Tuesday, January 02, 2007

Lobby? Quale Lobby?

«Non si dovrebbe mai giudicare un libro dalla sua copertina, ma nel caso dell'ultimo lavoro dell'ex presidente Jimmy Carter, "Palestine. Peace not Apartheid", dovremmo fare un'eccezione. Tutto quanto è realmente necessario sapere in merito a questo fazioso resoconto si trova nel titolo. E' veramente scioccante in un momento di galoppante estremismo islamico, di attacchi suicidi disseminati in Europa, in Asia e nel Medioriente, di dichiarazioni pubbliche in Iran sul desiderio di cancellare Israele dalla mappa e costruire armi nucleari per raggiungere quello scopo, di attacchi con missili e razzi da parte di Hezbollah e di Hamas su Israele, che Jimmy Carter possa vedere esclusivamente Israele come parte responsabile del conflitto tra Israele stesso e i palestinesi. In qualche modo il libro di Carter mi ricorda il bizzarro lavoro "The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy" di John Mearshaimer e Stephen Walt, benchè egli non raggiunga i loro estremi. Come il loro, il suo esame di quasi tutte le questioni relative al conflitto si risolve nel rimproverare Israele per la maggior parte o per tutto quello che è andato male...». Così esordisce Abraham Foxman, direttore dell'ADL (Anti Defamation League), campione della più accesa enfatizzazione del cosiddetto "new anti-semitism", noto al grande pubblico americano - ma meno a quello europeo e per nulla a quello italiano - per il pervicace squilibrio dei suoi interventi in favore di Israele e per la faccia tosta con cui contesta l'esistenza dell'imbarazzante influenza lobbystica filoisraeliana sulla politica americana.
Che fra le altre l'ADL, ma soprattutto l'AIPAC (The American Israel Public Affairs Committee) siano parte del pensiero che governa le operazioni della Lobby sionista americana (gagliardetto peraltro della seconda, che si presenta, nell'epigrafe del suo sito come: "American Pro-Israel Lobby") è fuori discussione, solo Abe Foxman può negare l'influenza filoisraeliana sul Congresso americano e continuare a comporre i suoi anatemi senza morire dalle risate per quello che scrive.
Parliamo per un attimo dell'attacco al libro di Jimmy Carter. Foxman invita il suo pubblico a giudicare dal titolo il lavoro dell'ex presidente americano. L'idea non è male. Non esiste infatti una sintesi più precisa della situazione violentemente perseguita e sin qui ottenuta dai dirigenti dello Stato ebraico a far tempo dalle operazioni preventive nel territorio palestinese durante il mandato britannico (1936-1939), per continuare con quelle di epurazione etnica del 1947-1948, per procedere con l'occupazione del 1967, per continuare con il doppio standard nei confronti della popolazione residente e il sacrificio dei diritti della parte arabo-israeliana, per finire con i meccanismi di contrasto "in limine" della bomba demografica, suscettibile di far evaporare in pochi anni il carattere ebraico dello stesso Stato di Israele se la indomita componenente palestinese non verrà confinata - come si vorrebbe - in cantoni senza speranze e senza sbocchi, studiati in molteplici e malcelate manovre israeliane.
Il falchetto dell'ADL invita la sua audience ad esaminare le seguenti conclusioni di Carter: "Il continuo controllo e la colonizzazione della terra palestinese da parte di Israele sono stati l'ostacolo primario ad un accordo generale di pace in Terra Santa". E "La conclusione è questa: Israele e il Medio Oriente avranno pace solo quando il governo israeliano sarà disponibile ad adeguarsi alla legge internazionale con la road map per la pace ...".
Con fenomenale improntitudine Foxman si lancia quindi nella critica inferocita di quella semplice parola, apartheid, sintesi di un'evidenza sotto gli occhi di tutti senza particolare impegno interpretativo dei fatti. Dice dunque il direttore ADL che: "per raggiungere una tale distorta e semplicistica visione della regione, Carter deve ignorare o sottovalutare i continui esempi del rigetto palestinese di Israele e il terrorismo che sono stati parte dell'equazione dall'inizio e che sono oggi forti come non mai. Deve minimizzare o condannare tutte le profferte di pace e i disimpegni israeliani, più in particolare l'iniziativa dell'ex primo ministro israeliano Ehud Barak a Camp David nel 2000, il ritiro da Gaza dell'ex primo ministro Ariel Sharon e la campagna dell'attuale primo ministro Ehud Olmert tesa al ritiro dal West Bank. E deve ricondurre [Carter] ogni esempio del disagio palestinese a semplice prodotto della repressione israeliana anzicchè dell'estremismo palestinese, per esempio, le condizioni economiche dei palestinesi che hanno molto a che fare con il continuo terrorismo contro Israele".
Rincara poi la dose, lo stesso Foxman, in una lettera aperta all'ex presidente Carter, ove vengono ribaditi fra l'altro gli stessi pensieri stantii: "No matter the distinction you articulate in your letter, using the incendiary word "Apartheid" to refer to Israel and its policies is unacceptable and shameful. Apartheid, that abhorrent and racist system in South Africa, has no bearing on Israeli policies. Not only are Israel's policies not racist, but the situation in the territories does not arise from Israeli intentions to oppress or repress Palestinians, but is a product of Palestinian rejection of Israel and the use of terror and violence against the Jewish state. Nothing illustrates the stark difference better than Israel's offer of withdrawal made at Camp David and its unilateral withdrawal from Gaza".
Ora, se nessuno può ragionevolmente negare il contributo di troppi dirigenti palestinesi alla sciagurata situazione del loro popolo, questione che, con miglior fortuna, il dirigente ADL avrebbe potuto avanzare esaminandola in parallelo con i nefasti della politica israeliana, non sembra proprio il caso che Foxman si inerpichi in discorsi facili ad essere sbugiardati da qualsiasi mediocre lettore di cronache palestinesi e insista a trattare del bluff di Camp David nel 2000. citando come atto di buona volontà la malata (e largamente inespressa) "iniziativa" di Barak, minata ab origine dalla malafede e dalla precarietà della sua situazione politica domestica, nonchè dall'avventurismo propagandistico e dai tentennamenti del suo socio nell'operazione. Il presidente americano Bill Clinton, infatti, era a sua volta più che altro preoccupato, alla fine del suo mandato presidenziale, di recuperare, con la sortita palestinese in extremis, un'immagine compromessa dalla menzogna e dai buoni uffici della Lewinski.
Iniziativa, quella di Barak, che una semplice mappa illustrativa avrebbe evidenziato agli occhi del mondo come inaccettabile, nonostante i negoziatori israelo-americani confidassero allora in un atteggiamento addirittura più disperato e remissivo da parte di Yasser Arafat (che aveva già largamente svenduto e consentito venissero annacquati o negati i sacrosanti diritti della sua gente a vantaggio del proprio personale lentissimo sdoganamento dopo l'esilio di Tunisi). E' da notare in proposito che la medesima o analoga mappa viene sventolata - ma da lontano - agli studenti di Harvard dall'ultimo campione della propaganda lobbystica israeliana, quell'Alan Dershowitz che - dopo essersi occupato di far dichiarare le innocenze di Klaus Von Bulow e di O.J Simpson - ha messo a frutto le sue innegabili capacità forensi per costruire il suo fazioso "Case for Israel", prima riversato nel libro omonimo (inviato per sua stessa ammissione a tutti i membri del Congresso americano) ed oggi nelle disinvolte pagine del mainstream pro-israeliano. Non a caso l'ex presidente Carter - invitato ad un inutile dibattito con il legale - ha osservato e per questo è stato oggetto di ulteriori strali: "Non voglio avere una conversazione, neppure indirettamente, con Dershowitz, non è necessario per me dibattere con qualcuno che, a mio parere, non sa nulla della situazione in Palestina".
Gli è che la "proposta" (virgolette d'obbligo) di Barak a Camp David - e prima di essa la sacralizzata pantomima di Oslo - non godeva neppure dei crismi della serietà, come ha dovuto di recente osservare, al di sopra di ogni sospetto, lo stesso ex ministro israeliano Shlomo Ben Ami che partecipò attivamente al summit. Quella "proposta" era infatti palesemente studiata per chiudere in una serie di enclavi, senza continuità, senza futuro e senza autonomia, la gente di Palestina. Ancora meno seria è poi la trovata di citare Sharon - senza neppure vergognarsene - come novello campione di pace nella regione, perchè in estremis protagonista non rimpianto di un ultimo spudorato tentativo di confinamento dei palestinesi ai minimi possibili termini di libertà, di terra e di vita. In questo oggi imitato, forse con scarsa convinzione, dal suo imponderabile ed inconsistente successore.
Farebbe meglio Foxman, prima di indirizzare i propri anatemi verso chiunque evidenzi l'influenza filoisraeliana sul Congresso degli Stati Uniti, ad occuparsi dei memorandum trasudanti tracotante ingerenza, che la Lobby (nel caso, l'AIPAC) fornisce ai suoi associati e che oggi, a titolo di esempio, suonano così: "Stop Iran's Nuclear Program", "Block Hizballah Terrorism", "Sanction Syria", "Outlaw Hizballah", "Stand by Israel", "Proibit Aid to Hamas", "Support Foreign Aid to Israel". E soprattutto: "Connect with Congress", esortazione seguita da queste parole: "procuratevi informazioni aggiornate riguardo la legislazione inerente le relazioni tra gli USA e Israele e avvantaggiatevi dei nostri servizi interattivi per mantenere informati i membri del Congresso su queste importanti questioni. Usate i nostri rapidi ed elementari strumenti per cercare il vostro membro del Congresso ed entrate in azione. Mandate e-mail e lettere al vostro membro del Congresso per assicurarvi che la vostra voce sia ascoltata". (Cfr. AIPAC - Take Action)
Ciò detto e letto, appare significativo e ridicolo quanto l'inviperito Foxman aggiunge nella sua critica astiosa al libro di Carter: "per quanto sia inquietante il semplicistico approccio di Carter, ancora più inquietante è il suo uso del tema di Mearsheimer e Walt [ndr autori di "The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy - pubblicato dal London Review of Books] in merito al controllo ebraico della politica americana benchè in forma assai più sintetica e non quale obiettivo del suo lavoro. Riferendosi alla politica americana indirizzata alla "giustificazione" di ogni azione israeliana, Carter scrive: "ci sono costanti e veementi dibattiti negli ambienti politici e sui media in Israele in merito alla sua politica nel West Bank, ma a causa dei potentati politici, economici e religiosi, negli USA le decisioni del governo israeliano sono raramente messe in discussione o condannate, le voci da Gerusalemme condizionano i nostri media e la maggior parte dei cittadini americani è inconsapevole di quanto accade nei territori occupati" ..."E' triste che il Signor Carter cerchi di usare la sua influenza in questo modo. E' pericoloso perchè sarà usata da elementi disposti a minare il supporto di questo paese per Israele".
Sembra francamente che ci sia questo pericolo, Manca infatti del tutto, nelle esortazioni sopra riprodotte qualsiasi accenno alla vita interna del paese che graziosamente è diventato terreno fertile e condiscendente ai voleri della Lobby filoisraeliana. Mentre i problemi americani non sono certo all'apice delle preoccupazioni di chi si impegna esclusivamente a disseminare propaganda contro un equo dibattito sulla questione mediorientale, qualcuno potrebbe chiedersi se la deriva fondamentalista che sta scatenando l'inferno in medioriente non sia in ultima analisi controproducente in patria. Oggi tremila morti nel fango di Baghdad suonano forse come un campanello d'allarme e l'ultimo lavoro di Jimmy Carter che ha osato addirittura sottolineare (e se non lo sa lui che è stato presidente degli USA!) la patologica influenza del gruppo sionista sulla politica americana potrebbe svegliare più di una coscienza.
E forse per dimostrare i suoi assunti - sia detto con ironia - il Signor Foxman si è dato da fare per cercare di impedire che nell'ottobre 2006 lo storico americano Tony Judt tenesse una conferenza proprio sul tema "la Lobby israeliana e la sua influenza sulla politica estera americana" presso il consolato polacco a Manhattan, facendo l'organizzazione e lo storico oggetto di ben circostanziate promesse, che lo stesso Judt, amaramente, ha reso pubbliche.

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