pubblicazione del suo libro, Palestine, Peace Not Apartheid) e galleggiava dichiarando di avvalersi, per le questioni relative al Medio Oriente, della consulenza di Dennis Ross, architetto degli "sforzi di pace" di Clinton a Camp David. Il che sembrava finalizzato ad attirargli la fiducia dei donatori e la simpatia degli elettori pro Israele senza alienargli la base democratica contraria alla guerra. Non di meno, ancora nel dicembre 2007, sempre Shmuel Rosner appuntava su Haaretz che "un rapporto dell'American Jewish Committee dimostrava che [Obama] aveva ancora una lunga strada da percorrere" per raccogliere la fiducia della comunità ebraica. Nessuno lo avrebbe detto, visto che i tentativi di Obama si erano moltiplicati parlando all'AIPAC (American Israel Public Affairs Committee, la dichiarata America's Pro-Israel Lobby), promuovendo una legge per la distrazione di fondi dalle compagnie in affari con l'Iran e, ancora, proclamando, in un discorso nello Iowa, che i palestinesi "dovrebbero reinterpretare la nozione di 'diritto al ritorno' in un modo che preservi Israele come Stato ebraico", così da prevedere, al più, compensazioni ed altre 'concessioni' da parte di Israele, con buona pace della Convenzione di Ginevra e delle risoluzioni ONU. Ma il timore di Obama di non raggiungere il 'candore' e la parzialità sufficienti ad assicurargli l'appoggio dei potentati filo sionisti e dell'elettorato ebraico (combattuto tra i fumi della propaganda, il legame ad Israele e più sentite istanze democratiche) non è venuto meno. Il salto di qualità era quindi fatale. Ce ne riferisce Joshua Frank, co-editore di Dissident Voice, in un articolo del 29 febbraio 2008, rilanciato da Counterpunch con il titolo "I legami che uccidono", quello che segue.

«Nel tentativo di respingere le voci che lo vedono favorevole ai palestinesi, o - Dio non voglia - musulmano, Barack Obama ha messo in chiaro nel corso del dibattito finale dei Democratici per le elezioni presidenziali, di essere tutto tranne che quello. Pungolato sulla questione da Tim Russert della NBC, Obama ha detto di essere da tanto tempo "fedele amico di Israele", penando che quel paese sia uno dei "più importanti alleati [degli USA] nella regione" e addirittura aggiungendo di considerare la sicurezza di Israele "sacrosanct". La santificata conferma che manterrebbe lo sbilenco sostegno degli USA per Israele è arrivata lo stesso giorno in cui sette palestinesi sono stati uccisi dalle incursioni aeree israeliane a Gaza. Dai "negoziati di pace" ripresi in novembre, le forze armate israeliane hanno ucciso, secondo i rapporti, più di 200 palestinesi. Parlano a un gruppo di cento sostenitori di Israele a Cleveland, questa settimana, Obama ha assicurato alla folla che come presidente terrà l'Iran nel mirino per proteggere gli interessi israeliani. "Ora la minaccia più seria ...per Israele oggi, penso, sia dall'Iran. Là il regime radicale continua a perseguire la capacità di costruire un'arma nucleare e continua a sostenere il terrorismo nella region" - ha spiegato. "Le minacce di distruggere Israele non possono essere archiviate come retoriche. La minaccia iraniana è reale e il mio obiettivo come presidente sarebbe di eliminare quella minaccia". Dopo aver ripetuto che metterebbe fine alla guerra in Iraq come prima cosa, Obama ha promesso che porterebbe la sua attenzione ai vicini di quella regione. "Il mio approccio all'Iran sarà di diplomazia aggressiva: non toglierò dal tavolo alcuna opzione militare". Per il vero, Obama ha menzionato qualcosa che pochi Democratici a Washington avrebbero osato pronunciare: "penso che ci sia uno strappo all'interno della comunità pro-Israele che sostiene che se non adotti un approccio risoluto a favore del Likud tu sei anti israeliano e questa non può essere la misura della nostra amicizia con Israele". Dopo aver puntualizzato l'ovvio, in ogni caso, Obama ha lodato la recente invasione israeliana in Libano, l'inclinazione filo israeliana a Capitol Hill e la sua richiesta che Israele rimanga uno stato ebraico". "Qualsiasi negoziato di pace tra Israele e i palestinesi dovrà contenere l'abbandono da parte dei palestinesi del diritto al ritorno come è stato considerato nel passato", ha asserito. "E questo non significa che non ci possa essere una discussione sulla questione delle compensazioni". Che generosità! Ma cosa conta di fare Obama con gli oltre 1,4 milioni di arabi non ebrei che vivono nel paese? Continuare a trattarli come cittadini di seconda classe o semplicemente cacciarli fuori a pedate? Obama ha chiamato Israele "democrazia", ma come ex editore della Rivista Legale di Harvard si pensa che dovrebbe conoscere quello che il termine effettivamente significhi. Sicuramente gli arabi israeliani possono votare, ma non possono ottenere l'ufficio se sono democratici secolari che vogliono diritti civili per tutti i cittadini del paese. Non hanno protezione costituzionale (Israele non ha una costituzione formale) e possono solo possedere terra in certe zone come conseguenza di leggi inique che garantiscono uno speciale trattamento ai cittadini ebrei».

lunedì, febbraio 25, 2008

Debunking the guru

Benny Morris, a suo tempo autoproclamatosi avanguardia dei cosiddetti nuovi storici isreliani o storici post-sionisti, ormai da tempo è dedito ad annichilire la sua precedente opera critica dei più eclatanti miti della propaganda filo-sionista. Ottimo archivista – questo tutti glielo hanno riconosciuto – ed oggi professore di storia alla Ben-Gurion University del Negev, a Be'er Sheva, Morris non trova ormai di meglio da fare che reinterpretare, in chiave ideologica e sorprendentemente faziosa, i fatti sviscerati anche nella sua opera più celebrata: "La nascita del problema dei rifugiati palestinesi, 1947-1949", pubblicata nel 1987 e – non a caso – “rivista” nel 2004. La questione non è nuova, come non sono affatto nuove le critiche a Morris per aver tratto conclusioni incoerenti dai fatti che egli stesso aveva portato alla luce (cfr. Norman Finkelstein, oltre quindici anni fa, nello studio “Myths, old and new – Debate on the 1948 exodus”, pubblicato dal Journal of Palestine Studies XXI, n. 1, Autumn 1991, pp. 66-89 e poi nel libro "Images and Reality of the Israel-Palestine Conflict"). Conclusioni viceversa presto enfatizzate – e non stupisce – da quel parziale pot-pourri che impazza col nome di MEMRI Middle East Media Research Institute, che nel caso non si faceva pregare per riproporre, con gran fanfara e col significativo titolo “Gli arabi sono responsabili. Lo storico post-sionista Benny Morris chiarisce le sue tesi”, un'intervista a Morris raccolta da Yedioth Ahronoth del 23 novembre 2001 (v. in MEMRI Special Dispatch, 9 dicembre 2001).

Le righe che seguono non costituiscono, purtroppo, un aneddoto. Il pezzullo, riportato alla luce da “The Irish Times”, sembra un condensato di pensieri senili di Morris, che, evidentemente – parole del compianto accademico Baruch Kimmerling (George S. Wise Professor di Sociologia all'Università ebraica di Gerusalemme) – “ha abbandonato il mantello di studioso per vestire l'armatura dell'ebreo sciovinista che vuole la Terra di Israele del tutto ripulita dagli arabi” (cfr. B. Kimmerling, “Benny Morris's Shocking Interview", in Logos 3.1 – Winter 2004). Un estratto dell'articolo dell'Irish Times di oggi (per abbonati) è stato gratuitamente rilanciato da PIWP - Palestine Information with Provenance e sembra riferirsi alle interviste rilasciate nel 2004 da Morris in occasione della “riedizione” del suo pensiero di nuovo-storico-pentito. Affermazioni che appaiono pura spazzatura morale di nessuna utilità se non per decifrare l'insopportabile deriva percorsa da Morris tanto nell'interpretazione e giustificazione dei fatti del passato, quanto nell'esposizione ed apologia di quelli del presente (quali la “generosa offerta” di Barak a Camp David 2000 - link).

Sui percorsi di Morris è sempre Baruch Kimmerling (op. cit. 2004) ad osservare con ironia che “non ci si può aspettare molta logica negli scatti emotivi di un archivista, quando questi cerchi di comporre un quadro coerente e generale da migliaia di dettagli”. Parimenti, ma assai meno lieve, Ilan Pappe, dopo essere stato oggetto di un attacco “ad hominem” da parte di Morris su New Republic (“Politics by Other Means”, 17 marzo 2004), sottolineava: “Diversamente da altri non ho mai pensato che le sue buone qualità come cronologo, emerse nel suo libro più famoso, 'The Birth of the Palestinian Refugee Problem' (Cambridge 1987) – non è mai stato uno storico in senso proprio – e specialmente il suo inestimabile contributo nel raccogliere, per noi, dati sulla pulizia etnica del 1948, compensino la sua intolleranza e ristrettezza mentale”.

Ma ecco, infine, il riassuntino di PIWP: «In una nota intervista con il giornalista Ari Shavit di Haaretz, Morris ha sostenuto che "dall'aprile 1948, Ben-Gurion progetta un messaggio di trasferimento. Non è un ordine scritto esplicito, non è una politica sistematica, ma un'atmosfera di trasferimento". Shavit ha commentato: "non sento [in lei] una condanna". Morris ha risposto brutalmente: "Ben-Gurion aveva ragione... Non è possibile fare una frittata senza rompere le uova... Una società che ha in animo di ucciderti, ti forza a distruggerla... Ci sono circostanze nella storia che giustificano la pulizia etnica... Uno stato ebraico non sarebbe venuto alla luce senza espellere 700.000 palestinesi. Per questo era necessario sradicarli... Nemmeno la grande democrazia americana avrebbe potuto essere creata senza annichilire gli indiani. Ci sono casi in cui il bene finale complessivo giustifica gli atti aspri e crudeli commessi nel corso della storia"».

Un amaro commento alle parole di Morris chiude l'antologia riportata da PIWP Database: con difensori come Benny Morris lo Stato di Israele non ha bisogno di nemici.

lunedì, febbraio 18, 2008

Finkelstein v. Dershowitz (continua)

Frank J. Menetrez (PhD presso l'Università di Los Angeles - California) aveva a suo tempo analizzato la diatriba accademica tra Norman Finkelstein e Alan Dershowitz, aveva pubblicato i risultati della sua analisi su Counterpunch con il titolo "Dershowitz v. Finkelstein: chi ha ragione e chi ha torto?" e suscitato più di un sospetto che il rinomato avvocato Dershowitz, cattedratico di Harvard, fosse - per così dire - uscito ben oltre le righe nel tentativo di difendere la sostanza e la confezione della sua opera "The Case for Israel". Il libro di Dershowitz era stato infatti aspramente denunciato da Finkelstein come scolasticamente povero e per di più infarcito di scopiazzature tratte da un altro prodotto ("From Time Immemorial" di Joan Peters) a suo tempo autorevolmente qualificato opera assai scadente e passato al dimenticatoio. In proposito i due accademici americani - Finkelstein e Dershowitz - non se le erano certo "mandate a dire" e avevano esposto le rispettive accuse e giustificazioni nel corso di un acceso dibattito su Democracy Now! (qui i video: parte prima e seconda).

La vicenda aveva poi avuto un seguito. Punto sul vivo, Alan Dershowitz aveva riversato tutto il proprio peso nella vicenda, cercando prima di impedire la pubblicazione del libro "Beyond Chutzpah" (letteralmente: "Oltre l'arroganza") - in cui Finkelstein esponeva nel dettaglio le proprie critiche al lavoro di Dershowitz - e chiamando poi in causa l'autorevolezza dell'Università di Harvard a propria difesa e affinché venissero negati cattedra e impiego al medesimo Finkelstein, allora assistente presso la facoltà di Scienze Politiche della cattolica Università DePaul di Chicago.

Nonostante gli interventi presso la casa editrice di "Beyond Chutzpah" e presso il Governatore della California, Arnold Schwarzenegger, l'avvocato Dershowitz non era riuscito a bloccare la pubblicazione del volume di Finkelstein, ma aveva ottenuto, di fatto, nonostante la asserita resistenza dei vertici della DePaul alle sue documentate pressioni, il diniego e il licenziamento anzitempo del professore di Chicago contro il parere del Dipartimento di scienze politiche e del college-level committee. (Come ha scritto Menetrez: «In June 2007, DePaul University denied tenure to Norman Finkelstein, an assistant professor of political science. The decision ignited a firestorm of protest from DePaul students and faculty, as well as from faculty across the country and abroad. Finkelstein’s department had voted 9-3 in favor of tenure, and a college-level committee unanimously joined that recommendation, 5-0. But the University Board on Promotion and Tenure (UBPT) voted 4-3 against tenure, and DePaul’s president claimed to “find no compelling reasons to overturn the UBPT’s decision»).

L'istituto cattolico che lo aveva accolto per sei anni, quindi, pur celebrando la sua competenza e capacità sotto ogni profilo si era liberato dello scomodo prof. Finkelstein nel giugno del 2007, mediante un accordo di cui non sono stati resi noti i particolari.

Ma torniamo a Frank J. Menetrez. Lo studioso ha pubblicato nei giorni scorsi un seguito all'analisi della vicenda che ha visto contrapposti i due accademici e ha stilato una lista di venti identici errori contenuti sia in "The Case for Israel" di Dershowitz, sia in "From Time Immemorial" di Joan Peters, a riprova della pedissequa scopiazzatura, con relativa omissione nelle citazioni della fonte diretta (secondaria). Questione a suo tempo pubblicamente denunciata da Norman Finkelstein. L'appendice di Menetrez, intitolata "The Case against Alan Dershowitz", è stata pubblicata su Counterpunch e costituirà, con parti del precedente articolo di Menetrez, l'epilogo all'edizione economica (paperback) di "Beyond Chutzpah".

L'edificante vicenda, che rispecchia la sofferenza del mondo accademico USA rispetto all'arroganza ed alle pressioni lobbystiche, ha - secondo Menetrez - un risvolto ancora più inquietante. Dershowitz ha infatti proclamato a gran voce, nel corso della diatriba, che una commissione indipendente di Harvard lo avrebbe mandato esente da colpe accademiche, omettendo tuttavia di precisare che - sempre secondo Menetrez - questa presunta commissione non ha mai investigato sul punto, basilare, degli identici errori contenuti nel suo lavoro e nel libro della Peters. Con questo atteggiamento il rinomato avvocato americano avrebbe quindi millantato l'esistenza di un autorevolissimo nulla osta di Harvard circa la bontà della sua opera, utilizzandolo a proprio discarico (rispetto all'accusa di plagio) e quale arma per influire a fondo sulla decisione dei vertici della DePaul di negare l'assegnazione della cattedra e dell'impiego a Norman Finkelstein. Di conseguenza, sotto questo profilo - precisa Menetrez - l'Università di Harvard sarebbe stata utilizzata come inconsapevole complice del disegno di Dershowitz e forse non è troppo aspettarsi oggi, quanto meno, il riconoscimento e le scuse di quella istituzione (Cfr. in "The Case against Dershowitz": «...because of Dershowitz’s repeated but apparently false claim that Harvard “completely cleared” him of Finkelstein’s charges, Harvard has been made an unwitting accomplice in Dershowitz’s wrongdoing. If my analysis is sound, then Dershowitz deliberately deceived DePaul not only about the plagiarism itself but also about the investigation that Harvard allegedly conducted [...] As of this writing, Dershowitz appears to have succeeded in protecting his own career by destroying Finkelstein’s. It is now probably too late to remedy all of the harm that Dershowitz’s conduct has caused, both to the review of Finkelstein’s tenure application and to public perceptions of Finkelstein and his work. But some sort of acknowledgement or apology by Harvard concerning Dershowitz’s wrongdoing might go some distance toward clearing the air and making amends»).

domenica, febbraio 17, 2008

Promuovere i blog a Kabul

«Molto presto Afghan Penlog lancerà il primo workshop per promuovere la diffusione dei blog a Kabul. Obiettivi di questo laboratorio / seminario sono lo sviluppo culturale e una maggior presenza dei blogger come media. Questo primo workshop è indirizzato agli studenti e ai blogger di Kabul, ma è nostra intenzione lanciare analoghe iniziative in altre province e il nostro prossimo passo sarà la promozione di seminari anche a Jalalabad, Kandahar, Heart, Ghazni ed altre zone del paese. Afghan Penlog non ha avuto finora alcun aiuto economico e per questo chiede a tutti gli operatori culturali e agli amici di sostenere il progetto con un unico fine, sviluppare l'attività dei blogger in Afghanistan. I nomi dei donatori saranno pubblicati sul sito e forniremo loro tutti i dettagli del progetto e i relativi costi. Abbiamo necessità impellenti: comprare un generatore e pagare il collegamento internet. Ed anche se non abbiamo abbastanza danaro per affittare un laboratorio informatico, probabilmente saremo in grado di tenere il workshop presso il centro scolastico di Payam-e-Noor, situato a Karte-Chahar, Kabul. Ma abbiamo ancora bisogno di un po' di danaro per realizzare questo obiettivo. Prima avevamo in mente di comprare un computer e ottenere la disponibilità di una linea internet da Afghan Telecom ma non abbiamo raggiunto il nostro scopo per mancanza di donazioni e la nostra idea è sfumata. Così l'abbiamo abbandonata. Ora ci accontentiamo di lanciare questo workshop». Nasim Fekrat

Come quello che era dei Taliban e in parte lo è ancora. Come quello che era dei signori della guerra e in parte lo è ancora. Come quello dei burka, delle lapidazioni, delle invasioni, delle vedove impotenti, dei bambini per strada. Come quello delle vie del petrolio e dell'oppio. Come quello delle missioni di pace dove è stata portata la guerra. Agnello sacrificale e pretesto. Anche questo è Afghanistan.

martedì, febbraio 05, 2008

Gas

Il 16 marzo 1988 la città di Halabja, nell'Iraq nord occidentale, fu bombardata con proiettili contenenti gas velenoso. Secondo le analisi mediche condotte sui corpi si trattava di un gas a base di cianuro. Nel dettaglio di quella operazione di guerra, pare che uno scarno contingente di truppe irachene avesse evacuato la città di Halabja pochi giorni prima dell'attacco degli iraniani, che di seguito la occuparono, ma fu il governo di Tehran a sfruttare questa atrocità come strumento di propaganda contro gli iraqeni. La stampa e le televisioni occidentali furono invitate dagli iraniani a visitare la città di Halabja, occupata, e in quella occasione l'Iraq fu forse troppo frettolosamente accusato di gassare il proprio popolo.

Subito dopo gli attacchi la Defence Intelligence Agency americana (USDIA) svolse un' indagine e scrisse un rapporto "classificato" in cui si dimostrava che sarebbe stato gas iraniano a uccidere i curdi e non gas iracheno. Il Prof. Stephen Pelletiere, "senior political analyst" della CIA sull'Iraq e coautore del rapporto, scrisse poi sul New York Times del 31 Gennaio 2003 una sintesi dello studio su quell'episodio: «Immediatamente dopo la battaglia la Defense Intelligence Agency degli Stati uniti indagò e produsse un rapporto dettagliato, che circolò all'interno della comunità dell'intelligence classificato come 'importante da studiare'. Lo studio affermò che fu il gas iraniano ad uccidere i curdi, non quello iracheno. L'agenzia scoprì che entrambe le fazioni avevano usato il gas l'una contro l'altra nella battaglia attorno ad Halabja. Le condizioni dei corpi dei curdi morti, comunque, indicavano che erano stati uccisi con un coagulante del sangue – basato sul cianuro – noto per essere usato dagli iraniani. Non si è mai avuta notizia che gli iracheni, i quali si ritiene usassero l'iprite nella battaglia, fossero all'epoca dotati di coagulante del sangue». Un altro rapporto preparato dallo Strategic Studies Institute dell'Army War College statunitense rivelò che «la maggior parte delle vittime viste dai giornalisti e dagli altri osservatori che visitarono il luogo erano blu alle estremità dei loro arti. Questo significa che esse sono state uccise da una agente del sangue, probabilmente il cloruro cianogeno o il cianuro d'idrogeno (hydrogen cyanide)». Questi ultimi hanno odore di mandorle amare e sono letali anche in percentuali minime (An HCN concentration of 300 mg/m3 in air will kill a human within a few minutes. The toxicity is caused by the cyanide ion, which prevents cellular respiration). Incidentalmente, l'idrogeno cianuro (in grani confezionati sotto il nome di Zyklon B) fu utilizzato dal regime nazista - fonti, tra gli altri, il comandante di Auschwitz, Rudolf Hoess, e Adolf Eichmann - nelle procedure di disinfezione e nelle camere a gas. Non a caso il possibile uso di cianuro d'idrogeno da parte iraqena venne enfatizzato da Geffrey Goldberg (sul New Yorker del 25 marzo 2002), che tra i molti gridò al genocidio, sottolineando ipotetiche affinità tra i sistemi di Saddam Hussein e quelli nazisti. Viceversa l'iprite (o gas mostarda) è un vescicante dal forte odore di aglio o senape, il suo effetto è sicuramente invalidante, ma gli esiti letali sono limitati al 2% dei casi. Sia quel che sia (cioè, propaganda a parte), il rapporto Army War College precisava, invece, che l'Iraq non aveva mai usato sostanze chimiche quali i gas di cianuro e inoltre mancava della capacità di produrle. Mentre gli iraniani le avevano. Quindi si concludeva che erano stati gli iraniani a uccidere i Curdi.

La questione è rimasta (per anni) ed è tuttora oggetto di dibattito, ma c'è da osservare che gli intensi rapporti tra il mondo occidentale e l'Iraq di Saddam Hussein non vennero meno a tutto il 1990, e si "sorvolò" quindi sulla atroce operazione condotta sui Curdi, anchè perchè il fatto era parte della guerra intrapresa da Saddam, con il favore occidentale, contro l'Iran di Khomeini (1980-1988). Ma i tempi erano maturi per una nuova sortita in Medio Oriente. Motivo: acqua, petrolio, controllo nella regione? Qui non ha molta importanza. Ottenuta una sorta di beneplacito all'invasione del Kuwait tramite l'ambasciatore USA April Glaspie, Saddam si rese alla fine conto del voltafaccia americano. E laddove la sua aggressione non avrebbe innescato un movimento di opinione radicalmente sfavorevole all'Iraq, fece il suo ingresso la propaganda con fasulle descrizioni delle atrocità commesse dall'esercito iraqeno - per il vero non certo morbido - in Kuwait, ma anche utilizzando l'oscura pagina di Halabja e soprassedendo ai dubbi (documentati nei relativi rapporti) sulla responsabilità per quei fatti. Gli stessi fatti sono stati poi utilizzati come terza chance, sotto il profilo umanitario, per l'aggressione all'Iraq di Saddam Hussein nel 2003.

Naturalmente pochi conoscono la "verità", ma oggi le accuse per i fatti di Halabja farebbero senz'altro comodo ai warmonger USA più come strumento di propaganda contro l'Iran di Ahmadinejad, che contro Saddam Hussein, già "sistemato" per quella e per altre vie. Sotto questo aspetto l'intervista a George Piro (v. sotto in "Postumi") non consentirebbe ai dirigenti neocon USA - per ora - di ribaltare le carte. Ma siccome l'improntitudine non ha limiti, non è detto che non lo si faccia in un prossimo futuro. In proposito sembra infatti che la lapidaria risposta di Saddam Hussein, proprio sul punto degli attacchi chimici ai Curdi (le cui conseguenze sono definite in quell'intervista genericamente e semplicemente "necessary"), possa lasciare spazio alla riesumazione strumentale di una pagina ambigua e terribile della guerra tra Iran e Iraq.

lunedì, febbraio 04, 2008

Territori



Ottobre 2007 - Ramallah © Vincenzo Castella
4 febbraio 2008 - Milano, Via San Raffaele 3

domenica, febbraio 03, 2008

Postumi

In stile tutto USA, ci perviene di terza mano dalla CBS un'intervista postuma a Saddam Hussein. E' una riedizione - si ritiene, condensata - diffusa da CBS News sulle domande poste da Scott Pelley ad un oscuro agente di origine libanese dell'FBI, quattro gocce del "bello della diretta" su fatti in qualche modo comunque assodati, ma aggiustati, ove possibile, in un'ottica autoassolutoria. In ispecie nell'intervista si ribadisce che all'atto dell'invasione iraqena, fortemente voluta da George W. Bush (e prima di lui da Dick Cheney) e prospettata sin dalle primissime ore successive all'attacco sul World Trade Center, l'Iraq non possedeva armi di distruzione di massa e non c'era alcun legame tra Saddam Hussein e la sopravvalutata organizzazione di Osama Bin Laden. Il preambolo è significativo, George Piro millanta con Saddam di essere un filo diretto tra lui e il presidente Bush ed espone i trucchi (almeno, riteniamo, quelli riferibili) impiegati per entrare in confidenza con il presidente iraqeno. Ci traduce poi mesi e mesi di vicinanza con il prigioniero ed espone in poche righe i fatti che avrebbe appreso circonvenendo Saddam. Essenzialmente due: il pericolo rappresentato dalle WMD (Weapons of Mass Destruction) iraqene era solo apparentemente inesistente. Le armi non c'erano ma il perfido Saddam avrebbe consentito si potesse ancora intuire ci fossero, con ciò in qualche modo giustificando la percezione degli USA. Nulla, invece, su Osama: Saddam lo considerava un inaffidabile fanatico. Gli è che la prima questione non è adeguata all'atteggiamento di Saddam Hussein e degli ispettori dell'ONU, che avevano escluso quella possibilità (esistenza attuale di armi di distruzione di massa iraqene), la seconda è pacifica. La secolarizzazione iraqena - tramite la sua dirigenza e il regime di Saddam - non era e non è mai stata compatibile con l'atteggiamento vantato da quel che si è voluta dipingere sin dai primi momenti successivi all'11 settembre, come operazione della banda al-Qaeda. Di nuovo apprendiamo, invece, che le poesie di Saddam Hussein erano considerate assai brutte dall'agente dell'FBI George Piro e che sono stati necessari mesi di manipolazione del prigioniero per poter tradurre, a beneficio delle operazioni USA, una pretesa (ma tutta da provare) ambiguità sull'esistenza delle armi di distruzione di massa in un presunto nulla osta all'invasione. Non si può pensare che serva, infine, a giustificare l'aggressione e l'attuale disastro iraqeno, la nota conclusiva per cui - sempre secondo il filtro dell'agente George Piro - Saddam Hussein avrebbe forse avuto intenzione, "se ne avesse avuto l'opportunità", di dotarsi in futuro di queste armi.