Thursday, January 25, 2007

La solita roba

La notizia è evidentemente imbarazzante per L'Unità, che, in prima pagina on line non ne fa cenno. Viceversa ha riempito per qualche ora le homepage delle più diffuse testate nostrane, precipitando poi nelle note enfatiche o benedicenti dei notiziari tv pilotati da una legione di solerti lacchè. Il presidente Napolitano ha commemorato il giorno della memoria, equiparando sostanzialmente antisionismo e antisemitismo e ha dichiarato che «antisionismo significa negazione della fonte ispiratrice dello Stato ebraico, delle ragioni della sua nascita, ieri, e della sua sicurezza oggi, al di là dei governi che si alternano alla guida di Israele».
Forse ha fatto la gioia di chi dalle sue parole - a torto o a ragione - ricaverà credito per la politica dello stato di Israele dimenticando che il credito morale dello Stato ebraico non poggia sulla moralità israeliana quanto sulla trascorsa immoralita europea.
Inutile riassumere e scopiazzare il pensiero di una pletora di accademici, di giornalisti, di politici. Inutile ricordare gli scritti di Raul Hilberg e Hannah Arendt, Livia Rokach, Baruch Kimmerling, Norman Finkelstein e Noam Chomsky, Edward Said, Ilan Pappe, Tanya Reinhart e Avi Shlaim, Alain Gresh, Gideon Levy e Michael Warschawski, o allibire alle capriole di Benny Morris e di Bill Clinton, di Dennis Ross, di Shlomo Ben Ami, alle tecniche da leguleio di Alan Dershowitz, ai ripensamenti di Moshe Sharett e di Yossi Beilin, ai surrettizi arzigogoli di Ehud Barak. Superfluo indignarsi ai proclami di Abraham Foxman e di John Bolton, al mercato di Yasser Arafat, ai vaticini di Bernard Lewis e inorridire ai trascorsi di Menachem Begin, di Yitzhak Shamir e di Ariel Sharon, così come rabbrividire leggendo le parole di Golda Meir ed annotare i gesti eloquenti di Ben Gurion. Inutile dibattere, confrontare le fonti, analizzare i documenti, vagliare le interpretazioni dei documenti. Inutile guardare ai fatti più che appoggiarsi alle etichette. Del resto la storia passa sui libri e sulla pelle della gente. Qualcuno prima o poi la legge, la storia. Ma la pelle è persa.
Non v'è quindi ora che da attendere - per evitare indebite accuse di antisemitismo e per chiarire la nascita e i presupposti, gli scopi, gli strumenti e i limiti del movimento sionista - i commenti da chi, dall'interno, non si è mai adeguato a quella deriva. «...Questo modo di fare si chiama "pararsi il culo", perchè qualsiasi cosa dica uno studioso israeliano sei abbastanza a posto, nessuno potrà [accusarti] di antisemitismo, nulla della solita roba funziona». (Noam Chomsky "Understanding Power" - The New Press, 2002)

«Uscimmo e Ben Gurion ci accompagnò. Allon ripetè la sua domanda, "cosa dobbiamo fare della popolazione palestinese?". Ben Gurion gesticolò con la mano come per dire "mandateli fuori"». (attr. Yitzhak Rabin, luglio 1948, in occasione della conquista di Lydda e Ramla)

«Ne faremo un sandwich di pastrami [ndr. carne salata e affumicata] ...infileremo una striscia di insediamenti ebraici tra i palestinesi e poi un'altra striscia di insediamenti ebraici proprio in mezzo al West Bank, così tra 25 anni, né le Nazioni Unite, nè gli Stati Uniti, nessuno riuscirà a smantellarli». (attr. Ariel Sharon, 1973, parlando con W. Churchill III degli obiettivi sionisti)

(in inglese su pipistro's blog)

Tuesday, January 23, 2007

Riciclaggio

Leggiamo su World Net Daily del 22 gennaio scorso che Joan Peters, indimenticata redattrice di "From Time Immemorial", uno dei più faziosi lavori mai compilati sulle origini del conflitto arabo-ebraico in Palestina, farà la sua apparizione ad un poco convincente happening sponsorizzato da quella testata (WND) a Washington D.C. La presentazione del meeting, con la rarissima apparizione della sua ospite, è addirittura appassionata: «Joan Peters, autore di "From Time Immemorial", il bestseller acclamato dalla critica sulla storia del conflitto arabo-ebraico in Palestina, è una presenza confermata al News Expo 2007, ineguagliabile conferenza che avrà luogo a Washington D.C. La Peters raggiungerà il capo dello staff di World Net Daily di Gerusalemme, Aaron Klein, la columnist Ann Coulter il fondatore ed editore di WND Joseph Farah il managing editor David Kupelian, autore del bestseller "The Marketing of Evil". Molti altri interessanti oratori e presentatori saranno aggiunti al programma nelle settimane a seguire, ma il News Expo 2007 si sta già formando come la più importante conferenza dell'anno a Washington. Il libro della Peters colpì il mondo come un terremoto alla sua prima pubblicazione, nel 1984, sconvolgendo molti dei miti e delle idee sbagliate sulle origini della diatriba sul medioriente».
Al tempo. Il titolo di questo post non è casuale. Solo la possibilità di far presa su un pubblico giovane o assai smemorato avrebbe potuto suggerire all'organizzazione dell'happening americano di riciclare Joan Peters e il suo lavoro, già stroncato ed autorevolmente ridicolizzato oltre vent'anni fa, senonché la riesumazione della Peters non giunge del tutto inaspettata. Un altro campione americano della battaglia propagandistica filo-israeliana, l'avvocato Alan Dershowitz, da un paio di anni sta facendo abbondantemente parlare di sè per aver attinto a piene mani al pessimo lavoro della Peters per il suo non molto più valente "The Case for Israel".
Non parliamo comunque qui di Dershowitz, né del tentativo infruttuoso che questi ha fatto - tramite i suoi legali - di bloccare presso il Governatore della California Schwarzenegger la pubblicazione di un libro ("Beyond Chutzpah" di Norman Finkelstein) che, una volta pubblicato, ha evidenziato fra l'altro il largo uso fatto dal legale americano della tecnica del copia-incolla per trasfondere pari pari e rinfrescare nella mente dei lettori le faziose citazioni della Peters. Questa, la Peters, aveva al riguardo a sua volta infarcito ad arte il suo lavoro - per far tornare le sue capriole ideologiche e numeriche - di stralci di un anziano ed irriverente resoconto satirico di Mark Twain pubblicato nel 1869. Il grande autore americano, infatti, reduce da un viaggio in Europa e in Medioriente, aveva trasfuso nel suo "The Innocents Abroad", lo spassoso incontro tra un rappresentante dei "nuovi barbari" con il "vecchio mondo". La questione di oggi sarebbe addirittura umoristica se con questo ripescaggio l'organizzazione della testata WND non stesse ripresentando "per buono" il lavoro della Peters, enfatizzando a beneficio dei "nuovi" studiosi della questione israelo-palestinese un inutilizzabile pot-pourri di faziosa e sconclusionata propaganda.
Come detto, il libro di Joan Peters è stato a suo tempo acclamato e subito precipitato nel dimenticatoio, vi sono abbondanti resoconti sul punto, cominciando dalla aspra critica di uno dei massimi studiosi del nazionalismo arabo, Jehoshua Porath, sul New York Review of Books ed arrivando alla rassegna analitica in sei parti disponibile su internet, senza contare l'introvabile lavoro di Finkelstein, che per primo si prese la briga di analizzare la sconclusionata e pachidermica operazione propagandistica della Peters. Penso tuttavia che - come memorandum per chi volesse riesumare quel libro - sia più utile riportare qui, tradotto alla bell'e meglio, un capitolo interamente dedicatogli da Noam Chomsky nel suo "Understanding Power" (The New Press, 2002, pp. 244-248). Il lavoro di Chomsky è stato tradotto anche in italiano con il titolo "Capire il potere" (a cura di Peter R. Mitchel e John Schoeffel, Milano: Marco Tropea Editore, 2002). La traduzione che segue del capitolo in questione ("Il destino di un onesto intellettuale", pubblicato in rete dallo stesso Chomsky) è tuttavia responsabilità interamente mia, sicché chiedo venia in anticipo per gli errori e le incongruenze che fatalmente verranno rinvenuti rispetto alla traduzione ufficiale dello scritto.

«Vi racconterò un caso, l'ultimo, ma ce ne sono molti altri. Questa è veramente una storia tragica. Quanti di voi conoscono Joan Peters? Il libro scritto da Joan Peters? Uscì, questo best-seller, alcuni anni fa [nel 1984], fu ristampato per dieci volte, scritto da una donna chiamata Joan Peters - o almeno firmato da Joan Peters - il titolo era From Time Immemorial. Si trattava di un grosso libro dall'aria dotta, con mucchi di note a piè di pagina, che intendeva dimostrare che i palestinesi erano tutti immigrati di recente [nelle aree degli insediamenti ebraici della terra di Palestina durante il mandato britannico tra il 1920 e il 1948]. E il libro divenne famoso, ottenne letteralmente centinaia di recensioni entusiastiche: il Washington Post, il New York Times, tutti andarono davvero in delirio per quel libro. Ecco il libro che provava che non c'erano in realtà palestinesi! Naturalmente il messaggio implicito era che se israele li sbatteva fuori non contravveniva ad alcun principio morale perchè erano solo immigrati di recente là dove gli ebrei avevano costruito un paese. E c'era ogni sorta di analisi in quel libro, un professorone di demografia dell'Università di Chicago [Philip M. Hauser] lo aveva autenticato. Era il più grosso successo intellettuale dell'anno: Saul Bellow, Barbara Tuchman, tutti ne parlavano come della cosa più importante dopo il dolce alla cioccolata. Bene, uno studente laureato di Princeton, un certo Norman Finkelstein, cominciò a leggere quel libro. Era interessato alla storia del sionismo e mentre lo leggeva fu piuttosto sorpreso da alcune delle cose che vi erano scritte. Era uno studente molto scrupoloso, cominciò a controllare i riferimenti e saltò fuori che era tutto un imbroglio, il libro era completamente fasullo: probabilmente era stato messo insieme da qualche agenzia di intelligence o qualcosa del genere. Bene, Finkelstein preparò un breve scritto delle sue scoperte preliminari, pressappoco venticinque pagine, e lo spedì in giro, credo ad una trentina di persone interessate della materia, studiosi del campo ecc., dicendo: "ecco quello che ho trovato in questo libro, pensi che valga la pena di proseguire?".
Bene, ottenne una sola risposta, da me. Gli dissi, sì, penso che sia una questione interessante, ma lo misi in guardia sul fatto che se avesse proseguito si sarebbe cacciato nei guai perchè stava per presentare la comunità intellettuale americana come una banda di impostori. Non lo avrebbero gradito e avrebbero cercato di distruggerlo. Così gli dissi: se vuoi farlo, vai avanti, ma sii consapevole di quello in cui ti stai cacciando. E' un problema importante, fa una gran differenza se elimini la giustificazione per l'espulsione di un popolo - la base dei veri orrori - per cui la la vita di un sacco di gente sarà in gioco. Ma pure la tua vita è in gioco, gli dissi, perchè se segui questa strada la tua carriera sarà rovinata.
Bene, non mi credette. Diventammo intimi amici, prima non lo conoscevo. Andò avanti, scrisse un articolo e lo sottopose alle riviste. Niente, non si curavano nemmeno di rispondergli. Infine io stesso riuscii a piazzare un suo pezzo su "In These Times", una piccola rivista di sinistra pubblicata nell'Illinois dove alcuni di voi possono averlo visto. Diversamente nulla, nessuna risposta. Nel frattempo i suoi professori - parliamo dell'Università di Princeton, presumibilmente un posto serio - smisero di parlargli, non avrebbero preso appuntamenti con lui, non avrebbero letto i suoi lavori, dovette sostanzialmente lasciare il programma.
A quel punto cominciò a disperarsi e mi chiese cosa fare. Gli diedi quello che pensavo fosse un buon consiglio, ma che si dimostro essere cattivo, gli suggerii di passare ad un diverso dipartimento dove conoscevo della gente e immaginavo che sarebbe stato almeno trattato correttamente. Questa previsione si dimostrò sbagliata. Lui si trasferì e quando arrivò al punto di scrivere la tesi non potè letteralmente trovare la possibilità di discuterla, non potè fare in modo che qualcuno venisse a difendere la sua tesi. Infine, con grande imbarazzo, gli assicurarono un PH.D. - è molto intelligente, a proposito - ma non scrissero nemmeno una lettera di referenze per lui, dichiarando che era uno studente dell'Università di Princeton. Intendo dire che qualche volta hai degli studenti per i quali è difficile scrivere una buona lettera di referenze, perchè veramente non credi che siano meritevoli, ma puoi scrivere qualcosa, ci sono modi per farlo. Questo ragazzo era preparato, ma letteralmente non potè avere la sua lettera.
Ora vive in un piccolo appartamento da qualche parte a New York City e lavora part-time per i servizi sociali con gli adolescenti emarginati. Come studioso molto promettente, se avesse fatto quel che gli era stato detto, sarebbe andato avanti diritto, adesso sarebbe professore da qualche parte in qualche grossa università. Invece sta lavorando part-time con dei ragazzini disturbati per un paio di migliaia di dollari all'anno. Questo è molto meglio che in uno squadrone della morte - è vero - è un bel po' meglio. Ma queste sono le tecniche di controllo qui in giro.
Ma lasciatemi andare avanti con la storia di Joan Peters. Finkelstein è molto tenace, si prese un'estate di tempo e si sistemò nella New York Public Library dove esaminò ogni singolo riferimento del libro e trovò una tale serie di bugie che non potete immaginare. Bene, la comunità intellettuale di New York è un ambiente abbastanza piccolo e abbastanza presto tutti seppero di questa cosa, seppero che il libro
[della Peters] era una frode e che, presto o tardi, sarebbe stato smascherato. L'unica pubblicazione abbastanza scaltra da reagire con intelligenza fu il New York Review of Books, sapevano che la questione era vergognosa ma l'editore non voleva offendere i suoi amici, così semplicemente evitò di scrivere una recensione. Quella fu l'unica rivista che non ne pubblicò una.
Nel frattempo, Finkelstein vennè chiamato in ballo da grossi professori che gli dissero "guarda, piantala con la tua crociata, molla tutto e ci prenderemo cura di te, faremo in modo che tu ottenga un lavoro", tutte queste cose. Ma lui continuò, andò ancora avanti. Ogni volta che leggeva una recensione favorevole, scriveva una lettera all'editore, che non sarebbe stata pubblicata; faceva quello che poteva. Avvicinammo gli editori e chiedemmo loro se avevano intenzione di rispondere a qualcuna di queste lettere, dissero di no e avevano ragione. Perchè avrebbero dovuto rispondere? L'intero sistema era chiuso su se stesso, non ci sarebbe mai stata una parola di critica negli Stati Uniti. Ma fecero un errore tecnico, permisero che il libro apparisse in Inghilterra, dove non si può controllare così facilmente una comunità intellettuale.
Bene, appena sentii che il libro stava per uscire in Inghilterra, immediatamente inviai delle copie del lavoro di Finkelstein ad una gran quantità di studiosi e giornalisti britannici che erano interessati alla questione Mediorientale e li preparai. Quando il libro uscì fu semplicemente demolito, stroncato. Tutte le più importanti riviste, il Times Literary Supplement, il London Review, l'Observer, tutti avevano una recensione che diceva che il libro non raggiungeva neppure il livello della sciocchezza, dell'idiozia. Dovrei dire che un mucchio di critici fecero uso del lavoro di Finkelstein senza alcun riconoscimento, ma le parole più gentili che vennero usate per il libro
[di Joan Peters] furono "ridicolo" o "pretestuoso".
Bene, la gente qui lesse le recensioni inglesi - se appartieni alla comunità intellettuale americana leggi il Times Literary Supplement e il London Review - così cominciò a diventare un po' imbarazzante. Cominciavi a legger commenti: la gente cominciò a dire "bene, guarda, non avevo detto proprio che il libro era buono, ma solo che era un argomento interessante", cose del genere. A quel punto il New York Review entrò in azione e fecero quello che di solito fanno in queste circostanze. Guarda, attraversi come una routine in questi casi, se un libro viene stroncato in Inghilterra la gente qui lo saprà, così se un libro viene lodato in Inghilterra, devi reagire. E se è un libro su Israele, esiste un comportamento standard, prendi uno studioso israeliano per recensirlo. Questo modo di fare si chiama "pararsi il culo", perchè qualsiasi cosa dica uno studioso israeliano sei abbastanza a posto: nessuno potrà accusare la rivista di antisemitismo, nulla della solita roba funziona.
Così, dopo che il libro della Peters fu sbugiardato in Inghilterra, il New York Review lo fece recensire davvero da un buon professionista, in effetti il più autorevole specialista israeliano sul nazionalismo palestinese
[Yehoshua Porath], uno che ne sa parecchio del problema. E lui scrisse una recensione - che non pubblicarono - andò avanti per circa un anno senza che venisse pubblicata; nessuno sa esattamente che cosa accadde, ma potete scommettere che ci deve essere stata un sacco di pressione per non pubblicarla. Infine fu addirittura scritto nel New York Times che questa recensione non sarebbe stata pubblicata, così alla fine qualche cosa apparve. Era critica, diceva che il libro era una sciocchezza e così via, ma smussava gli angoli, il critico non disse quello che sapeva.
In realtà le recensioni israeliane furono in generale estremamente critiche, la reazione della stampa israeliana fu che speravano che il libro non venisse letto diffusamente perchè alla fine sarebbe stato dannoso per gli ebrei, presto o tardi sarebbe stato smascherato, sarebbe apparso come una frode e un inganno e ciò si sarebbe malamente riflesso su Israele. Direi che sottovalutavano la comunità intellettuale americana.
In ogni caso, dal momento che la comunità intellettuale americana realizzò che il libro della Peters era imbarazzante - e pressochè sparì dalla circolazione - nessuno ne parlò più. Intendo dire che ancora lo puoi trovare negli scaffali degli aeroporti e simili, ma i più furbi sanno che non se ne parlerà più perchè era stato smascherato ed essi stessi erano stati smascherati.
Bene, il punto è che quanto accaduto a Finkelstein è quel genere di cosa che può succedere quando sei un critico onesto e potremmo andare avanti con altri casi come quello.
[Nota dell'editore: da allora Finkelstein ha pubblicato parecchi libri con case editrici indipendenti]
Ancora, nelle università come in ogni altra istituzione trovate spesso dei dissidenti che vagano tra gli scaffali e possono sopravvivere, in un modo o nell'altro, in particolare se ottengono l'appoggio della comunità. Ma se diventano troppo deleteri o troppo turbolenti - o, come sapete, troppo efficaci - è facile che vengano cacciati. Lo standard, non di meno, è che non ce la faranno innanzitutto con le istituzioni. In particolare se erano così da giovani verranno semplicemente sfoltiti da qualche parte strada facendo. Così, nella maggior parte dei casi, la gente che ce la fa con le istituzioni ed è capace di rimanere al loro interno ha già interiorizzato il giusto modo di pensare, non è un problema per loro essere obbedienti, sono già obbedienti ed è per questo che sono arrivati lì. E ciò costituisce in buona misura il modo in cui il sistema di controllo ideologico perpetua se stesso nelle scuole e penso che sia la base del modo in cui opera». [Noam Chomsky]

Saturday, January 20, 2007

Alarmallam

E' come il prezzemolo o più spesso come la cicuta. La sua melliflua retorica neoconservatrice avvelena infatti quasi quotidianamente le pagine del principale foglio italiano, senza neppure il pregio della novità portata - per esempio - dai fantasiosi strali apocalittici di un Bernard Lewis. Ma tant'è - come ha dichiarato lui stesso ad Ha'aretz - "c'è un detto italiano che dice che ogni nazione ha il governo che si merita. Nello stesso senso puà esser detto che ogni stato in Europa ha la comunità di immigranti che si merita". Ed evidentemente noi meritiamo molto poco, visto lo spessore delle dichiarazioni dell'oriundo vicedirettore "ad personam" del Corriere.
Ma il terreno italiano non è il solo per avanzare vaticini. Eccolo su Ha'aretz in un'intervista rilasciata nel maggio scorso. Sul futuro dell'integrazione dei mussulmani immigranti in Italia, Allam dice di essere deluso dall'elezione del nuovo governo di centro sinistra di Romano Prodi. "Stanno promettendo di essere più morbidi sulla questione delle leggi sull'immigrazione, di far tornare i soldati dall'Iraq e di considerare un negoziato con Hamas" - dice - "questo prova soltanto che l'Italia sta andando in direzione opposta rispetto al resto del mondo occupandosi dell'immigrazione, il che condurrà ad un deterioramento della situazione". Brillante! Neanche in terra israeliana l'inossidato vicedirettore perde occasione per manifestare il suo superficiale approccio con i fatti italiani, oltre che con quelli del medioriente. In proposito ne ha per tutto l'occidente non "ziocon" e avanza il suo lapidario giudizio: "l'occidente crede che il terrorismo islamico che ha colpito New York, Londra e Madrid sia una reazione, cioè una specie di reazione dei poveri contro i ricchi". Ma è tutto sbagliato. Dice che l'occidente non capisce di essere in presenza di un attacco organizzato. E continua asserendo che "dopo l'11 settembre è emerso un nuovo e pericoloso fronte di radicali mussulmani e di soggetti sia di estrema sinistra che di estrema destra, di cui bisogna occuparsi energicamente" [sic].
Ma il "nostro" si dedica probabilmente più volentieri, nel corso di quell'intervista, al tema palesemente più opportuno in suolo ebraico. Con una serie di osservazioni apodittiche si appropria dell'utile mito delle minacce alla sopravvivenza di Isrele e afferma che "negare il diritto di esistere di Israele necessariamente porta ad approvare l'uso della violenza e del terrorismo per cancellare Israele dalla mappa". E torna al lato pratico sostenendo - ce lo aspettavamo - che dovrebbe esserci una legge per cui ogni dichiarazione contro il diritto di esistere di Israele, nel corso del sermone di un imam o in un articolo di stampa, dovrebbe essere considerata un crimine. Per questo - dice - dovrebbe anche esserci un'aspra critica nei confronti di chi sostiene che il terrorismo in Israele e in Iraq è legittimo perchè usato contro l'occupazione e in nome dell'indipendenza. E manco a dirlo il nostro onnipresente si esprime nelle sue consuete invettive contro il governo legittimamente eletto di Hamas in Palestina. "Sono contrario ad ogni via di mezzo" dice "sono contrario ad ogni tipo di dialogo per il solo amore del dialogo. Hamas è parte di un fronte islamico globale, è un'organizzazione che preferisce peggiorare le condizioni dei suoi cittadini piuttosto che riconoscere Israele. Il terrorismo che porta contro Israele è terrorismo ideologico. Sarebbe un grosso errore pensare che sia resistenza, perchè non stanno cercando di promuovere lo stato palestinese. Hanno semplicemente tentato, dalla firma degli accordi di Oslo, di distruggere ogni sforzo per raggiungere la pace".
Non conosco i personali "sforzi" di Allam, ma se si riferisce alla dichiarazione di principi di Oslo occorre aggiungere che non solo il suo fantasioso coacervo di estremisti mussulmani e soggetti di estrema destra e di estrema sinistra, ma anche l'ex ministro degli esteri israeliano Shlomo Ben Ami ha onestamente dichiarato che nessun palestinese dotato di raziocinio e nessuno che abbia avuto veramente a cuore le sorti della Palestina avrebbe mai potuto sottostare al ricatto ed alle assurdità di Oslo. La fumosa dichiarazione dei principi si rivelò infatti presto per quello che era, una carota offerta ad Arafat e da lui raccolta per ottenere il suo personale sdoganamento internazionale alla faccia dei diritti del suo popolo.
Sicuramente per queste ed altre meritorie esternazioni Allam ha ricevuto l'anno scorso, in Israele, il premio Dan David (250.000 dollari) non a caso attribuitogli per il suo "eccezionale lavoro giornalistico e per la sua dedizione alla libertà di stampa". Quale sia il concetto di libertà di stampa dei conferenti il premio è cosa ignota, ma l'idea che ne ha il vicedirettore "ad personam" della più importante testata italiana sembra efficacemente esemplificato da una delle sue recenti sortite. Ma pare, ahimè, che non tutti siano d'accordo sul suo concetto palesemente unilaterale di libertà. La diretta interessata del pezzullo ha infatti potuto leggere le proprie personali e-mail sul foglio di Mieli e si è trovata esposta nelle sue vicende personali al rapace interesse degli estimatori dell'oriundo giornalista, dedito anche in questo alla sua propria libertà di stampare o far stampare fatti altrui in vista della possibilità di esibire le vicende di un privato cittadino a conforto delle sue tesi e della sua libertà di gettare benzina sul fuoco. L'interessata, Lia, redattrice del blog Haramlik, non ha comunque gradito e ha deciso di querelare l'articolista e la testata.

Sunday, January 14, 2007

Navigando a vista

Milano, 11 gennaio 2007, un'occasione irripetibile. Per la presentazione da Feltrinelli dell'ultimo lavoro autobiografico di Gore Vidal, "Navigando a vista", si incontrano due mostri sacri della cultura. Arrivano entrambi puntualissimi, anzi sale sul palco in anticipo Fernanda Pivano (classe millenov ... ehm, diciamo, l'anno della dichiarazione di Balfour). Viene accompagnata da Inge Feltrinelli per quella decina di scalini che separano la piccola improvvisata platea e il minuscolo palco intorno a cui si accalca una gran folla e scoppia subito un lungo applauso di caloroso affetto. Poco dopo si è in grado di apprendere, dall'impazzare dei flash, che è arrivato anche Gore Vidal, il tempo del consueto assalto per una parola, magari fuori dalla scaletta, poi viene accompagnato anche lui sul palco. Sale con lentezza appoggiandosi pesantemente sul bastone. Di lui si può comunicare la data di nascita senza essere indiscreti (e poi si trova su Google), è del 1925. Dopo un lungo abbraccio tra i due, inizia l'incontro, con i ricordi di Nanda Pivano. Legge una lunga presentazione trascritta a caratteri di scatola sui fogli che un volonteroso collaboratore le passa, uno ad uno, poi lascia la parola a Gore Vidal, che ne parla ma non presenta il libro. Prende spunto, infatti, da un paio di domande che gli consentono innanzitutto di ringraziare affettuosamente Nanda, ma parla poi in realtà a ruota libera, tra motti di spirito e una costante nota di dolore, della situazione del suo paese. Un paese, gli USA, tradito dal danaro e soprattutto dall'insipienza. Dice che negli Stati Uniti metà della popolazione non legge un libro, né un quotidiano e che vota solo metà della popolazione. Lui teme che si tratti della stessa metà. C'è tanta rabbia nelle sue parole, si sofferma spesso sul venir meno dei diritti costituzionali e non avrebbe bisogno di rammentare il fatto di essere da sempre considerato un personaggio scomodo, uno sempre arrabbiato, adesso lo è ancora di più: "I'v got damn reason to be - dopo una pausa conclude in italiano - arrabbiato". Straordinariamente lucido, ha idee altrettanto chiare - le ha già espresse decine di volte - sulla situazione attuale, sui nefasti dell'amministrazione USA e sullo sciagurato mandato presidenziale. Precisa senza mezzi termini che la vittoria per il primo mandato è stata rubata a suo cugino Al Gore e che il furto, tramite i conteggi aggiustati in Ohio, è stato rinnovato anche per il secondo mandato. Su Bush Junior non fa sconti, dice che è un "cretino" (in italiano). E che sconti potrebbe fare al sedicente presidente di guerra? Al ragazzo "pon pon" della junta guerrafondaia? A uno che considera un disonesto imbecille? Gore Vidal non fa sconti per abitudine, ha da poco raccontato al pubblico che la persona più importante della sua vita è stata sua madre, ma anche quella che gli piaceva di meno: una donna cattiva.

Monday, January 08, 2007

Tira, alzo zero

Il sito azero Today.az riporta un interessante commento di Michael Carmichael (Global Resarch) alle parole del brigadiere generale israeliano Oded Tira, pubblicate su YnetNews del 30 dicembre scorso. Secondo il generale "il presidente Bush manca del potere politico per attaccare l'Iran. Poichè un attacco americano all'Iran è essenziale per la nostra esistenza, dobbiamo aiutarlo a preparare la strada cercando di influenzare [lobbying] il partito democratico (che si sta comportando in modo stupido) e gli editori dei quotidiani USA. Abbiamo bisogno di agire così per far considerare la questione iraniana in modo bipartisan e non farla accostare al fallimento iraqeno".
Altri suggerimenti del milite israeliano sono quello di sollecitare la Lobby sionista a "rivolgersi a Hillary Clinton ed altri potenziali candidati alla [prossima] presidenza" perchè supportino Bush in una immediata azione contro l'Iran. Ma non è questa l'ultima brillante idea del generale, inconsapevole, sembra, dello status di cadavere politico in cui versa il disinvolto inquilino della Casa Bianca. Aggiunge l'ufficiale: "Dobbiamo cooperare di nascosto con l'Arabia Saudita perchè essi pure persuadano gli USA ad attaccare l'Iran. Da parte nostra dovremmo prepararci ad un attacco militare indipendente, coordinando i voli nello spazio aereo iraqeno con quelli degli USA e dovremmo anche coordinare con l'Azerbaijan l'uso delle basi aeree sul loro territorio ed arruolare la minoranza azera in Iran. In più dobbiamo iniziare immediatamente a prepararci per la risposta iraniana ad un attacco".
Leggendo queste dichiarazioni, tipiche di un tifoso arrabbiato e suscettibili di farci dubitare che il generale oltre che della divisa dovrebbe più utilmente essere munito di un bavaglio, riusciamo a capire perchè il sito azero si sia preoccupato di riportare specificamente una delle tante dichiarazioni di ispirazione "ziocon" presenti su YnetNews.
Il generale ha poi coronato il suo intervento asserendo che se gli USA non dovessero attaccare l'Iran, Israele dovrà farlo da solo, perchè diversamente la sua stessa esistenza non sarebbe garantita ed ha ricordato le "implicazioni positive [per lo Stato ebraico] in termini di equilibrio strategico nella nostra regione per le conseguenze sugli Hezbollah, per la stabilità in Libano e per il potere della Siria".
C'è tuttavia una parte dell'articolo del militare israeliano - la prima parte - che ci riguarda in qualche modo più da vicino. Dopo aver lamentato che la missione dell'ONU non sta eseguendo - a suo avviso - la risoluzione del Consiglio di Sicurezza n. 1701 del 2006, poichè gli Hezbollah starebbero rinnovando le "riserve in natura" (luoghi e infrastrutture) distrutte durante la campagna d'aggressione al Libano del luglio scorso e dimenticando che il Consiglio di Sicurezza ha stabilito anche "l'eliminazione di tutte le forze straniere dal Libano che non abbiano l'autorizzazione dal governo libanese", il generale Tira precisa che "se dovremo operare di nuovo in Libano, dovremo affrontare un vero problema nel fronteggiare le forze dell'ONU. Da una parte non possiamo colpirli. dall'altra c'è il rischio che i nostri soldati vengano colpiti da loro, poichè queste forze sono armate come un esercito di stanza. La presenza di un sistema aereo difensivo nelle mani dell'ONU può parimenti limitare la libertà delle nostre forze aeree di operare al di sopra del suolo libanese".

Tuesday, January 02, 2007

Lobby? Quale Lobby?

«Non si dovrebbe mai giudicare un libro dalla sua copertina, ma nel caso dell'ultimo lavoro dell'ex presidente Jimmy Carter, "Palestine. Peace not Apartheid", dovremmo fare un'eccezione. Tutto quanto è realmente necessario sapere in merito a questo fazioso resoconto si trova nel titolo. E' veramente scioccante in un momento di galoppante estremismo islamico, di attacchi suicidi disseminati in Europa, in Asia e nel Medioriente, di dichiarazioni pubbliche in Iran sul desiderio di cancellare Israele dalla mappa e costruire armi nucleari per raggiungere quello scopo, di attacchi con missili e razzi da parte di Hezbollah e di Hamas su Israele, che Jimmy Carter possa vedere esclusivamente Israele come parte responsabile del conflitto tra Israele stesso e i palestinesi. In qualche modo il libro di Carter mi ricorda il bizzarro lavoro "The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy" di John Mearshaimer e Stephen Walt, benchè egli non raggiunga i loro estremi. Come il loro, il suo esame di quasi tutte le questioni relative al conflitto si risolve nel rimproverare Israele per la maggior parte o per tutto quello che è andato male...». Così esordisce Abraham Foxman, direttore dell'ADL (Anti Defamation League), campione della più accesa enfatizzazione del cosiddetto "new anti-semitism", noto al grande pubblico americano - ma meno a quello europeo e per nulla a quello italiano - per il pervicace squilibrio dei suoi interventi in favore di Israele e per la faccia tosta con cui contesta l'esistenza dell'imbarazzante influenza lobbystica filoisraeliana sulla politica americana.
Che fra le altre l'ADL, ma soprattutto l'AIPAC (The American Israel Public Affairs Committee) siano parte del pensiero che governa le operazioni della Lobby sionista americana (gagliardetto peraltro della seconda, che si presenta, nell'epigrafe del suo sito come: "American Pro-Israel Lobby") è fuori discussione, solo Abe Foxman può negare l'influenza filoisraeliana sul Congresso americano e continuare a comporre i suoi anatemi senza morire dalle risate per quello che scrive.
Parliamo per un attimo dell'attacco al libro di Jimmy Carter. Foxman invita il suo pubblico a giudicare dal titolo il lavoro dell'ex presidente americano. L'idea non è male. Non esiste infatti una sintesi più precisa della situazione violentemente perseguita e sin qui ottenuta dai dirigenti dello Stato ebraico a far tempo dalle operazioni preventive nel territorio palestinese durante il mandato britannico (1936-1939), per continuare con quelle di epurazione etnica del 1947-1948, per procedere con l'occupazione del 1967, per continuare con il doppio standard nei confronti della popolazione residente e il sacrificio dei diritti della parte arabo-israeliana, per finire con i meccanismi di contrasto "in limine" della bomba demografica, suscettibile di far evaporare in pochi anni il carattere ebraico dello stesso Stato di Israele se la indomita componenente palestinese non verrà confinata - come si vorrebbe - in cantoni senza speranze e senza sbocchi, studiati in molteplici e malcelate manovre israeliane.
Il falchetto dell'ADL invita la sua audience ad esaminare le seguenti conclusioni di Carter: "Il continuo controllo e la colonizzazione della terra palestinese da parte di Israele sono stati l'ostacolo primario ad un accordo generale di pace in Terra Santa". E "La conclusione è questa: Israele e il Medio Oriente avranno pace solo quando il governo israeliano sarà disponibile ad adeguarsi alla legge internazionale con la road map per la pace ...".
Con fenomenale improntitudine Foxman si lancia quindi nella critica inferocita di quella semplice parola, apartheid, sintesi di un'evidenza sotto gli occhi di tutti senza particolare impegno interpretativo dei fatti. Dice dunque il direttore ADL che: "per raggiungere una tale distorta e semplicistica visione della regione, Carter deve ignorare o sottovalutare i continui esempi del rigetto palestinese di Israele e il terrorismo che sono stati parte dell'equazione dall'inizio e che sono oggi forti come non mai. Deve minimizzare o condannare tutte le profferte di pace e i disimpegni israeliani, più in particolare l'iniziativa dell'ex primo ministro israeliano Ehud Barak a Camp David nel 2000, il ritiro da Gaza dell'ex primo ministro Ariel Sharon e la campagna dell'attuale primo ministro Ehud Olmert tesa al ritiro dal West Bank. E deve ricondurre [Carter] ogni esempio del disagio palestinese a semplice prodotto della repressione israeliana anzicchè dell'estremismo palestinese, per esempio, le condizioni economiche dei palestinesi che hanno molto a che fare con il continuo terrorismo contro Israele".
Rincara poi la dose, lo stesso Foxman, in una lettera aperta all'ex presidente Carter, ove vengono ribaditi fra l'altro gli stessi pensieri stantii: "No matter the distinction you articulate in your letter, using the incendiary word "Apartheid" to refer to Israel and its policies is unacceptable and shameful. Apartheid, that abhorrent and racist system in South Africa, has no bearing on Israeli policies. Not only are Israel's policies not racist, but the situation in the territories does not arise from Israeli intentions to oppress or repress Palestinians, but is a product of Palestinian rejection of Israel and the use of terror and violence against the Jewish state. Nothing illustrates the stark difference better than Israel's offer of withdrawal made at Camp David and its unilateral withdrawal from Gaza".
Ora, se nessuno può ragionevolmente negare il contributo di troppi dirigenti palestinesi alla sciagurata situazione del loro popolo, questione che, con miglior fortuna, il dirigente ADL avrebbe potuto avanzare esaminandola in parallelo con i nefasti della politica israeliana, non sembra proprio il caso che Foxman si inerpichi in discorsi facili ad essere sbugiardati da qualsiasi mediocre lettore di cronache palestinesi e insista a trattare del bluff di Camp David nel 2000. citando come atto di buona volontà la malata (e largamente inespressa) "iniziativa" di Barak, minata ab origine dalla malafede e dalla precarietà della sua situazione politica domestica, nonchè dall'avventurismo propagandistico e dai tentennamenti del suo socio nell'operazione. Il presidente americano Bill Clinton, infatti, era a sua volta più che altro preoccupato, alla fine del suo mandato presidenziale, di recuperare, con la sortita palestinese in extremis, un'immagine compromessa dalla menzogna e dai buoni uffici della Lewinski.
Iniziativa, quella di Barak, che una semplice mappa illustrativa avrebbe evidenziato agli occhi del mondo come inaccettabile, nonostante i negoziatori israelo-americani confidassero allora in un atteggiamento addirittura più disperato e remissivo da parte di Yasser Arafat (che aveva già largamente svenduto e consentito venissero annacquati o negati i sacrosanti diritti della sua gente a vantaggio del proprio personale lentissimo sdoganamento dopo l'esilio di Tunisi). E' da notare in proposito che la medesima o analoga mappa viene sventolata - ma da lontano - agli studenti di Harvard dall'ultimo campione della propaganda lobbystica israeliana, quell'Alan Dershowitz che - dopo essersi occupato di far dichiarare le innocenze di Klaus Von Bulow e di O.J Simpson - ha messo a frutto le sue innegabili capacità forensi per costruire il suo fazioso "Case for Israel", prima riversato nel libro omonimo (inviato per sua stessa ammissione a tutti i membri del Congresso americano) ed oggi nelle disinvolte pagine del mainstream pro-israeliano. Non a caso l'ex presidente Carter - invitato ad un inutile dibattito con il legale - ha osservato e per questo è stato oggetto di ulteriori strali: "Non voglio avere una conversazione, neppure indirettamente, con Dershowitz, non è necessario per me dibattere con qualcuno che, a mio parere, non sa nulla della situazione in Palestina".
Gli è che la "proposta" (virgolette d'obbligo) di Barak a Camp David - e prima di essa la sacralizzata pantomima di Oslo - non godeva neppure dei crismi della serietà, come ha dovuto di recente osservare, al di sopra di ogni sospetto, lo stesso ex ministro israeliano Shlomo Ben Ami che partecipò attivamente al summit. Quella "proposta" era infatti palesemente studiata per chiudere in una serie di enclavi, senza continuità, senza futuro e senza autonomia, la gente di Palestina. Ancora meno seria è poi la trovata di citare Sharon - senza neppure vergognarsene - come novello campione di pace nella regione, perchè in estremis protagonista non rimpianto di un ultimo spudorato tentativo di confinamento dei palestinesi ai minimi possibili termini di libertà, di terra e di vita. In questo oggi imitato, forse con scarsa convinzione, dal suo imponderabile ed inconsistente successore.
Farebbe meglio Foxman, prima di indirizzare i propri anatemi verso chiunque evidenzi l'influenza filoisraeliana sul Congresso degli Stati Uniti, ad occuparsi dei memorandum trasudanti tracotante ingerenza, che la Lobby (nel caso, l'AIPAC) fornisce ai suoi associati e che oggi, a titolo di esempio, suonano così: "Stop Iran's Nuclear Program", "Block Hizballah Terrorism", "Sanction Syria", "Outlaw Hizballah", "Stand by Israel", "Proibit Aid to Hamas", "Support Foreign Aid to Israel". E soprattutto: "Connect with Congress", esortazione seguita da queste parole: "procuratevi informazioni aggiornate riguardo la legislazione inerente le relazioni tra gli USA e Israele e avvantaggiatevi dei nostri servizi interattivi per mantenere informati i membri del Congresso su queste importanti questioni. Usate i nostri rapidi ed elementari strumenti per cercare il vostro membro del Congresso ed entrate in azione. Mandate e-mail e lettere al vostro membro del Congresso per assicurarvi che la vostra voce sia ascoltata". (Cfr. AIPAC - Take Action)
Ciò detto e letto, appare significativo e ridicolo quanto l'inviperito Foxman aggiunge nella sua critica astiosa al libro di Carter: "per quanto sia inquietante il semplicistico approccio di Carter, ancora più inquietante è il suo uso del tema di Mearsheimer e Walt [ndr autori di "The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy - pubblicato dal London Review of Books] in merito al controllo ebraico della politica americana benchè in forma assai più sintetica e non quale obiettivo del suo lavoro. Riferendosi alla politica americana indirizzata alla "giustificazione" di ogni azione israeliana, Carter scrive: "ci sono costanti e veementi dibattiti negli ambienti politici e sui media in Israele in merito alla sua politica nel West Bank, ma a causa dei potentati politici, economici e religiosi, negli USA le decisioni del governo israeliano sono raramente messe in discussione o condannate, le voci da Gerusalemme condizionano i nostri media e la maggior parte dei cittadini americani è inconsapevole di quanto accade nei territori occupati" ..."E' triste che il Signor Carter cerchi di usare la sua influenza in questo modo. E' pericoloso perchè sarà usata da elementi disposti a minare il supporto di questo paese per Israele".
Sembra francamente che ci sia questo pericolo, Manca infatti del tutto, nelle esortazioni sopra riprodotte qualsiasi accenno alla vita interna del paese che graziosamente è diventato terreno fertile e condiscendente ai voleri della Lobby filoisraeliana. Mentre i problemi americani non sono certo all'apice delle preoccupazioni di chi si impegna esclusivamente a disseminare propaganda contro un equo dibattito sulla questione mediorientale, qualcuno potrebbe chiedersi se la deriva fondamentalista che sta scatenando l'inferno in medioriente non sia in ultima analisi controproducente in patria. Oggi tremila morti nel fango di Baghdad suonano forse come un campanello d'allarme e l'ultimo lavoro di Jimmy Carter che ha osato addirittura sottolineare (e se non lo sa lui che è stato presidente degli USA!) la patologica influenza del gruppo sionista sulla politica americana potrebbe svegliare più di una coscienza.
E forse per dimostrare i suoi assunti - sia detto con ironia - il Signor Foxman si è dato da fare per cercare di impedire che nell'ottobre 2006 lo storico americano Tony Judt tenesse una conferenza proprio sul tema "la Lobby israeliana e la sua influenza sulla politica estera americana" presso il consolato polacco a Manhattan, facendo l'organizzazione e lo storico oggetto di ben circostanziate promesse, che lo stesso Judt, amaramente, ha reso pubbliche.