Saturday, December 30, 2006

Genti di Siria e Palestina

«Tutte le razze umane sono rappresentate in questa contrada, confuse, rimescolate, con incroci multipli, parlando ciascuna una propria lingua e vestendo un suo abito nazionale. Infatti, vagando per le vie di una città, vi si vede l'africano dai capelli lanosi e dalla carnagione nera, ricoperto di un semplice straccio girato ai fianchi e fissato con una cintura od anche più semplicemente con una corda; vi si vede il fiero Persiano dalla lunga casacca scura; l'abbronzato e magro Arabo con l'enorme turbante e il caftan; il piccolo e tozzo Turco; l'antico Semita, dominatore un tempo del paese, ora sporco e stracciato; il Druso e il Maronito, discendente dei Fenici; l'Armeno; il Greco; l'Europeo in tutte le sue varietà. E tutta questa gente passa sotto il nome generale di Siriaca nelle città e sotto quello di Kufar o Fellah nelle campagne facendo il sedentario, mentre il beduino nomade si conosce con nome di Tuara. Pure essendo tutte queste genti di razze differenti, trovansi legate fra loro strettamente dal sentimento religioso, come i Maroniti del Libano Occidentale, i Metuah di Tiro, che sono Sciti maomettani, e i Nazareni, i Kurdi e Armeni, gente sbandata da ogni dove». (Mundus - Dott. Carlo Muzio, Ufficiale Superiore della Regia Marina - Sonzogno, anni '30)

Friday, December 29, 2006

Oltre l'arroganza

Il CASMII (Campaign Against Sanctions and Military Intervention in Iran), ha espresso grave preoccupazione sugli ultimi sviluppi della situazione ipocritamente ratificata dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU con la risoluzione 1737 del 2006. Il link all'organizzazione per il momento non funziona, ma la dichiarazione può essere letta, per esempio, su ZNet. L'organizzazione ha osservato che l'imposizione di sanzioni da parte del Consiglio è malamente consigliata e tesa alla distruzione di una possibilità di dialogo pacifico. "Questa azione non solo priva l'Iran dei diritti inalienabili spettanti ad ogni altra nazione [cfr NPT Trattato di Non Proliferazione Nucleare], ma dimostra il modo irresponsabile in cui l'istituzione internazionale [ONU] è stata usata come strumento per soddisfare i guerrafondai militanti negli USA e in Occidente".
Continua il comunicato sottolineando che questa è probabilmente la prima volta nella storia delle Nazioni Unite in cui un'intera nazione viene punita non per la violazione attuale del diritto internazionale ma per pure speculazioni da parte di tre o quattro potenti paesi riguardo la sua possibile futura condotta. Come Seymour Hersh ha riferito sul New Yorker, né la CIA, né l'intelligence israeliana sono state in grado di dimostrare alcun programma di sviluppo di armi nucleari in Iran ("The Administration’s planning for a military attack on Iran was made far more complicated earlier this fall by a highly classified draft assessment by the C.I.A. challenging the White House’s assumptions about how close Iran might be to building a nuclear bomb. The C.I.A. found no conclusive evidence, as yet, of a secret Iranian nuclear-weapons program running parallel to the civilian operations that Iran has declared to the International Atomic Energy Agency. (The C.I.A. declined to comment on this story"). Nè, d'altra parte, la IAEA è stata in grado di indicare la minima prova dell'esistenza di un programma nucleare iraniano sugli armamenti.
Lo stesso sistema è stato del resto utilizzato nei confronti dell'Iraq oltre tre anni fa. Le sanzioni vengono oggi giustificate a titolo di "preoccupazione per la sicurezza" degli USA e di un pugno di altre nazioni e non come volontà della comunità internazionale. Il CASMII lamenta che al Consiglio di Sicurezza un voto unanime è stato resto possibile tramite pressioni politiche senza precedenti da parte degli USA e riferisce che, secondo l'Observer, gli USA hanno incrementato del 270% gli aiuti esteri a membri del Consiglio di Sicurezza come incentivo per il supporto delle posizioni americane. Le sanzioni - è intuitivo - vengono imposte semplicemente per minare il processo diplomatico e per arrivare ad un intervento militare per la soluzione di un problema interamente prefabbricato.
E' peraltro indicativa di questo atteggiamento - secondo la Campagna Iraniana contro le Sanzioni - l'inclusione del "programma missilistico" dell'Iran nella risoluzione dell'ONU. Infatti "l'esplicita menzione di missili convenzionali (che non sono armi di distruzione di massa secondo le leggi internazionali) ci ricorda la distruzione supervisionata dall'ONU dei missili iraqeni al-Samud prima dell'invasione del 2003. In retrospettiva l'opposizione USA/Regno Unito a queste armi convenzionali fu solo una scusa per eliminare le difese dell'Iraq per facilitare la distruzione del paese nel corso della pianificata susseguente invasione". La considerazione dei missili balistici è surrettiziamente imposta nelle premesse alla risoluzione 1737 ("Determined to give effect to its decisions by adopting appropriate measures to persuade Iran to comply with resolution 1696 (2006) and with the requirements of the IAEA, and also to constrain Iran’s development of sensitive technologies in support of its nuclear and missile programmes, until such time as the Security Council determines that the objectives of this resolution have been met") e riguarda poi, nel corpo della risoluzione, tutte le organizzazioni, le industrie e le persone coinvolte nel programma missilistico (convenzionale) iraniano.

Sunday, December 17, 2006

Mai più?

Nazis and Nazi Collaborators (Punishment) Law 5710-1950, 1 Aug 1950. "Crimes against the Jewish people, crimes against humanity and war crimes. 1. (a) A person who has committed one of the following offences - (1) done, during the period of the Nazi regime, in an enemy country, an act constituting a crime against the Jewish people; (2) done, during the period of the Nazi regime, in an enemy country, an a act constituting a crime against humanity; (3) done, during the period of the Second World War, in an enemy country, an act constituting a war crime, is liable to the death penalty. (b) In this section - "crime against the Jewish people" means any of the following acts, committed with intent to destroy the Jewish people in whole or in part: (1) killing Jews; (2) causing serious bodily or mental harm to Jews; (3) placing Jews in living conditions calculated to bring about their physical destruction; (4) imposing measures intended to prevent births among Jews; (5) forcibly transferring Jewish children to another national or religious group; (6) destroying or desecrating Jewish religious or cultural assets or values; (7) inciting to hatred of Jews; "crime against humanity" means any of the following acts: murder, extermination, enslavement, starvation or deportation and other inhumane acts committed against any civilian population, and persecution on national, racial, religious or political grounds; "war crime" means any of the following acts: murder, ill-treatment or deportation to forced labour or for any other purpose, of civilian population of or in occupied territory; murder Or ill-treatment of prisoners of war or persons on the seas; killing of hostages; plunder of public or private property; wanton destruction of cities, towns or villages; and devastation not justified by military necessity".
Come sopra scritto nel testo inglese che si può trovare sul sito web del Ministero israeliano degli affari esteri, il primo articolo della legge istituita nell'agosto del 1950 dal neonato Stato di Israele per la punizione dei criminali nazisti e dei loro collaboratori definì crimine contro l'umanità ognuno di questi atti: assassinio, sterminio, riduzione in schiavitù, uccisione per fame o deportazione o altri atti inumani commessi contro qualsiasi popolazione civile, e persecuzione per motivi nazionali, razziali, religiosi o politici. E definì crimine di guerra ognuno dei seguenti atti: violazioni delle leggi o delle consuetudini di guerra, che comprendono - pur non limitandovisi - assassinio, maltrattamento o deportazione a scopo di lavoro forzato o a qualasiasi altro scopo della popolazione civile di un territorio occupato, assassinio o maltrattamento di prigionieri di guerra o di persone in mare, uccisione di ostaggi, saccheggio di proprietà pubbliche o private, distruzione arbitraria di città o villaggi, devastazione non giustificata da necessità militare.
Alcuni anni dopo, nel 1961, in occasione del processo al tenente colonnello nazista Adolf Eichmann, Moshe Pearlman ebbe occasione di scrivere che non solo Israele ma molte altre nazioni avevano incorporato quei principi nel loro codice penale, continuò affermando che gli stessi principi facevano parte della Convenzione dell'ONU contro il genocidio e precisò infine che "secondo la legge delle Nazioni Unite, nessun governo del mondo ha il potere di legalizzare gli atti di cui Eichmann è accusato". (M. Pearlman, The Capture of Adolf Eichmann - Gerusalemme 1961)
Naturalmente nessuno può oggi immaginare che le sole parole di Pearlman, che in ogni caso furono quelle di un "giornalista" emotivamente coinvolto e non di un tecnico del diritto, possano influire sulle operazioni che la deprimente china morale in cui è stato precipitato lo Stato ebraico ha reso pane quotidiano per la popolazione palestinese, sia per i protagonisti miserabili che per i ricchi e talvolta corrotti dirigenti della sua disperata resistenza. Ma i principi fondamentali del diritto e del diritto internazionale suggeriscono la correttezza, almeno in questo, del suo pensiero. Davanti allo sdegno e all'orrore esibiti ad Israele e al mondo in occasione del processo ad Eichmann (un alacre e scrupoloso burocrate, ufficiale nazista esperto di questioni ebraiche, spettatore condiscendente alla formulazione della soluzione finale, organizzatore di deportazioni sistematiche e in ultima analisi dello sterminio di centinaia di migliaia di persone), la legge emanata dallo Stato ebraico nel 1950 consentì di allargare la definizione dei crimini contro l'umanità e dei crimini di guerra e non consente viceversa, oggi, per un intuitivo principio di giustizia, da un lato di circoscriverne contenuti e conseguenze ai delitti commessi dai soli nazisti nel solo periodo del regime nazista, dall'altro di trascurare il fatto (sottolineato appunto da Pearlman) che l'orrore universalmente suscitato dai delitti commessi nel periodo nazista avrebbe. da allora in avanti, a maggior ragione, impedito a un governo - a qualsiasi governo e per qualsiasi motivo - di legalizzare quelli o analoghi crimini. Ciò che il diritto internazionale appunto non consente.
Sbaglierebbe tuttavia chi assimilasse - come è in effetti accaduto - l'acuta patologia che ha originato il delirio nazista e lo sterminio alla situazione venutasi a creare in Palestina con l'imposizione dello Stato di Israele. E ciò non tanto e non solo per la differenza nei metodi, nei numeri e nei presupposti, quanto per la paziente originalità del disegno sionista, come sembra programmato all'annichilimento dell'ingombrante popolazione della "terra senza popolo" e finalizzato a guadagnare lo spazio destinato, in via esclusiva, ad esso "popolo senza terra". Sotto questo aspetto non è necessario cercare nel passato gli esempi più atroci e, si spera, irripetibili di epurazione. Il tentativo tuttora infruttuoso di annientare in modo internazionalmente presentabile il problema costituito dall'esistenza della gente di Palestina non ha avuto infatti bisogno di modelli, né di precedenti ed ha anzi goduto, oltre che di un consenso ingiustificato e largamente basato sulla necessità di rimozione, sulla propaganda e spesso sulla menzogna, di una sua criminosa e strisciante singolarità.
Nessuna esplicita teoria razzista è stata necessaria per legittimare agli occhi del mondo, nel secondo dopoguerra e ancora oggi, la costituzione di uno Stato esclusivamente ebraico, innanzitutto perchè il concetto stesso di razza come discriminante mal si adeguerebbe alle circostanze di fatto (nonostante frequenti riferimenti all'antisemitismo che, a priori, si è detto ancora animare i popoli arabi come, di preferenza, il resto del mondo) e in secondo luogo perchè Israele, avendo ereditato lo status secolare di persecuzione dei suoi componenti, acuito poi all'estremo limite negli orrori della Shoah, ha potuto largamente usufruire di un enfatizzato ricorso al principio e alla pratica dell'autodifesa nei confronti di quella che - a torto o a ragione - viene presentata come la perpetua minaccia alla sua stessa esistenza.
Al riguardo è legittimo quindi chiedersi se molta parte dell'atteggiamento assunto da tutti i dirigenti dello Stato ebraico e da una parte ondeggiante del paese nei confronti della comprensibile ostilità politica del mondo arabo e, al suo interno, nei confronti della soggiogata gente di Palestina, non sia il frutto della coesistenza di fattori ed interessi materiali con la irrazionale esasperazione dei sentimenti indotta in un popolo che aveva dovuto subire la duplice traumatica vergogna derivante dai ricordi della Shoah e della Nakba, poi concretatasi in un miscuglio di rimozione e spirito di rivalsa. E a questo dovrebbe aggiungersi (senza nulla togliere alla concomitante capacità palestinese di creare situazioni esplosive e di perdere al tavolino della diplomazia anche le guerre vinte) il determinante ed interessato intervento o la colpevole condiscendenza di tutti i governi e di tutte le comunità che, direttamente o indirettamente, avevano lasciato che si consumasse una criminale ingiustizia e di seguito avevano trovato il modo di autoassolversi assistendo con colpevole disinteresse all'evolvere di una seconda brutale ingiustizia.
Sia quel che sia, quasi sessant'anni dopo l'emanazione della legge fatta per punire i criminali nazisti, proprio in Israele sarebbe stato doveroso fare tesoro della inaccettabile e traumatica esperienza subita dal popolo ebraico in Europa e di tutti coloro i quali, dopo aver assistito passivamente alla distruzione di intere popolazioni non avrebbero mai più potuto dire "io non sapevo". E sarebbe stato necessario interiorizzare un principio assoluto esprimendo, nella teoria e nei fatti, la condanna incondizionata dei crimini contro l'umanità. Condanna che non poteva e non può essere relativizzata, sol che si pensi che il farlo era stato a monte delle giustificazioni avanzate da chi si era fatto portatore o zelante esecutore, spettatore o vittima rassegnata degli ordini e delle leggi criminali che avevano agevolato il sistematico annientamento di milioni di persone.

Monday, December 04, 2006

Il conflitto arabo israeliano palestinese for dummies

Quanto segue è stato già pubblicato su questo blog nel settembre ed ottobre 2005. Ripropongo lo scritto seguendo l'ordine cronologico delle varie fasi del conflitto, confidando che - per quanto si tratti di un mio disinvolto riassuntino - possa rivelarsi di qualche utilità.

Il conflitto arabo israeliano palestinese for dummies (preambolo)

Forse è meglio iniziare con ordine, dal libro usato per legittimare il ritorno in terra d’altri ma per volontà di Dio del popolo scelto da Dio. Questo periodo è affidato al racconto, alla leggenda, alla fantasia, alla fiaba ed alla convinzione che Dio abbia avuto necessità e voglia di scegliere dove e perchè tra miliardi di sistemi planetari un manipolo di creature tra miliardi e miliardi di creature sarebbe dovuto andare a spargere la sua irrisoria progenie. E come tale, come una fiaba, ce lo raccontiamo in breve.

In principio Dio fece il mondo, che era naturalmente perfetto perché era fatto da Dio, e siccome non poteva o non voleva occuparsene, fece anche l’uomo per governarlo e gestirlo, cioè in pratica per lavorarci. E così Dio prese l’uomo appena fatto e lo mise “nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse”. E in cambio l’uomo? Boh, avrebbe goduto della presenza di Dio ...
Vabbè, dopo un po’ l’uomo, che oltre al lavoro e al godimento si trovò tra capo e collo anche la donna - naturalmente fatta da Dio - si ribellò e cercò di diventare come Dio, mangiando su suggerimento della donna una mela fornita loro da un serpente . Ma si può essere più rincoglioniti?.
Piuttosto contrariato Dio cacciò l’uomo e naturalmente la donna dal paradiso terrestre, sterminò gli uomini con il diluvio salvando solo Noè con moglie, tre figli - Sem, Cam e Iafet - e un bel po’ di animali, poi scelse Abramo e i suoi discendenti, che sono ebrei, ma anche arabi, per ripristinare – contento lui - un rapporto con l’umanità. E chi era Abramo? Era il figlio di Terach, che era figlio di Nacor, che era figlio di Serug, che era figlio di Reu, che era figlio di Peleg, che era figlio di Eber, che era figlio di Selach, che era figlio di Arpacsad, che era figlio di Sem, che era figlio di Noè. Non si sa bene come né perché, Dio promise solo agli ebrei la “terra promessa”. E gli altri? Gli altri ciccia.

Sia quel che sia, sembra che intorno al diciottesimo secolo avanti Cristo, i patriarchi del popolo ebraico, cioè Abramo, suo figlio Isacco e suo nipote Giacobbe, detto Israele (Bibbia, Libro dei Re), si insediassero in terra …d'Israele, cioè in terra di Giacobbe - sai la fantasia - che allora si chiamava ancora terra di Canaan. E chi era Canaan? Un figlio di Cam. Cioè un nipote di Noè. Nonché fratello di Put, di Etiopia e di Egitto. (Quella dei figli di Put è un’altra storia). Al tempo tuttavia quella terra, la terra di Canaan, che andava “da Sidone in direzione di Gerar fino a Gaza, poi in direzione di Sòdoma, Gomorra, Adma e Zeboim, fino a Lesa”, non forniva evidentemente di che vivere senza darsi un gran daffare, soprattutto nelle zona desertiche del Negev e del Sinai, argutamente scelte da Abramo per stabilirvisi, e l’insediamento durò fino ai primi periodi di carestia.
Intorno al 1500 a.c., quindi, la tribù dei figli di Israele, cioè di Giacobbe, nonostante Dio avesse loro promesso la terra promessa, cioè la Palestina, che però non si chiamava ancora Palestina ma terra di Canaan, era alla fame ed emigrava in Egitto approfittando del disfacimento dell’impero egiziano. Erano una settantina di persone in tutto, compreso Abramo, che era ancora vivo e dodici figli di Giacobbe, cioè di Israele.
Senonchè l’invasione da parte di quelli che erano stati ex contribuenti dei faraoni, come ex abitanti delle ex città-stato che si trovavano nella ex terra di Canaan - che infatti, nel frattempo, alcuni chiamavano Canaan, altri Israele, altri Palestina e altri, semplicemente, “qui” - non veniva ben vista dagli egiziani e soprattutto dal Faraone, disfatto forse, ma non ancora del tutto rimbecillito.
Secondo un uso probabilmente consueto in quel tempo, essendo forestieri, o ultimi arrivati, o pochi, o troppi, o antipatici, o semplicemente ebrei, i figli di Israele e parenti di Giacobbe, cioè di Israele, venivano ridotti in schiavitù dagli egiziani. Dopo alcuni secoli (boh?) di schiavitù, grazie ai favori resi al Faraone da Sara, moglie di Abramo, e in virtù di una complicata attività e l’uso di armi poco convenzionali di comune intesa con Dio (che invece di prendersela con Abramo se la prendeva con il Faraone, colpiva lui e la sua casa “con grandi calamità” e mandava le piaghe agli egiziani che non c’entravano nulla), gli ebrei, che nel frattempo erano diventati tanti, anche perché non morivano mai, guidati da Mosè, fuggivano o forse venivano cacciati a pedate o comunque decidevano di andarsene dall’Egitto. Aiutati da Dio attraversavano il Mar Rosso e invece di ringraziare Iddio rimanevano per una quarantina d’anni nel deserto del Sinai ad adorare un vitello d’oro. Dio, che in passato non si era dimostrato proprio propenso ad essere pigliato per i fondelli, dimostrava nel caso una gran pazienza e non li inceneriva.
Intorno al tredicesimo secolo a.c. (1250 a.c.) gli ebrei lasciavano il deserto e si dirigevano alla volta della solita (ex) terra di Canaan, da dove erano venuti. Gli è che, nel frattempo, cioè da un paio di centinaia di anni (1190 a.c. circa), altra gente - tra cui i cosiddetti popoli del mare indoeuropei o Filistei provenienti, sembra, da Creta - alla faccia della carestia si era sistemata stabilmente in quella terra, tra la costa e il fiume Giordano e conviveva forse pacificamente con chi vi era nato o cresciuto o rimasto, tra i quali gli Apiru, altri ebrei di cui con inesauribile fantasia moltissimi si chiamavano Yakubu, cioè Giacobbe. In pratica con tutti quelli che non erano parenti stretti di Giacobbe, cioè di Israele (quello di prima). Terra che allora veniva chiamata più o meno Filistina o Palestina o qualcosa del genere.
Gli ebrei di ritorno, dodici tribù, stavolta guidati da Giosuè, si davano quindi da fare per fare polpette di Filistei o popoli del mare, indigeni ebrei e indigeni innominati, diventati infine tutti palestinesi, ed insediarsi a casa loro. Si dice in proposito che carichi d'oro e accompagnati da “greggi e armenti e asini, schiavi e schiave, asine e cammelli” ciuffati da Abramo al Faraone (forse con la complicità della moglie Sara, nell’occasione spacciata per sorella) conquistassero facilmente la Palestina… perché nonostante il tempo passato, quella era la terra che il Signore aveva promesso ad Abramo per la sua progenie, anche se cola' dimorava ormai stabilmente altra gente.

Qualche tempo dopo, intorno al 1020 a.c., gli ebrei erano diventati veramente troppi e si organizzavano in una monarchia. Saul fu il primo re d'Israele, a cui seguì Davide (1000-961) che portava a Gerusalemme la capitale del regno e Salomone (961-922) che faceva costruire il (primo) tempio a Gerusalemme. Con buona pace di Dio, Saul non ne riconosceva l’autorità né i comandamenti, Davide era – per farla breve – un peccatore, e Salomone, per non far torto a nessuno, si dedicava all’idolatria. Per Dio era veramente troppo. Decideva quindi di lasciarli per qualche tempo al loro destino.
Nel 922 il regno veniva diviso in regno di Giuda (2/12) a sud, abitato dai giudei e regno di Israele (10/12) a nord, abitato dagli altri. Ebrei e Giudei infatti una volta recuperata la “terra promessa”, non andavano troppo d’accordo. Di questa situazione approfittavano prima gli Assiri, che conquistavano il regno di Israele nell’ottavo secolo a.c. e poi i Babilonesi, che nel 586 conquistavano il regno di Giuda, distruggevano il (primo) tempio – quello costruito da Salomone - e mandavano i Giudei in esilio a Babilonia. E gli Ebrei? In esilio in Mesopotamia anche loro.
Dopo quarant’anni di esilio a Babilonia i Giudei tornavano in terra di Canaan, detta terra d’Israele da Israele, cioè da Giacobbe, terra di Giuda da Giuda e Filistina o Palestina dai Filistei, terra che nel frattempo era stata conquistata dai persiani, che probabilmente la chiamavano “pezzo di Persia vicino al mare”. Chissà come, i giudei ottenevano dai persiani il permesso di costruire il (secondo) tempio. Ma durava poco. Senza molto supporto da parte di Dio, che disperato avrebbe taciuto per circa 500 anni, i Giudei cadevano sotto il dominio dei Greci e poi dei Siriani con Alessandro Magno. Intorno al 164 a.c. i Giudei si ribellavano alla Siria e recuperavano un po’ di indipendenza brigando con i romani. I romani invece si facevano i fatti loro, conquistavano Gerusalemme nel 61 a.c., facevano una provincia di tutta la zona e senza star troppo a pensare alle promesse divine e alle proprie, la chiamavano come veniva chiamata dai suoi abitanti, cioè Palestina, e la affidavano a Re “locali” della linea di Erode. Intorno all’anno zero nasceva a Betlehem Gesù di Nazareth (sic), che si accorgeva quasi immediatamente del casino che aveva combinato suo padre e tentava di porvi rimedio. Aspettava una trentina d’anni, pensando al da farsi, e poi cercava - come si dice - di metterci una pezza.

Il conflitto arabo israeliano palestinese for dummies (prima parte, 1895-1948)

La storia del conflitto in Palestina ha origine nella notte dei tempi, probabilmente con le prime schermaglie fra tribù costituite da poche decine o centinaia di persone (poco più che grandi famiglie allargate), che svariate migliaia di anni fa hanno visto vincitrice la famiglia o il gruppo di famiglie, di volta in volta più forte o più evoluto.
Comunque evidentemente queste tribù hanno sempre trovato particolarmente interessante ottenere il predominio su questa striscia di terra – poco più grande della Sicilia – che si affaccia sul mare Mediterraneo nella parte estrema occidentale della cosiddetta mezzaluna fertile (in inglese: “fertile crescent”). Zona a forma di mezzaluna che parte più o meno dal Quwait, percorre verso nord la Mesopotamia, si allarga fino all’Iraq e poi ricomincia a scendere lungo l’attuale Palestina-Stato di Israele, costeggia il Sinai e arriva al delta del Nilo.
Non è questa la sede per parlare di come e perchè ha luogo una guerra tra famiglie, tribù, popoli contigui. Si può però immaginare che in origine, svariate migliaia di anni addietro, si sia trattato della conquista di piccole fonti di maggior benessere per i propri più vicini parenti e gruppi, quali le sorgenti di acqua potabile, l’approdo al mare, terra più fertile, ove fosse più agevole costruire delle dimore, una posizione morfologicamente vantaggiosa per anticipare le mosse del “nemico” ecc. ecc.
Ma è sicuramente inutile cercare di ripercorrere qui i fatti che si sono avvicendati, veri o presunti tali, nel corso dei millenni, i popoli che vi sono vissuti e i regni che vi sono sorti, vi hanno prosperato, lottato e vi hanno trovato fine.

La zona che ci interessa è sulla parte sopra il Sinai, più o meno, la parte che si affaccia sul mare a sud-sud-ovest di Cipro e confina a destra il Mar Morto e con il fiume Giordano. Dall’altra parte, a destra del Giordano, c’è un altro pezzo di terra di Palestina, che è diventata autonoma abbastanza presto, si chiama oggi Giordania e ....non partecipa più direttamente al conflitto – per qualche verso simile ad una guerra civile – ancora oggi in corso. Come già detto, comunque, l’odierna Palestina è poco più grande della Sicilia (o della Lombardia) ed è diventata nella sua gran parte, nel 1948 e con le occupazioni successive, il neo-nato Stato di Israele. Per secoli e secoli è stata una zona piuttosto povera e malmessa, eppure questa zona – popolata in alcuni suoi punti (Gerico) da centinaia di migliaia di anni – viene considerata da miliardi di persone il “centro” del mondo. In questa terra sono nate e si sono sviluppate verso il resto del mondo, nell’ordine, le tre religioni monoteiste: l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam. Questa terra, piccolissima, sembra essere oggi il punto di partenza, il simbolo o il pretesto dei conflitti tra mondo occidentale (giudaico-cristiano) e mondo islamico.
Siccome da un certo punto della storia bisogna partire, senza risalire alla notte dei secoli, lo scegliamo abbastanza vicino e cerchiamo di fare un grosso lavoro di sintesi, naturalmente a scapito della precisione.

Nel 1895 la popolazione totale della Palestina è di circa 500 mila persone di cui meno di 50 mila ebrei, in piccoli gruppi giunti o ritornati in Palestina per motivi principalmente religiosi.
Nel 1896 il giornalista Theodore Hertzl, nato a Budapest, fonda in Austria – come reazione all’antisemitismo che sta prendendo sempre più piede in Europa - il movimento sionista (in realtà la cosa è un po’ più complicata, ma lasciamo perdere) e scrive Der Judenstaat (Lo Stato Ebraico).
In questo libro teorizza la possibilità di costituire in Palestina (o in Argentina) una Nazione che accolga gli ebrei, che, secondo la tradizione, dalla Palestina assumono di essersi dispersi per tutto il mondo. La novità dello Stato ebraico è congiungere o ricongiungere e collocare in una stessa terra, un popolo che ha perso, nel corso dei millenni la propria identità etnica, mantenendo una fortissima tradizione comune, identità culturale e religiosa. Di qui l’impossibilità di assimilare l’antisemitismo ad una forma di razzismo, poichè con le “razze” il primo non c’entra comunque più nulla e chiamar antisemitsmo l’avversione agli ebrei è in realtà una pura questione terminologica.
Nel suo Stato Ebraico, tuttavia, Hertzl ipotizza – come abbiamo detto – che questa collocazione possa avvenire non solo in Palestina, ma anche in Argentina. Il termine sionista deriva invece da Sion, una piccola collina di Gerusalemme.

Nel frattempo l’impero ottomano (i turchi), che si estendeva anche in Mesopotamia (terra in mezzo ai due fiumi, Tigri ed Eufrate), nella mezzaluna fertile e ovviamente in Palestina, si sta sfaldando.
E viene diviso dopo la prima guerra mondiale tra le potenze vittoriose. O meglio, tra due delle nazioni che risulteranno vincitrici: l’Inghilterra e la Francia. Queste iniziano a spartirsi tutta la zona .....prima che sia effettivamente suddivisa. In particolare, la potentissima Inghilterra promette a destra e a manca larghe zone della Palestina, che non è o non è ancora “roba sua”:
- nel 1915-1916 agli arabi (a cui viene promesso uno stato indipendente mediante scambio di lettere tra Sir Henry Mac Mahon e l’emiro della Mecca);
- nel 1916 alle potenze europee vincitrici in generale, per mantenere sotto la loro sfera di influenza europea la zona sacra alle tre religioni monoteiste, affidata ad una ipotetica amministrazione internazionale (mediante gli accordi segreti Sikes – Picot, con i quali venivano anche attribuite alla Francia le attuali zone di Libano e Siria e all’Inghilterra le zone attuali di Giordania e Iraq);
- nel 1917 agli ebrei (movimento sionista) con la Dichiarazione di Balfour
Questo punto, la Dichiarazione di Balfour è importantissimo e necessiterebbe di essere approfondito ..... In estrema sintesi: è una lettera indirizzata dal ministro degli esteri inglese, Sir Arthur James Balfour a Lord Rothschild, importantissimo e ricchissimo esponente del sionismo europeo, nella quale (lettera) si dichiara che il governo di sua maestà (britannica) vede con favore lo stabilimento in Palestina di un “focolare nazionale” (national home) per il popolo ebraico, fermo restando che nulla possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle popolazioni non ebraiche in Palestina, nè ai diritti ed allo status politico degli ebrei negli altri Paesi.
Invece, nel 1920, in buona sostanza l’Inghilterra riesce a tenersi la Palestina (confidando in una sua importanza strategica che invece verrà meno nel corso del tempo, regalando all’Inghilterra una serie di complicazioni inenarrabili e al mondo l’odierno inesauribile conflitto).
Infatti le potenze alleate vittoriose nella prima guerra mondiale inaugurano, per mezzo della Società delle Nazioni (nata con funzioni in prospettiva poi riprese dall’ONU), il sistema dei “mandati” e affidano per farla breve la Palestina al “mandato” (cioè alla tutela, al controllo e quindi all’ipotetico sfruttamento, anche strategico) britannico, con l’impegno che verrà applicata la Dichiarazione di Balfour.
Gli inglesi si insediano quindi in Palestina per condurre questa terra povera, desolata, priva di strutture e di ricchezze, a quel minimo grado di “civiltà” politica e sociale che, secondo il metro occidentale europeo, potrà consentirle innanzitutto .....di essere utile all’Europa dei vincitori.
Invece lo sfacelo lasciato dall’impero ottomano e le complicazioni causate dall’immigrazione su larghissima scala di ebrei dall’Europa (in terra sostanzialmente islamica e abitata da arabi) in virtù della Dichiarazione di Balfour, fanno presto capire all’Inghilterra che tenersi la Palestina non è stato un buon affare.
Innanzitutto, la Palestina viene presto suddivisa in due zone, a est e ad ovest del Giordano. La parte est verrà resa autonoma e diventerà il regno di Transgiordania (poi Giordania). La parte ovest rimane sotto mandato britannico.
E’ una lotta continua tra palestinesi, nativi, che vogliono ottenere l’indipendenza dall’Inghilterra, ed ebrei, che vogliono ottenere quello che la famosa Dichiarazione di Balfour fa concretamente ed obiettivamente intravedere: la nascita dello stato ebraico. L’Inghilterra (che, sicura di guadagnarci si era comportata con una ambiguità internazionale difficilmente superabile) fa buon viso a cattivo gioco, da “un colpo al cerchio e un colpo alla botte” e cerca di galleggiare al meglio per ...... 28 anni.
Andiamo avanti:
- nei dieci anni successivi (siamo ormai al 1930) emigrano in Palestina circa 100 mila ebrei e le persecuzioni degli ebrei in Europa ad opera dei nazisti ne incrementa il flusso (legale o fuori controllo e quindi illegale) verso la Palestina;
- si formano – sia tra gli arabi-palestinesi, sia tra gli ebrei – gruppi politici e sociali, sindacati e gruppi militarizzati (p. es. l’Haganah, che diventerà poi l’esercito israeliano);
- entrambe le fazioni danno corso – attraverso i gruppi più oltranzisti – a manifestazioni terroristiche;
- si formano gruppi ebraici la cui unica funzione è quella di favorire l’immigrazione clandestina; (il Mossad – che attualmente è il servizio segreto “estero” israeliano - nasce così, quale ente per l’immigrazione parallela)
- nasce (nel 1929 a Zurigo) l’Agenzia Ebraica, formazione politica “propedeutica” al governo del futuro Stato Ebraico, con il compito di rappresentare il movimento indipendentista ebraico, che naturalmente gli arabi non riconoscono.
Nel 1937 viene istituita una Commissione Reale Britannica, la Commissione Peel, per investigare e
trovare una soluzione ai problemi. Il rapporto Peel (udite! udite!) raccomanda la ....spartizione della Palestina. Invece, nel 1939, dopo una serie di conferenze separate anglo-ebraiche ed anglo-arabe, viene stilata una “carta” (Mc Donald White Paper) – cosiddetto “libro bianco” che prevede la fine del mandato britannico per il 1949 e la formazione di uno stato arabo indipendente, dotato di un incomprensibile ed infattibile governo congiunto palestinese-ebraico, con limiti all’immigrazione ebraica (quella legale) per cinque anni e limiti alla vendita di terre arabo-palestinesi (che invece gli ebrei cominciano a comprare, con soldi provenienti da fondi ebraici occidentali, dai latifondisti arabi che non hanno nessun interesse, se non economico, per questa terra affidata al lavoro degli altri, e che vivono in Libano e altrove). Risultato: nel 1940 la popolazione ebraica in Palestina è di circa 450 mila persone su un totale di un milione e mezzo. Il 30%. Il conflitto tra diverse culture, economie, religioni, tradizioni, interessi, è alle stelle. E le azioni terroristiche, principalmente contro gli inglesi, ma naturalmente anche tra opposte fazioni arabe ed ebraiche, si sprecano.

Nel frattempo la seconda guerra mondiale e la sua fine farà conoscere - meglio: confermerà - al mondo gli orrori della Shoah (tragedia, distruzione) e tutto il fardello di sofferenza inflitto dalla Germania nazista al popolo ebraico.
L’Agenzia Ebraica cerca intanto di ottenere supporto dai movimenti sionisti negli Stati Uniti e ci riesce nel 1945 coinvolgendo uomini del Congresso ed ottenendo che il Presidente Harry Truman eserciti pressioni sul governo inglese per consentire un incremento dell’immigrazione ebraica. Il governo britannico resiste alle pressioni.
Il 22 luglio 1946 una accesa fazione terroristica sionista (Lehi o banda Stern, altri dicono Irgun, probabilmente entrambi) fa saltare in aria il King David Hotel a Gerusalemme, dove hanno sede gli uffici del governo britannico e parte del quartier generale: 86 morti.
Tra il settembre 1946 e il febbraio 1947 il governo britannico propone la suddivisione della Palestina in due autonome province sotto il proprio “Alto Commissariato”. Entrambe le parti (ebrei e arabi) respingono la proposta.
Nel 1947 l’Inghilterra, ormai decisa a svincolarsi di questa ingombrante ed infruttuosa colonia, decide di rimettere il mandato ricevuto dalla Società delle Nazioni e restituire il “problema Palestina” alle Nazioni Unite (ONU). Le azioni di sabotaggio e le azioni terroristiche continuano.
Viene istituita una apposita Speciale Commissione dell’ONU sulla Palestina (UNSCOP).
Viene adottata la Risoluzione ONU n. 181 (piano di ripartizione della Palestina in due stati, arabo ed ebraico, con amministrazione economica congiunta e amministrazione internazionale da parte dell’ONU per Gerusalemme).
L’Inghilterra fissa la data per la fine del suo mandato per il 15 maggio 1948. Il movimento sionista si muove per stabilire il controllo su maggior territorio. Il 9 aprile 1948 vengono massacrate principalmente ad opera della banda Stern 254 persone nel villaggio arabo di Deir Yassin, vicino a Gerusalemme.
Gli stati arabi, impreparati ad una qualsiasi azione comune, tanto meno in favore di un “popolo” palestinese (che ancora non ha una propria identità se non per il fatto di essere nato in una zona araba chiamata Palestina), dotati di incapaci dirigenze, prospettano il loro ambiguo ed interessato intervento militare a sostegno dei propri interessi sulla zona. E 750 mila palestinesi abbandonano intanto le proprie case in un esodo di massa (Nakba, tragedia) che è stato spiegato con il terrore indotto dalla violenza delle iniziative delle più accese fazioni ebraiche. Queste 750 mila persone, che hanno abbandonato – come detto - le proprie case, le proprie terre e i propri averi, costituiscono oggi il problema dei profughi, confinati da 56 anni in “campi profughi”, in territorio palestinese (striscia di Gaza o West Bank, occupati dagli israeliani nel 1967) ovvero ai margini, in tutti i sensi, di altri stati arabi.

Il 14 maggio 1948, un giorno prima dello spirare del mandato britannico viene proclamata la nascita dello Stato di Israele, asseritamente per favorire ed accelerare il piano di spartizione dell’ONU. Qui la questione diventa complicata: Secondo le fonti: a) per parte ebraica si sostiene che il piccolo stato appena nato, privo di mezzi e di strutture militari, venne letteralmente aggredito da una coalizione di armate arabe. b) per parte arabo-palestinese si sostiene che le fazioni ebraiche, foraggiate in armi e mezzi dal movimento sionista in occidente, si sono, per così dire, “portati avanti”, invadendo le maggiori città e villaggi palestinesi, terrorizzandoli o massacrandoli per recuperare territorio destinato allo stato arabo. Le cose non sono mai bianche o nere, ma difficilmente la verità sta in mezzo. Inizia quindi, il 15 maggio 1948 il primo conflitto arabo-israeliano in Palestina.

Il conflitto arabo israeliano palestinese for dummies (seconda parte, 1948-1970)

Allora, dove eravamo rimasti? Ah, sì .... la guerra del 1948.
E’ un terreno minato.
La questione ebraica come la si è ereditata dopo secoli di antisemitismo culminati nella Shoah, impedisce per lo più ancora oggi un approccio obbiettivo al problema. Inoltre, le fonti scritte sull’intera questione palestinese sono sovrabbondanti da parte ebraica e molto carenti (e sempre parziali) da parte arabo-palestinese. Sicchè le fonti più attendibili sembrano essere proprio quelle israeliane, che faticosamente hanno recuperato obbiettività, e vengono considerate – in Israele – quasi blasfeme. Per quanto ho potuto appurare, soprattutto da fonti israeliane dell’estrema sinistra, le forze ebraiche e poi israeliane erano infinitamente superiori per numero, mezzi, organizzazione e capacità strategiche in prevenzione.
Senza scendere nei particolari:
- gli ebrei avrebbero potuto contare su ingentissimi aiuti economici dall’estero e su altrettanto importanti azioni di sabotaggio per bloccare fuori dalla Palestina gli aiuti (armi) ottenuti dagli arabi-palestinesi all’estero;
- gli eserciti arabi sarebbero stati scollegati, disorganizzati e non motivati. I loro capi corrotti e interessati. La popolazione palestinese terrorizzata e male armata.
Si dice che esistesse da anni un piano di invasione dell’intera Palestina da parte ebraica ed evacuazione dei nativi, confidando nel momento di assoluto squilibrio che sarebbe derivato dalla partenza degli inglesi. Sono questioni abbondantemente riferite sia da autori arabi e palestinesi sia da autori israeliani. E questi ultimi parlano di vera e propria “rimozione”, oggi, da parte degli israeliani, dei fatti umani – ingiustificabili – che hanno favorito la nascita dello Stato di Israele.
Se vogliamo fare una previsione, ci vorranno ancora ... diciamo dieci anni per ottenere dei resoconti ufficialmente imparziali di quel momento storico.
Torniamo a noi. Siamo sempre nel 1948. In poche settimane Israele (appena proclamato) occupa la maggior parte del territorio che avrebbe dovuto essere lo Stato di Palestina, oltre a Gerusalemme ovest (che avrebbe dovuto essere internazionalizzata).
Restano sotto controllo arabo-palestinese:
- la “Striscia di Gaza“ (sotto controllo egiziano)
- il “West Bank” (o Cisgiordania) (sotto controllo giordano)
- e Gerusalemme Est (sotto controllo giordano)

L’ONU manda per mediare e organizzare un accordo tra israeliani e arabi-palestinesi il conte Folke Bernadotte. E’ una Pessima idea. Il conte sviluppa alcune proposte rifiutate da ambo le parti e il 17 settembre 1948 viene assassinato dalla banda Stern (v. sopra) e qualcuno – più malizioso – dice con la connivenza delle dirigenze politiche e militari israeliane.
L’11 dicembre 1948 l’Assemblea Generale dell’ONU approva la risoluzione 194 sottolineando l’idea di un regime internazionale per Gerusalemme e per risolvere (almeno economicamente) il problema dei profughi palestinesi.
L’ 11 maggio Israele diventa membro dell’ONU con l’intesa che avrebbe favorito le risoluzioni 181 e 194. (Il che non accadrà)
1949 viene stipulato l’armistizio con gli stati arabi confinanti e stabilita una “linea dell’armistizio” da non valicarsi tra le parti. Tanto l’armistizio quanto la linea non verranno rispettati.
Le cose vanno avanti malamente ancora per qualche anno e precipitano nel 1956 quando il Presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, acceso nazionalista, decide di ....nazionalizzare il canale di Suez (cioè prendere il controllo anche economico, importantissimo, del canale che consente il passaggio dall’oceano indiano => al mar rosso => al mar mediterraneo).

Ne nasce il secondo conflitto in Arabo – Israeliano. Sarebbe meglio metterci una mappa, ma lasciamo stare. Vabbè, quando l’Egitto dichiara di nazionalizzare il canale di Suez, ....che sta in Egitto, immediatamente Inghilterra, Francia e Israele si alleano e “muovono guerra” all’Egitto.
In pratica: Israele coglie l’occasione e invade il Sinai e la Striscia di Gaza. Punto. Interviene l’ONU e costringe Francia e Inghilterra a desistere. Israele è costretto a lasciare il Sinai .... ma mantiene il controllo sulla Striscia di Gaza.
Solo nel 1957 Israele si ritira infine dalla Striscia di Gaza e intervengono le Forze di Emergenza dell’ONU. Nel frattempo è proprio il presidente egiziano Nasser a patrocinare la formazione di una coscienza nazionale palestinese sempre stata assai scarsa: i palestinesi non hanno mai avuto l’impulso di appartenere a qualcosa di diverso da uno degli stati arabi lì intorno. Sotto questo profilo la nascita di una identità palestinese è allo stesso tempo merito di Nasser che la ha teorizzata e di Israele che ha cercato di annichilire la popolazione nativa di quella terra, stimolando una reazione nazionalistica anche da parte di chi, il popolo palestinese, una nazione vera e propria non ce l’aveva mai avuta.
Qui e per qualche anno non ci sono questioni di rilievo, nel senso che non ci sono guerre, ma i palestinesi prendono atto non solo di non avere ottenuto il loro stato indipendente, ma che gli israeliani si stanno tranquillamente accomodando in casa loro. Tutta.
E nel 1964 nasce l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP)
Passa qualche anno di schermaglie (nel 1965 l’ala militare del Fatah, movimento sotterraneo nazionalista palestinese nato nel 1959, inizia la lotta armata contro Israele, nel 1966 Israele attacca il villaggio di Al-Samuh facendo un sacco di morti ...... e prepara – si dice – la bomba atomica con l’aiuto dei francesi). Il 5 giugno 1967 a seguito di un ammassamento di truppe egiziane ai confini (e a tutta una serie di altre cose: incremento del nazionalismo arabo, desiderio di vendetta del presidente Nasser) Israele attacca simultaneamente l’Egitto, la Giordania e la Siria.

La guerra (il terzo conflitto arabo-israeliano) dura sei giorni (e così verrà ricordata ....con innegabile fantasia ..come la guerra dei sei giorni) ed è disastrosa per gli stati arabi, principalmente grazie all’aviazione israeliana.
Israele occupa tutta la Palestina (cioè, quella che gli mancava: Striscia di Gaza e West Bank) e Gerusalemme Est, e in più: la solita penisola del Sinai e le colline del Golan (che appartenevano alla Siria). Inutile dire che la guerra dei sei giorni crea un’altro po’ di profughi palestinesi (più di 300 mila persone scappano in Egitto, in Giordania e in Siria).
Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU adotta una risoluzione (la 237) richiamando il governo israeliano a facilitare il rientro dei profughi. Manco a dirlo, immediatamente dopo l’occupazione del West Bank e della Striscia di Gaza, Israele comincia a confiscare terra palestinese – con buona pace della Convenzione di Ginevra ecc. ecc. – e a stabilirvi i noti insediamenti di coloni israeliani nei territori occupati. (Che costituiscono oggi uno dei motivi e dei pretesti principali per mantenere in vita il conflitto e in particolare per la costruzione del famoso “muro” o barriera difensiva).
Il 22 novembre 1967 l’ONU adotta la risoluzione 242 che esige il ritiro delle forze armate israeliane dai “territori occupati” nel conflitto e afferma la necessità di realizzare una giusta soluzione del problema dei profughi e di garantire l'inviolabilità territoriale e l'indipendenza politica di “ogni Stato” della regione. La risoluzione afferma anche la necessità di raggiungere una giusta sistemazione del problema dei profughi.
La risoluzione 242 (accettata da USA e Israele solo a causa della sua ambigua formulazione) viene forzatamente interpretata (dagli Stati Uniti e da Israele) e ricondotta al senso che essa autorizzi la continuazione del controllo israeliano sui territori occupati. La questione viene riproposta al Consiglio di Sicurezza nel gennaio 1976 e le relativa risposte - ovvie - che prevedevano un accordo sulla “linea verde” e l’esistenza di uno stato palestinese, incontrano l’ovvio veto degli USA.
Negli anni successivi le fazioni armate palestinesi – che non hanno ottenuto un accidente dal punto di vista armato – cominciano ad organizzarsi politicamente e si aggregano all’OLP.
Nel 1969 Yasser Arafat (di Al Fatah) diventa Presidente e assume il controllo dell’OLP.
Gli scontri continuano: umiliazioni che causano azioni dei palestinesi che causano reazioni degli israeliani che causano altre azioni dei palestinesi .......e così via, che conducono a qualche iniziativa dell’ONU (ndr. risoluzioni al vento).
La resistenza palestinese, cioè migliaia di palestinesi armati dell’OLP, si è nel frattempo spostata in Giordania, dove evidentemente (ha un sacco di problemi e) crea un sacco di problemi. Nel settembre 1970 mentre da una parte si cerca di dare un senso alle risoluzioni dell’ONU e ci sono negoziati tra i rappresentanti dell’Egitto, Giordania e Israele, il PFLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina) dirotta quattro aeroplani e li fa atterrare all’aeroporto di Al Mafrak in Giordania. Lo stesso mese il Governo giordano (re Hussein) ne ha le scatole piene e fa intervenire l’esercito che fa un massacro dei palestinesi (centinaia di morti: episodio che verrà ricordato come “Settembre Nero”). Continuano comunque le schermaglie tra le fazioni armate palestinesi e gli eserciti di Giordania e anche Siria, perchè i gruppi armati palestinesi dopo “Settembre Nero” si sono spostati a Nord (vedi mappa). La leadership della resistenza palestinese si sposta infine in Libano (con conseguenze che risulteranno disastrose).
Qui occorre precisare che i paesi arabi confinanti con Palestina e Israele sono stati intorno al problema palestinese per propri interessi (per esempio per annettere pezzi di Palestina) e infine hanno mollato il colpo stipulando accordi bilaterali con Israele. Sicchè una solidarietà con il popolo palestinese sopravvive in questi stati arabi, attualmente, quasi solo a livello di sentimento popolare.

Il conflitto arabo israeliano palestinese for dummies (terza parte 1971-1992)

Siamo nel 1971. Come abbiamo detto, la resistenza armata palestinese si è fatta cacciare dalle forze congiunte giordane e siriane verso nord (Libano). Nell’aprile del 1971 non ci sono più basi della guerriglia palestinese in Giordania, ma nel frattempo sono morte più di 4500 persone, di cui 4000 civili. Viene sviluppata una bozza di accordo di pace tra Giordania e Israele che prevede il rientro dell’occupazione israeliana ai confini precedenti il 1967. Israele non accetta e non se ne fa nulla.
In particolare Golda Meir (primo ministro israeliano) rifiuta di restituire il Sinai all’Egitto a richiesta del nuovo presidente egiziano, Anwar el-Sadat (Nasser è morto nel settembre 1970), che spingerà sempre per trovare una soluzione concordata del problema mediorientale.
Nel 1972 il re di Giordania (Hussein) propone la costituzione – sotto di sè – di un “Regno Arabo Unito” tra palestinesi della Cisgiordania (West Bank) e Giordania (East Bank). Proposta che viene naturalmente intesa dagli stati arabi come un modo per annettersi la Cisgiordania e provoca un deterioramento dei rapporti tra Giordania ed Egitto.
La “resistenza palestinese” è viva e attiva e sceglie di interessare platealmente il mondo al problema della Palestina. Sarà una scelta sanguinosa e forse “efficace” dal punto di vista della pressione su Israele, ma comporterà da un lato reazioni anche indiscriminate e dall’altro allontanerà il movimento palestinese da possibili simpatie internazionali. In pratica non porterà alcun vantaggio e procrastinerà di molti anni ogni intervento occidentale in favore della causa palestinese.
Andiamo avanti.
Durante i giochi olimpici del 1972, a Monaco, il gruppo armato palestinese “Settembre Nero” (che ha preso il nome dall’episodio di repressione avvenuto in Giordania due anni prima) sequestra gli atleti israeliani nel villaggio olimpico e ne uccide nove. Come volevasi dimostrare, inizia una rappresaglia durissima da parte israeliana, viene bombardato il Libano (dove nel frattempo si sono insediati i guerriglieri palestinesi) e fino al 1973 seguono una serie di assassini di dirigenti palestinesi in Europa (a Roma e Parigi) verosimilmente orchestrati dal Mossad, servizio segreto israeliano per l’estero, e in Libano (a Beirut).

Nel 1973 dopo l’ennesima richiesta egiziana di restituzione del Sinai (occupato nel 1967), Egitto, Siria e Giordania (con l’aiuto finanziario della Libia di Gheddafi, che dirige una sospensione delle forniture di petrolio per costringere gli USA ad esercitare pressioni su Israele), si accordano per attaccare Israele. Il 6 ottobre 1973 durante la festività ebraica del Kippur (digiuno annuale di espiazione), gli eserciti di Egitto, Siria e Giordania “attaccano” Israele.
E’ il quarto conflitto arabo-israeliano che verrà appunto ricordato come guerra del Kippur.
Ma cosa vuol dire “attaccano”? Che l’esercito egiziano, a sud, passa il canale di Suez e avanza nel Sinai (occupato nel 1967 dalle forze armate israeliane) e l’esercito siriano-giordano cerca di rioccupare le alture del Golan, a nord. Gli è che gli eserciti arabi non sono organizzati e militarmente preparati per affrontare, nonostante la sorpresa, l’esercito israeliano che gode immediatamente del massiccio aiuto militare americano, ed è in grado di reagire ed avanzare in territorio egiziano e in Siria, facendo a polpette gli eserciti arabi, invadere la Siria e arrivare a 30 km da Damasco.
Senonchè, nel frattempo i paesi arabi dell’OPEC (fornitori di petrolio a mezzo mondo) si accordano per ridurre la produzione, bloccare le forniture a USA e Olanda ed alzare il prezzo del petrolio a tutti i paesi filoisraeliani.
Il ricatto economico petrolifero funziona (mai toglierci la benzina a noi occidentali!), il Consiglio di Sicurezza dell’ONU (risoluzione 338) impone un immediato cessate il fuoco e dispone l’inizio di negoziati per una “pace giusta e durevole” in Medioriente.
Il 21 dicembre 1973 è convocata la Conferenza di Pace dell’ONU sul Medioriente e vi partecipano: Egitto, Giordania Israele, URSS e USA.
Intanto si è sviluppata una fazione “politica” più moderata all’interno dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina, presidente Arafat), che il 14 ottobre 1974 ottiene dall’Assemblea Generale dell’ONU, con la risoluzione 3210, di partecipare alle deliberazioni plenarie sulla questione palestinese. E’ la prima volta che una persona, in rappresentanza di un movimento di liberazione e non di uno Stato membro, può rivolgersi ed indirizzare le proprie proposte all’Assemblea dell’ONU.
Seguono una serie di risoluzioni che tendono a confermare lo “status” dell’OLP in sede ONU e il diritto del popolo palestinese alla autodeterminazione. (Di queste ultime ce ne saranno a pacchi).
Ma sono tutti d’accordo? Beati e pacifici? Col cavolo!
Il blocco Israele/USA – con la tacita approvazione dell’occidente – tenta (e tenterà sovente) di imporre ai palestinesi una “pace dei vincitori” concedendo, o meglio, restituendo molto lentamente molto meno di quello che era stato tolto. Contemporaneamente vengono incrementati gli insediamenti israeliani in territorio palestinese occupato, la Palestina subisce comunque le decisioni economiche di Israele e fra l’altro deve sottostare alle decisioni israeliane sulla gestione delle risorse d’acqua (che i palestinesi comunque non sanno e non possono gestire), che viene distribuita da Israele a proprio piacimento e a vantaggio dei coloni ebrei.
Nel frattempo – siamo tra il 1973 e il 1974 – il blocco della guerriglia palestinese si è insediato nei villaggi (musulmani sciiti) del sud del Libano, ai confini con Israele, dove ci sono moltissimi profughi palestinesi, ed intende assumere un certo controllo dei locali movimenti indipendentisti (musulmani) e, in prospettiva, far partire dal territorio libanese ogni possibile azione contro Israele.
Israele bombarderà a più riprese le postazioni libanesi dal 1973 in poi.
Le popolazioni locali si trovano tra due fuochi: esercito israeliano da una parte e guerriglieri palestinesi dall’altra. Inizia un’ondata di profughi dal sud del Libano verso Beirut.
Nel 1975 inizia la guerra civile in Libano e la guerriglia palestinese si aggrega al movimento patriottico libanese.e finirà, nel 1976, per combattere anche contro l’esercito siriano che appoggia il governo del Presidente libanese.

Nel luglio 1977 un gruppo di guerriglieri/terroristi del PFLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina) dirotta un aereo dell’Air France partito da Israele e lo costringe ad atterrare a Entebbe, in Uganda, paese ostile ad Israele. Il governo israeliano manda in Uganda (con rotta sopra il mar rosso) due Boeing carichi di paracadutisti e quattro Hercules d’appoggio. L’azione sul territorio ugandese dura circa 90 minuti. Vengono uccisi i sette dirottatori, vengono distrutti a terra 11 MIG ugandesi e liberati i 109 ostaggi.
Nel 1978 Israele occupa la parte sud del Libano, dove controlla e si avvale delle milizie mercenarie della South Libanese Army che conducono ogni sorta di sporca azione militare per loro conto, contro i guerriglieri palestinesi, contro i civili e addirittura contro le forze multinazionali nel frattempo inutilmente inviate dall’ONU. Nel marzo 1978, una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (n. 425) che impone ad Israele il ritiro immediato e incondizionato dal Libano, ma rimane lettera morta.
Sempre nel 1978 nel sud del Libano nasce il movimento islamico degli Hezbollah.

La situazione dei palestinesi sotto occupazione è intanto talmente grama che su pressione del “blocco arabo” il 10 novembre 1975 l’Assemblea Generale dell’ONU (attenzione: l’Assemblea non ha praticamente il potere di imporre nulla, è il Consiglio di Sicurezza che prende le effettive decisioni vincolanti in campo internazionale) adotta una risoluzione politicamente devastante per Israele - la n. 3379 - che determina che il Sionismo è una forma di razzismo (questa risoluzione verrà annullata dall’Assemblea alcuni anni dopo).
Tra settembre e novembre 1977 a Camp David (USA) venivano intanto stipulati accordi tra Sadat (Egitto) e il primo ministro israeliano Begin, con la mediazione del presidente americano Jimmy Carter. Accordi che pongono la base per il trattato di pace tra Egitto e Israele e del ritiro di Israele dal Sinai. La pace tra Egitto e Israele viene firmata a Washington il 26 marzo 1979. Il Sinai è restituito all’Egitto nel 1980.
Gli Arabi si sentiranno traditi perché Israele, accordandosi con l’Egitto, non dovrà più preoccuparsi di attacchi da sud ed è libero di attaccare il Libano a Nord. Anche per questo Sadat verrà assassinato da killer fondamentalisti nel 1981.

Nel 1982, con la scusa di dare la caccia ai “terroristi”, Israele invade nuovamente il Libano e le sue forze, avvalendosi delle milizie cristiane maronite libanesi, si dirigono a Beirut (dove si trova Arafat con i guerriglieri dell’OLP). Con una mediazione USA, Arafat e i suoi riescono a scappare da Beirut, ma lasciano campo libero ai miliziani cristiano-maroniti sotto il controllo di Israele, che se la prendono con i profughi (civili) palestinesi nei campi di Sabra e Chatila. E’ un massacro: vengono ammazzate – si dice – 1700 persone. Sharon, allora ministro della difesa e presente sul campo, subirà una specie di “processo” affidato ad una commissione israeliana, che attesterà una sua responsabilità indiretta e perlomeno lo costringerà a dimettersi. (Ancora oggi, confidando nell’applicazione di una Legge belga, che consentiva di processare chiunque per crimini di guerra commessi ovunque, i parenti di quei palestinesi hanno tentato di far processare Sharon. Morale, sotto pressioni USA, il Belgio ha reinterpretato la Legge in modo che non la si possa applicare al caso. Ma la questione è ancora in qualche misura aperta.)
Le reazioni internazionali ai massacri di Sabra e Chatila saranno unanimi, ma Israele, nonostante la disapprovazione internazionale e almeno una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delll’ONU, si ritirerà dal Libano solo nel 1985, mantenendo però dei contingenti militari nella fascia sud.

Sempre nel 1985 Arafat, fuggito dal Libano e isolato, stringe un accordo con re Hussein di Giordania, che verrà rotto nel 1986 a seguito di pressioni USA successive ad una serie di attentati terroristici da parte dei palestinesi, tra cui il sequestro della nave “Achille Lauro”. Attentati che vengono unanimemente considerati dannosissimi per la causa palestinese. Tanto che Israele potrà tranquillamente bombardare il quartier generale dell’OLP che si era nel frattempo stabilito a Tunisi.
Tra il 1985 e il 1987 l’OLP è screditata (Arafat pure), ma siccome nei territori occupati la repressione israeliana è durissima, vengono deportati e incarcerati centinaia di palestinesi, vengono costruiti nuovi insediamenti di coloni, le fazioni palestinesi raggiungono una nuova “unità”.

Il 9 dicembre 1987 scoppia la prima intifada (sollevazione).
Intanto Arafat (che riceve comunque – e si tiene – inesauribili fondi ed aiuti, per esempio dall’Arabia Saudita, ma comincia a capire che se non agisce politicamente non ottiene un tubo per il popolo palestinese che in questa situazione prima o poi lo farebbe saltare), rinuncia ufficialmente, nel 1988, al terrorismo e accetta la risoluzione ONU 242, riconoscendo implicitamente l’esistenza di Israele.
Gli è che tenere sotto controllo (soldi o non soldi, politica o non politica) le fazioni più accese di un popolo oppresso non è facile. Arafat deve dare un colpo al cerchio e un colpo alla botte e non può condannare apertamente le azioni (anche le più violente) dei suoi, che probabilmente in realtà non controlla neppure. Il problema è che Arafat non può ammettere ufficialmente di non avere alcun potere su buona parte della resistenza palestinese. E allo stesso tempo è vecchio, non ha nulla da perdere ed è un osso duro che gli israeliani vorrebbero mettere sotto terra, confidando in una linea più morbida (rassegnata) di chiunque altro.
Quindi la successione sembra essere questa:
- attentato terroristico;
- Israele da la colpa ad Arafat (perchè vuole annichilirlo politicamente);
- Arafat nega ma non può farlo con troppa decisione, sennò vuol dire che non controlla nulla e perde di credibilità tra i suoi.
Comunque così facendo fa anche una serie di errori di opportunità politica imperdonabili. Tace rispetto ad alcune azioni terroristiche ingiustificabili e, soprattutto, appoggia l’invasione irachena del Kuwait nel 1991. Risultato: l’Arabia Saudita gli taglia i fondi e Arafat con l’OLP si ritrova internazionalmente isolato, virtualmente a fianco di un dittatore (Saddam) il cui destino militare e politico è segnato. In altri termini, anche l’odio profondo per Israele e il godimento per qualche missile Scud lanciato su Israele da Saddam (con il popolo palestinese che inneggia, ma questo accadeva in molti paesi arabi senza che i loro governanti si lasciassero andare a dichiarazioni suicide) non dovevano consentirgli di perdere di vista la causa palestinese, un minimo di realismo e di opportunità.

Dopo la Guerra del Golfo, Bush senior (non George dabliù), in previsione dei sempre più importanti e lucrosi interessi nella zona, spinge per stabilizzare l’area mediorientale e sollecita Israele ad incontrare i paesi arabi e alcuni rappresentanti palestinesi (ma non l’OLP di Arafat).
Nel giugno 1992 il Partito Laborista israeliano di Yitzhak Rabin sconfigge il partito di destra (Likud), vince le elezioni e promette un accordo di autonomia ai palestinesi. Con questo non si deve assolutamente pensare che i laboristi israeliani siano stati allora o siano oggi tutti incondizionatamente favorevoli ad una soluzione del problema palestinese. Sicuramente ci ha lavorato e bene Rabin, per questioni di realismo (al di là di quello che uno sente o pensa, in un modo o nell’altro il problema deve esser risolto e nel modo più opportuno e duraturo possibile) e per questo viene assassinato.

Il conflitto arabo israeliano palestinese for dummies (quarta parte, 1992)

Concludendo la “terza parte” con la vittoria, nel 1992, dei laboristi – storicamente di “sinistra” – alle elezioni in Israele, ho scritto che questi (i laboristi) non necessariamente erano favorevoli ad una soluzione del problema palestinese. Non ho scritto “ad una soluzione favorevole ai palestinesi” ma – qualsiasi essa possa essere – “ad una soluzione [in generale] del problema”. Esiste infatti una terza alternativa: appoggiare, più o meno consapevolmente, la “non soluzione del problema”. Come si fa? Basta sostituire la parola “pace” con la frase “piano di pace”.
E infatti, tutti i progetti di pace elaborati dal blocco Israele/USA, patrocinati e propagandati dalla sinistra israeliana, prevedono immancabilmente un percorso – di solito elaboratissimo – per arrivare (se e quando) alle condizioni che consentiranno a chi detta le regole, Israele e USA, di ....concedere qualcosa al popolo palestinese. Inutile aggiungere che un “piano di pace”, se interessatamente ostacolato, può andare avanti all’infinito senza arrivare alla “pace”.
Non è questo il senso, letterale, nè lo spirito delle risoluzioni ONU. E il principio di autodeterminazione dei popoli non prevede alcun percorso ad ostacoli per raggiungere (la pace e) l’indipendenza. Nel caso della Palestina, poi, si tratta anche di restituire terre che nessuna norma internazionale oggi assegna al paese vincitore e occupante. Allora la cosa sarebbe semplicissima.
“Si rendono ai palestinesi le terre occupate nel 1967, anzi, quelle stabilite dall’ONU nel 47 e ce ne andiamo tutti a casa, felici e contenti?”. No.

Lasciando perdere qui (per comodità) gli interessi USA e occidentali in medioriente, c’è infatti in Israele chi pensa che temporeggiando e tirando avanti alla meno peggio si finirà per concedere ai palestinesi sempre meno o nulla. E chi pensa che – costi quel che costi – non si debba concedere nulla e combattere fino alla conquista dell’intera “terra biblicamente assegnata da Dio agli ebrei”. A loro volta, da parte palestinese, c’è chi è convinto che lo squilibrio demografico, nettamente in favore dei palestinesi, finirà per risolvere con i numeri l’intera questione nel giro di dieci o vent’anni. Questi sono solo i problemi più evidenti.
Poi c’è il problema dei coloni negli insediamenti ebraici nei territori occupati (che a Gaza erano solo circa 7500, ma nel West Bank sono circa 200 mila), che si sono piazzati lì da quarant’anni (perchè il governo israeliano ce li ha spinti) e ....il problema dei profughi palestinesi che sono quaranta o cinquant’anni che sono a “spasso” (perchè .... il governo israeliano ce li ha spinti).
Ma come se questo non bastasse, i palestinesi non hanno effettivamente le risorse e le strutture (politiche, sociali, economiche, lavorative ecc.) per aspirare – senza aiuti esterni e in tempi ragionevoli – all’indipendenza o almeno a non morire di fame e di sommosse. Circa 125 mila palestinesi lavoravano in Israele (prima della seconda intifada, quella del 2000, di cui parleremo più avanti) e a casa loro non trovano di che campare.
In ogni caso l’occidente (compresa l’Europa), gli USA e Israele non sono disposti a rischiare una nuova possibile “polveriera” in medioriente e quella attuale è dunque una pura situazione di forza (chi è più forte fa quel che vuole), di interesse e di opportunismo.
Anche solo pensare ad una possibile soluzione di questi ed altri tantissimi problemi della zona significherebbe aspirare al Nobel (uno qualsiasi). Ma se l’occidente – e in ispecie uno o più paesi europei – cominciasse a trovare conveniente una diversa situazione economica, sociale e culturale in Palestina (investendo a piene mani), dopo un certo periodo transitorio di legge della giungla, potrebbero crearsi le condizioni per una “pace interessata”. Il che non sarebbe del tutto male.
Eravamo al 1992 e lì siamo rimasti. Andiamo avanti.

Il conflitto arabo israeliano palestinese for dummies (quinta ed ultima parte, 1992-2002)

Allora, siamo nel 1992 e il clima è più disteso del solito (si fa per dire). Il 30 ottobre precedente (1991) si è tenuta a Madrid la Conferenza di Pace per il Medioriente, patrocinata da Bush Senior e Gorbaciov, alla quale hanno partecipato gli stati arabi, rappresentati dai rispettivi ministri degli esteri, il primo ministro israeliano Shamir e una delegazione palestinese (l’OLP non ha partecipato) e il 16 dicembre l’assemblea generale dell’ONU ha revocato la risoluzione 339 del 1976 che aveva condannato il sionismo quale forma di razzismo e discriminazione (v. sopra). Gli USA, freschi della prima guerra in Iraq (la c.d. “guerra del golfo”) e consapevoli dell’importanza di nuove possibili alleanze nella zona, spingono per una soluzione generale del problema in medioriente.
A fine 92 l’Unione Sovietica si sta disintegrando. Sta venendo meno, per gli USA, il pericolo rappresentato dal blocco sovietico. La guerra fredda si è raffreddata. Gli USA pianificano il controllo totale. La Russia - che a casa sua ha problemi infiniti - sponsorizza la pace in medioriente. Un episodio di consueta sopraffazione nel dicembre 1992, Israele deporta più di 400 palestinesi in Libano. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU condanna pesantemente questa iniziativa e stabilisce il loro immediato ritorno.

Siamo ormai nel 1993. In agosto si svolgono a Oslo – con la mediazione dei norvegesi – colloqui segreti fra l'OLP e il laborista israeliano Shimon Perez in vista di un accordo sull’autonomia palestinese per Gaza e per la città di Jerico. Gli accordi tratteggiati ad Oslo sono in realtà assai vaghi.
In settembre c’è uno scambio di lettere tra Arafat (OLP) e il primo ministro israeliano Rabin:
- Arafat riconosce il diritto di Israele di esistere in pace e in sicurezza;
- Rabin riconosce che l’OLP rappresenta il popolo palestinese.
Con il patrocinio del Presidente USA Bill Clinton (che non è famoso solo per altre questioni personali di tutt’altra specie), il 13 settembre 1993 Arafat e Rabin firmano, a Washington, una Dichiarazione di Principi in vista di possibili accordi (tutti da determinare e sviluppare) per l’autonomia palestinese. Si stabilisce un periodo di autonomia palestinese di 5 anni per portare a termine i negoziati, sulla base della risoluzione ONU n. 242, che dovranno iniziare non oltre tre anni. (In particolare sul ritiro israeliano da alcune zone occupate del West Bank). Nasce la cosiddetta “Autorità Palestinese” con il compito di amministrare i territori assegnati al controllo palestinese.
Ma tutti i problemi più importanti e spinosi vengono rinviati ...... a babbo morto (cioè a futuri negoziati). In particolare, il problema dei rifugiati, di Gerusalemme Est, degli insediamenti, dell’acqua. Vabbè, meglio che niente .....

Infatti, nel 1994 e 1995, benchè schifezze di ogni tipo (attentati, violenze ecc.) rimangano comunque una costante, in specie nei territori occupati, a livello politico l’OLP e Israele concludono, in maggio, un accordo sull’amministrazione della Striscia di Gaza e sull’area di Jerico.
In luglio Arafat rientra in Palestina e stabilisce il suo quartier generale a Gaza. In agosto viene stipulato una accordo “preparatorio” per il trasferimento dell’amministrazione dei territori “lasciati” all’autonomia palestinese. Israele e Giordania firmano un trattato di pace.
Sulla base della Dichiarazioen di Principi del 1993 (Washington) viene firmato un accordo tra Israele e OLP per l’autonomia sul West Bank e Gaza.
Tutto procede alla meno peggio quando il primo ministro Yitzhak Rabin viene assassinato da uno studente dell’estrema destra israeliana, a Tel Aviv, il 4 novembre 1995.

Nel 1996 il Likud (di destra) vince le elezioni con Benjamin Netanyahu (sconfiggendo i laboristi di Shimon Peres) e la situazione rimane sostanzialmente congelata fino al 1999. Questo, come ho già detto, non significa che tra la destra e la sinistra israeliana ci sia questa gran diversità di vedute rispetto ad alcuni problemi importantissimi, per esempio quello degli insediamenti nei territori occupati, suddivisi ipocritamente in insediamenti “illegali” e “legali”, che sono stati tutti implementati tanto durante i governi di destra quanto durante quelli di sinistra.

Tra il 1997 e il 1999 la facciamo necessariamente breve. Da segnalare che nel 1997 l’autorità palestinese e il governo israeliano raggiungono un accordo (allucinante) secondo il quale i palestinesi ottengono il controllo dell’80% della città di Hebron e il rimanente 20% resta, iperprotetto dall’esercito israeliano, in mano a circa 400 – diconsi quattrocento - religiosi ebrei ultraortodossi.
Sempre nel 1997 (febbraio) un censimento della popolazione palestinese conta con larga approssimazione 2.900.000 palestinesi nei territori occupati. Di questi, 1.869.818 nel West Bank (compresa la parte israeliana occupata di Gerusalemme) e 1.020.813 nella striscia di Gaza .
Altri 210.000 – conteggiati approssimativamente fuori censimento – vivono a Gerusalemme Est.

Allora, per farla semplice (molto semplice), nel 1999 vanno nuovamente al potere i laboristi con Ehud Barak. Se ne è molto parlato, di Barak e delle sue “generose concessioni”, ma sono stati fiumi di parole messi nella bocca di chi ha interesse a sostenere una sorta di rifiuto palestinese a qualsiasi ipotesi di pace e, soprattutto, si tratta sempre di analisi assolutamente superficiali.
Se è infatti vero che con Barak l’Autorità Palestinese ottiene, tardivamente e con fatica, il teorico controllo (naturalmente, solo amministrativo e non militare) sul 40% del West Bank e sul 75% della Striscia di Gaza, è altrettanto vero che si tratta sempre di un territorio spezzettato e discontinuo, le zone di autonomia palestinese sono scollegate e circondate da territori sotto il perenne controllo militare israeliano (in favore dei coloni insediati in profondità in territori contigui a quelli “palestinesi” che fanno il bello e il cattivo tempo con l’appoggio incondizionato dell’esercito).
In sostanza, dunque, Barak non si impegna più di tanto nel piano elaborato a Washington ed anzi si dedica per quasi un anno, senza successo, ai negoziati per raggiungere un accordo con la Siria.

Siamo ormai al 2000 e i palestinesi scalpitano per il ritardo con cui si muovono le cose e per non avere ottenuto nemmeno sulla carta quanto era lecito sperare in base alle premesse e alle “promesse” di Washington. In questa situazione, già di per sè non brillante, finalmente Barak si rimette al tavolo delle trattative, ma solo per motivi personali: la sua maggioranza di governo si è sfaldata e teme, in vista delle elezioni previste per il febbraio 2001 di non avere l’appoggio della sinistra israeliana, dopo essersi fatto i fatti suoi per un anno. La mediazione, nel caso, è di Clinton (anche lui in fase di delegittimazione per le imminenti elezioni e forse per i casini che si è tirato con la Lewinski). Nel frattempo (maggio 2000) Israele si ritira dai territori occupati in Libano, anche su pressione degli Hezbollah libanesi, di cui abbiamo già parlato.
Sia quel che sia, nel luglio 2000 Clinton riesce a trascinare Barak e Arafat negli USA (a Camp David) per concretizzare in un vero e proprio trattato gli accordi di Oslo.
E’ a questo punto che Barak avanza la sua (famosa) “generosa offerta” (passata alla storia proprio in questo modo) che, da un lato, è obbiettivamente inaccettabile (estende e generalizza a tutta la Cisgiordania il piano di “spezzettamento” del territorio sotto controllo palestinese, con condizioni giugulatorie per quanto riguarda le risorse, i confini, gli insediamenti, l’acqua, rifiuta di ritirarsi da Gerusalemme Est, di occuparsi della questione dei rifugiati palestinesi, di occuparsi dello smantellamento degli insediamenti ebraici, ecc. ecc.), dall’altro mette in bocca alla propaganda dei mass media occidentali un fatto assolutamente falso: che sia stato Arafat a “mandare a monte” gli accordi di Camp David.
Infatti, nonostante tutto, è proprio Barak a procrastinare e sospendere più volte il corso delle trattative e infine ad avanzare una proposta che Arafat non avrebbe mai potuto accettare, nè fare accettare ai “suoi” a paragone con quanto invece ottenuto dal Libano, dall’Egitto e dalla Giordania (cioè la restituzione di tutti i territori occupati da Israele). In più su un territorio spezzettato e inframmezzato da grosse zone occupate dai coloni ebrei. Zone che eventualmente avrebbero potuto essere “scambiate” con minime zone in territorio israeliano (secondo una proporzione di 9 a 1).
Ma la opportuna riluttanza di Arafat, come detto, sarà propagandata a tal punto che Barak potrà dedicare gli ultimi mesi del suo disastroso intervento a ..... raccontare al mondo che non è possibile trovare un accordo con Arafat.
In definitiva gli incontri di Camp David risultano infine un fiasco, ma i negoziati tra dirigenti palestinesi ed israeliani non si interrompono.
E ciò benchè nel settembre 2000 – quasi per affermare la propria imminente ascesa al potere (che avverrà nel febbraio 2001) – il leader della destra (Likud), Ariel Sharon, già tristemente noto per esser stato “indirettamente” responsabile dei massacri di Sabra e Chatila, decide di provocare i palestinesi sfilando a piedi e con un esercito di guardie armate sulla cosiddetta spianata delle Moschee (presso la Moschea di Al Aqsa) a Gerusalemme Est.
E’ un vero e proprio oltraggio. Inizia la seconda intifada (c.d. intifada Al Aqsa).
Ma come abbiamo detto, i negoziati naufragati a Camp David proseguono a Taba (piccola stazione balneare in territorio egiziano) e prospettano, nel gennaio 2001 quanto di più simile ad un possibile accordo sia mai stato raggiunto tra israeliani e palestinesi. I negoziati di Taba infatti prevedono l’evacuazione totale della Striscia di Gaza, l’annessione ad Israele del 3-6% del West Bank, compensata con territori israeliani, lo smantellamento di tutte le colonie israeliane in territorio palestinese, Gerusalemme capitale di due stati, futuri negoziati sul problema dei profughi.
Troppo bello per essere vero.
E infatti con le elezioni del 6 febbraio 2001 diventa primo ministro israeliano Ariel Sharon, il cui unico obbiettivo sarà quello di annichilire ogni minimo risultato raggiunto in 10 anni di difficili negoziati. Sharon promette ad Israele la ...sicurezza e il 6 settembre del 2002 annuncia che gli accordi di Oslo ......non hanno più valore. Il che, ripercorrendo la storia e le iniziative della dirigenza israeliana, non stupisce.
Quanto alle promesse di sicurezza poco è stato raggiunto per l’elementare principio che con l’occupazione e con l’umiliazione di una popolazione soggiogata non c’è esercito, per quanto “capace”, che possa garantire alcunchè.
Gli episodi anche recenti dimostrano infatti (come ha detto uno storico israeliano) che “ solo una mente malata può sperare che l’occupazione dei territori porti alla fine della guerriglia e del terrore”.

Dopo l’11 settembre 2001, il panorama si arricchisce con la guerra in Afghanistan, il mito Bin Laden, il mito Saddam Hussein, la guerra in Iraq, il rigurgito islamico, il rinnovarsi della generale intolleranza per il “diverso” nel mondo occidentale. Questioni spesso non svincolate dal problema palestinese, che resta comunque spesso un ottimo pretesto o la giustificazione di quanto accade tra mondo islamico e mondo occidentale dalle radici “giudaico-cristiane”.
Il geniale presidente USA, Bush “Junior” fa stilare addirittura, a suo nome, un nuovo e non originalissimo piano di pace chiamato “Road Map” . E’ un generalissimo programma che stabilisce le fasi per raggiungere una soluzione pacifica quanto generica. Fasi che comunque sin dall’inizio non sono state seguite.
Questo “programma” è stato accolto ed enfatizzato dalle compiacenti e disinteressate dirigenze europee, dalla Russia e dall’ONU (che conta come il due di picche) ma brilla per vaghezza più degli accordi di Oslo. Qualcuno ha osservato, al riguardo, che prima di stendere una qualsiasi map ci deve essere almeno una road. Che non c’è.

Qui finisce, per ora, il mio breve sunto (sì, lo so, qualcuno non lo ha trovato per nulla breve), senza la pretesa di aver detto nulla di nuovo e con le comprensibili imprecisioni del caso.
Lo scenario muta sensibilmente con la morte di Arafat, il piano di disimpegno unilaterale dalla Striscia di Gaza, le prevedibili ed enormi difficoltà all’interno della Striscia, le mutate prospettive per il West Bank, l’impegno di Sharon a dare corso in ogni caso alla Road Map e le sue difficoltà a far fronte ai suoi stessi elettori in Israele.
Ma questa forse – ci speriamo tutti - è un’altra storia.

Thursday, November 23, 2006

L'arte della menzogna

Tolta la strumentale propaganda dei soliti e i criminali e vergognosi vaticini di Bolton (il cui pensionamento con l'indegna poltiglia dei suoi mandanti e tirapiedi verrà sempre troppo tardi), il coinvolgimento della Siria nel plateale assassinio di Pierre Gemayel non convince proprio nessuno.

Tra i tanti leggiamo proprio ora su Ha'aretz che «L'accusa lanciata ai siriani da Saad Hariri, figlio dell'ex primo ministro libanese assassinato, Rafik Hariri, le allusioni del primo ministro Fuad Siniora, che sollecita lo stabilirsi di un tribunale internazionale per processare gli uccisori di Hariri e le dichiarazioni di elementi anti siriani in Libano, mettono la Siria all'apice della lista dei sospetti per l'assassinio di martedì del ministro dell'industria Pierre Gemayel. Logiche puramente diplomatiche e politiche fanno comunque difficilmente vedere Damasco dietro l'assassinio. Il giorno che Gemayel viene ucciso, la Siria segna uno dei risultati diplomatici più significativi dalla sua sconfitta in Libano dell'aprile 2005: il rinascere di complete relazioni diplomatiche con l'Iraq. La Siria è pure sulla strada per ottenere un timbro semi ufficiale di approvazione da Washington per la sua possibilità di calmare le cose in Iraq. La Siria potrebbe essere sull'orlo di un importante successo in Libano, la possibile caduta del governo di Fuad Siniora, che significherebbe che la Sira potrà incrementare il potere dei suoi sostenitori nel governo tramite un ultimatum degli Hezbollah. Se ciò accadesse, il tribunale internazionale sull'omicidio di Rafik Hariri sarebbe procrastinato o almeno in qualche modo più propizio per i siriani. Con questi tre risultati, l'ultima cosa di cui Damasco ha bisogno è una nuova accusa di omicidio politico in Libano ...».

Forse, confidando un po' troppo nella internazionale dabbenaggine o nella faziosità che obnubila qualsiasi senso critico, qualcuno ha potuto oggi stuzzicare e cerca di cavalcare il sospetto in funzione anti-siriana. Altri hanno naturalmente già fornito a Bush il consueto pistolotto che include anche l'Iran nella partita omicida (non si sa mai si perdesse l'occasione), ma anche quello non varrà - almeno stavolta - a convincere la gente.

L'eredità iraqena, con la preventiva valanga di menzogne raccontate e gli infiniti, ridicoli maneggi confezionati per condurre l'opinione mondiale ad accogliere di buon grado il disastro pianificato da pochi criminali interessati e raccolto da troppi semplici imbecilli, rischia oggi di essere un precedente troppo fresco e doloroso per consentire giochetti d'avanspettacolo. Per essere più chiari, se il sempre più sparuto gruppo della guerra a oltranza vuole farla sporca, deve studiarla meglio.

Se poi, diversamente, elementi siriani dovessero risultare coinvolti in questa operazione in base ad una logica astrusa e suicida, il risultato sarebbe lo stesso. Da un lato nessuno apprezzerebbe, infatti, in Siria, un'operazione inutile e suscettibile di spappolare un difficile lavoro di diplomazia che gode di contingenze irripetibili, dall'altro lato gli anatemi lanciati nella stessa rituale direzione dai potentati della guerra finiscono ormai per essere internazionalmente recepiti come bugiarde clausole di stile.

«Tra chi punta l'indice sul regime di Assad, ci sono innanzitutto gli Stati Uniti. Se Nicholas Burns, numero tre del Dipartimento di Stato, si limita a definire la morte di Pierre Gemayel, "un atto terroristico", l'ambasciatore statunitense presso l'Onu John Bolton è molto più esplicito. "I fatti devono ovviamente essere appurati - dice - ma come ha rilevato (l'inquirente Onu Serge) Brammertz ci sono prove del coinvolgimento siriano nell'omicidio di Rafik Hariri (l'ex premier libanese). Lascio a voi il compito di trarre le dovute conclusioni". Bolton ha chiesto quindi alla comunità internazionale di appoggiare "il governo democraticamente eletto" di Fuad Siniora». E' solo un frettoloso rapporto di Repubblica sulle prime reazioni all'attentato mortale a Pierre Gemayel. Ma lascia un messaggio per cui - secondo John Bolton - ci sarebbero prove del coinvolgimento siriano nel precedente attentato a Rafik Hariri.

Ora, qualsiasi mediocre criminale sa che del proprio crimine non deve lasciare tracce alla portata di tutti, come qualsiasi bugiardo sa che l'evidenza della propria bugia non deve essere facilmente ed immediatamente identificabile. Trattandosi tuttavia di John Bolton - una vecchia conoscenza non nuova ai fasulli messaggi che portino acqua al mulino suo e dei suoi mandanti (per tutti quello sugli sviluppi del nucleare iraniano, denunciato dalla IAEA) - non è improbabile che qualcuno vada a dare un'occhiata alla verosimile fonte delle improvvide emissioni vocali dell'ambasciatore USA presso le Nazioni Unite.

Non è difficile, la fonte ufficiale è l'ultimo rapporto (il quinto) della Commissione ONU sull'omicidio di Rafik Hariri, condotta oggi da Serge Brammertz dopo la repentina estromissione di Mehlis per le poco commendevoli precedenti coperture da questo fornite ai servizi USA e israeliani. Si trova su internet nel sito dell'ONU alla rubrica S/2006/760 e per quanto si possano rileggere le ventidue scrupolose paginette composte dal rapporto siglato dal Commissario Brammertz, previa lettera di presentazione di Kofi Annan al Consiglio di Sicurezza, delle "prove" agitate da Bolton non si trova traccia. Viceversa c'è un intero paragrafo e parecchi riferimenti dedicati alla inappuntabile collaborazione prestata dalla Siria alle indagini, mentre viene viceversa liquidata con una certa sufficienza la dubbia implicazione del sedicente "ex agente siriano e reo confesso" Ahmed Abu Adass ("he seemingly had more academic and intellectual interests and less technical orientation than that associated with members of terrorist groups engaged in the operational aspects of terrorist activities, at least in Lebanon").

Vabbè, per farla breve e tornando al titolo del post, allora dove sta l'arte della menzogna? Era solo per fare un esempio di quello che un buon bugiardo non deve fare, nelle consuete illazioni di John Bolton l'arte non c'è.

Tuesday, November 21, 2006

Percorsi della indagine Hariri

Antefatto: proprio sull'onda dell'uccisione di Rafik Bahaa Edine Hariri, avvenuta in Libano il 14 febbraio 2005, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha adottato la Risoluzione 1595 (facendo seguito alla 1559 del 2/9/2004 per il disarmo di Hezbollah) ed ha incaricato un team investigativo di indagare sull'attentato mortale al dirigente libanese. Questo team venne in origine condotto dal giudice tedesco Detlev Mehlis, che presentò il suo rapporto iniziale al Consiglio di Sicurezza il 20 ottobre 2005 (Report of the International Investigation Commissione established pursuant to Security Council Resolution 1595). Il Rapporto Mehlis considerava implicati ufficiali siriani e libanesi, con speciale riferimento al capo dell'intelligence siriana, Assef Shawkat, cognato del presidente siriano Bashar al-Assad. Nell'occasione, il presidente USA G. W. Bush sollecitò una riunione straordinaria all'ONU per discutere la risposta internazionale "più velocemente possibile per trattare della importante questione". Detlev Mehlis chiese di seguito più tempo per seguire tutti gli indizi. E i politici libanesi chiesero di estendere la durata e la documentazione per comprendervi l'assassinio di altri prominenti membri anti-siriani, come Gebran Tueni. Un secondo rapporto, presentato il 10 dicembre 2005, confermò le conclusioni del primo.

Problema: l'11 gennaio 2005 Mehlis è stato repentinamente sostituito quale dirigente del team investigativo dal belga Serge Brammertz. I motivi della sostituzione di Mehlis vanno individuati nei suoi precedenti, per aver coperto, in un'altra occasione, membri dello spionaggio USA e israeliano. Si trattava dell'attentato del 1986 alla discoteca La Belle di Berlino. Un documentario diffuso il 25 agosto 1998 sulla tv pubblica tedesca presenta prove convincenti che alcuni dei principali sospetti di quel fatto, che fornì il pretesto agli USA per bombardare la Libia, lavoravano per i servizi segreti americani e israeliani.

Parecchio significative, al riguardo, le osservazioni di USA Mediamonitors e ancora di più quelle di Mondialisation sul comportamento di Mehlis e sulla conseguente sua precoce dipartita dalla Commissione: «La mission d’assistance judiciaire auprès de la Justice libanaise, confiée par le Conseil de sécurité de l’ONU à Detlev Mehlis, s’est transformée en commission d’enquête internationale, puis en parquet international. Elle est devenue un instrument des néoconservateurs et a mis la Syrie en accusation, lui imputant l’assassinat de l’ancien Premier ministre Rafic Hariri. Cependant, ainsi que le relate Talaat Ramih, les manipulations de M. Mehlis ont éclaté au grand jour et il a été contraint de démissionner dans la honte et la confusion. La preuve est faite que le dossier contre la Syrie est vide, mais Washington ne s’en soucie pas plus que des rapports d’Hans Blix montrant qu’il n’y avait pas d’armes de destruction massive en Irak».

Molti interssanti sono poi gli sviluppi delle indagini della Commissione ONU condotta da Serge Brammertz e i punti, specifici, sull'atteggiamento collaborativo della Siria e sulla necessità di protezione dei testimoni, estratti dal rapporto al Consiglio di Sicurezza dell'ONU - 5539ª riunione del 29 settembre 2006: «Pursuant to the common understanding reached between the Commission and the Syrian Arab Republic earlier in the year, Syria’s cooperation with the Commission has continued to be timely and efficient. During the reporting period, the Commission submitted 11 formal requests for assistance to Syria, seeking information and documentation about certain individuals and groups. Syria also provided documentation relating to experiments it conducted concerning the properties and impact of various controlled explosions. Follow-up meetings have taken place with experts from the Commission to discussthese experiments. The level of assistance provided by Syria during the reporting period remains generally satisfactory [...] The Commission is satisfied with the progress made so far in the investigations and will continue to obtain the best possible results throughout the next reporting period and until the end of the current mandate in June 2007. These results can be achieved only with the continued support of all States. In this context, three areas are of particular importance [...] The second area is witness protection. Witness protection measures are crucial to the further development of the investigations. The Commission is putting in place such mechanisms in order to allow more individuals with appropriate knowledge to step forward and assist it in this sensitive area of its work». (Serge Brammertz, head of UN International Independent Investigation Commission (UNIIIC), in his latest briefing to the Security Council)

Sunday, November 12, 2006

Veto

Ancora una volta gli USA hanno espresso il veto a una risoluzione ONU di condanna nei confronti di Israele. "...Tra le richieste c'era anche quella alla comunità internazionale di fare passi per stabilizzare la situazione, riavviare il processo di pace in Medio Oriente e considerare «la possibile istituzione di un meccanismo internazionale» per la protezione dei civili". Orrore! Orrore! Una forza di interposizione internazionale, magari imparziale, che presentasse chiaramente al mondo il quadro della ingiustificabile pulizia dei "residui" arabi dal sacro suolo! Meglio affidarsi alle interessate pedine americane della Lobby, ai Bolton della situazione. Ai meschini propagandaroli europei, alle mezze figure del filosionismo e al mito che ha consentito per sessant'anni a Israele di calpestare i diritti, la proprietà, l'esistenza stessa della minoranza palestinese sotto occupazione. Minoranza che non resterà tale, poichè anche i più ottusi rappresentanti sionisti (ma non i rabbiosi propagandisti da quattro soldi) sanno di avere a che fare con un corpo ebraico allo stremo, minato da una "malattia" irreversibile, quella demografica.

La malafede di John Bolton, ambasciatore USA all'ONU, nell'esprimere il veto americano a favore di Israele è poi al di sopra di ogni sospetto. Cioè è certa. Bolton è peraltro uno dei più ambigui figuri emessi negli ultimi decenni dall'amministrazione americana, non a caso è stato insediato da Bush Jr nell'istituzione ONU, organismo dallo stesso Bolton da sempre disprezzato come inutile, anzi, inesistente. Questo personaggio ha dato il suo supporto alla guerra nel Vietnam ma non vi ha partecipato per dichiarata paura. Ha accusato falsamente Cuba di esportazione di tecnologia relativa ad armi biologiche e ha partecipato alla diffusione delle menzogne USA sulle inesistenti armi di distruzione di massa iraqene. Ha spinto - inutile dirlo - per l'invasione dell'Iraq. Ha accusato l'Iran di mentire sulle caratteristiche dei suoi impianti nuclari e sull'arricchimento dell'uranio ed ha fatto compilare tramite suoi degni collaboratori un rapporto poi sbugiardato dalla IAEA, ha condotto l'opposizione dell'amministrazione Bush alla Corte Penale Internazionale, facendo pressione su molti Paesi perchè firmassero accordi bilaterali per esentare gli USA da ogni possibile accusa da parte della medesima Corte Penale Internazionale. E' uno dei membri del PNAC, il folle progetto neocons per il "Nuovo Secolo Americano". Appunto neoconservatore e filoisraeliano, si è dato da fare per quasi trent'anni nel cercare di indebolire l'ONU in favore di una politica aggressiva di Israele. Lo ZOA (Zionist Organization of America) ne parla come di "uno dei più sinceri amici di Israele del mondo" e gli ha conferito nel 2005 l'annuale "Defender of Israel" Award. Appoggiato e confortato dalla lobby ebraica in tutto e per tutto ("Bolton received strong support from major Jewish organizations during last year's confirmation hearings, and these same organizations are gearing up to mount a strong pro-Bolton lobbying campaign this time around. Among the Jewish groups that supported Bolton during the first hearings were the Anti-Defamation League (ADL), American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), B'nai B'rith International, the Conference of Presidents of Major American Jewish Organizations, and the Jewish Institute for National Security Affairs (JINSA)"). Non stupisce che questo signore abbia espresso anche oggi per conto dell'amministrazione USA il veto ad una risoluzione che riconoscesse e condannasse l'ennesimo massacro israeliano.

E siamo qui a discutere di nulla, nulla che abbia veramente a che fare con la natura della tragedia di una terra martoriata. Di un percorso che da decenni sfugge di mano ai suoi stessi protagonisti, i popoli di Israele e di Palestina. Ogni presunto "processo" di pace è stato minato o annichilito negli anni da una pesante zavorra, costituita da una serie di patologie, intrecciate e a volte interdipendenti, quali, per citarne alcune: -- dichiarato disprezzo da parte dell’establishment israeliano dello spirito degli accordi (p. es. Oslo), del diritto internazionale (risoluzioni ONU, pareri Corte Internazionale dell'Aja), spesso della minima etica del comportamento (provocazioni, assassini mirati, umiliazione dei civili, stragi di civili passate per "effetti collaterali" ed "errori"); -- perpetuazione di una posizione privilegiata di Israele, servo o padrone della superpotenza che per interesse lo foraggia (lobby, forniture di armi, veto in sede ONU) e che in ogni caso gli comunica il medesimo delirio di onnipotenza; -- sanguinoso mantenimento da parte di Israele dello status carpito e nutrito spesso da un indifendibile razzismo (Lieberman), da una patologica ansia espansionistica (da Ben Gurion in poi, colonie, avamposti, Golan, Shebaa), e qualche volta da un ingiustificabile fanatismo religioso (Hebron); -- riconoscimento da parte dell’Europa, di un “bonus” allo Stato ebraico, esclusivamente poggiato sugli orrori dell’olocausto e conseguente acritica condiscendenza verso l’azione di Israele sotto la perenne minaccia di accuse di antisemitismo (lobby); -- assodata incapacità da parte della gente palestinese di esprimere una organizzazione sufficientemente compatta, perché effettivamente rappresentativa degli interessi del suo popolo o in alternativa abbastanza determinata da condurre a suo tempo una efficace resistenza armata nei confronti dell’esercito di occupazione; -- incapacità, corruzione o mancanza di volontà, cultura ed interesse da parte della dirigenza palestinese; -- depauperamento delle risorse palestinesi, furto dell'acqua, furto di (ulteriori) terre, abbattimento di alberi, isolamento internazionale (commercio), imposti da parte israeliana; -- incapacità o impossibilità per la gente palestinese di sfruttare il profilo mediatico, da sempre sapientemente orchestrato dal suo antagonista con il determinante e non disinteressato appoggio del suo potentissimo nume protettore (USA).

Al popolo di Israele (non al suo esercito o ai suoi dirigenti guerrafondai o ai suoi sostenitori fondamentalisti) e al popolo palestinese sarebbe toccato decidere se questi fattori potessero essere nonostante tutto il focolaio di un’infezione curabile. O una metastasi.

Tuesday, November 07, 2006

Lobbytuaries

Nell'ottica, benvenuta, di superare parzialità e discriminazioni e in quella, contingente, di smussare gli spigoli drammatici di una situazione già poco equilibrata - piuttosto che accentuarli - qualcuno osserverà che non se ne sentiva il bisogno. Eppure oggi anche l'Unione Europea ospita una neonata, sua propria e peculiare lobby filo-israeliana. La sua nascita è stata celebrata lo scorso settembre a Bruxelles. Si chiama AEI (Amici Europei di Israele), internazionalmente EFI (European Friends of Israel). A differenza delle rinomate e potentissime associazioni dell'universo americano - quali l'AIPAC - l'associazione stabilita di bel nuovo nel vecchio continente vanterebbe, si dice, la qualificata partecipazione di oltre centocinquanta parlamentari europei. E quel che più stupisce è il fatto che questa composizione di vago sapore istituzionale e trasversale tra i banchi di Bruxelles farebbe quantomeno arricciare il naso, se non gridare allo scandalo, addirittura i colleghi lobbysti d'oltreoceano. Ryan R. Jones, corrispondente dal Medio Oriente dell'agenzia All Headline News, osserva infatti al riguardo che "c'è [...] un'interessante differenza tra la nascente lobby europea ed AIPAC. Per quanto le lobby siano in America organizzazioni pienamente riconosciute ed accettate, nessuno si sognerebbe mai di chiamare lobby un gruppo di membri del Congresso. Che reagirebbero sdegnosamente. I funzionari di una lobby sono privati professionisti che agiscono dichiaratamente per interessi di parte, e sono pagati per farlo. I Congressisti, al contrario, si presume che agiscano nell'interesse della nazione ed abbiano con i lobbisti solo sporadici contatti di collaborazione". Viceversa l'organizzazione neoconsacrata a Bruxelles non nasconde - nelle parole riportate da Israel National News - il fatto di "includere coloro i quali non hanno ancora espresso pubblicamente il loro supporto per Israele". La natura dell'iniziativa non potrebbe essere più chiara, avuto anche riguardo al fatto che questa originale combriccola sarebbe "sostenuta da uomini d'affari ebrei in tutto il continente" e che "selon le représentant de cette organisation, le but est de réunir les partisans d'Israel en une force politique qui facilitera l'arène politiquo-diplomatique et le commerce". Se siamo quindi almeno virtualmente reduci dai tentativi di delegittimazione ed ostracismo ai quali è sottoposto, negli USA e non solo, chiunque critichi le posizioni del governo di Tel Aviv (di recente, tra gli altri, gli accademici John Mearsheimer, Stephen Walt e Tony Judt) o manifesti preoccupazione per la documentata influenza dei potentati ebraici d'oltreoceano sui dirigenti americani, se abbiamo potuto apprezzare la mobilitazione mediatica portata a sostegno dei crimini e dei nefasti dell'ultima aggressione al Libano, se assistiamo sgomenti, ogni giorno, agli assassini mirati, alla distruzione e al mortale stillicidio portato dalle operazioni condotte da Tsahal in Palestina, non possiamo non guardare con un po' di sconcerto alla fisiologica perdita di terzietà e di autorevolezza del nostro parlamento sovranazionale europeo mentre si narra che centinaia di suoi membri diventino potenziali supporter di un governo che da mezzo secolo affida se stesso e la salute del suo popolo ad arroganti capriole lobbystiche e la pretesa ed impossibile legittimazione del suo stato di occupante alla quotidiana umiliazione di un popolo spogliato della propria terra ed alla violenza delle armi.
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http://www.israelnationalnews.com/news.php3?id=112356
http://www.tlaxcala.es/pp.asp?lg=it&reference=1326
http://www.thehandstand.org/archive/september2006/articles/euronews.htm
http://www.ism-france.org/news/article.php?id=5509&type=communique&lesujet=Sionisme
http://en.wikipedia.org/wiki/The_Israel_Lobby_and_U.S._Foreign_Policy
http://en.wikipedia.org/wiki/Tony_Judt