giovedì, giugno 21, 2007

Ora sei paralizzato, come ti avevamo promesso

«"We have to make you do a little sports," the Shin Bet interrogator said, launching four successive days of questioning accompanied by brutal physical torture. The result: Luwaii Ashqar can no longer stand on his feet. He sits in his wheelchair, dressed in a fashionable quasi-military suit, super-elegant, new Caterpillar-brand shoes on his paralyzed feet. "I love this color," he says about his uniform. "It's the color of the soldiers who came to arrest me for the interrogation that did all this to me." His smile is captivating, his Hebrew rich and incisive. He is a young man whose world fell apart. He entered prison sound of body and mind and emerged a broken man. For four days and four nights nonstop, he says, he was interrogated and subjected to torture of the most brutal kind. The result is the person we see before us in the wheelchair, in the elegant home high in the village of Saida, north of Tul Karm, which was placed at his disposal by a friend after he was released from Israeli prison a month ago. Was there a judgment by the High Court of Justice? There was. It banned precisely the types of torture he underwent: the "banana posture," the "shabah" (body stretching with hands tied to a chair), "invisible" blows and the "frog posture" (being forced to stand for hours on the toes in a crouching position) - all the way to a vicious kick to his chest that bent his body backward while he was tied to a chair with his arms and legs, and which was the probable cause of the partial paralysis of his legs. Throwing up with the vomit entering his nostrils, losing consciousness and being given only saltwater to drink, relieving himself in his pants, not sleeping or resting - all of that for four consecutive days and nights ...» [Gideon Levy - Haaretz, 15 giugno 2007]

Gideon Levy ci riferisce il dettagliato racconto di Luwaii Ashqar, 30 anni, arrestato per presunti delitti di "terrorismo" ma senza una formale accusa e torturato fino alla paralisi nelle carceri dello Shin Beth per essere infine condannato, tempo dopo, a 14 mesi di prigione per favoreggiamento e uso di un documento falso. Da una sedia a rotelle il racconto di Luwaii Ashqar è letteralmente sconvolgente. E sconvolgenti sono molti dei talkback all'articolo del quotidiano israeliano per la becera ed astiosa ignoranza che tutto giustifica in virtù dell'odio montato su un fasullo pericolo esistenziale. Mentre l'avvocato Dershowitz, in qualità di autoreferenziato paladino dei diritti umani, nello sforzo di giustificare anche questo aspetto criminale dell'unica sedicente democrazia del medioriente prende ufficialmente posizione a favore della tortura e taluni rappresentanti del nostro Paese, privi del senso della vergogna e del ridicolo, si crogiolano agli ufficiali sorrisi di una dirigenza israeliana al meglio egoista o più spesso corrotta, ma sempre aguzzina, le poche urla di disperazione per la barbara deriva intrapresa dallo Stato Ebraico - da chiunque provengano, anche e soprattutto dal suo interno - rimangono inascoltate. Chi saranno, in futuro (e questa volta davvero consapevoli, perchè documentati) i "willing executioners" immaginati da Goldhagen? E in Europa quanti nostri benedicenti spettatori, disinteressati, in mala fede o semplicemente ignoranti, pagheranno per la patologica e tremebonda omertà regalata, da uno scranno occupato indegnamente, alla gente di Palestina e di Israele ed alla nostra gente in cambio del mandato ricevuto?

mercoledì, giugno 20, 2007

Noi non sapevamo

«Come palestinese sono sconvolto dal fatto che l'Unione Europea e gli Stati Uniti abbiano spalleggiato il cosiddetto "governo d'emergenza" di Mahmoud Abbas nella città di Ramallah occupata dagli israeliani. La legge basilare in Palestina non prevede un tale sviluppo. Hamas, qualsiasi cosa uno possa pensarne, ha vinto le elezioni del gennaio 2006 chiaramente e nettamente. Alla vigilia della sua vittoria, aveva già osservato una tregua unilaterale di un anno con Israele. Secondo il gruppo per i diritti umani B'Tselem, Israele ha ucciso quasi 700 palestinesi nel 2006, dei quali metà erano civili disarmati e 141 erano bambini. Per converso i palestinesi hanno ucciso 23 israeliani. Su quali basi, allora, l'Unione Europea ha deliberatamente evitato i rappresentanti eletti di un popolo sotto occupazione, permettendo agli occupanti di continuare il saccheggio, l'omicidio volontario di civili e il furto di terra per gli insediamenti solo ebraici senza alcun motivo? Hamas ha tentato di entrare nel mainstream politico dalla porta principale, modellando esplicitamente le sue politiche su quelle dell'IRA nel contesto del processo di pace irlandese. La porta gli è stata sbattuta in faccia visto che gli USA hanno costituito una milizia armata inspiegabile e corrotta il cui lavoro è stato quello di minare i risultati di una elezione democratica e l'Unione Europea ha umilmente aderito nell'imporre crudeli sanzioni contro un popolo occupato. Le autorità della UE possono consolarsi pensando di appoggiare un governo palestinese "legittimo". Come studioso di storia europea vedo uno stretto rapporto con i regimi collaborazionisti di Quisling in Norvegia e Pétain in Francia durante la seconda guerra mondiale. L'Europa ha veramente imparato qualcosa dalla sua storia? L'Irlanda ha imparato qualcosa dal suo stesso penoso passato, come dello spettacolare successo del processo di pace nel Nord? Il risultato di queste miopi politiche dell'Unione Europea sarà quello di aggravare la spaccatura tra i palestinesi e dare ad Israele mano libera per continuare la sua violenta colonizzazione di terra illegalmente occupata». [Ali Abunimah - lettera a The Irish Times 19 giugno 2007 - su Electronic Intifada]

venerdì, giugno 15, 2007

Palestina - Separazione illegale

Il Jerusalem Post riferisce oggi, 15 giugno 2007, i proclami di un [innominato] leader di Hamas a margine degli scontri in corso a Gaza. Questi avrebbe dichiarato che nella Striscia di Gaza "ora il laicismo e l'eresia stanno per finire". La testata israeliana enfatizza così la connotazione religiosa degli scontri ed autorizza in occidente i peggiori presagi di sventura islamica circa le sorti della questione umana in quel martoriato spicchio di terra. Ma non è sola. E nulla è più ipocrita del tam tam mediatico in questo momento e nulla è più stupido e superficiale, da parte nostra, del basarci sugli scampoli di malcelata propaganda e sulla semplificazione di una situazione largamente indotta dai nefasti dell'occupazione e dalle lotte di potere patrocinate in quella terra in funzione governativa filo-israeliana. Prima di chiedersi quali saranno i risultati della deriva confessionale incombente su Gaza è forse meglio chiedersi quale sia il motivo scatenante di una promessa radicale islamica a fronte di ben più concrete istanze della popolazione palestinese. Cioè quali siano i fattori determinanti dello sfaldamento dell'ente palestinese in due blocchi, dell'affossamento della soluzione binazionale (propugnata per sessant'anni dall'ONU) e della possibile insorgenza antidemocratica in una minuscola porzione di ciò che resta dell'idea di Stato di Palestina. Chiedersi quanto la gestione di marca guerrafondaia neocon USA abbia portato al boicottaggio di un governo palestinese democraticamente eletto, alla contemporanea mancata restituzione delle imposte incassate da Israele per conto del governo palestinese, al congelamento degli aiuti internazionali, allo stato di povertà ed alla fame per un milione e mezzo di persone nella sola Striscia di Gaza. Una vittoria di Pirro, questa, per la giunta militare israeliana e per il progetto di egemonia USA. Un disastro per chiunque in quella terra debba continuare a vivere, da una parte o dall'altra del confine tuttora virtuale che separa due popoli per i quali la violenza e l'incertezza sono stati resi pane quotidiano.

«La drammatica disfatta degli USA e delle milizie palestinesi appoggiate da Israele a Gaza, da parte delle forze di Hamas, rappresenta una capitale sconfitta della dottrina Bush in Palestina. Ali Abunimah, co-fondatore del portale Electronic Intifada [ed autorevole patrocinatore della "One State Solution"], esamina come - da quando Hamas vinse le elezioni legislative palestinesi nei territori occupati, nel gennaio 2006 - elementi della leadership dell'anziano movimento dominante Fatah, compreso il presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese, Mahmoud Abbas, con i suoi consiglieri, abbiano cospirato con Israele, con gli USA e con i servizi di intelligence di parecchi stati arabi per ostacolare ed indebolire Hamas [...] Il cuore della strategia USA in Asia centrale e sud occidentale, in particolare in Afghanistan, in Iraq, in Palestina e in Libano è quello di installare regimi fantoccio che combattano i nemici dell'America al posto degli USA. Questa strategia si è rivelata fallimentare ovunque. I Taliban stanno riemergendo in Afghanistan. Nonostante l'incrementato impegno gli USA non sono più vicini a sconfiggere la resistenza in Iraq e non possono nemmeno fare affidamento nell'esercito iraqeno. L'esercito libanese, che gli USA sperano di utilizzare come contrappeso nei confronti degli Hezbollah, ha dimostrato scarse capacità [addirittura] contro qualche centinaio di combattenti stranieri infiltrati nel campo profughi di Nahr al-Bared (pur causando morte e devastazione per molti innocenti rifugiati palestinesi). Ora, a Gaza, l'ultimo colpo».

lunedì, giugno 11, 2007

Lobby - Negata la cattedra a Finkelstein

Non siamo rimasti stupefatti della risposta negativa indotta nella DePaul University alla promozione del più anziano assistente universitario d'America, ma ciò nondimeno è risultata deprimente la sbilanciata decisione del Consiglio deputato all'assegnazione di promozioni e cattedre ed ancor più l'ipocrita comunicazione rilasciata in proposito dal Presidente dell'istituto, Reverendo Dennis H. Holtschneider. Ci siamo chiesti, al riguardo, cosa intenda il religioso, parlando dell'assenza di quelle "rare evenienze" e "ragioni cogenti" che gli avrebbero consentito di ribaltare il verdetto del Board for Promotion and Tenure, diverse dall'evidenza del fatto che Finkelstein ha pubblicamente subito un violentissimo attacco politico anche per aver smascherato la menzognera spudoratezza degli scritti dell'avvocato Alan Dershowitz. Sotto altro profilo bisogna sottolineare che contrattaccando Dershowitz, Norman Finkelstein non si è trovato in una disputa storica sui fatti e sulla loro interpretazione, ma ha dovuto fronteggiare, da un lato, i più bassi standard adottati da un difensore legale professionale, dall'altro, l'assenza di una giuria imparziale, vista l'enorme pressione politica gettata sull'argomento.

Cambiano i suonatori, ma la musica filo-israeliana negli USA resta sempre la stessa. La troviamo e ne estraiamo un campione qui di seguito, a scopo puramente accademico, in una breve intervista a Joel Beinin, professore di storia del Medio Oriente alla Princeton University, attualmente (e fino al 2008) distaccato in qualità di Direttore degli Studi sul Medio Oriente e professore di storia all'Università Americana del Cairo. Beinin, che nel febbraio scorso doveva tenere una conferenza alla Harker School di San Jose, ha appreso, un giorno prima della data stabilita per il suo intervento, che il Jewish Community Relations Council di Silicon Valley era intervenuto nei confronti della direzione dell'istituto e che in virtù di tale intervento la sua conferenza era stata cancellata. Quello che segue è uno stralcio dell'intervista a Beinin, raccolta pochi giorni dopo, il 2 febbraio di quest'anno, dal San Francisco Chronicle. Lo sfogo amareggiato di Beinin è rivolto, nel caso, più all'arrogante sistema lobbistico pro-israeliano negli USA, che all'atteggiamento in Israele, dove la popolazione ebraica è più che altro gratificata di una ignorante ed ottusa leggerezza di intenti.

«...Sono stato tirato su credendo che essere ebreo volesse dire essere attivamente impegnato per la giustizia sociale. Mi sono spostato in Israele pensando di poter seguire questo ideale, eppure molto di quello che ho visto ha messo in forse questa idea [...] Avevo partecipato ai movimenti per i diritti civili in America, picchettando i negozi di Woolworth che non volevano servire gli afroamericani. E in Israele trovai la stessa brusca forma di razzismo. Come poteva questo portare la pace tra i palestinesi e gli israeliani? Pur rimanendo a vivere in Israele cominciai a perorare l'uguaglianza di diritti per i palestinesi come avevo fatto per i neri americani. Le organizzazioni che proclamano di rappresentare gli ebrei americani sono impegnate in una sistematica campagna di diffamazione, censura e incitamento all'odio per tacitare le critiche alla politica israeliana. Affossano il nocciolo etico della tradizione ebraica, agendo come se il più alto significato dell'ebraismo fosse difendere Israele, giusto o sbagliato che sia. Nessuno è risparmiato. Anche il professor Tony Judt dell'Università di New York è arrivato in Israele con un'idea di giustizia. Judt ha imparato, come me, che la maggior parte degli israeliani è "rimarchevolmente inconsapevole del fatto che un popolo è stato buttato fuori dalla sua terra e soffre in campi profughi per rendere possibili le loro fantasie". In ottobre [2006] il Consolato di Polonia a New York ha cancellato una conferenza di Judt per la pressione esercitata dalla Anti-Defamation League e dall'American Jewish Committee. Addirittura gli ex presidenti americani non sono immuni. Jimmy Carter è stato bersaglio di una campagna calunniosa dalla pubblicazione del suo ultimo libro: "Palestina, Pace non Apartheid". Le più veementi critiche su Carter non sono state rivolte sui contenuti [del libro]. Piuttosto lo hanno screditato con attacchi personali, insinuando anche che l'uomo che aveva fatto più di ogni altro presidente americano per la pace tra arabi e israeliani fosse un antisemita. Perchè screditare, diffamare ed imbavagliare quelli che hanno punti di vista diversi? Credo sia perchè la lobby sionista sa che non può vincere basandosi sui fatti. Un'onesta discussione può portare ad una sola conclusione: lo status quo - in cui Israele afferma che solo esso ha diritti ed intende imporre la sua volontà sul più debole popolo palestinese, privandolo in modo permanente della sua terra, delle sue risorse e dei suoi diritti - non può portare ad una pace durevole. Abbiamo bisogno di un dibattito aperto e della libertà di discutere fatti imbarazzanti ed esplorare l'intera gamma delle opzioni politiche. Solo allora potremo adottare una politica estera utile agli interessi americani e possa veramente portare ad una giusta pace per i palestinesi e gli israeliani». [San Francisco Chronicle]

giovedì, giugno 07, 2007

Lo scienziato e il professore



Continua negli USA, accompagnata da un rilevantissimo tam tam mediatico internazionale, una battaglia accademico ideologica su cui i nostri media nazionali non hanno inteso dedicare, forse, più che qualche goccia di inchiostro. La questione non è di lana caprina, posto fra l'altro che i protagonisti noti di questa vicenda sono due rinomati accademici, estremamente prolifici e se pure a livelli diversi, impegnati ed accesi antagonisti nella descrizione del problema mediorientale. L'attualità della vicenda dice che il potente Professor Alan Dershowitz (cattedratico di Harvard e - secondo alcuni - il più famoso avvocato progressista negli USA) è stato infine messo all'angolo a causa della sua stessa evidentissima operazione di lobbying contro l'assegnazione di una cattedra a Norman Finkelstein (assistente di Scienze Politiche alla DePaul University di Chicago, figlio di sopravvissuti alla Shoah, ha dedicato gran parte della sua vita alla questione israelo palestinese in guisa fortemente critica della politica israeliana e dell'uso opportunistico di quanto ha battezzato, con il suo libro più rinomato, "L'Industria dell'Olocausto"). Sempre più gente sostiene, infatti, che la DePaul University non vorrà negare il riconoscimento accademico al cinquantatreenne assistente di Scienze Politiche, proprio a causa della micidiale campagna denigratoria e delle pressioni su di essa esercitate dall'illustre Felix Frankfurter Professor of Law di Harvard. L'avvocato Dershowitz è quindi passato al contrattacco, utilizzando letteralmente la neolingua di Orwell in ausilio a quel che resta della propria aggressione ideologica "ad hominem" e cercando di stigmatizzare, con l'attribuire loro le ragioni della propria infruttuosa operazione, gli accademici che hanno osato lasciarlo «virtualmente solo nell'opporsi alla cattedra» di Finkelstein. Sappiamo che l'idea basilare della neolingua di orwelliana memoria (nel suo "1984") è quella di rimuovere tutte le sfumature dal linguaggio, confinandolo ad una serie di semplici dicotomie. Ebbene, il neo-apice del velenoso attacco di Dershowitz al valore accademico di Finkelstein e qui più in particolare alla libertà della DePaul University di riconoscere quella competenza nell'assegnargli una cattedra, è una sorprendente e speciosa richiesta all'istituto americano di trascurare doverosamente le pressioni (quelle diverse dalla propria, ovviamente), ritornare al merito e prendere la decisione "giusta", cioè negare la cattedra. Tutti possono ora apprezzare il fatto che - secondo Dershowitz - le sfumature sono state rimosse e i nudi fatti sono sintetizzabili in una semplice dicotomia: «io, il professore, ho ragione e Finkelstein è un malefico antisemita» (virgolettato da me). Il pensiero del rinomato accademico di Harvard diventa così un assioma che non necessita per ciò stesso di dimostrazione. E va da sé che la metà del mondo che la pensa diversamente sui meriti accademici di Finkelstein, sulla sua acuta capacità di analizzare la storia e sviscerare gli argomenti del Medio Oriente e sul suo lavoro in generale, ha torto. Con ciò includendo, nel novero degli sconsiderati, l'Università di Princeton che ha dato a Finkelstein il suo PH.D., milioni di lettori dei suoi libri, centinaia e centinaia di studenti della DePaul University e migliaia di suoi sostenitori nell'ambito accademico. Tra di essi, Noam Chomsky, Avi Shlaim, Raul Hilberg, nonchè - sulla specifica questione della cattedra - Peter Novick. Oltre a me, naturalmente per quel che può valere. La decisione della DePaul è attesa nei prossimi giorni.

Aggiornamento
Alla fine la DePaul University ha negato la cattedra a Norman Finkelstein. Con una comunicazione di venerdì 8 giugno, l'istituto americano ha dichiarato che nonostante il dipartimento di Scienze Politiche e il collegio di "Liberal Arts and Science" avessero raccomandato l'attribuzione della cattedra, il Preside e il Consiglio deputato alla concessione hanno votato contro l'ingresso di Finkelstein. Il Presidente della DePaul, Rev. Dennis Holtschneider ha formalizzato la decisione dichiarando che non ci sono "ragioni convincenti per ribaltare" l'indicazione del Consiglio. In una intervista di ieri, Finkelstein ha detto di essere deluso, ma che la decisione non riuscirà ad imbavagliarlo: "Ho giocato secondo le regole e semplicemente non è stato abbastanza per superare l'opposizione politica alle mie esternazioni sul conflitto israelo palestinese. Questa decisione non varrà ad impedirmi di esprimere dichiarazioni che, per quanto posso affermare in base al giudizio degli esperti nel campo, sono corrette e basate sui fatti" (info sul Chronicle of Higher Education).

mercoledì, giugno 06, 2007

Spettatori

«Silenziosamente, in segreto, al riparo dalle telecamere, la guerra all'Iran è già iniziata. Molte fonti confermano che gli Stati Uniti, determinati alla destabilizzazione della Repubblica Islamica, hanno aumentato gli aiuti ai movimenti armati tra le minoranze etinche degli azeri, dei beluci, degli arabi e dei curdi, che formano circa il 40% della popolazione iraniana. ABC News ha riferito in aprile che gli USA hanno assistito segretamente il gruppo di beluci Jund al-Islam (Soldati dell'Islam), responsabile di un recente attacco in cui sono stati uccisi una ventina di membri della Guardia Rivoluzionaria. Secondo un rapporto della American Foundation, commandos USA operano in Iran dal 2004. Il presidente G.W.Bush ha catalogato l'Iran, insieme alla Corea del Nord e all'Iraq, come "asse del male" nel suo discorso sullo stato dell'Unione nel gennaio 2002. Poi, nel giugno 2003, ha detto che gli USA e i suoi alleati dovrebbero mettere in chiaro che "non intendono tollerare" la produzione di un'arma nucleare in Iran [...] Contrariamente a quanto normalmente si afferma, l'ostacolo principale [ad una escalation della crisi] non è la determinazione di Tehran di arricchire l'uranio. L'Iran ha il diritto di farlo secondo il Trattato di Non Proliferazione, ma ha sempre affermato di essere preparato ad imporsi restrizioni volontarie di quel diritto e ad agevolare ispezioni della AIEA per prevenire ogni possibile utilizzo dell'uranio per finalità militari. La preoccupazione fondamentale della Repubblica Islamica va ricercata altrove. Testimone ne è l'accordo sottoscritto il 14 novembre 2004 con la Francia, l'Inghilterra e la Germania, in base al quale l'Iran ha aderito ad una sospensione temporanea dell'arricchimento dell'uranio sull'intesa che un accordo di lungo periodo avrebbe "procurato fermi impegni sulle questioni di sicurezza". Washington ha rifiutato qualsivoglia impegno del genere e l'Iran ha ripreso il suo programma di arricchimento. L'Unione Europea ha scelto di non seguire una linea indipendente e di seguire le direttive di Washington ...». [Alain Gresh, caporedattore di Le Monde Diplomatique sino al 2005 ed esperto di problemi mediorientali - su Counterpunch]

Semplice, lineare, significativo. La linea perseguita dal governo USA - opportunamente istigato e con il pilatesco beneplacito dell'Unione Europea - non è un braccio di ferro con la Persia di Ahmadinejad. E' la miope, criminale apertura di un capitolo dalle conseguenze imprevedibili. In fondo sono gli uomini e non i governi che fanno la storia. Ed altri, tanti uomini e non governi ne pagano le conseguenze. Altrettanti uomini, quindi, all'occasione, hanno il dovere di urlare la follia dei loro spesso indegni rappresentanti, finchè resta fiato. [pipistro - letta forse da qualche parte chissà quando]

giovedì, maggio 24, 2007

Quo usque tandem?

Nove navi militari americane hanno attraversato lo stretto di Hormuz, sono entrate nel Golfo Persico e si sono posizionate al largo della costa iraniana. Tra di esse le due portaerei USS Nimitz e USS Stennis. Lo riferisce Debkafile, precisando che le manovre hanno avuto luogo meno di due settimane dopo la visita del vice presidente Cheney nella regione. Nell'occasione Cheney ha informato il Re saudita Abdullah e gli alleati del Golfo del fatto che il presidente Bush ha stabilito che qualora l'Iran dovesse rifiutarsi di rinunciare alla propria capacità nucleare a scopo bellico, gli USA attaccheranno le infrastrutture nucleari, militari ed economiche iraniane prima dell'uscita di Bush dalla Casa Bianca nel 2009. Le navi USA, iniettate a ridosso della Repubblica Islamica e stipate di 17000 uomini, costituiscono oggi una fantasiosa rappresentazione di forza, non a caso la mossa avviene solo pochi giorni prima dei colloqui (in programma a Baghdad per lunedì prossimo) tra gli ambasciatori di Iran e USA in tema di sicurezza iraqena. Il messaggio americano - dice Mustafa Alani, del Gulf Research Center di Dubai - è semplice: non stiamo venendo a Baghdad in una posizione di debolezza, ma con il nostro esercito sull'uscio iraniano. Una scelta oculata, come quella di portarsi un campione di wrestling per affrontare un avversario a scacchi. Il massimo che potrà fare questo partner, nerboruto e ben oliato, sarà rompere i pezzi e la scacchiera, ma certo non vincere la partita. L'iniziativa muscolare e patologica della banda Bush è stata presentata ufficialmente nell'ambito dell'impegno USA "in favore della sicurezza e della stabilità nell'area del Golfo" (così ha detto il Vice Ammiraglio Kevin Cosgriff, comandante della quinta flotta). Su queste ultime parole pare si siano immediatamente mobilitate legioni di studiosi impegnati nell'elaborazione di una teoria generale che consenta anche a persone diverse dal presidente americano e dai suoi scagnozzi, volontari o necessitati, di dire simili cazzate senza ridere e spieghi come facciano milioni di altre persone (sobrie) a mandarle giù. Qualcuno ha già fatto osservare loro che un altro ridicolo burattino riuscì - occhio spiritato, mani ai fianchi e ciuffetto scomposto - a trascinare l'Europa e il mondo nella follia assassina del Terzo Reich.

sabato, maggio 19, 2007

Silenzio!

Ingresso negato, il 18 maggio, all'università di Teramo al Prof. Faurisson, già docente alla Sorbona, revisionista critico dell'olocausto, invitato dal Prof. Claudio Moffa nell'ambito del seminario "Enrico Mattei" Medio Oriente per la facoltà di Scienze Politiche. Totale silenzio dei media nazionali sulla spedizione punitiva di sedicenti ebrei romani che hanno aggredito Moffa e Faurisson e il capo della Squadra Mobile Capasso, che è stato raggiunto da diversi calci al fegato ed ha riportato una frattura alla spalla destra, alle costole e al polso. Bilancio della giornata, secondo quanto riferito: 30 identificati, 5 denunciati. Il "Centro d'Abruzzo" riporta un allucinato commento del Rettore dell' Università di Teramo che aveva negato ingresso alla conferenza e che oggi giustifica l'accaduto: «La violenza è sempre esecrabile. Ma non puoi martellare il dito a uno e poi convincerlo che non fa male, una reazione te la devi attendere...». Complimenti Rettore, vallo a raccontare nei campi profughi, in Palestina, che una reazione te la devi attendere! Ma soprattutto complimenti alla informazione nazionale italiana che sull'episodio, oggi, regala la propria tremebonda e vergognosa omertà.

«Sono arrivato alla conclusione, non una volta ma parecchie volte, che, per quanto mi riguarda, non sono d'accordo con la legislazione che rende illegale pronunciarsi negando l'esistenza dell'Olocausto. Non voglio imbavagliare nessuno [negazionista / revisionista], perchè è un segno di debolezza e non di forza quando cerchi di tappare la bocca a qualcuno. Certo, c'è sempre un po' di rischio. Nulla nella vita è privo di rischi, ma devi vedere ogni cosa facendo uso della ragione [...] [Esaminare] l'Olocausto non è cosa per dilettanti, né per inesperti, né per filosofi. E' per gente che conosce i linguaggi, che conosce la storia, che conosce le scienze politiche, che conosce l'economia, ecc. Alla base si deve essere bene addestrati. L'Olocausto non è oggi, come può esser stato all'inizio, un argomento per non professionisti». [Raul Hilberg]

* Raul Hilberg (2.6.1926) è uno dei più conosciuti ed autorevoli storici dell'Olocausto. Il suo voluminoso lavoro "La Distruzione degli Ebrei d'Europa" è considerato lo studio basilare sulla soluzione finale nazista.

giovedì, maggio 17, 2007

Tentacolando

Nel novembre scorso osservavo che "nell'ottica, benvenuta, di superare parzialità e discriminazioni e in quella, contingente, di smussare gli spigoli drammatici di una situazione già poco equilibrata - piuttosto che accentuarli - qualcuno osserverà che non se ne sentiva il bisogno. Eppure oggi anche l'Unione Europea ospita una neonata, sua propria e peculiare lobby filo-israeliana. La sua nascita è stata celebrata lo scorso settembre a Bruxelles. Si chiama AEI (Amici Europei di Israele), internazionalmente EFI (European Friends of Israel). A differenza delle rinomate e potentissime associazioni dell'universo americano - quali l'AIPAC - l'associazione stabilita di bel nuovo nel vecchio continente vanterebbe, si dice, la qualificata partecipazione di oltre centocinquanta parlamentari europei. E quel che più stupisce è il fatto che questa composizione di vago sapore istituzionale e trasversale tra i banchi di Bruxelles farebbe quantomeno arricciare il naso, se non gridare allo scandalo, addirittura i colleghi lobbysti d'oltreoceano" [pipistro on line, Lobbytuaries (1)]. Sì, forse non se ne sentiva il bisogno, ma non trattiamo qui in particolare di estensioni oltralpe, non è necessario, visto che la Lobby per antonomasia estende da tempo tranquillamente i suoi trasversali tentacoli ovunque l'assolutismo culturale e il dogma allignino, magari per pigrizia. Per esempio nel nostro Paese. In proposito leggiamo stasera che, con buona pace dei "principi di libertà di opinione, libertà accademica, libertà di ricerca storica garantiti dalla Costituzione italiana, dal Trattato costituzionale europeo e dalla Dichiarazione universale dei Diritti dell'Uomo" l'Università di Teramo sarebbe per negare, domani, i locali al previsto intervento del prof. Robert Faurisson - critico revisionista della Shoah - nell'ambito del seminario del prof. Claudio Moffa, che, nello stesso istituto, facoltà di Scienze Politiche, dirige il master "Enrico Mattei" in Medio Oriente (2). Moffa dichiara, in proposito, sul sito del master, che la conferenza si terrà ugualmente presso un albergo di Teramo. Che sia chiaro, il problema non è Faurisson, né qualsiasi opinione di cui questi si faccia latore, quasi fosse ispirata dal diavolo in persona. Il problema è politico, quello che - senza scomodare, per diversi motivi, Hilberg o Finkelstein - Amira Hass su Haaretz (3) (4) inquadra in modo imbarazzante: "Turning the Holocaust into a political asset serves Israel primarily in its fight against the Palestinians. When the Holocaust is on one side of the scale, along with the guilty (and rightly so) conscience of the West, the dispossession of the Palestinian people from their homeland in 1948 is minimized and blurred" ["Trasformare l'Olocausto in una risorsa politica serve ad Israele in primo luogo nella lotta contro i palestinesi. Quando su un piatto della bilancia c'è l'Olocausto, insieme alla coscienza (giustamente) colpevole dell'Occidente, l'espulsione dei palestinesi dalla loro terra, nel 1948, è minimizzata ed offuscata"]. E un altro problema è il metodo. Non stupirebbe se stasera qualcuno stesse già confezionando una messa in scena che vada a svolgersi all'insegna di vessilli israeliani o americani dati alle fiamme in un cantuccio ad opera di anonimi e cupi facinorosi che si eclissino poi senza lasciar traccia e con il pronto intervento di un manipolo di velocissimi imbrattacarte pronti ad immortalare la scenetta per i paginoni di domani. I giochi e i giocatori sono spesso gli stessi ed anche la strategia di gioco non muta. Una spallatina emotiva e internazionale alla situazione nei territori è sempre una piccola, buona mossa. Mossad a sorpresa e fastidioso scacco al re. Ma si è visto e letto di ben peggio in passato: dal rapimento di tecnici nucleari all'orrore dell'esecuzione sommaria di poeti negli androni della capitale.

(1) http://pipistro.blogspot.com/2006/11/lobbytuaries.html
(2) http://www.mastermatteimedioriente.it/
(3) http://www.haaretz.com/hasen/spages/849669.html
(4) http://www.zmag.org/content/showarticle.cfm?ItemID=12702

venerdì, maggio 11, 2007

Viam sapientiae monstrabo tibi *

"I'm now 53 years old ...I've been called the oldest assistant professor living in the United States and that's probably true". Norman Finkelstein sta combattendo aspramente per ottenere la sua cattedra alla DePaul University, riconoscimento avversato in prima persona da Alan Dershowitz e dai più accesi rappresentanti della Lobby sionista americana. Ai qualificati Doha Debates sponsorizzati dalla Qatar Foundation, la cui ultima riunione è stata tenuta alla Oxford Union il 1° maggio scorso (e diffusa dalla BBC il 5 maggio successivo), il 65.6% dei presenti ha approvato all'evidenza la mozione: "Questa casa crede che la lobby israliana abbia soffocato con successo il dibattito in occidente sulle operazioni israeliane". La battaglia che riguarda il riconoscimento della cattedra al Dr. Finkelstein alla DePaul University ne è la prova e il relativo dibattito si sta scaldando internazionalmente dalle pagine di quotidiani come il Wall Street Journal (considerevole lo spazio dedicato dal quotidiano alle rancorose invettive di Dershowitz) e il New York Times. E' noto che Finkelstein ha insegnato alla facoltà di scienze politiche della DePaul negli ultimi sei anni e che i suoi interessi hanno riguardato da sempre l'olocausto e la politica israeliana. Le sue pubblicazioni e i suoi libri (tra questi "L'industria dell'Olocausto" e "Beyond Chutzpah") sono arcinoti. Sulla rete americana Democracy Now, Amy Goodman ha intervistato da ultimi, sull'ostracismo riservato a Finkelstein, due dei più rinomati studiosi nel campo, Raul Hilberg, considerato il fondatore degli studi sull'olocausto (suo il fondamentale e ponderoso "La distruzione degli ebrei d'Europa") e Avi Shlaim, rinomato tra i nuovi storici israeliani, professore di relazioni internazionali all'università di Oxford e profondo conoscitore del conflitto arabo-israeliano. Ne è emerso che Shlaim considera Finkelstein "studioso assai efficace, erudito e scrupoloso", mentre Hilberg loda nel combattivo professore americano "acutezza di vedute e capacità di analisi". E mentre Hilberg dice ancora di lui che "ci vuole una gran quantità di coraggio per dire la verità quando nessuno ti sostiene", Avi Shlaim - sul lavoro di Finkelstein - precisa: "penso che [...] che dobbiamo stare molto attenti a separare la questione dell'antisemitismo da quelle che sono critiche ad Israele. Io sono critico nei confronti di Israele come studioso e l'antisemitismo non c'entra. Il mio punto di vista è che i ciechi sostenitori di Israele - e ce ne sono molti, in America in particolare - utilizzino l'accusa di antisemitismo per cercare di tacitare le critiche legittime alle pratiche di Israele. Vedo questo come un ricatto morale. Israele non è immune da critiche, moralmente immune da critiche, a causa dell'olocausto. Israele è uno stato sovrano e deve essere giudicato con gli stessi standard usati per ogni altro stato. E Norman Finkelstein è un critico molto serio e ben informato ed efficace per quanto riguarda le pratiche di Israele riguardo l'occupazione e lo spossessamento dei palestinesi". Certo, ognuno ha i suoi esperti, ma se, da una parte, troviamo le maggiori autorità, internazionalmente riconosciute (Hilberg e Shlaim sono solo gli ultimi esempi), dall'altra leggiamo sempre più spesso i latori di apodittiche frasi ad effetto e proclami ridondanti. Gente che evidentemente non ha mai dedicato molto alla questione, soprattuto non vi ha sprecato un minimo di studio si sente autorizzata a dire la propria: pochi storici (e taluno portatore di ripensamenti sospetti, qual'è Benny Morris) ma più spesso avidi guitti dell'ultima ora vi si stanno dedicando con alacrità. E - in più - un avvocato di grido. Quell'Alan Dershowitz che farebbe forse meglio ad impiegare il suo tempo stralciando in tempo utile le più spudorate bestialità da opere di fantasioso patrocinio o compilazione, o addirittura ritornare alla più semplice e lucrosa difesa professionale piuttosto che imbrattare di arzigogoli da praticante leguleio d'assalto le conferenze dedicate ad un problema serio. Non complicato, ma serio. Ma, come già detto, ognuno ha gli esperti che si merita e i sedicenti tali, nazionali o d'esportazione, ma tutti utili all'occasione per riempire l'ambiente di fumo stantio. E ognuno ha i suoi sistemi: ce chi ha studiato Hilberg e il conflitto israelo palestinese, la Lobby USA e getta nell'arena Dershowitz, noi esportiamo Allam. Gli è che poi ce lo rendono.

Info: Democracy Now, Doha Debates, Norman Finkelstein Solidarity Campaign, AJC 1, AJC 2.

* Viam sapientiae monstrabo tibi è il motto adottato nel 1954 dalla DePaul University.

Chiosa e aggiornamento

Le credenziali accademiche di Finkelstein parlano da sole. Ha ricevuto il suo dottorato all'Università di Princeton con una tesi sulla "Teoria del Sionismo", da allora ha continuato a pubblicare una gran quantità di lavori sull'argomento, tra cui L'Industria dell'Olocausto e Immagine e Realtà del Conflitto Israelo-Palestinese. Più di recente Finkelstein ha pubblicato Beyond Chutzpah [ndr. letteralmente "oltre l'arroganza", ma è anche un gioco di parole riferito ad un volume di Alan Dershowitz intitolato Chutzpah, "arroganza"]. Quest'ultimo lavoro comprende la vigorosa critica e la scomposizione del libro The Case for Israel [ndr. "la difesa per Israele"], sempre di Alan Dershowitz. Alle strette per essere stato smascherato sotto ogni profilo, lo stesso Dershowitz ha tentato senza successo di prevenire la pubblicazione del lavoro di Finkelstein minacciando cause legali e facendo presentare un esposto al Governatore Schwarzenegger, tentando di bloccare la pubblicazione. Viceversa Schwarzenegger ha fatto cadere la pretesa di Dershowitz e, per parte sua, la University of California Press ha pubblicato il libro. Siccome non è riuscito a seppellire Beyond Chutzpah, Dershowitz sta ora cercando di danneggiare la carriera accademica di Finkelstein alla DePaul University. Un sistema che - secondo le chiare intenzioni del legale americano - appare utile e morale per ridurre al silenzio chi ha smascherato il coacervo di insipiente e vetusta propaganda in parte contenuta e in parte ricopiata nella sua compilazione in difesa dello Stato ebraico. Benchè l'approccio di Finkelstein non sia certo dei più teneri, la caparbia difesa di Dershowitz ha smosso le acque a tal punto che vere autorità sull'argomento hanno spezzato una lancia in favore di Finkelstein. Sicché l'avvocato Dershowitz sembra ora arrotolarsi in un ginepraio di personalismi, da egli stesso alimentati e malamente difesi, che oggi sembrano rivoltarsi contro di lui. Ho evidenziato a Finkelstein le mie impressioni sul punto, sottolineando che l'autodifesa del professore di Harvard all'accusa di avere scorrettamente utilizzato un pessimo precedente lavoro firmato Joan Peters (v. in proposito quanto narrato da Noam Chomsky, tradotto su questo stesso blog **) non fa che rincarare la dose sulla povertà degli argomenti avanzati da Dershowitz a propria difesa. Abbiamo convenuto che sotto questo profilo il principe del foro americano è il proprio peggiore, potente nemico. Come titolato dal Chicago Tribune di oggi (11 maggio), sulla carriera di Finkesltein ora la "patata bollente" è passata alla DePaul University. Si sottintende che il pubblico strepito innescato per danneggiare il suo anziano assistente vede oggi l'istituto americano nelle condizioni di assicurare la cattedra a Finkelstein o viceversa affrontare il puntuale sospetto, anzi, la certezza, di aver subito influenze lobbystiche esterne.

** http://pipistro.blogspot.com/2007/01/riciclaggio.html

lunedì, aprile 23, 2007

Dobbiamo ucciderlo

"Il Presidente iraniano Ahmadinejad deve essere ucciso. Davvero ucciso, intendo, fisicamente. Deve essere eliminato, messo a morte, assassinato e tutte quelle altre frasi che servono ad indicare la stessa cosa". Lo avrebbe detto esplicitamente l'ex direttore del Mossad, Meir Amit in una recente intervista. In realtà avevo letto subito di questa sortita, ma l'avevo archiviata tra le brutali opinioni personali di un incattivito pre-pensionato governativo, una mera espressione del suo lacunoso background. E invece no, alla notizia è stata infatti data eco su Yedioth Ahronoth da Uri Orbach, che giustifica l'atteggiamento superficiale e rissaiolo di Meir Amit e lo presenta con nota di merito, appunto, su uno dei fogli israeliani on line più diffusi (YnetNews, 20 aprile 2007). Titolo, come sopra: "Dobbiamo ucciderlo", sottotitolo: "Israele non deve temere di minacciare di morte l'iraniano Ahmadinejad". Così il rozzo pensiero dell'ex super agente segreto trova spazio e legittimazione e viene passato per buono nel novero delle tante invettive scodellate ad un popolo - quello israeliano - già esacerbato in parte dai fatti ma molto dalla politica interna e dalla propaganda. In questo contesto il giornalista ha, quindi, nel suo piccolo, provveduto a sdoganare a beneficio di un lettore comprensibilmente già in fibrillazione la ossessiva reiterazione di minacce personalmente indirizzate nei confronti di un capo di stato, nel caso il presidente iraniano, ed ha riassunto la sua operazione in una lapidaria frase finale: "dopo tutto, salvare vite prevale sull'etichetta". Ma, ahimé, da una parte è difficile credere che si tratti solo di etichetta e di retorica quando 60 anni di guai - e di morti veri - tendono a dimostrare il contrario, dall'altra, se di retorica si tratta, non sarebbe difficile sostenere che tra il presidente dell'Iran e buona parte dei "warmongers" occidentali si stia intrattenendo un gioco a chi le spara più grosse. Ma non è così, Mahmoud Ahmadinejad sta infatti piuttosto attento - nonostante le maliziose traduzioni del suo pensiero - a tener franco dai propri strali Israele come popolo. Molti dirigenti israeliani ed occidentali, viceversa, intendono la delegittimazione del nemico quale arma. Un'arma che, visti i risultati, sarebbe miglior partito lasciar sepolta nell'obsoleto ed inefficiente armamentario del secolo scorso.

domenica, aprile 15, 2007

Avanti o prodi

"...Ci hanno fatto capire che non ci sono accuse contro di lui, ma che sono pronti a fabbricare false prove. Non è accettabile che il prezzo della liberazione del cittadino italiano Daniele Mastrogiacomo venga pagato da un coraggioso cittadino afgano e da Emergency. Abbiamo ripetutamente chiesto al Governo italiano, negli ultimi giorni, di impegnarsi per l’immediato rilascio di Rahmatullah Hanefi e il governo ci ha assicurato che l’avrebbe fatto. Chiediamo con forza al Governo italiano di rispettare le parola data". Emergency E' difficile, è una cosa complicata prendere posizioni nette, precise, a difesa di chi ha fatto liberare i nostri Torsello e Mastrogiacomo, ed è anche pericoloso. Ancorato alla poltrona, per cui un errore di valutazione potrebbe precipitarti dal carro del più furbo al fango di quello che ha difeso un afghano "amico dei taliban", il politicante italiano preferisce tacere, confidando che la questione passi all'oblio. E' stato fatto "il possibile in queste circostanze", ci hanno detto. Quali circostanze? E' chiaro. Quelle in cui non si può rischiare di irritare oltre l'amico americano, puntando il dito contro il suo compromesso fantoccio. Piccoli burocrati ben pagati di questo nostro governo, non rischiate! Mantenete ferme e protette le terga più della parola, nella immotivata speranza che da sempre e per sempre ci sia qualcuno che rischia le penne per voi e dà credito alle promesse pre-elettorali. Ma basta il poco rimasto alla gente, la memoria e un piccolo voto, per licenziarvi senza preavviso e mandarvi repentinamente a godere una immeritata pensione.

giovedì, marzo 08, 2007

Donne e violenza in Afghanistan

«Non solo ora, ma da molti anni, specialmente nel periodo oscuro dei Taliban, le donne afghane soffrono per le violenze cui sono sottoposte. Violenze non solo fuori casa, ma anche tra le loro stesse mura. Gli uomini afghani le vedono come cose proprie, cose che posseggono per averle comprate. In Afghanistan le donne sono tenute completamente al di fuori dalla vita quotidiana, ciò che i loro mariti credono è diverso da quello che pensano gli uomini occidentali. Qualche volta gli uomini afghani picchiano le loro mogli per nulla, solo perchè piace loro mostrare potere e rabbia nei confronti dei membri della famiglia. Quando si sentono di picchiare le loro mogli lo fanno e basta. Molti genitori danno in spose le figlie a uomini abbienti di sessanta o settant'anni. La terribile storia di una sposa di quattro anni, a Kandahar, è solo un esempio tra mille. Molti genitori vendono le figlie come se fossero cose, senza curarsi di dove andranno e di che cosa sarà di loro. Circa il 57% delle ragazze afghane si sposa prima dell'età legale di 16 anni; il 60% - 80% dei matrimoni è forzato. Secondo un reporter, l'anno scorso sono state incarcerate centinaia di donne e che nei carceri femminili le donne vengono sempre stuprate, ha detto che una di queste donne gli ha confidato che l'altra notte cinque soldati armati di Kalashnikov l'hanno portata fuori dalla cella e l'hanno stuprata nella loro postazione. Una ricerca dell'UNIFEM ha rivelato che l'80% delle violenze è commesso da un familiare, il marito, il padre, un fratello, un figlio. Il rapporto dice che il 10% degli abusi è commesso da donne. L'anno scorso, in Afghanistan, un uomo ha scambiato la sua ragazzina con un cane. A decine sono vendute per non più di mille dollari l'una. La situazione delle donne afghane peggiora di giorno in giorno, non solo nella società, ma soprattutto all'interno delle mura domestiche». (Sohrab Kabuli su Afghan Lord)

[Ringrazio Sohrab per questo post, dedicato all'8 marzo in Afghanistan in Italia e dovunque].

lunedì, febbraio 26, 2007

Informazionecoatta

Nella deposizione davanti al Comitato per le Relazioni Estere del Senato degli Stati Uniti, il 1° febbraio scorso, Zbigniew Brzezinski, già consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter, un falco pragmatico in un momento in cui le cosiddette colombe guadagnavano spazio nel Partito Democratico, ha rilasciato una dichiarazione suscettibile di ribaltare il popolo americano sulla poltrona e di consigliare, anche ai media occidentali, un minimo di moderazione prima di dedicarsi al recupero ed alla compiacente amplificazione di messaggi ingannevoli e dannosi, quando - come capita - siano destinati agli utenti di cortecce cerebrali a stento sufficienti per litigare sui risultati delle partite di calcio. Dopo aver premesso, fra l'altro, che "la guerra in Iraq è una calamità storica, strategica e morale, intrapresa con falsi presupposti, che sta minando alle fondamenta la legittimazione globale degli USA ...e sta intensificando la instabilità nella regione", Brzezinski ha poi fatto verbalizzare la plausibile scansione della discesa agli inferi che l'amministrazione americana sta imponendo al suo popolo e al mondo. "Se gli USA continuano ad impantanarsi nel sanguinoso affare iraqeno, la destinazione finale di questa strada in discesa è verosimilmente un conflitto con l'Iran e con la gran parte del mondo islamico. Uno scenario plausibile per lo scontro militare con l'Iran vede il fallimento dei punti di riferimento [USA] in Iraq, seguito dalle accuse all'Iran di essere responsabile del fallimento, poi da qualche provocazione in Iraq o da un attentato terroristico negli USA di cui verrebbe accusato l'Iran, il tutto culminante in una operazione militare "difensiva" degli USA contro l'Iran, che immergerà un'America solitaria in un ginepraio sempre più profondo e tanto esteso da coinvolgere l'Iraq, l'Iran, l'Afghanistan e il Pakistan". Ciò detto, stamattina un titolo a effetto, apparso sul Corriere della Sera, è stato frettolosamente sputacchiato in faccia ai lettori dei soli grassetti: "Iraq. Gli americani trovano armi iraniane". La notiziola perderebbe gran parte della sua consistenza, strada facendo, solo pensando alla provenienza in generale delle armi nei vari scenari di guerra, ma anche leggendo con cura l'intero articolo. Né si può pretendere che ogni lettore intraprenda studi di dizione per pronunciare correttamente il nome di Brzezinski o almeno ricordare quello che dice. Ma tant'è, l'agile pezzullo nostrano ha ormai fatto il suo danno e forse - se pensassimo male, ma non lo facciamo - raggiunto il suo scopo. Un mattoncino, per quanto privo della spudorata animosità delle invettive d'oltreoceano da parte dei potentati neocon e ziocon (per esempio, AEI e AIPAC), è stato sistemato. Qualcuno nei prossimi giorni, memore del titolozzo sbirciato frettolosamente fra il cappuccino e la seconda brioche, potrà spargere un po' dell'infezione che tanta parte sta avendo nell'incosciente e criminosa deriva guerrafondaia degli ultimi sei anni. Naturalmente una volta esauriti i suggerimenti di rito sulle partite e i commenti sulla dubbia moralità della moglie dell'arbitro.

giovedì, gennaio 25, 2007

La solita roba

La notizia è evidentemente imbarazzante per L'Unità, che, in prima pagina on line non ne fa cenno. Viceversa ha riempito per qualche ora le homepage delle più diffuse testate nostrane, precipitando poi nelle note enfatiche o benedicenti dei notiziari tv pilotati da una legione di solerti lacchè. Il presidente Napolitano ha commemorato il giorno della memoria, equiparando sostanzialmente antisionismo e antisemitismo e ha dichiarato che «antisionismo significa negazione della fonte ispiratrice dello Stato ebraico, delle ragioni della sua nascita, ieri, e della sua sicurezza oggi, al di là dei governi che si alternano alla guida di Israele».
Forse ha fatto la gioia di chi dalle sue parole ricaverà credito per la politica dello stato di Israele, dimenticando che il credito morale dello Stato ebraico non poggia sulla moralità israeliana quanto sulla trascorsa immoralita europea.
Inutile riassumere e scopiazzare il pensiero di una pletora di accademici, di giornalisti, di politici. Inutile ricordare gli scritti di Raul Hilberg e Hannah Arendt, Livia Rokach, Baruch Kimmerling, Norman Finkelstein e Noam Chomsky, Edward Said, Ilan Pappe, Tanya Reinhart e Avi Shlaim, Alain Gresh, Gideon Levy e Michael Warschawski, o allibire alle capriole di Benny Morris e di Bill Clinton, di Dennis Ross, di Shlomo Ben Ami, alle tecniche da leguleio di Alan Dershowitz, ai ripensamenti di Moshe Sharett e di Yossi Beilin, ai surrettizi arzigogoli di Ehud Barak. Superfluo indignarsi ai proclami di Abraham Foxman e di John Bolton, al mercato di Yasser Arafat, ai vaticini di Bernard Lewis e inorridire ai trascorsi di Menachem Begin, di Yitzhak Shamir e di Ariel Sharon, così come rabbrividire leggendo le parole di Golda Meir ed annotare i gesti eloquenti di Ben Gurion. Inutile dibattere, confrontare le fonti, analizzare i documenti, vagliare le interpretazioni dei documenti. Inutile guardare ai fatti più che appoggiarsi alle etichette. Del resto la storia passa sui libri e sulla pelle della gente. Qualcuno prima o poi la legge, la storia. Ma la pelle è persa.
Non v'è quindi ora che da attendere - per evitare indebite accuse di antisemitismo e per chiarire la nascita e i presupposti, gli scopi, gli strumenti e i limiti del movimento sionista - i commenti da chi, dall'interno, non si è mai adeguato a quella deriva. «...Questo modo di fare si chiama "pararsi il culo", perchè qualsiasi cosa dica uno studioso israeliano sei abbastanza a posto, nessuno potrà [accusarti] di antisemitismo, nulla della solita roba funziona». (Noam Chomsky "Understanding Power" - The New Press, 2002)

«Uscimmo e Ben Gurion ci accompagnò. Allon ripetè la sua domanda, "cosa dobbiamo fare della popolazione palestinese?". Ben Gurion gesticolò con la mano come per dire "mandateli fuori"». (attr. Yitzhak Rabin, luglio 1948, in occasione della conquista di Lydda e Ramla)

«Ne faremo un sandwich di pastrami [ndr. carne salata e affumicata] ...infileremo una striscia di insediamenti ebraici tra i palestinesi e poi un'altra striscia di insediamenti ebraici proprio in mezzo al West Bank, così tra 25 anni, né le Nazioni Unite, nè gli Stati Uniti, nessuno riuscirà a smantellarli». (attr. Ariel Sharon, 1973, parlando con W. Churchill III degli obiettivi sionisti)

(in inglese su pipistro's blog)

martedì, gennaio 23, 2007

Riciclaggio

Leggiamo su World Net Daily del 22 gennaio scorso che Joan Peters, indimenticata redattrice di "From Time Immemorial", uno dei più faziosi lavori mai compilati sulle origini del conflitto arabo-ebraico in Palestina, farà la sua apparizione ad un poco convincente happening sponsorizzato da quella testata (WND) a Washington D.C. La presentazione del meeting, con la rarissima apparizione della sua ospite, è addirittura appassionata: «Joan Peters, autore di "From Time Immemorial", il bestseller acclamato dalla critica sulla storia del conflitto arabo-ebraico in Palestina, è una presenza confermata al News Expo 2007, ineguagliabile conferenza che avrà luogo a Washington D.C. La Peters raggiungerà il capo dello staff di World Net Daily di Gerusalemme, Aaron Klein, la columnist Ann Coulter il fondatore ed editore di WND Joseph Farah il managing editor David Kupelian, autore del bestseller "The Marketing of Evil". Molti altri interessanti oratori e presentatori saranno aggiunti al programma nelle settimane a seguire, ma il News Expo 2007 si sta già formando come la più importante conferenza dell'anno a Washington. Il libro della Peters colpì il mondo come un terremoto alla sua prima pubblicazione, nel 1984, sconvolgendo molti dei miti e delle idee sbagliate sulle origini della diatriba sul medioriente».
Al tempo. Il titolo di questo post non è casuale. Solo la possibilità di far presa su un pubblico giovane o assai smemorato avrebbe potuto suggerire all'organizzazione dell'happening americano di riciclare Joan Peters e il suo lavoro, già stroncato ed autorevolmente ridicolizzato oltre vent'anni fa, senonché la riesumazione della Peters non giunge del tutto inaspettata. Un altro campione americano della battaglia propagandistica filo-israeliana, l'avvocato Alan Dershowitz, da un paio di anni sta facendo abbondantemente parlare di sè per aver attinto a piene mani al pessimo lavoro della Peters per il suo non molto più valente "The Case for Israel".
Non parliamo comunque qui di Dershowitz, né del tentativo infruttuoso che questi ha fatto - tramite i suoi legali - di bloccare presso il Governatore della California Schwarzenegger la pubblicazione di un libro ("Beyond Chutzpah" di Norman Finkelstein) che, una volta pubblicato, ha evidenziato fra l'altro il largo uso fatto dal legale americano della tecnica del copia-incolla per trasfondere pari pari e rinfrescare nella mente dei lettori le faziose citazioni della Peters. Questa, la Peters, aveva al riguardo a sua volta infarcito ad arte il suo lavoro - per far tornare le sue capriole ideologiche e numeriche - di stralci di un anziano ed irriverente resoconto satirico di Mark Twain pubblicato nel 1869. Il grande autore americano, infatti, reduce da un viaggio in Europa e in Medioriente, aveva trasfuso nel suo "The Innocents Abroad", lo spassoso incontro tra un rappresentante dei "nuovi barbari" con il "vecchio mondo". La questione di oggi sarebbe addirittura umoristica se con questo ripescaggio l'organizzazione della testata WND non stesse ripresentando "per buono" il lavoro della Peters, enfatizzando a beneficio dei "nuovi" studiosi della questione israelo-palestinese un inutilizzabile pot-pourri di faziosa e sconclusionata propaganda.
Come detto, il libro di Joan Peters è stato a suo tempo acclamato e subito precipitato nel dimenticatoio, vi sono abbondanti resoconti sul punto, cominciando dalla aspra critica di uno dei massimi studiosi del nazionalismo arabo, Jehoshua Porath, sul New York Review of Books ed arrivando alla rassegna analitica in sei parti disponibile su internet, senza contare l'introvabile lavoro di Finkelstein, che per primo si prese la briga di analizzare la sconclusionata e pachidermica operazione propagandistica della Peters. Penso tuttavia che - come memorandum per chi volesse riesumare quel libro - sia più utile riportare qui, tradotto alla bell'e meglio, un capitolo interamente dedicatogli da Noam Chomsky nel suo "Understanding Power" (The New Press, 2002, pp. 244-248). Il lavoro di Chomsky è stato tradotto anche in italiano con il titolo "Capire il potere" (a cura di Peter R. Mitchel e John Schoeffel, Milano: Marco Tropea Editore, 2002). La traduzione che segue del capitolo in questione ("Il destino di un onesto intellettuale", pubblicato in rete dallo stesso Chomsky) è tuttavia responsabilità interamente mia, sicché chiedo venia in anticipo per gli errori e le incongruenze che fatalmente verranno rinvenuti rispetto alla traduzione ufficiale dello scritto.

«Vi racconterò un caso, l'ultimo, ma ce ne sono molti altri. Questa è veramente una storia tragica. Quanti di voi conoscono Joan Peters? Il libro scritto da Joan Peters? Uscì, questo best-seller, alcuni anni fa [nel 1984], fu ristampato per dieci volte, scritto da una donna chiamata Joan Peters - o almeno firmato da Joan Peters - il titolo era From Time Immemorial. Si trattava di un grosso libro dall'aria dotta, con mucchi di note a piè di pagina, che intendeva dimostrare che i palestinesi erano tutti immigrati di recente [nelle aree degli insediamenti ebraici della terra di Palestina durante il mandato britannico tra il 1920 e il 1948]. E il libro divenne famoso, ottenne letteralmente centinaia di recensioni entusiastiche: il Washington Post, il New York Times, tutti andarono davvero in delirio per quel libro. Ecco il libro che provava che non c'erano in realtà palestinesi! Naturalmente il messaggio implicito era che se israele li sbatteva fuori non contravveniva ad alcun principio morale perchè erano solo immigrati di recente là dove gli ebrei avevano costruito un paese. E c'era ogni sorta di analisi in quel libro, un professorone di demografia dell'Università di Chicago [Philip M. Hauser] lo aveva autenticato. Era il più grosso successo intellettuale dell'anno: Saul Bellow, Barbara Tuchman, tutti ne parlavano come della cosa più importante dopo il dolce alla cioccolata. Bene, uno studente laureato di Princeton, un certo Norman Finkelstein, cominciò a leggere quel libro. Era interessato alla storia del sionismo e mentre lo leggeva fu piuttosto sorpreso da alcune delle cose che vi erano scritte. Era uno studente molto scrupoloso, cominciò a controllare i riferimenti e saltò fuori che era tutto un imbroglio, il libro era completamente fasullo: probabilmente era stato messo insieme da qualche agenzia di intelligence o qualcosa del genere. Bene, Finkelstein preparò un breve scritto delle sue scoperte preliminari, pressappoco venticinque pagine, e lo spedì in giro, credo ad una trentina di persone interessate della materia, studiosi del campo ecc., dicendo: "ecco quello che ho trovato in questo libro, pensi che valga la pena di proseguire?".
Bene, ottenne una sola risposta, da me. Gli dissi, sì, penso che sia una questione interessante, ma lo misi in guardia sul fatto che se avesse proseguito si sarebbe cacciato nei guai perchè stava per presentare la comunità intellettuale americana come una banda di impostori. Non lo avrebbero gradito e avrebbero cercato di distruggerlo. Così gli dissi: se vuoi farlo, vai avanti, ma sii consapevole di quello in cui ti stai cacciando. E' un problema importante, fa una gran differenza se elimini la giustificazione per l'espulsione di un popolo - la base dei veri orrori - per cui la la vita di un sacco di gente sarà in gioco. Ma pure la tua vita è in gioco, gli dissi, perchè se segui questa strada la tua carriera sarà rovinata.
Bene, non mi credette. Diventammo intimi amici, prima non lo conoscevo. Andò avanti, scrisse un articolo e lo sottopose alle riviste. Niente, non si curavano nemmeno di rispondergli. Infine io stesso riuscii a piazzare un suo pezzo su "In These Times", una piccola rivista di sinistra pubblicata nell'Illinois dove alcuni di voi possono averlo visto. Diversamente nulla, nessuna risposta. Nel frattempo i suoi professori - parliamo dell'Università di Princeton, presumibilmente un posto serio - smisero di parlargli, non avrebbero preso appuntamenti con lui, non avrebbero letto i suoi lavori, dovette sostanzialmente lasciare il programma.
A quel punto cominciò a disperarsi e mi chiese cosa fare. Gli diedi quello che pensavo fosse un buon consiglio, ma che si dimostro essere cattivo, gli suggerii di passare ad un diverso dipartimento dove conoscevo della gente e immaginavo che sarebbe stato almeno trattato correttamente. Questa previsione si dimostrò sbagliata. Lui si trasferì e quando arrivò al punto di scrivere la tesi non potè letteralmente trovare la possibilità di discuterla, non potè fare in modo che qualcuno venisse a difendere la sua tesi. Infine, con grande imbarazzo, gli assicurarono un PH.D. - è molto intelligente, a proposito - ma non scrissero nemmeno una lettera di referenze per lui, dichiarando che era uno studente dell'Università di Princeton. Intendo dire che qualche volta hai degli studenti per i quali è difficile scrivere una buona lettera di referenze, perchè veramente non credi che siano meritevoli, ma puoi scrivere qualcosa, ci sono modi per farlo. Questo ragazzo era preparato, ma letteralmente non potè avere la sua lettera.
Ora vive in un piccolo appartamento da qualche parte a New York City e lavora part-time per i servizi sociali con gli adolescenti emarginati. Come studioso molto promettente, se avesse fatto quel che gli era stato detto, sarebbe andato avanti diritto, adesso sarebbe professore da qualche parte in qualche grossa università. Invece sta lavorando part-time con dei ragazzini disturbati per un paio di migliaia di dollari all'anno. Questo è molto meglio che in uno squadrone della morte - è vero - è un bel po' meglio. Ma queste sono le tecniche di controllo qui in giro.
Ma lasciatemi andare avanti con la storia di Joan Peters. Finkelstein è molto tenace, si prese un'estate di tempo e si sistemò nella New York Public Library dove esaminò ogni singolo riferimento del libro e trovò una tale serie di bugie che non potete immaginare. Bene, la comunità intellettuale di New York è un ambiente abbastanza piccolo e abbastanza presto tutti seppero di questa cosa, seppero che il libro
[della Peters] era una frode e che, presto o tardi, sarebbe stato smascherato. L'unica pubblicazione abbastanza scaltra da reagire con intelligenza fu il New York Review of Books, sapevano che la questione era vergognosa ma l'editore non voleva offendere i suoi amici, così semplicemente evitò di scrivere una recensione. Quella fu l'unica rivista che non ne pubblicò una.
Nel frattempo, Finkelstein vennè chiamato in ballo da grossi professori che gli dissero "guarda, piantala con la tua crociata, molla tutto e ci prenderemo cura di te, faremo in modo che tu ottenga un lavoro", tutte queste cose. Ma lui continuò, andò ancora avanti. Ogni volta che leggeva una recensione favorevole, scriveva una lettera all'editore, che non sarebbe stata pubblicata; faceva quello che poteva. Avvicinammo gli editori e chiedemmo loro se avevano intenzione di rispondere a qualcuna di queste lettere, dissero di no e avevano ragione. Perchè avrebbero dovuto rispondere? L'intero sistema era chiuso su se stesso, non ci sarebbe mai stata una parola di critica negli Stati Uniti. Ma fecero un errore tecnico, permisero che il libro apparisse in Inghilterra, dove non si può controllare così facilmente una comunità intellettuale.
Bene, appena sentii che il libro stava per uscire in Inghilterra, immediatamente inviai delle copie del lavoro di Finkelstein ad una gran quantità di studiosi e giornalisti britannici che erano interessati alla questione Mediorientale e li preparai. Quando il libro uscì fu semplicemente demolito, stroncato. Tutte le più importanti riviste, il Times Literary Supplement, il London Review, l'Observer, tutti avevano una recensione che diceva che il libro non raggiungeva neppure il livello della sciocchezza, dell'idiozia. Dovrei dire che un mucchio di critici fecero uso del lavoro di Finkelstein senza alcun riconoscimento, ma le parole più gentili che vennero usate per il libro
[di Joan Peters] furono "ridicolo" o "pretestuoso".
Bene, la gente qui lesse le recensioni inglesi - se appartieni alla comunità intellettuale americana leggi il Times Literary Supplement e il London Review - così cominciò a diventare un po' imbarazzante. Cominciavi a legger commenti: la gente cominciò a dire "bene, guarda, non avevo detto proprio che il libro era buono, ma solo che era un argomento interessante", cose del genere. A quel punto il New York Review entrò in azione e fecero quello che di solito fanno in queste circostanze. Guarda, attraversi come una routine in questi casi, se un libro viene stroncato in Inghilterra la gente qui lo saprà, così se un libro viene lodato in Inghilterra, devi reagire. E se è un libro su Israele, esiste un comportamento standard, prendi uno studioso israeliano per recensirlo. Questo modo di fare si chiama "pararsi il culo", perchè qualsiasi cosa dica uno studioso israeliano sei abbastanza a posto: nessuno potrà accusare la rivista di antisemitismo, nulla della solita roba funziona.
Così, dopo che il libro della Peters fu sbugiardato in Inghilterra, il New York Review lo fece recensire davvero da un buon professionista, in effetti il più autorevole specialista israeliano sul nazionalismo palestinese
[Yehoshua Porath], uno che ne sa parecchio del problema. E lui scrisse una recensione - che non pubblicarono - andò avanti per circa un anno senza che venisse pubblicata; nessuno sa esattamente che cosa accadde, ma potete scommettere che ci deve essere stata un sacco di pressione per non pubblicarla. Infine fu addirittura scritto nel New York Times che questa recensione non sarebbe stata pubblicata, così alla fine qualche cosa apparve. Era critica, diceva che il libro era una sciocchezza e così via, ma smussava gli angoli, il critico non disse quello che sapeva.
In realtà le recensioni israeliane furono in generale estremamente critiche, la reazione della stampa israeliana fu che speravano che il libro non venisse letto diffusamente perchè alla fine sarebbe stato dannoso per gli ebrei, presto o tardi sarebbe stato smascherato, sarebbe apparso come una frode e un inganno e ciò si sarebbe malamente riflesso su Israele. Direi che sottovalutavano la comunità intellettuale americana.
In ogni caso, dal momento che la comunità intellettuale americana realizzò che il libro della Peters era imbarazzante - e pressochè sparì dalla circolazione - nessuno ne parlò più. Intendo dire che ancora lo puoi trovare negli scaffali degli aeroporti e simili, ma i più furbi sanno che non se ne parlerà più perchè era stato smascherato ed essi stessi erano stati smascherati.
Bene, il punto è che quanto accaduto a Finkelstein è quel genere di cosa che può succedere quando sei un critico onesto e potremmo andare avanti con altri casi come quello.
[Nota dell'editore: da allora Finkelstein ha pubblicato parecchi libri con case editrici indipendenti]
Ancora, nelle università come in ogni altra istituzione trovate spesso dei dissidenti che vagano tra gli scaffali e possono sopravvivere, in un modo o nell'altro, in particolare se ottengono l'appoggio della comunità. Ma se diventano troppo deleteri o troppo turbolenti - o, come sapete, troppo efficaci - è facile che vengano cacciati. Lo standard, non di meno, è che non ce la faranno innanzitutto con le istituzioni. In particolare se erano così da giovani verranno semplicemente sfoltiti da qualche parte strada facendo. Così, nella maggior parte dei casi, la gente che ce la fa con le istituzioni ed è capace di rimanere al loro interno ha già interiorizzato il giusto modo di pensare, non è un problema per loro essere obbedienti, sono già obbedienti ed è per questo che sono arrivati lì. E ciò costituisce in buona misura il modo in cui il sistema di controllo ideologico perpetua se stesso nelle scuole e penso che sia la base del modo in cui opera». [Noam Chomsky]

sabato, gennaio 20, 2007

Alarmallam

E' come il prezzemolo o più spesso come la cicuta. La sua melliflua retorica neoconservatrice avvelena infatti quasi quotidianamente le pagine del principale foglio italiano, senza neppure il pregio della novità portata - per esempio - dai fantasiosi strali apocalittici di un Bernard Lewis. Ma tant'è - come ha dichiarato lui stesso ad Ha'aretz - "c'è un detto italiano che dice che ogni nazione ha il governo che si merita. Nello stesso senso puà esser detto che ogni stato in Europa ha la comunità di immigranti che si merita". Ed evidentemente noi meritiamo molto poco, visto lo spessore delle dichiarazioni dell'oriundo vicedirettore "ad personam" del Corriere.
Ma il terreno italiano non è il solo per avanzare vaticini. Eccolo su Ha'aretz in un'intervista rilasciata nel maggio scorso. Sul futuro dell'integrazione dei mussulmani immigranti in Italia, Allam dice di essere deluso dall'elezione del nuovo governo di centro sinistra di Romano Prodi. "Stanno promettendo di essere più morbidi sulla questione delle leggi sull'immigrazione, di far tornare i soldati dall'Iraq e di considerare un negoziato con Hamas" - dice - "questo prova soltanto che l'Italia sta andando in direzione opposta rispetto al resto del mondo occupandosi dell'immigrazione, il che condurrà ad un deterioramento della situazione". Brillante! Neanche in terra israeliana l'inossidato vicedirettore perde occasione per manifestare il suo superficiale approccio con i fatti italiani, oltre che con quelli del medioriente. In proposito ne ha per tutto l'occidente non "ziocon" e avanza il suo lapidario giudizio: "l'occidente crede che il terrorismo islamico che ha colpito New York, Londra e Madrid sia una reazione, cioè una specie di reazione dei poveri contro i ricchi". Ma è tutto sbagliato. Dice che l'occidente non capisce di essere in presenza di un attacco organizzato. E continua asserendo che "dopo l'11 settembre è emerso un nuovo e pericoloso fronte di radicali mussulmani e di soggetti sia di estrema sinistra che di estrema destra, di cui bisogna occuparsi energicamente" [sic].
Ma il "nostro" si dedica probabilmente più volentieri, nel corso di quell'intervista, al tema palesemente più opportuno in suolo ebraico. Con una serie di osservazioni apodittiche si appropria dell'utile mito delle minacce alla sopravvivenza di Isrele e afferma che "negare il diritto di esistere di Israele necessariamente porta ad approvare l'uso della violenza e del terrorismo per cancellare Israele dalla mappa". E torna al lato pratico sostenendo - ce lo aspettavamo - che dovrebbe esserci una legge per cui ogni dichiarazione contro il diritto di esistere di Israele, nel corso del sermone di un imam o in un articolo di stampa, dovrebbe essere considerata un crimine. Per questo - dice - dovrebbe anche esserci un'aspra critica nei confronti di chi sostiene che il terrorismo in Israele e in Iraq è legittimo perchè usato contro l'occupazione e in nome dell'indipendenza. E manco a dirlo il nostro onnipresente si esprime nelle sue consuete invettive contro il governo legittimamente eletto di Hamas in Palestina. "Sono contrario ad ogni via di mezzo" dice "sono contrario ad ogni tipo di dialogo per il solo amore del dialogo. Hamas è parte di un fronte islamico globale, è un'organizzazione che preferisce peggiorare le condizioni dei suoi cittadini piuttosto che riconoscere Israele. Il terrorismo che porta contro Israele è terrorismo ideologico. Sarebbe un grosso errore pensare che sia resistenza, perchè non stanno cercando di promuovere lo stato palestinese. Hanno semplicemente tentato, dalla firma degli accordi di Oslo, di distruggere ogni sforzo per raggiungere la pace".
Non conosco i personali "sforzi" di Allam, ma se si riferisce alla dichiarazione di principi di Oslo occorre aggiungere che non solo il suo fantasioso coacervo di estremisti mussulmani e soggetti di estrema destra e di estrema sinistra, ma anche l'ex ministro degli esteri israeliano Shlomo Ben Ami ha onestamente dichiarato che nessun palestinese dotato di raziocinio e nessuno che abbia avuto veramente a cuore le sorti della Palestina avrebbe mai potuto sottostare al ricatto ed alle assurdità di Oslo. La fumosa dichiarazione dei principi si rivelò infatti presto per quello che era, una carota offerta ad Arafat e da lui raccolta per ottenere il suo personale sdoganamento internazionale alla faccia dei diritti del suo popolo.
Sicuramente per queste ed altre meritorie esternazioni Allam ha ricevuto l'anno scorso, in Israele, il premio Dan David (250.000 dollari) non a caso attribuitogli per il suo "eccezionale lavoro giornalistico e per la sua dedizione alla libertà di stampa". Quale sia il concetto di libertà di stampa dei conferenti il premio è cosa ignota, ma l'idea che ne ha il vicedirettore "ad personam" della più importante testata italiana sembra efficacemente esemplificato da una delle sue recenti sortite. Ma pare, ahimè, che non tutti siano d'accordo sul suo concetto palesemente unilaterale di libertà. La diretta interessata del pezzullo ha infatti potuto leggere le proprie personali e-mail sul foglio di Mieli e si è trovata esposta nelle sue vicende personali al rapace interesse degli estimatori dell'oriundo giornalista, dedito anche in questo alla sua propria libertà di stampare o far stampare fatti altrui in vista della possibilità di esibire le vicende di un privato cittadino a conforto delle sue tesi e della sua libertà di gettare benzina sul fuoco. L'interessata, Lia, redattrice del blog Haramlik, non ha comunque gradito e ha deciso di querelare l'articolista e la testata.

domenica, gennaio 14, 2007

Navigando a vista

Milano, 11 gennaio 2007, un'occasione irripetibile. Per la presentazione da Feltrinelli dell'ultimo lavoro autobiografico di Gore Vidal, "Navigando a vista", si incontrano due mostri sacri della cultura. Arrivano entrambi puntualissimi, anzi sale sul palco in anticipo Fernanda Pivano (classe millenov ... ehm, diciamo, l'anno della dichiarazione di Balfour). Viene accompagnata da Inge Feltrinelli per quella decina di scalini che separano la piccola improvvisata platea e il minuscolo palco intorno a cui si accalca una gran folla e scoppia subito un lungo applauso di caloroso affetto. Poco dopo si è in grado di apprendere, dall'impazzare dei flash, che è arrivato anche Gore Vidal, il tempo del consueto assalto per una parola, magari fuori dalla scaletta, poi viene accompagnato anche lui sul palco. Sale con lentezza appoggiandosi pesantemente sul bastone. Di lui si può comunicare la data di nascita senza essere indiscreti (e poi si trova su Google), è del 1925. Dopo un lungo abbraccio tra i due, inizia l'incontro, con i ricordi di Nanda Pivano. Legge una lunga presentazione trascritta a caratteri di scatola sui fogli che un volonteroso collaboratore le passa, uno ad uno, poi lascia la parola a Gore Vidal, che ne parla ma non presenta il libro. Prende spunto, infatti, da un paio di domande che gli consentono innanzitutto di ringraziare affettuosamente Nanda, ma parla poi in realtà a ruota libera, tra motti di spirito e una costante nota di dolore, della situazione del suo paese. Un paese, gli USA, tradito dal danaro e soprattutto dall'insipienza. Dice che negli Stati Uniti metà della popolazione non legge un libro, né un quotidiano e che vota solo metà della popolazione. Lui teme che si tratti della stessa metà. C'è tanta rabbia nelle sue parole, si sofferma spesso sul venir meno dei diritti costituzionali e non avrebbe bisogno di rammentare il fatto di essere da sempre considerato un personaggio scomodo, uno sempre arrabbiato, adesso lo è ancora di più: "I'v got damn reason to be - dopo una pausa conclude in italiano - arrabbiato". Straordinariamente lucido, ha idee altrettanto chiare - le ha già espresse decine di volte - sulla situazione attuale, sui nefasti dell'amministrazione USA e sullo sciagurato mandato presidenziale. Precisa senza mezzi termini che la vittoria per il primo mandato è stata rubata a suo cugino Al Gore e che il furto, tramite i conteggi aggiustati in Ohio, è stato rinnovato anche per il secondo mandato. Su Bush Junior non fa sconti, dice che è un "cretino" (in italiano). E che sconti potrebbe fare al sedicente presidente di guerra? Al ragazzo "pon pon" della junta guerrafondaia? A uno che considera un disonesto imbecille? Gore Vidal non fa sconti per abitudine, ha da poco raccontato al pubblico che la persona più importante della sua vita è stata sua madre, ma anche quella che gli piaceva di meno: una donna cattiva.

lunedì, gennaio 08, 2007

Tira, alzo zero

Il sito azero Today.az riporta un interessante commento di Michael Carmichael (Global Resarch) alle parole del brigadiere generale israeliano Oded Tira, pubblicate su YnetNews del 30 dicembre scorso. Secondo il generale "il presidente Bush manca del potere politico per attaccare l'Iran. Poichè un attacco americano all'Iran è essenziale per la nostra esistenza, dobbiamo aiutarlo a preparare la strada cercando di influenzare [lobbying] il partito democratico (che si sta comportando in modo stupido) e gli editori dei quotidiani USA. Abbiamo bisogno di agire così per far considerare la questione iraniana in modo bipartisan e non farla accostare al fallimento iraqeno".
Altri suggerimenti del milite israeliano sono quello di sollecitare la Lobby sionista a "rivolgersi a Hillary Clinton ed altri potenziali candidati alla [prossima] presidenza" perchè supportino Bush in una immediata azione contro l'Iran. Ma non è questa l'ultima brillante idea del generale, inconsapevole, sembra, dello status di cadavere politico in cui versa il disinvolto inquilino della Casa Bianca. Aggiunge l'ufficiale: "Dobbiamo cooperare di nascosto con l'Arabia Saudita perchè essi pure persuadano gli USA ad attaccare l'Iran. Da parte nostra dovremmo prepararci ad un attacco militare indipendente, coordinando i voli nello spazio aereo iraqeno con quelli degli USA e dovremmo anche coordinare con l'Azerbaijan l'uso delle basi aeree sul loro territorio ed arruolare la minoranza azera in Iran. In più dobbiamo iniziare immediatamente a prepararci per la risposta iraniana ad un attacco".
Leggendo queste dichiarazioni, tipiche di un tifoso arrabbiato e suscettibili di farci dubitare che il generale oltre che della divisa dovrebbe più utilmente essere munito di un bavaglio, riusciamo a capire perchè il sito azero si sia preoccupato di riportare specificamente una delle tante dichiarazioni di ispirazione "ziocon" presenti su YnetNews.
Il generale ha poi coronato il suo intervento asserendo che se gli USA non dovessero attaccare l'Iran, Israele dovrà farlo da solo, perchè diversamente la sua stessa esistenza non sarebbe garantita ed ha ricordato le "implicazioni positive [per lo Stato ebraico] in termini di equilibrio strategico nella nostra regione per le conseguenze sugli Hezbollah, per la stabilità in Libano e per il potere della Siria".
C'è tuttavia una parte dell'articolo del militare israeliano - la prima parte - che ci riguarda in qualche modo più da vicino. Dopo aver lamentato che la missione dell'ONU non sta eseguendo - a suo avviso - la risoluzione del Consiglio di Sicurezza n. 1701 del 2006, poichè gli Hezbollah starebbero rinnovando le "riserve in natura" (luoghi e infrastrutture) distrutte durante la campagna d'aggressione al Libano del luglio scorso e dimenticando che il Consiglio di Sicurezza ha stabilito anche "l'eliminazione di tutte le forze straniere dal Libano che non abbiano l'autorizzazione dal governo libanese", il generale Tira precisa che "se dovremo operare di nuovo in Libano, dovremo affrontare un vero problema nel fronteggiare le forze dell'ONU. Da una parte non possiamo colpirli. dall'altra c'è il rischio che i nostri soldati vengano colpiti da loro, poichè queste forze sono armate come un esercito di stanza. La presenza di un sistema aereo difensivo nelle mani dell'ONU può parimenti limitare la libertà delle nostre forze aeree di operare al di sopra del suolo libanese".

martedì, gennaio 02, 2007

Lobby? Quale Lobby?

«Non si dovrebbe mai giudicare un libro dalla sua copertina, ma nel caso dell'ultimo lavoro dell'ex presidente Jimmy Carter, "Palestine. Peace not Apartheid", dovremmo fare un'eccezione. Tutto quanto è realmente necessario sapere in merito a questo fazioso resoconto si trova nel titolo. E' veramente scioccante in un momento di galoppante estremismo islamico, di attacchi suicidi disseminati in Europa, in Asia e nel Medioriente, di dichiarazioni pubbliche in Iran sul desiderio di cancellare Israele dalla mappa e costruire armi nucleari per raggiungere quello scopo, di attacchi con missili e razzi da parte di Hezbollah e di Hamas su Israele, che Jimmy Carter possa vedere esclusivamente Israele come parte responsabile del conflitto tra Israele stesso e i palestinesi. In qualche modo il libro di Carter mi ricorda il bizzarro lavoro "The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy" di John Mearshaimer e Stephen Walt, benchè egli non raggiunga i loro estremi. Come il loro, il suo esame di quasi tutte le questioni relative al conflitto si risolve nel rimproverare Israele per la maggior parte o per tutto quello che è andato male...». Così esordisce Abraham Foxman, direttore dell'ADL (Anti Defamation League), campione della più accesa enfatizzazione del cosiddetto "new anti-semitism", noto al grande pubblico americano - ma meno a quello europeo e per nulla a quello italiano - per il pervicace squilibrio dei suoi interventi in favore di Israele e per la faccia tosta con cui contesta l'esistenza dell'imbarazzante influenza lobbystica filoisraeliana sulla politica americana.
Che fra le altre l'ADL, ma soprattutto l'AIPAC (The American Israel Public Affairs Committee) siano parte del pensiero che governa le operazioni della Lobby sionista americana (gagliardetto peraltro della seconda, che si presenta, nell'epigrafe del suo sito come: "American Pro-Israel Lobby") è fuori discussione, solo Abe Foxman può negare l'influenza filoisraeliana sul Congresso americano e continuare a comporre i suoi anatemi senza morire dalle risate per quello che scrive.
Parliamo per un attimo dell'attacco al libro di Jimmy Carter. Foxman invita il suo pubblico a giudicare dal titolo il lavoro dell'ex presidente americano. L'idea non è male. Non esiste infatti una sintesi più precisa della situazione violentemente perseguita e sin qui ottenuta dai dirigenti dello Stato ebraico a far tempo dalle operazioni preventive nel territorio palestinese durante il mandato britannico (1936-1939), per continuare con quelle di epurazione etnica del 1947-1948, per procedere con l'occupazione del 1967, per continuare con il doppio standard nei confronti della popolazione residente e il sacrificio dei diritti della parte arabo-israeliana, per finire con i meccanismi di contrasto "in limine" della bomba demografica, suscettibile di far evaporare in pochi anni il carattere ebraico dello stesso Stato di Israele se la indomita componenente palestinese non verrà confinata - come si vorrebbe - in cantoni senza speranze e senza sbocchi, studiati in molteplici e malcelate manovre israeliane.
Il falchetto dell'ADL invita la sua audience ad esaminare le seguenti conclusioni di Carter: "Il continuo controllo e la colonizzazione della terra palestinese da parte di Israele sono stati l'ostacolo primario ad un accordo generale di pace in Terra Santa". E "La conclusione è questa: Israele e il Medio Oriente avranno pace solo quando il governo israeliano sarà disponibile ad adeguarsi alla legge internazionale con la road map per la pace ...".
Con fenomenale improntitudine Foxman si lancia quindi nella critica inferocita di quella semplice parola, apartheid, sintesi di un'evidenza sotto gli occhi di tutti senza particolare impegno interpretativo dei fatti. Dice dunque il direttore ADL che: "per raggiungere una tale distorta e semplicistica visione della regione, Carter deve ignorare o sottovalutare i continui esempi del rigetto palestinese di Israele e il terrorismo che sono stati parte dell'equazione dall'inizio e che sono oggi forti come non mai. Deve minimizzare o condannare tutte le profferte di pace e i disimpegni israeliani, più in particolare l'iniziativa dell'ex primo ministro israeliano Ehud Barak a Camp David nel 2000, il ritiro da Gaza dell'ex primo ministro Ariel Sharon e la campagna dell'attuale primo ministro Ehud Olmert tesa al ritiro dal West Bank. E deve ricondurre [Carter] ogni esempio del disagio palestinese a semplice prodotto della repressione israeliana anzicchè dell'estremismo palestinese, per esempio, le condizioni economiche dei palestinesi che hanno molto a che fare con il continuo terrorismo contro Israele".
Rincara poi la dose, lo stesso Foxman, in una lettera aperta all'ex presidente Carter, ove vengono ribaditi fra l'altro gli stessi pensieri stantii: "No matter the distinction you articulate in your letter, using the incendiary word "Apartheid" to refer to Israel and its policies is unacceptable and shameful. Apartheid, that abhorrent and racist system in South Africa, has no bearing on Israeli policies. Not only are Israel's policies not racist, but the situation in the territories does not arise from Israeli intentions to oppress or repress Palestinians, but is a product of Palestinian rejection of Israel and the use of terror and violence against the Jewish state. Nothing illustrates the stark difference better than Israel's offer of withdrawal made at Camp David and its unilateral withdrawal from Gaza".
Ora, se nessuno può ragionevolmente negare il contributo di troppi dirigenti palestinesi alla sciagurata situazione del loro popolo, questione che, con miglior fortuna, il dirigente ADL avrebbe potuto avanzare esaminandola in parallelo con i nefasti della politica israeliana, non sembra proprio il caso che Foxman si inerpichi in discorsi facili ad essere sbugiardati da qualsiasi mediocre lettore di cronache palestinesi e insista a trattare del bluff di Camp David nel 2000. citando come atto di buona volontà la malata (e largamente inespressa) "iniziativa" di Barak, minata ab origine dalla malafede e dalla precarietà della sua situazione politica domestica, nonchè dall'avventurismo propagandistico e dai tentennamenti del suo socio nell'operazione. Il presidente americano Bill Clinton, infatti, era a sua volta più che altro preoccupato, alla fine del suo mandato presidenziale, di recuperare, con la sortita palestinese in extremis, un'immagine compromessa dalla menzogna e dai buoni uffici della Lewinski.
Iniziativa, quella di Barak, che una semplice mappa illustrativa avrebbe evidenziato agli occhi del mondo come inaccettabile, nonostante i negoziatori israelo-americani confidassero allora in un atteggiamento addirittura più disperato e remissivo da parte di Yasser Arafat (che aveva già largamente svenduto e consentito venissero annacquati o negati i sacrosanti diritti della sua gente a vantaggio del proprio personale lentissimo sdoganamento dopo l'esilio di Tunisi). E' da notare in proposito che la medesima o analoga mappa viene sventolata - ma da lontano - agli studenti di Harvard dall'ultimo campione della propaganda lobbystica israeliana, quell'Alan Dershowitz che - dopo essersi occupato di far dichiarare le innocenze di Klaus Von Bulow e di O.J Simpson - ha messo a frutto le sue innegabili capacità forensi per costruire il suo fazioso "Case for Israel", prima riversato nel libro omonimo (inviato per sua stessa ammissione a tutti i membri del Congresso americano) ed oggi nelle disinvolte pagine del mainstream pro-israeliano. Non a caso l'ex presidente Carter - invitato ad un inutile dibattito con il legale - ha osservato e per questo è stato oggetto di ulteriori strali: "Non voglio avere una conversazione, neppure indirettamente, con Dershowitz, non è necessario per me dibattere con qualcuno che, a mio parere, non sa nulla della situazione in Palestina".
Gli è che la "proposta" (virgolette d'obbligo) di Barak a Camp David - e prima di essa la sacralizzata pantomima di Oslo - non godeva neppure dei crismi della serietà, come ha dovuto di recente osservare, al di sopra di ogni sospetto, lo stesso ex ministro israeliano Shlomo Ben Ami che partecipò attivamente al summit. Quella "proposta" era infatti palesemente studiata per chiudere in una serie di enclavi, senza continuità, senza futuro e senza autonomia, la gente di Palestina. Ancora meno seria è poi la trovata di citare Sharon - senza neppure vergognarsene - come novello campione di pace nella regione, perchè in estremis protagonista non rimpianto di un ultimo spudorato tentativo di confinamento dei palestinesi ai minimi possibili termini di libertà, di terra e di vita. In questo oggi imitato, forse con scarsa convinzione, dal suo imponderabile ed inconsistente successore.
Farebbe meglio Foxman, prima di indirizzare i propri anatemi verso chiunque evidenzi l'influenza filoisraeliana sul Congresso degli Stati Uniti, ad occuparsi dei memorandum trasudanti tracotante ingerenza, che la Lobby (nel caso, l'AIPAC) fornisce ai suoi associati e che oggi, a titolo di esempio, suonano così: "Stop Iran's Nuclear Program", "Block Hizballah Terrorism", "Sanction Syria", "Outlaw Hizballah", "Stand by Israel", "Proibit Aid to Hamas", "Support Foreign Aid to Israel". E soprattutto: "Connect with Congress", esortazione seguita da queste parole: "procuratevi informazioni aggiornate riguardo la legislazione inerente le relazioni tra gli USA e Israele e avvantaggiatevi dei nostri servizi interattivi per mantenere informati i membri del Congresso su queste importanti questioni. Usate i nostri rapidi ed elementari strumenti per cercare il vostro membro del Congresso ed entrate in azione. Mandate e-mail e lettere al vostro membro del Congresso per assicurarvi che la vostra voce sia ascoltata". (Cfr. AIPAC - Take Action)
Ciò detto e letto, appare significativo e ridicolo quanto l'inviperito Foxman aggiunge nella sua critica astiosa al libro di Carter: "per quanto sia inquietante il semplicistico approccio di Carter, ancora più inquietante è il suo uso del tema di Mearsheimer e Walt [ndr autori di "The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy - pubblicato dal London Review of Books] in merito al controllo ebraico della politica americana benchè in forma assai più sintetica e non quale obiettivo del suo lavoro. Riferendosi alla politica americana indirizzata alla "giustificazione" di ogni azione israeliana, Carter scrive: "ci sono costanti e veementi dibattiti negli ambienti politici e sui media in Israele in merito alla sua politica nel West Bank, ma a causa dei potentati politici, economici e religiosi, negli USA le decisioni del governo israeliano sono raramente messe in discussione o condannate, le voci da Gerusalemme condizionano i nostri media e la maggior parte dei cittadini americani è inconsapevole di quanto accade nei territori occupati" ..."E' triste che il Signor Carter cerchi di usare la sua influenza in questo modo. E' pericoloso perchè sarà usata da elementi disposti a minare il supporto di questo paese per Israele".
Sembra francamente che ci sia questo pericolo, Manca infatti del tutto, nelle esortazioni sopra riprodotte qualsiasi accenno alla vita interna del paese che graziosamente è diventato terreno fertile e condiscendente ai voleri della Lobby filoisraeliana. Mentre i problemi americani non sono certo all'apice delle preoccupazioni di chi si impegna esclusivamente a disseminare propaganda contro un equo dibattito sulla questione mediorientale, qualcuno potrebbe chiedersi se la deriva fondamentalista che sta scatenando l'inferno in medioriente non sia in ultima analisi controproducente in patria. Oggi tremila morti nel fango di Baghdad suonano forse come un campanello d'allarme e l'ultimo lavoro di Jimmy Carter che ha osato addirittura sottolineare (e se non lo sa lui che è stato presidente degli USA!) la patologica influenza del gruppo sionista sulla politica americana potrebbe svegliare più di una coscienza.
E forse per dimostrare i suoi assunti - sia detto con ironia - il Signor Foxman si è dato da fare per cercare di impedire che nell'ottobre 2006 lo storico americano Tony Judt tenesse una conferenza proprio sul tema "la Lobby israeliana e la sua influenza sulla politica estera americana" presso il consolato polacco a Manhattan, facendo l'organizzazione e lo storico oggetto di ben circostanziate promesse, che lo stesso Judt, amaramente, ha reso pubbliche.