Monday, November 26, 2007

Annapolis, dichiarazioni con giunte

Alcune ore prima dell'apertura dell'accidentata Conferenza Internazionale di Annapolis sul problema israelo palestinese, il Presidente USA Bush ha detto al Primo ministro Ehud Olmert e al Presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas che gli Stati Uniti non possono imporre la pace in Medio Oriente ma possono aiutare ad agevolarla. Se le parole di Bush potessero avere un senso si potrebbe pensare a qualche ripensamento nella politica mediorientale USA dopo quarant'anni di ingerenze tanto squilibrate da degradare, in un organismo già malato, gli anticorpi in tossine e le cellule fuori controllo in metastasi. Ma quarant'anni di iniezioni velenose e sei anni di follia guerraiola della dirigenza USA non consentono di gratificare il presidente americano e i suoi collaboratori della benchè minima fiducia. Le capriole imposte ai suoi valletti - mediorientali e non - in questa operazione promozionale di fine mandato sembrano finalizzate a consegnare alla storia - prima di un probabile ulteriore insuccesso - un inutile pezzo di carta.

A poche ore dall'inizio ufficiale dei lavori qualcuno darà forse una mano allo spot pubblicitario voluto da Bush. Qualcosa si muove, malamente, a colorare queste ultime ore. Ehud Olmert rompe il suo diplomatico silenzio, costretto ad improbabili equilibrismi in seno al suo stesso governo, dà un colpo al cerchio e uno alla botte affermando che la sorte di Gerusalemme non dipende dalla volontà dei gruppi ebraici USA (che hanno inaugurato un sito web per "difendere Gerusalemme contro la divisione"), ma non smentisce l'abitudine di porre sul piatto di un ipotetico accordo richieste programmatiche e nella pratica politicamente irrealizzabili: si dice che intenda chiedere a Mahmoud Abbas di intervenire per "mettere fine al terrore" anche nella Striscia di Gaza. Nulla di buono, pensandoci, nulla di nuovo. Qualche segnale di pelosa compiacenza per i capricci pubblicitari del presidente USA era invece arrivato da parte palestinese nella mattinata di Washington. "We will reach a joint paper today or tomorrow" [formeremo un documento congiunto oggi o domani] - ha detto oggi ai reporter Yasser Abed Rabbo, autorevole membro della delegazione palestinese al summit e già veterano del percorso di Oslo - "c'è un persistente sforzo americano di ottenere questa dichiarazione", acconciandosi quindi a dichiarare che gli sembra possibile raggiungere una dichiarazione congiunta dell'ultima ora.

Ma questa dichiarazione - se ed in quanto vedrà la luce - rimarrà necessariamente in bilico tra il desiderio dei palestinesi perchè siano nominate, almeno in termini generali, le questioni chiave del futuro Stato palestinese, cioè i confini, la sovranità su Gerusalemme (Est) e la sorte dei profughi palestinesi, contro le defatigatorie pressioni israeliane per una dichiarazione più vaga sull'impegno dei due Stati a "vivere fianco a fianco in pace". Vaghezze non nuove quelle di sottoporre lo status palestinese definitivo alla gimcana di un indefinito percorso di pace. Perché la pace non sia raggiunta e comunque giammai al prezzo dovuto secondo il diritto, la giustizia, la storia, che comporterebbe la restituzione dei territori conquistati manu militari nel 1967 con tutte le risorse ad essi pertinenti ("usque ad sidera, usque ad inferos"), lo smantellamento incondizionato degli insediamenti, tutti illegali, lo stabilimento di confini certi (e quindi sicuri), il riconoscimento della responsabilità israeliana sulla condizione dei profughi, le conseguenti restituzioni o il risarcimento, questione irrinunciabile in linea di principio ed operativamente discutibile (ma i negoziati servono a quello).

In questa situazione - non brillante, si è già detto - la reazione del governo di Gaza controllato da Hamas è prevedibile e si può riassumere in poche frasi. I dirigenti del movimento attaccano il presidente dell'Autorità Palestinese in trasferta negli USA, Mahmoud Abbas, chiamandolo traditore ed affermando che rifiuteranno qualsiasi arbitraria decisione dovesse sortire dalla conferenza di Annapolis. "La terra di Palestina è dei palestinesi" - ha detto il dirigente Mahmoud Zahar davanti ad un assembramento di duemila persone a Gaza - "Nessuno, nessun gruppo, governo o generazione ha il diritto di rinunciare ad un suo pollice [quadrato]" ... "Chiunque contrasti la resistenza o la combatta o cooperi con l'occupazione contro di essa è un traditore". Più misurato il primo ministro del governo di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh, che ha firmato oggi un documento ove si dichiara che Abbas non ha il diritto di fare, ad Annapolis, alcuna concessione. Ha poi aggiunto che la gente [palestinese] pensa che questa conferenza sia sterile e che ogni impegno pregiudizievole assunto nel corso della conferenza "sarà vincolante solo per chi lo firma".

In buona sostanza, allora, benchè si sia già a sera ad Annapolis, forse Bush otterrà lo stesso, in extremis, il suo umiliante cadeau. Non si sa mai, una dichiarazione congiunta, tagliuzzata nella sostanza e colorata "ad pompam" di parole inutili, potrà pure essere emessa e - nel caso - non si dubita che venga accolta ipocritamente, quantomeno in occidente. Purchè si sia consapevoli, a futura memoria, che questo risultato di pura facciata, lungi dall'affrontare il problema israelo palestinese, non è pace, non è nemmeno un percorso, è uno spot.

1 comment:

pipistro said...

Di seguito il testo della dichiarazione congiunta pubblicato da Ha'aretz.

http://www.haaretz.com/hasen/spages/928652.html

Last update - 19:08 27/11/2007

Joint Israeli-Palestinian statement read by President George Bush at Annapolis conference

"The representatives of the government of the State of Israel and the Palestinian Liberation Organization, represented respectively by Prime Minister Ehud Olmert and President Mahmoud Abbas, in his capacity as chairman of the PLO executive committee and president of the Palestinian Authority, have convened in Annapolis, Maryland, under the auspices of President George W. Bush of the United States of America, and with the support of the participants of this international conference having concluded the following joint understanding:

"We express our determination to bring an end to bloodshed, suffering and decades of conflict between our peoples; to usher in a new era of peace, based on freedom, security, justice, dignity, respect and mutual recognition; to propagate a culture of peace and nonviolence; to confront terrorism and incitement, whether committed by Palestinians or Israelis.

"In furtherance of the goal of two states, Israel and Palestine, living side by side in peace and security, we agree to immediately launch good-faith bilateral in order to conclude a peace treaty resolving all outstanding issues, including all core issues without exception, as specified in previous agreements.

"We agree to engage in vigorous, ongoing and continuous negotiations and shall make every effort to conclude an agreement before the end of 2008.

"For this purpose, a steering committee led jointly be the head of the delegation of each party will meet continuously as agreed.

The steering committee will develop a joint work plan and establish and oversee the work of negotiations teams to address all issues, to be headed by one lead representative from each party.

The first session of the steering committee will be held on 12 December, 2007.

"President Abbas and Prime Minister Olmert will continue to meet on a biweekly basis to follow up the negotiations in order to offer all necessary assistance for their advancement.

"The parties also commit to immediately implement their respective obligations under the performance-based road map to a permanent two-state solution to the Israeli-Palestinian conflict issued by the quartet on 30 April, 2003" - this is called the road map - "and agree to form an American, Palestinian and Israeli mechanism led by the United States to follow up on the implementation of the road map.

"The parties further commit to continue the implementation of the ongoing obligations of the road map until they reach a peace treaty. The United States will monitor and judge the fulfillment of the commitment of both sides of the road map.

"Unless otherwise agreed by the parties, implementation of the future peace treaty will be subject to the implementation of the road map, as judged by the United States."