Saturday, December 20, 2008

Game Over. In attesa della sentenza Cipriani

"Ragazzi, siete investigatori intelligenti, vi è mai passato per la testa che sono stato incastrato? Io sono quello che ha perso tutto".


Incastrato – ha detto Benedetto Cipriani – e accusato di aver pagato tre giovani balordi di origine portoricana perchè uccidessero Robert “Bobby” Stears, marito della sua ex amante, Shelley, conosciuta su internet tramite instant messaging ICQ.


Durante il tragitto in auto con la polizia del Connecticut, Cipriani aveva offerto agli agenti – così è stato raccontato al processo nel dicembre 2008 – il nome della stessa Shelley Stears e di un'altra persona implicata negli omicidi di Windsor Locks. Il detective Richard Bedard ha dichiarato che durante il trasporto dell'italiano verso la Corte Superiore di Enfield subito dopo l'estradizione questi avrebbe chiesto agli agenti quanto fossero interessati a coinvolgere Shelley negli omicidi. Vogliamo la verità – avevano risposto gli agenti – e Cipriani aveva allora avanzato un’incredibile offerta: "Se potrò fare 10 anni in Italia, vi darò due altre persone che han fatto questo. Sennò mi porterò le informazioni nella tomba".


La relazione di Ben Cipriani con Shelley Stears era iniziata su internet nel 2001. Dopo un paio di settimane i due avevano fatto sesso al Windsor Marriot Hotel. Shelley aveva accettato i gioielli e i vestiti che le regalava Cipriani e questi aveva anche aperto un conto corrente a nome dell'amante. Dopo circa un anno, tuttavia, nel 2002, a suo dire pressata costantemente da Cipriani perché lasciasse il marito e lo seguisse nella casa di Meriden che aveva fatto costruire per entrambi, Shelley aveva rifiutato di lasciare Bobby.

Cipriani allora l'aveva minacciata di raccontare tutto al marito, aveva poi effettivamente telefonato a Robert Stears per informarlo della relazione e – a quanto sembra – per riferirgli dei furti di danaro che la stessa Shelley aveva effettuato presso il negozio di autoricambi del marito, il B&B Automotive di Windsor Locks. La Stears era stata per questo allontanata dall'azienda del marito. In seguito – al processo contro Cipriani – Shelley avrebbe riferito che Cipriani, dopo il suo rifiutò di lasciare il marito, l'aveva minacciata. "Disse che mi avrebbe portato via tutto ciò che avevo caro".

Ma la Stears e Cipriani si erano poi frequentati ancora e con regolarità e secondo quanto testimoniato sempre dalla Stears, avevano fatto sesso fino a una settimana prima degli omicidi. "Ben continuava a dirmi che voleva vedermi. Ero debole", si è giustificata Shelley al processo tra i singhiozzi preoccupandosi di non rivolgere lo sguardo verso l'ex amante sul banco degli imputati.


Nell'appartamento, affittato dalla madre di Erik Martinez, Rose Mendez, anch'essa frequentata da Cipriani che l’aveva conosciuta su internet nel 2003, viveva anche Joey Guzman, mentre Michael Castillo era un frequentatore abituale della casa.

Il 30 luglio del 2003 Joey Guzman, coinvolto nel complotto omicida da Martinez, si faceva accompagnare da Castillo a Windsor Locks, presso il negozio di autoricambi B&B di proprietà del marito di Shelley, Bobby Stears. Ed era una strage. Poco dopo le 17.00 Guzman incrociava Stears sul punto di lasciare il negozio in auto, lo faceva rientrare e lo faceva stendere a terra con il socio Barry Rossi e il loro meccanico, Lorne Stevens, quindi freddava i tre uomini con sei colpi di pistola alla nuca. "Game over" avrebbe poi comunicato per telefono subito dopo gli omicidi Guzman a Cipriani per indicargli che era tutto finito, che il lavoro per cui era stato pagato era stato fatto.
Nel portafoglio sul cadavere di Bobby Stears, la polizia trovava una busta dove l'uomo aveva scritto, di proprio pugno, nome e indirizzo di Cipriani: "Ben Cipriani, 55 Kyle Court, Meriden, CT".
Pochi giorni dopo la strage Benedetto Cipriani lasciava gli Stati Uniti per l'Italia e non faceva ritorno alla data stabilita per riprendere il suo lavoro a New York. Successivamente arrestato in Italia, veniva estradato per gli USA nel luglio del 2007.

I tre giovani di origine portoricana venivano coinvolti nelle indagini sul triplice omicidio di Windsor Locks solo nell'inverno del 2003, quando uno zio di Martinez, arrestato altrove per questioni di droga, raccontava del coinvolgimento del nipote in quel delitto. Ma la polizia ha anche sostenuto che inizialmente Cipriani veniva rintracciato tramite le dichiarazioni di un uomo d'affari dei dintorni di Windsor Locks. Questi avrebbe riferito che circa due settimane prima degli omicidi aveva visto per due volte un'auto con targa di New York parcheggiata fuori dal negozio di Stears a Windsor Locks. Lo stesso testimone ha dichiarato di aver parlato, la seconda volta, con il conducente (la polizia dice che era Cipriani) e di aver preso nota della targa dell'auto.
All'epoca degli omicidi la polizia rintracciava numerose chiamate tra i telefoni cellulari delle persone coinvolte nel complotto nelle settimane precedenti il triplice omicidio. I tabulati sono stati prodotti davanti alla Corte di Hartford che sta processando Cipriani. Secondo gli agenti del Connecticut già dal 1° luglio 2003 erano partite delle chiamate telefoniche dall'appartamento di Erik Martinez ad Hartford utilizzando una scheda telefonica prepagata attivata da Benedetto Cipriani. (Membri delle compagnie telefoniche sarebbero stati poi chiamati a testimoniare sul funzionamento delle schede telefoniche, sulla rete telefonica cellulare e sui tabulati poi utilizzati dall'ufficio del procuratore contro Cipriani).


Martinez e Guzman hanno confessato i loro diversi ruoli nella vicenda e hanno stipulato accordi con l'ufficio del procuratore distrettuale per evitare, Guzman, la pena di morte e per ottenere, Martinez, una pena che va dai 25 e i 40 anni di reclusione. Anche Castillo ha ammesso il proprio coinvolgimento come accompagnatore di Guzman a Windsor Locks il giorno degli omcidi, è stato processato nel 2007 e condannato al carcere a vita.
I tre giovani hanno raccontato di aver partecipato all’omicidio di tre persone per una somma che va dai 5000 ai 7000 dollari e uno di loro ha precisato che Cipriani promise 1000 dollari in più per ogni altra persona diversa da Stears che avessero dovuto uccidere.

Il processo a Benedetto Cipriani - esaurito l'iter delle udienze preliminari - è iniziato davanti alla Corte Superiore di Hartford (Connecticut) il 4 dicembre 2008 e la vicenda processuale, che ha evidenziato innumerevoli punti oscuri contro l'apparente ma sospetta linearità dei fatti prospettata dalla pubblica accusa, è ora affidata alla giuria dopo le discussioni conclusive del procuratore Dennis O'Connor e dell’avvocato difensore di Cipriani, Dave Compagnone.

"Ragazzi, pensate veramente che io abbia fatto questa cosa?" - chiedeva Cipriani agli agenti che lo scortavano alla Corte di Enfield nel 2007.

Questo certamente pensa il procuratore Dennis O’Connor che durante la discussione finale ha ribadito la versione più semplice – ma anche la meno razionale – dei fatti, dicendo alla giuria che Cipriani voleva la morte di Stears dopo che Shelley aveva rifiutato di lasciare il marito per andare a vivere con lui. Del tutto diversa, naturalmente, la versione del difensore di Cipriani, che ha concluso sostenendo che quantomeno la tesi dell’accusa “puzza di ragionevole dubbio”.

Il tentativo degli avvocati Kaloidis e Compagnone di introdurre nel processo alcuni fatti assai dubbi circa la posizione di Shelley Stears, tuttavia, non ha avuto successo.

La Corte non ha voluto che la giuria venisse erudita sulle voci correnti, cioè su quanto si dice di 100 mila dollari di debiti che Shelley aveva prima degli omicidi, né che venissero approfondite questioni di danaro mancante dalle casse della B&B, come prospettato dalla difesa di Cipriani in sede di controinterrogatorio di Shelley Stears. Altre voci, rimaste fuori dal processo, sono circolate poi sul fatto che dopo gli omicidi la Stears avrebbe incassato 300 mila dollari con una polizza di assicurazione, 100 mila dollari con un'altra polizza, oltre a 80 mila dollari quale quota della B&B. Voci – il condizionale è d'obbligo – ma una cosa si dà per certa, Shelley aveva sentito il bisogno di munirsi di un avvocato per parlare alla polizia dopo gli omicidi, ma il fatto non stupisce osservando, fra l’altro, che la foto di Bobby fornita agli assassini del marito (da Cipriani, secondo l’accusa) proveniva dal computer di Shelley Stears. Nome del file: “meBob”.


"Durante l'interrogatorio del procuratore i giurati hanno saputo che Cipriani conosceva i dettagli del negozio di autoricambi, dove era la cassaforte e quando Stears si recava a giocare a golf. "Diceva di essere in contatto con qualcuno molto vicino", ha dichiarato Martinez".


In realtà se si concede a Cipriani e in certa misura anche ai suoi presunti sicari quel minimo di razionalità e istinto di autoconservazione che imporrebbero a un ipotetico omicida di cercare di garantirsi l'impunità e di non correre verso la forca, la sequela di passi falsi e di punti oscuri di cui è costellata l'operazione omicida dei quattro ha veramente dell'incredibile. La ricostruzione della vicenda operata dall'accusa al processo contro Cipriani è comprensibile solo in un'ottica folle e suicida. E’ l'ottica di chi ha deciso di appaltare al più inaffidabile terzetto di disperati un delitto privo di senso e ha poi deliberatamente scelto di lasciare dietro di sé, in tutta la fase operativa del crimine, ogni possibile indizio del proprio personale coinvolgimento.Un comportamento che - senza considerare le condizioni incidentali inserite nel decreto di estradizione dall’Italia (che escludono la possibilità della pena capitale per Cipriani) - appare essere un vera e propria corsia preferenziale verso l'iniezione letale.

L’apparente assenza di un valido movente, l'allucinata scelta dei sicari, i ripetuti sopralluoghi sul luogo del delitto, l'abbondanza di documentazione fornita agli esecutori materiali (un vero e proprio pacchetto di istruzioni, con foto della vittima designata, fornita da Shelley Stears, planimetria e indicazione della cassaforte), le decine di telefonate tra Cipriani, Martinez e Castillo (ma anche tra Cipriani e Shelley Stears, di cui una alle 18.02 di quel pomeriggio), nelle ore a cavallo del delitto, l’acquisto per strada della pistola utilizzata per gli omicidi e la sua rivendita per 250 dollari, l'efferata esecuzione del triplice omicidio, la fase plateale del presunto pagamento del prezzo del delitto, la promessa di un sovrapprezzo per ogni omicidio diverso da quello di Stears, autorizzano chiunque a pensare che le cose non siano andate come sta per decidere la Corte Superiore di Hartford. In questo crimine manca qualcosa e ci sono tante, tante cose di troppo.

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Aggiornamento, emesso il verdetto.
Come previsto. Il 23 dicembre la giuria popolare presso la Corte Superiore di Hartford, composta da sei uomini e sei donne, ha emesso il verdetto nei confronti di Benedetto Cipriani giudicandolo colpevole di avere organizzato nel 2003 il piano che ha portato alla morte di Robert Stears, Lorne Stevens e Barry Rossi. L'Hartford Courant riferisce che Cipriani ha assistito inespressivo al verdetto pronunciato dal capo della giuria: "guilty", colpevole. Alcuni parenti delle vittime sono scoppiati in lacrime ed altri erano troppo emozionati per parlare. Le reazioni a caldo sembrano comunque adeguate alla logica retributiva che intende lenire con la sofferenza dei colpevoli, o presunti tali, quella - più spesso inguaribile - delle vittime. Alcuni commenti sono stati riportati sempre dal Courant. "E' stato l'inferno e ora possiamo avere pace", ha detto Linda Stevens, vedova di Lorne Stevens. Anne Rossi, vedova di Barry ha osservato: "Ora il nostro cuore ha pace e gioia sapendo che ogni respiro preso dal signor Cipriani, fino al suo ultimo respiro sulla terra, sarà nella cella di un carcere". "E fantastico sono felice che sia finita, che Cipriani abbia chiuso" ha detto piangendo Goldie Stears, sorella di Robert. Si prevede che il giudice Julia Dewey emetta la sentenza a carico di Cipriani il prossimo 17 marzo 2009. L'avvocato Ioannis Kaloidis, del collegio di difesa di Benedetto Cipriani con l'avvocato Dave Compagnone, ha dichiarato di essere deluso dal verdetto e che ora si tratta di far rispettare il decreto di estradizione. L'accordo tra gli USA e il governo italiano, infatti, ha detto Kaloidis, stabilisce con chiarezza che Cipriani, come cittadino italiano, potrà scontare l'intera pena in Italia. Ma in proposito l'ufficio del Procuratore non si è reso disponibile per un commento. "Game over", ha commentato Deborah Haut, sorella di Robert Stears, lasciando l'aula.

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Friday, November 21, 2008

Vittorio Arrigoni, dal carcere israeliano di Ramle

"In palese disprezzo di ogni diritto umano, civile e contro ogni legge internazionale, ho trascorso le ultime sei ore rinchiuso con Andrew in una lurida toilette piena di pulci e parassiti e in cui non era presente alcuna fonte di acqua potabile. Questo il trattamento ricevuto per aver annunciato l’inizio di uno sciopero della fame per chiedere il dissequestro dei pescherecci palestinesi rubati ai pescatori palestinesi al largo di Gaza in acque palestinesi al momento del nostro rapimento da parte dei soldati israeliani. Ci hanno requisito i telefoni cellulari consegnatici ieri dal nostro avvocato ma, cosa ancor più grave, in flagrante violazione delle leggi internazionali, ci è stato impedito qualsiasi contatto con i nostri legali e con il nostro consolato che io ed Andrew abbiamo richiesto più volte a gran voce. Per denunciare gli incresciosi avvenimenti delle ultime ore ho dovuto sospendere il mio sciopero della fame in modo da farmi restituire il mio telefono e poter trasmettere questa denuncia. Da quello che ho udito prima che ci separassero, Andrew continuerà a restare in quella cella assolutamente fuori dagli standard di ogni convenzione in tema di detenzione e rispetto dei diritti umani finchè a sua volta non sospenderà il digiuno. Più che come una punizione la mia detenzione di oggi e l’attuale di Andrew possono essere inquadrate come una vera e propria tortura. E’ più che verosimile che anche Darlene, che continua a digiunare come Andrew, stia subendo lo stesso disumano trattamento. Mi accingo ora a denunciare il gravissimo episodio al consolato italiano in seguito a quello scozzese e a quello statunitense. E’ importante tenersi aggiornati costantemente sulle condizioni psicofisiche dei nostri compagni. Domani dovrò ricorrere alle cure mediche per le decine punture di insetti e parassiti che ogni notte mi assalgono lasciando piaghe su tutto il mio corpo". (Vittorio Arrigoni, sequestrato nel carcere israeliano di Ramle - 21 Novembre 2008 Ore 18.00)

Wednesday, November 12, 2008

Benedetto Cipriani, il processo continua

Mentre da ultimo, all'udienza dell'11 novembre 2008, la Corte di Hartford (Connecticut) rappresentata dal giudice Julia DiCocco Dewey ha respinto la richiesta del nostro connazionale di veder mutata la sede del procedimento per l'asserita impossibilità di ottenere un processo equo nell'area di Hartford (a causa dello strepito e del malanimo creatisi nei suoi confronti), un poliziotto del Connecticut, certo Richard Bedard, ha reso, fra le altre, una testimonianza in qualche modo sorprendente.

Ricordiamo che Cipriani è attualmente sotto processo negli USA, accusato di essere stato il mandante - nel 2003 - di un triplice omicidio. In quell'occasione erano caduti sotto i colpi dei presunti sicari il proprietario di un garage, Robert "Bobby" Stears, marito di Shelly, una donna con cui Cipriani aveva a suo tempo intrecciato una relazione amorosa tramite internet, Barry Rossi, socio d'affari di Stears, e un loro impiegato, il meccanico Lorne Stevens. Jose Guzman, uno dei tre sicari, che avrebbe materialmente esploso i colpi mortali, si è dichiarato colpevole ed ha ammesso di aver colpito a morte i tre uomini dopo aver accettato di compiere l'omicidio su commissione per conto di Cipriani. Tuttavia, il 1° ottobre 2007, nel processo contro un'altro componente della spedizione omicida, Michael Castillo, lo stesso Guzman (che aveva confessato gli omicidi concordando con l'accusa una pena diversa dalla pena di morte, con la promessa di testimoniare contro gli altri coimputati) aveva viceversa rifiutato di testimoniare mettendo in pericolo il proprio accordo con l'ufficio della procura.

Dalla sintesi del Journal Inquirer sulla testimonianza di Richard Bedard, risulta che il 16 luglio 2007 il poliziotto era incaricato di condurre Cipriani alla prima udienza presso la Corte Superiore di Enfield dopo l'estradizione dall'Italia. Nel corso del trasporto del detenuto, Cipriani si sarebbe offerto di implicare altre due persone negli omicidi di di cui è tuttora accusato essere stato il mandante, due persone diverse, naturalmente, dai tre presunti autori materiali del crimine. Cipriani - ha dichiarato sempre il testimone - avrebbe "chiesto" in cambio dell'informazione una sentenza di dieci anni di prigione da scontare presso il suo paese natale, l'Italia. Bedard ha inoltre aggiunto che Cipriani avrebbe minacciato di portarsi questa informazione nella tomba qualora avesse ottenuto una sentenza di condanna a 25 o più anni di prigione.

Per quanto si tratti - come già ripetuto - solo di una testimonianza, le parole del poliziotto di Enfield riportate dal Journal Inquirer, se ritenute attendibili e confermate, rischierebbero di dare una nuova direzione, almeno teorica, alla assai labile ed inverosimile ipotesi di movente del triplice omicidio formulata dall'accusa, cioè la rabbia di Cipriani per il diniego di Shelly Stears, con cui - ricordiamo - aveva avuto una relazione amorosa ormai sostanzialmente conclusa, a lasciare il marito. Questa sorpresa suscita tuttavia il sospetto che le autorità del Connecticut non abbiano indagato sul fatto (e sulle presunte dichiarazioni di Cipriani) a 360 gradi, acconciandosi ad imputare e processare un comodo "mandante" e tre balordi le cui parziali ammissioni destano più di qualche perplessità.

Nel corso dell'udienza dell'11 novembre e nonostante l'opposizione dei difensori di Cipriani, un altro testimone, Christopher Sinsigalli della "Sinsigalli Signs and Designs" avrebbe dichiarato di aver visto Cipriani nella sua area di parcheggio, verso l'orario di chiusura del 17 luglio 2003, tredici giorni prima degli omicidi.

Su un'altra delicata questione (sulla quale assolutamente non dovrebbe esservi dubbio, almeno qui in Italia) si sono infine appuntate le testimonianze di Bedard e di un altro detective della polizia del Connecticut, che "hanno suggerito possano essere vere le voci per cui l'accordo in base al quale le autorità degli USA hanno ottenuto l'estradizione di Cipriani dall'Italia prevede il suo rientro in Italia per scontare parte di qualsiasi condanna alla reclusione dovesse essere emessa". Non c'è che da richiamare, in proposito, tutto quanto già scritto e pubblicato in Italia sull'argomento, anche su questo blog.
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Per approfondire

http://pipistro.blogspot.com/2008/06/benedetto-cipriani-chi-lha-visto.html
http://pipistro.blogspot.com/2007/12/benedetto-cipriani-udienza-preliminare.html
http://pipistro.blogspot.com/2007/10/cipriani-una-strada-senso-unico.html
http://pipistro.blogspot.com/2007/10/caso-cipriani-verdetto-in-vista-per.html
http://pipistro.blogspot.com/2007/10/ancora-sul-caso-cipriani.html
http://www.newsitaliapress.it/FilePub/646008023BENNY%20DECRETO.pdf
http://pipistro.blogspot.com/2007/09/benedetto-cipriani-negli-usa-senza.html
http://pipistro.blogspot.com/2007/08/una-richiesta-di-aiuto-da-benedetto.html
http://pipistro.blogspot.com/2007/07/caso-cipriani-il-diritto-e-il-rovescio.html
http://pipistro.blogspot.com/2007/07/benedetto-cipriani-costruzioni-o.html
http://pipistro.blogspot.com/2007/07/benedetto-cipriani-processo-allo.html
http://www.courant.com/news/local/hc-castillo0926.artsep26,0,4555490.story
http://www.newsitaliapress.it/interna.asp?sez=265&info=139516
http://www.wtnh.com/Global/story.asp?S=7156152&nav=3YeX
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Sunday, November 09, 2008

Pirati!

Stamattina Greta Berlin del Free Gaza Movement, al telefono satellitare con una barca da pesca al largo di Gaza, ha raccolto e diffuso le richieste di aiuto dell'equipaggio, attaccato con cannoni ad acqua e raffiche di armi da fuoco da una nave da guerra israeliana. A bordo, fra gli altri, Vittorio Arrigoni.

Greta, intorno alle 9.30 di stamattina, riferiva quanto segue: "Vik sta gridando alla nave israeliana che ci sono tre attivisti internazionali a bordo, che tutti sono disarmati e che vogliono solo pescare. Gli appelli sono stati accolti con cannoni ad acqua e il tiro è stato così violento che tutto l'equipaggio si è rifugiato in cabina per proteggersi. David sta cercando di prendere campioni dell'acqua da far analizzare. Il segnale [via satellitare] è molto debole e difficile da capire, ma posso sentire Vik sullo sfondo e sentire i colpi di arma da fuoco e l'acqua che colpisce la cabina di comando. Stanno cercando di rompere i finestrini nella cabina. Un'altra barca da pesca, circa 100 yarde distante sta pure venendo attaccata...". Poi la connessione si è interrotta.

L'attacco con cannoni ad acqua è continuato. Tra le 11.00 e le 11.30 la nave israeliana ha sparso acque contaminate sull'equipaggio e sulla pesca, che è stata buttata in mare. David dice che i militari sulla nave israeliana indossavano protezioni e maschere, indicazione di quanto l'acqua dei cannoni potesse essere pericolosa.

Tuesday, October 28, 2008

Free Gaza: quando Dignity sfida Chutzpah

"The boat will leave at sunset Tuesday (5:00 pm) with 26 passengers from 12 countries, including Palestine and Israel. On board is Mairead Maguire, the 1976 Nobel Peace Prize winner, Dr. Mustapha Barghouti, a member of the Palestinian Legislative Council, and several other doctors from Europe. Gideon Sprio, an Israeli journalist and long-time activist against the Israeli occupation is also coming". (Free Gaza Movement)
Stamattina il Movimento Free Gaza ha saputo dai media che la Marina israeliana minaccia di impedire con la forza alla nave SS Dignity, in partenza da Cipro, di entrare domani nelle acque di Gaza. "Israele non si è curato di comunicarci una ragione legittima per prevenire l'ingresso di medicinali, medici, avvocati e prominenti attivisti per i diritti umani nella Striscia di Gaza. Per il vero Israele non si è preoccupato di comunicare con noi in alcun modo ... Il Movimento Free Gaza vuole sia chiaro che non vi è intenzione, né ricerca di scontro con Israele", ha dichiarato Greta Berlin del Free Gaza Movement. Così riassunte le parole che accompagnano la missione di Dignity, passiamo a Chutzpah, l'arroganza. Il messaggio diffuso dal Ministero degli Esteri israeliano, come riferito da YnetNews, è infatti una breve sintesi di prepotenza e ignoranza. "In base alla brutta esperienza della volta precedente, Israele ha deciso di non consentire l'ingresso del natante che si è pretenziosamente definito imbarcazione di aiuti umanitari", ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri, Yossi Levi. Ed ha aggiunto: "Non c'è assolutamente relazione tra gli aiuti umanitari e questi provocatori. La precedente campagna si è distinta soprattutto nella diffusione di slogan. Sono rimasti a Gaza per un po', traendo vantaggio dalla loro permanenza per provocare le navi dell'IDF, inventandosi attacchi [nella foto un peschereccio speronato il 10 settembre scorso al largo di Gaza] per coglierle alla sprovvista. Hanno solo cercato di estorcere l'attenzione internazionale a spese della reputazione di Israele". Problema: la reputazione di Israele - forse Levi non ne è al corrente, ma gli basterebbe documentarsi - non ha certo bisogno di aiuto nel discendere una china irreversibile. E ciò nonostante gli sforzi tentacolari che la propaganda filo sionista ha trasferito da ultimo - nello stesso stile prepotente ma scadente - dal nuovo al vecchio continente. E' quindi inutile precisare che l'arroganza dell'establishment militare israeliano non necessita delle 'estorsive' sortite dell'inerme naviglio del Movimento Free Gaza per dimostrare la svalutazione di ogni reputazione e di ogni credito, quand'anche tuttora pretestuosamente ancorato ai torti da ben altro popolo a suo tempo subiti.
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Aggiornamento
For Immediate Release - October 29, 2008 - "The Free Gaza Movement is delighted to announce that their third boat, the SS Dignity carrying 27 crew and passengers arrived in Gaza at 8:10 Gaza time, in spite of Israeli threats to stop them. In the pouring rain, the boat pulled into port amid cheers from the people of Gaza and tears from the passengers".
For More Information, Please Contact:
Greta Berlin (Cyprus) +357 99 081 767 / iristulip@gmail.com
Osama Qashoo (Cyprus) +44 (0)78 3338 1660 / osamaqashoo@gmail.com
Angela Godfrey Goldstein (Jerusalem) +972 (0)54 736 6393 / angela@icahd.org
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Monday, September 29, 2008

Free Gaza by air

Famagusta Gazette, 27 settembre 2008. "Un gruppo di attivisti dichiara che ha dovuto rinviare un viaggio in mare inteso a sfidare il blocco della Striscia di Gaza per la seconda volta, trasportando aiuti per i palestinesi. Circa venti attivisti dovevano partire mercoledì (24 settembre) da Cipro per Gaza". I motivi del rinvio non vengono riferiti dalla Gazzetta di Famagosta, probabilmente si tratta dell'inclemenza del tempo e del mare al largo di Cipro, ma anche ed assai verosimilmente delle pressioni esercitate su chi avrebbe dovuto o potuto noleggiare una imbarcazione adeguata al Free Gaza, questione che era stata viceversa sottolineata dal Movimento in un messaggio, inequivocabile, del giorno prima: "Questa settimana, in ventidue ci siamo recati a Cipro per adempiere alla nostra promessa di ritornare a Gaza. Poiché le nostre barche originali non erano adatte per questo viaggio abbiamo cercato di noleggiare o comprare una barca più robusta. Purtroppo tutte le volte che abbiamo pensato di raggiungere un accordo con un proprietario, l'intesa si è arenata, in parte - crediamo - per pressioni esterne. Benché sia stata una decisione difficile, abbiamo preferito posticipare temporaneamente il viaggio".

Tanto precisato in un commento in calce al laconico comunicato della Famagusta Gazette, abbiamo sollecitato una risposta e una conferma da parte cipriota, chiedendo se è vero che il Movimento [Free Gaza] non è stato in grado di trovare qualcuno che noleggiasse loro un'imbarcazione ed ipotizzando che non è difficile immaginare la provenienza delle operazioni di lobbying indirizzate contro agli attivisti (ricordiamo in proposito la spedizione abortita del Sol Phryne, la nave in partenza per Gaza e sabotata a Cipro venti anni fa, una vergogna).

E allora cos'è il Boeing raffigurato qui sopra? Non è difficile immaginarlo, è un auspicio e un contributo personale alle parole del Free Gaza Movement, ma anche il sogno di un futuro e pacifico volo di linea da Cipro (o altrove) per la Striscia di Gaza, in terra di Palestina, finalmente libera. ("From Sunday, October 5 to Friday, October 17, Free Gaza representatives Dr. Paul Larudee, Greta Berlin, Dr. Hesham Alalusi and Tom Nelson will be traveling to destinations throughout the Middle East to meet with individuals and groups interested in learning more about and supporting our efforts. We are available for meetings, speaking engagements and interviews. We will also be offering the historic boats themselves for sale to buyers who wish them to become a monument, so that the funds can be used for larger, faster vessels, and possibly even an aircraft").
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Thursday, September 25, 2008

Nucleare iraniano, show must go on

L'ultimo rapporto dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, destinato al Board of Governors e quindi mantenuto ufficialmente riservato fino al 22 settembre scorso, è stato altrettanto ufficialmente diffuso in rete, intestato IAEA e in formato pdf, sin dalla data riportata nel documento, 15 settembre 2008. Niente di male. I soliti noti godono evidentemente di un canale privilegiato che consente di sbeffeggiare la pretesa riservatezza dell'Agenzia. Sia quel che sia, il 22 settembre la IAEA ha diffuso la relazione introduttiva del Direttore Mohammed ElBaradei (nella foto) al Board of Governors. Il video e la relazione introduttiva sono sul sito dell'Agenzia. Di seguito uno stralcio minimo sulla situazione del nucleare iraniano. Nulla di nuovo, ma lo strepito dei media internazionali degli ultimi giorni impone almeno di sapere che si tratta di strepito inutile.

"L'Agenzia ha potuto proseguire nella verifica dell'inesistenza di deviazioni dall'uso dichiarato del materiale nucleare in Iran. Purtroppo l'Agenzia non ha potuto fare progressi sostanziali sugli alleged studies e sulle relative questioni pertinenti alle possibili dimensioni militari del programma nucleare iraniano. Queste rimangono motivo di seria preoccupazione. Sottolineo che l'Agenzia non ha rinvenuto alcun uso attuale di materiale nucleare in relazione agli alleged studies, né ha alcuna informazione - a parte l'uranium metal document - su attuali piani o costruzioni in Iran di componenti materiali nucleari di un'arma atomica. Contro le decisioni del Consiglio di Sicurezza, l'Iran non ha sospeso le attività relative all'arricchimento dell'uranio. Di nuovo sollecito l'Iran a dimostrare piena trasparenza e ad eseguire tutte le misure richieste per costruire la fiducia nella natura esclusivamente pacifica del suo programma nucleare il più presto possibile. Sono passati sei anni da quando abbiamo cominciato un intenso lavoro per chiarire le attività nucleari iraniane. E' nell'interesse di tutti che si possa raggiungere piena chiarezza prima possibile".

(Sull'uranium metal document, v. su questo blog Nuclear Clowning)

Questo quanto risulta nel video diffuso dall'Agenzia Internazionale sull'Energia Atomica. Il testo completo della dichiarazione introduttiva riporta tuttavia, fra l'altro, una non nuova ed interessante precisazione da parte iraniana sui cosiddetti alleged studies, che - occorre ricordare - consisterebbero in documentazione elettronica estrapolata da un personal computer di provenienza quantomeno incerta. Per la precisione sarebbero il frutto della fornitura di un laptop pervenuto agli USA nel 2004 da una fonte mantenuta anonima, che, a sua volta l'avrebbe ricevuto da altro anonimo probabilmente deceduto. (Cfr. New York Times, 13 novembre 2005. "A Laptop's Contents - American officials have said little in their briefings about the origins of the laptop, other than that they obtained it in mid-2004 from a source in Iran who they said had received it from a second person, now believed to be dead. Foreign officials who have reviewed the intelligence speculate that the laptop was used by someone who worked in the Iranian nuclear program or stole information from it").

(Su altri documenti segreti asseritamente trovati in fantomatici laptop, v. su questo blog Nucleare iraniano, ogni occasione è buona e Ancora sul "Nuclear Ring")

Bisogna annotare, al riguardo, che non gioca certo a favore della congruità e genuinità della documentazione e delle accuse di USA & Co. un imbarazzante precedente: l'indegno accrocchio costituito dall'italica confezione e americana diffusione di documenti fasulli sull'inesistente fornitura di uranio del Niger all'Iraq di Saddam Hussein. Una bufala assodata e vergognosa sulla quale le iniziative giudiziarie stentano (quantomeno in Italia) a trovare la via della pubblica notizia, ma che non impedì a George W. Bush di farne uso per sollecitare la sua campagna iraqena.

Con queste premesse sulla sospetta provenienza e manifattura degli alleged studies, sembrano sacrosante le puntualizzazioni di parte iraniana, riferite dal Direttore dell'AIEA nel testo completo della sua dichiarazione introduttiva (parte non riportata nel riassunto video anch'esso diffuso sul sito dell'Agenzia). L'ultima osservazione e l'invito di ElBaradei - che trascrivo di seguito - rasentano il surreale. Non solo è sospetta la provenienza di tale documentazione, ma il medesimo libello nucleare non viene concretamente fornito all'Iran, da cui si pretendono, viceversa, concrete prove della sua infondatezza. Meglio: prove ulteriori rispetto al fatto che l'Agenzia per l'Energia Atomica non ha trovato traccia di materiali o attività connessi alla documentazione virtuale in questione.

"Benchè abbia riconosciuto che alcune informazioni nella documentazione di cui si tratta, inclusi i nomi di persone e organizzazioni, siano corrette, l'Iran ha ribadito che tutti i documenti sono costruiti o falsificati. L'Iran ha pure dichiarato di non aver compiuto alcuna delle attività descritte negli alleged studies ed ha reiterato la sua richiesta di ottenere gli originali, o almeno le copie, della documentazione. Chiedo agli stati membri che hanno fornito all'AIEA la documentazione relativa agli alleged studies che l'Agenzia venga autorizzata a condividere [tale documentazione] con l'Iran".

Poco male. I consueti untori nazionali ed internazionali, che non si vergognano di condire le loro dichiarazioni con slogan fasulli (ieri fu così per l'Iraq di Saddam Hussein e oggi con maggior protervia in funzione anti iraniana), non hanno bisogno di documentazione, né di prove. Dimenticheremo ancora una volta che chi mente in generale non è nulla più di un bugiardo, ma chi mentendo provoca sofferenze e morte per milioni di persone è un criminale?
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Wednesday, September 17, 2008

Free Gaza: ferito Vittorio Arrigoni

Anche il crimine ha le sue gerarchie ed evidentemente i più generali crimini contro l'umanità - che consistono nell'umiliare, maltrattare, annichilire, affamare un intero popolo - sono compatibili con le operazioni da teppisti. Del resto i più volonterosi tirapiedi delle violenze di stato e di regime hanno poi affermato di essere semplici esecutori di ordini. E per essi ha ben motivo di esistere nell'immaginario collettivo l'inferno degli inetti, non più leggero di quello riservato a chi decide e a chi mentendo si adegua.

From Ramzi Kysia to gazafriends - date Tue, Sep 16, 2008 at 11:44 PM - FOR IMMEDIATE RELEASE - ITALIAN HUMAN RIGHTS MONITOR INJURED BY ISRAELI NAVY OFF GAZA COAST GAZA STRIP (17 September 2008) - "An Italian human rights worker with the Free Gaza Movement and International Solidarity Movement was injured today by the Israeli navy while monitoring human rights abuses against Palestinian fishermen off the coast of the Gaza Strip. Vittorio Arrigoni was hit by flying glass when the Israeli navy used a high-power water cannon against the unarmed boats
[nella foto]. The water canon smashed the glass surrounding the steering section of the boat, with shards lacerating Arrigoni's back. He was taken to hospital immediately upon reaching shore, requiring stitches...". (Video su YouTube)

"Gaza, martedì 16 settembre - Siamo in mare con i pescatori palestinesi. Una nave israeliana, più grande del solito, ci ha investiti con un getto d'acqua potentissimo che ha distrutto i vetri della cabina da cui stavo guidando la barca. Fortunatamente, mi sono girato in tempo, ma non ho potuto evitare che la mia schiena fosse colpita e ferita da parecchi pezzi di vetro. Un ulterioriore gesto di aggressione mentre i pescatori e i due internazionali a bordo stavano solamente pescando". Vittorio Arrigoni (su Infopal)

Articolo su palsolidarity (International Solidarity Movement)

Solo pochi giorni fa Vittorio annotava su Guerrillaradio l'ennesimo, episodio di gratuita violenza della marina israeliana sui pescatori di Gaza: "Lunedì 10 settembre, alle ore 17 circa, a meno di 6 miglia dalle coste di Gaza, in acque palestinesi, una nave da guerra israeliana si è volutamente lanciata ad alta velocità contro uno dei nostri pescherecci, quel giorno a pesca senza internazionali a bordo. L'impatto è stato devastante per il fragile peschereccio palestinese (come documentano i danni visibili nel filmato), la nave militare israelina è andata a sbattare sul fianco del peschereccio, letteralmente passandoci sopra e rimpiombando in mare dalla parte opposta. Visibili sulla prua i segni scavati dal legno delle turbine del motore della nave israeliana [v. foto]. Fortunatamente, il peschereccio stava pescando e quindi era ben assestato in acqua, altrimenti si sarebbe ribaltato conducendo a morte certa tutto l'equipaggio. Ancora più fortunatamente, tutti i membri dell'equipaggio si trovavano a poppa, intenti a cucinare per il pasto che interrompe il digiuno del Ramadan, qui alle 18 pm. circa. Sfortunatamente, il danno per il proprietario del peschereccio ammonta a più di 50 mila dollari, e impossibili sono riparazioni in tempi brevi, dato che nella Gaza sotto assedio non si trovano i materiali necessari. L'unico ferito per questo folle attacco terroristico, secondo fonti militari a Tel Aviv, è proprio un soldato israeliano, dato che la manovra suicida della nave da guerra ha seriamente rischiato la vita anche al suo di equipaggio". (Video su YouTube) (Articolo su freegaza.org)

Su palsolidarity un altro episodio (del 1° settembre).
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Tuesday, September 09, 2008

Bil'in, ferita attivista italiana

Ramallah, 5 settembre 2008 - WAFA Palestine News Agency riferisce che, secondo testimoni, "una attivista italiana per la pace è stata ferita venerdì da soldati israeliani a Bil'in durante una delle manifestazioni di protesta contro il Muro" imposto da Israele in Cisgiordania. I testimoni avrebbero dichiarato che i soldati hanno attaccato la manifestazione settimanale contro la costruzione del "muro della vergogna", che inghiotte la maggior parte della terra intorno al villaggio. Il Comitato Popolare contro il Muro dell'Apartheid ha dichiarato alla stampa che i soldati israeliani hanno aperto il fuoco, gettando bombolette di gas lacrimogeno contro i manifestanti e "ferendo al collo una attivista italiana con un proiettile rivestito di gomma", mentre altri manifestanti venivano soffocati dal gas. La manifestazione, pacifica, riuniva attivisti internazionali e israeliani con palestinesi in occasione del primo anniversario della decisione dell'Alta Corte israeliana di abbattere il muro nel villaggio di Bil'in a ovest di Ramallah. L'International Middle East Media Center precisa che secondo fonti mediche l'attivista ferita si chiamerebbe Frederica [così nel testo] e che le sue ferite sono state descritte come moderate. La notizia è riportata anche da Maan News. Neanche un cenno - per quanto risulti - sui principali media italiani. Già nell'ottobre scorso un altro attivista italiano era stato ferito allo stesso modo, sempre a Bil'in, in modo non grave, perchè colpito da un proiettile di gomma.

Monday, September 01, 2008

Free Gaza, a pesca con le bombe

Gaza, 1° settembre 2008, ore 9:45: "Imbarcazioni della marina israeliana sparano alle barche da pesca disarmate e agli attivisti per i diritti umani". Per maggiori informazioni contattate (at sea, off Gaza coast) Vittorio Arrigoni, +972 598 826 516 - (at sea, off Gaza coast) Donna Wallach, +972598 836 420 - (Cyprus) Greta Berlin, +357 99 081 767 / iristulip@gmail.com - (Cyprus) Osama Qashoo, +357 97 793 595 - "Alle 9:45 è giunta notizia che parecchi natanti della marina israeliana stanno sparando ad una barca da pesca palestinese con sei attivisti per la pace del movimento Free Gaza a bordo. Gli attivisti hanno chiamato dalla barca. E' stato riferito che i colpi erano udibili da Cipro. La barca era uscita a pesca stamattina all'alba, i passeggeri sono disarmati e si trovano nelle acque di Gaza. Gli attivisti a bordo sono George, dalla Grecia, Donna e Darlene (USA), Adam dalla Danimarca, Andrew dalla Scozia e Vik dall'Italia. Informate le vostre ambasciate, notizie a seguire".

Resoconto di Vittorio Arrigoni sulla sparatoria israeliana: "Quando siamo arrivati ad una distanza, stimata dal capitano della nostra barca da pesca, di sette miglia dalla costa, abbiamo gettato le reti e abbiamo iniziato a pescare, le navi da guerra israeliane si sono affrettate a raggiungere la nostra posizione. Una delle navi si è sistemata ad una distanza di meno di duecento metri dal fianco della nostra barca da pesca, ha aperto il fuoco nella nostra direzione almeno quattro volte durante il giorno. Era fuoco di intimidazione diretto in acqua, ma alcune raffiche hanno quasi toccato lo scafo della nostra barca. Una cannonata ci ha quasi raggiunto. Cercare un contatto via radio è stato inutile. I soldati sulla nave da guerra israeliana ordinavano l'evacuazione dell'area usando un megafono. E dopo sparavano. Qualche volta sparavano prima dell'ordine. Una volta hanno sparato alle nostre reti e hanno cercato di danneggiarle navigando in quella direzione. Purtroppo il nostro grosso errore è stato di non avere una macchina fotografica, né una telecamera che, con megafoni usati al loro stesso modo, considero essenziali per la nostra prossima battuta di pesca. Malgrado le intimidazioni la pesca è stata ricca e proficua, abbiamo issato a bordo una quantità di pesce dieci volte maggiore della norma per i pescatori palestinesi".

Thursday, August 28, 2008

Free Gaza e Liberty, la missione continua

Free Gaza Movement - For immediate release. Gaza City, 28 agosto 2008. "Dopo aver sconvolto il blocco israeliano imposto a Gaza i primi giorni di questa settimana, il Free Gaza e il Liberty partiranno per Cipro alle 14 di oggi (ora locale). Parecchi palestinesi, cui era stato in passato negato da Israele il visto di uscita, si uniranno nel viaggio agli attivisti internazionali per i diritti umani. Tra i palestinesi in partenza c'è Saed Mosleh, dieci anni, di Beit Hanoon, Gaza. Saed ha perso un gamba a causa di un colpo sparato da un carro armato isrealiano e sta partendo con suo padre per ottenere cure mediche. A bordo c'è pure la famiglia Darwish, che potrà finalmente riunirsi con i propri familiari a Cipro (...)". Alcuni attivisti rimangono a Gaza. Tra questi anche Vittorio Arrigoni.
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"Message from the Free Gaza boats at 3.20 pm German time, received via Skype: "We just left Gaza and it looks like Israeli ships are waiting for us. Tell people to check back regularly this afternoon (Greek time) to see if the streaming is active: http://xserve1.systame.net/freegaza.sdp."
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Tuesday, August 26, 2008

Free Gaza, welcome dall'ONU

UN News Centre, 25 agosto 2008. Un esperto indipendente per i diritti umani dell'ONU ha accolto oggi con entusiasmo la notizia dello sbarco delle due imbarcazioni di legno che trasportavano 46 attivisti per i diritti umani come una simbolica vittoria chiave. Richard Falk, Referente Speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori Palestinesi ha dichiarato che gli attivisti - facenti parte del Free Gaza Movement - cercano di portare l'attenzione sulla situazione critica di un milione e mezzo di residenti, rimasti "sotto assedio" nell'ultimo anno. "Quell'assedio, il blocco della costa e il sorvolo da parte della flotta aerea israeliana sono tutte testimonianze del fatto che, nonostante il vantato "disimpegno" israeliano del 2005, queste realtà sul terreno dimostrano che Gaza rimane sotto occupazione israeliana e, di conseguenza, Israele rimane legalmente responsabile per la protezione dei diritti umani della sua popolazione civile" (...)

Il funzionario incaricato dall'ONU non avrebbe potuto essere più chiaro e quanto dichiarato fa giustizia della vieta retorica gettata a piene mani in Israele e - more solito - su tutti i possibili canali di comunicazione: dal mainstream israeliano e mondiale, ai forum, ai blog, ai più oscuri aggregatori di notizie. La coordinata ed isterica reazione dei circoli israelo-conservatori di mezzo mondo si è infatti scatenata gettando palate di parole inconferenti, per lo più gratuite ed offensive, sulla missione e sui suoi protagonisti. E' buona notizia sapere che sia sotto il profilo pratico (le imbarcazioni sono approdate a Gaza nonostante le difficoltà opposte alla missione), sia sotto il profilo mediatico e delle pubbliche relazioni, lo sforzo di stampo lobbystico che tende ad aggiungere, al danno di una situazione insopportabile, la beffa delle ironiche dichiarazioni su chi ha avuto il coraggio di sfidare l'assedio di Gaza, è caduto nel vuoto. Anzi, ha scatenato - non altro che per rinnovata curiosità su fatti generalmente taciuti - la generale consapevolezza di quello che sta accadendo nella Striscia di Gaza, del perchè e della vetusta, monocorde retorica della "lotta al terrorismo" adottata per coprire i misfatti di un'occupazione arrogante, oltre che illegale ed inumana.

Significativo, in proposito, il dibattito diffuso da Al Jazeera (Inglese) all'interno del suo programma Inside Story, tra Huwaida Arraf dell'International Solidarity Movement, da Gaza e Ranaan Gissin, consulente dell'ex premier israeliano, da Tel Aviv (v. foto). ("Challenging Gaza siege" - su exexxx, video da YouTube - Al Jazeera English (Inside story) - 24 August 2008 - Part 1 & 2)

Contemporaneamente apprendiamo (26 agosto 2008 "for immediate release") dal Free Gaza Movement, che "la SS Free Gaza e la SS Liberty lasceranno Gaza per Cipro giovedì (26 agosto) mattina alle 9:00. Parecchi studenti palestinesei cui è stato negato il visto di ingresso da Israele viaggeranno per Cipro sulle imbarcazioni. Un professore palestinese sarà finalmente in grado di tornare ad insegnare in Europa e una giovane donna palestinese potrà finalmente riunirsi al marito. Parecchi attivisti del movimento Free Gaza rimarranno a Gaza per proseguire il monitoraggio dei diritti umani".

Monday, August 25, 2008

Enzo Baldoni, perchè non dimentichiamo

Il 4 dicembre 2004 viene lanciata, probabilmente dall'AGI, una notizia particolare su Enzo Baldoni, ucciso in Iraq poco più di tre mesi prima. Si tratta di delicate dichiarazioni del portavoce di Al Jazeera, la rete del Qatar che il 26 agosto 2004 aveva fornito alle locali autorità italiane la notizia e un fotogramma della morte di Enzo. Lo stesso giorno, il 4/12/2004, addirittura negli USA, Ogrish.com (sito piuttosto trucido in seguito raffinato e rinominato Live Leak) riferisce che "la televisione araba Al Jazeera ha materiale 'interessante' in relazione all'esecuzione di Enzo Baldoni e, qualora richiesta dai magistrati italiani, valuterà se consegnarlo senza rischiare le fonti giornalistiche". Ogrish comunica che l'annuncio è stato fatto da Jihad Ballout, portavoce del network televisivo arabo, durante una convenzione sul giornalismo e il Medio Oriente organizzato da Informazione Senza Frontiere a Firenze e precisa che Ballout ha detto che Al Jazeera non ha un video dell'effettiva esecuzione (il link non è più funzionante).
Information Safety and Freedom riporta la notizia lo stesso 4 dicembre, precisando che Jihad Ballout ha risposto a una domanda sul video dell'uccisione, dichiarando: “Non abbiamo la cassetta dell’uccisione di Enzo Baldoni, ma ‘al Jazeera’ possiede materiali televisivi sulla morte del giornalista italiano e se le autorità italiane ne faranno richiesta noi ci saremo", ma ha precisato che allo stato nessuna richiesta in tal senso era mai arrivata ad Al Jazeera da parte dell'autorità giudiziaria italiana. Di più, quando Aidan White (Segretario Generale della IFJ, Federazione Internazionale dei Giornalisti, a suo tempo fortemente critico della retorica italiana in occasione del sequestro di Baldoni) gli ha chiesto la disponibilità a mostrare quel video ad una delegazione internazionale composta da giornalisti anche italiani, Ballout ha risposto che al momento in cui la richiesta fosse arrivata ufficialmente sarebbe stata presa in considerazione con "mente aperta".
Sono passati quattro anni dalla notizia della morte di Enzo Baldoni e poco più tempo dall'offerta di informazioni di Al Jazeera. Non risulta che la magistratura italiana abbia avanzato una richiesta di documentazione usufruendo della disponibilità del network qatariota. E, se avanzata, nessuno conosce l'esito di questa richiesta. Tantomeno risulta che una delegazione internazionale (o nazionale o locale) di giornalisti abbia mai preso in considerazione l'idea che il materiale in possesso di Al Jazeera possa gettare un po' di luce sulla fine di Enzo Baldoni. Tutti sappiamo, invece, che le prove effettuate sul DNA dei pochi resti di Enzo provenienti dall'Iraq diedero, a suo tempo, esito positivo. Poi il vuoto dovuto anche al disimpegno italiano in Iraq ma forse favorito dai segreti che coprono una morte imbarazzante e i protagonisti di un'alleanza scomoda.

Sunday, August 24, 2008

Free Gaza, lunedì a pesca

Lunedì mattina gli attivisti per i diritti umani andranno in mare a pesca. Gaza City, Gaza (24 agosto 2008) - "Due giorni dopo l'arrivo del Free Gaza e del Liberty, accolti da un festoso benvenuto a Gaza, tra 20 e 25 degli osservatori per i diritti umani andranno in mare con i pescatori per mostrare sostegno alla lotta per mantenere produttiva la loro attività. Secondo un recente articolo del Guardian, "nel 1990 l'attività di pesca a Gaza produceva un ricavo annuale di circa 5 milioni di sterline. Nel 2007 si era dimezzato e si sta ancora riducendo velocemente. Secondo gli accordi di Oslo, che nel 1993 si supponeva preannunciassero l'avvento di uno stato palestinese indipendente, i pescatori di Gaza avrebbero potuto percorrere 20 miglia marine verso il mare aperto [v. immagine a sinistra, mappa allegata all'accordo per Gaza e Gerico del 1994], dove avrebbero potuto prendere le sardine migranti dal delta del Nilo verso la Turchia in primavera. Ma negli anni recenti le navi della marina israeliana hanno imposto i loro limiti assai ridotti, qualche volta a meno di 6 miglia". Il gruppo partirà al mattino molto presto e andrà al largo del porto di Gaza almeno per 7 - 8 miglia, assicurandosi di esporre se stessi e le bandiere internazionali. Intendono stare in mare per parecchie ore fornendo protezione agli uomini che pescano. "Cosa dà a Israele il diritto di togliere il sostentamento a questi pescatori? E perchè il mondo permette loro di distruggere un'attività che serviva a mantenere migliaia di palestinesi?" si è chiesta Greta Berlin, uno dei cinque organizzatori del Free Gaza Movement. "Noi intendiamo sfidare quel diritto, sostenuto da navi da guerra e mitragliatrici, proprio come abbiamo sfidato il diritto di Israele di impedire il nostro approdo qui sabato". Gli organizzatori pensano che, dal momento che hanno navigato fino a Gaza senza interferenze delle forze militari israeliane, si sia stabilito un precedente per insistere per i diritti umani dei palestinesi, che non vogliono nulla più della loro libertà di procurarsi da vivere, andare a scuola e ricevere cure mediche". (Per maggiori informazioni, per favore contattate: (Gaza) Huwaida Arraf, tel. +972 599 130 426 - (Gaza) Jeff Halper, tel. +972 542 002 642 - (Cyprus) Osama Qashoo, tel. +357 99 793 595 / osamaqashoo@gmail.com - (Jerusalem) Angela Godfrey-Goldstein, tel. +972 547 366 393 / angela@icahd.org)

Saturday, August 23, 2008

We've entered Gazan waters!

"Siamo entrati nelle acque di Gaza" - [Send to Friend] - Yvonne Ridley Date : 08-23-2008 - Un messaggio a tutti dalla SS Liberty: "Siamo entrati nelle acque di Gaza. Portiamo la bandiera palestinese e ora pensiamo che raggiungeremo le coste di Gaza molto presto. Ho perso per pochi giorni l'inizio della caduta del Muro di Berlino, ma ora so come si sentiva la gente quando ha abbattuto quei primi pochi mattoni. Oggi è una grande vittoria del popolo sul potere". --Yvonne Ridley, abord the SS Liberty, bound for Gaza, 23 Aug. 2008
("We've entered Gazan waters!" - [Send to Friend] - Yvonne Ridley Date : 08-23-2008 - A Message to All from the SS Liberty: "We've entered Gazan waters. We're flying the Palestinian flag, and we now believe that we're going to reach the shores of Gaza very soon. I missed the start of the Berlin Wall coming down by just a few days, but now I know how people felt when they tore down those first few bricks. Today is a huge victory of people over power." --Yvonne Ridley, abord the SS Liberty, bound for Gaza, 23 Aug. 2008)

Friday, August 22, 2008

Free Gaza, Liberty e la minaccia pirata

Larnaca (Cipro). Le autorità cipriote hanno permesso alle due imbarcazioni che trasportano i membri dell'organizzazione Free Gaza di partire alla volta della terra di Palestina. Le due barche, il Free Gaza e il Liberty, hanno passato i controlli di sicurezza a cura del Direttore della Cyprus Merchant Shipping, Sergios Serghiou e sono stati forniti della relativa documentazione (Associated Press su Haaretz). La partenza delle barche da Cipro prevista verso la mezzanotte del 21 agosto 2008, ora locale (quindi alle 23 in Italia) dovrebbe approdare a Gaza dopo un viaggio di circa 30 ore. La missione prevede la consegna di 200 apparecchi acustici ad un'assocazione di aiuti umanitari per i bambini palestinesi.

Il governo israeliano, pur riconoscendo esplicitamente il carattere umanitario della spedizione, l'ha ostacolata e contestata anche sulla base degli accordi di Oslo, minacciando di fare ricorso alla forza nei confronti dei vascelli ora in viaggio verso Gaza (Haaretz: "A position paper by the Foreign Ministry's legal department says Israel has the right to use force against the demonstrators as part of the Oslo Accords, which names Israel as responsible for Gaza's territorial waters"). Si tratta di un pretesto evidente. Non è stato rispettato uno solo dei termini, tutti ormai da tempo decorsi, per l'esecuzione di quegli accordi e l'intero impianto di Oslo è stato infine addirittura dichiarato inesistente dall'ex premier israeliano Sharon, che l'11 gennaio del 2001 affermava: "L'accordo di Oslo è un patto che non esiste più" (cfr. Time e New York Times: "The Oslo accord is an agreement that no longer exists").

In proposito sembra quindi addirittura ridicolo oltre che pretestuoso riferirsi ad Oslo e ai suoi corollari, tutti incompiuti e rinnegati. Così non ha senso riferirsi oggi alle inverosimili condizioni imposte alla nascente Autorità Palestinese e alla gente di Gaza, con la ratifica di Yasser Arafat, nello specifico Accordo per Gaza e Gerico del 4 maggio 1994, diretto derivato di Oslo che riguardava proprio la Striscia e il mare antistante, poichè non uno degli indispensabili presupposti di fatto e di diritto previsti nel patto (in particolare la nomina di un'autorità congiunta israelo-palestinese preposta al controllo di quel mare) ha mai visto la luce. Lo scritto già a suo tempo non valeva la carta su cui Rabin e Arafat vergarono le proprie firme, tanto in assoluto quanto in relazione alla susseguente condotta osservata in merito alla sua esecuzione. Sicché, in particolare, il suo annesso I, art. XI, par. 4, che regolava l'accesso dei natanti e il destino dei viaggi internazionali per la Striscia di Gaza in attesa della costruzione del suo porto, caduto di fatto nel vuoto, è oggi giuridicamente nullo e inefficace. O - se si preferisce - impossibile. Parimenti inefficace è pertanto la giugulatoria suddivisione e regolamentazione virtuale del mare antistante la Striscia di Gaza e la connessa creazione di una Maritime Activity Zone pressochè carceraria lungo la costa palestinese (un tratto di mare esteso 20 miglia verso il largo e teoricamente diviso in tre zone: "K" e "M" contigue alle acque territoriali di Israele ed Egitto, riservata alle attività della Marina israeliana, ed "L", compresa tra le due zone precedenti, aperta alle attività di pesca, economiche e ricreative, riservate ai battelli autorizzati dall’Autorità della Palestina). La stessa sorte spetta quindi alla (non) regolamentazione della responsabilità sul mare territoriale di Gaza evacuata e in ispecie alle odierne pretese israeliane.

Il vantato ritiro israeliano dalla Striscia di Gaza del 2005 è cosa ufficiale, internazionalmente sbandierata. Minacciando la missione del Free Gaza e del Liberty e la sicurezza del loro equipaggio, la dirigenza dello stato ebraico si prepara, quindi, non tanto a sbugiardare definitivamente ed ufficialmente quell'affermazione, già vuota di ogni contenuto pratico, quanto a promuovere, tramite la propria marina, nei confronti di due vascelli la cui missione è stata riconosciuta come umanitaria, qualcosa di assai simile ad un atto di pirateria. O più precisamente di corsareria (il corsaro era al servizio di un governo dal quale otteneva lo status di combattente e la bandiera).

Non è inutile infatti ricordare che già la convenzione di Ginevra del 1958 (poi ripresa dall’ONU nel 1982, a Montego Bay, questa significativamente non firmata da Israele) definisce pirateria “ogni atto illecito di violenza e di sequestro o di rapina commesso in alto mare contro l’equipaggio o i passeggeri di una nave od un aeromobile”. Inoltre, anche qualora il blocco navale israeliano al largo della Striscia dovesse assumere - ma non si vede come - una parvenza di liceità internazionale, da esso dovrebbe essere in ogni caso escluso il blocco di beni di prima necessità, viveri e medicinali ed altri aiuti umanitari (art. 54, n. 1 del I Protocollo del 1977 addizionale alle Convenzioni di Ginevra di Diritto Umanitario del 1949).

Per quanto occorrer possa, in proposito, secondo Associated Press (notizia sempre ripresa da Haaretz), legali americani della National Lawyers' Guild provvederanno ad intraprendere le opportune azioni giudiziali nei confronti delle autorità israeliane se, come è stato minacciato dai vertici dello stato ebraico, si procedesse al sequestro degli attivisti in acque internazionali.
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Aggiornamenti

Haaretz - 16:16 23/08/2008 - Israele è sul punto di lasciare che le imbarcazioni che contestano l'assedio di Gaza approdino sulla Striscia - di Barak Ravid, corrispondente di Haaretz e Associated Press - Israele ha deciso sabato (23 agosto) di permettere ad un gruppo USA di attivisti che contestano il blocco israeliano alla Striscia di Gaza di portare due imbarcazioni che trasportano aiuti umanitari in territorio palestinese. Un alto ufficiale israeliano ha dichiarato sabato che il primo ministro Ehud Olmert, il ministro degli esteri Tzipi Livni e il ministro della difesa Ehud Barak si sono consultati a lungo sulla questione venerdì e hanno deciso di non ostacolare alle imbarcazioni, che trasportano 46 attivisti, l'approdo nella Striscia. L'ufficiale ha aggiunto che "gli organizzatori della missione cercavano di creare una provocazione ed è stato deciso di consentire loro l'approdo per prevenire la provocazione" (...)

Haaretz - 15:24 23/08/2008 - Free Gaza activists: Israel is sabotaging our mission, endangering lives of members - By The Associated Press - A group of pro-Palestinian activists ran into trouble Saturday as they tried to sail through Israel's blockade of the Gaza Strip, saying their boats' electronic communication systems were jammed and the vessels were struggling in rough Mediterranean waters. The Free Gaza activist group accused Israel of sabotaging the mission. The two boats carrying members of the U.S.-based activist group left Cyprus for Gaza on Friday to try and break Israel's blockade of the Palestinian territory, carrying a delivery of humanitarian supplies (...)

http://www.haaretz.com/hasen/spages/1014462.html
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Tuesday, August 19, 2008

Aree grigie

Gustoso quadretto offerto da Fox News agli esordi della crisi georgiano-osseta, a riprova del fatto che anche la macchina della propaganda per funzionare deve essere quanto meno oliata. Ospiti in diretta Amanda Kokoeva, dodici anni, sfuggita al bombardamento georgiano che l'ha colta mentre si trovava in un caffè a Tskhinvali, il 7 agosto e, con Amanda, la zia Laura Tedeeva Korewiski, anch'essa colta dai bombardamenti. Quali che siano gli errori passati, presenti e futuri, del gioco diplomatico e militare nel Caucaso - e per quanto possa contare, a futura memoria, chi e come abbia scatenato la crisi - vien fatto di notare che, in attesa delle spiegazioni consegnate alla storia, se e quando ci saranno e se saranno affidabili, le parti si sono immediatamente appoggiate ai media per diffondere riprovazione e biasimo, accuse di scorrettezza, di massacro e genocidio. Interessante l'enfasi con cui la bimba, forse già timorosa per l'impatto che avranno le sue parole e per la prevista reazione del network, si affretta a precisare cosa personalmente ha visto e cosa le è successo. L'intervista prende quindi una piega imprevedibile, il commentatore annaspa sovrapponendo con invidiabile tempismo un lancio pubblicitario alle amare espressioni di rimprovero della zia di Amanda per il governo georgiano. Ma zia Laura non è intimorita e rincara la dose con inequivocabile ironia ("Lo so, non volete sentire questo, ok"). L'osservazione finale del commentatore Fox è da antologia.

Amanda Kokoeva
(12 anni): "...prima che io dica qualsiasi altra cosa voglio solo dire che stavo scappando dai soldati georgiani che bombardavano [...la nostra città]. Non dai soldati russi. Voglio dire grazie ai soldati russi, ci stavano aiutando a fuggire".

Laura Tedeeva Korewiski (zia di Amanda): "...voglio che sappiate ...chi biasimare di... in questo conflitto, è il signor Saakashvili che ha iniziato questa guerra, e il signor Saakashvili che è aggressivo e che, che ...per due giorni la mia gente, la gente osseta è stato uccisa ed è stata sotto le bombe e duemila persone sono state uccise in un giorno ...e questo è perchè sono contro - [il commentatore introduce un break pubblicitario: "...Tornerò subito da voi"] - Lo so, non volete sentire questo, ok ...".

Break pubblicitario.

Laura Tedeeva Korewiski: "La mia casa è stata bruciata in Sud Ossezia, dove vivevo, e possiamo biasimare solo una persona e il governo georgiano, non biasimo il popolo georgiano, biasimo il governo georgiano e deve dimettersi....".

Commentatore FoxNews: "...ci sono aree grigie in guerra".

Video su YouTube.

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Post scriptum

Le teorie a monte della crisi attuale sono molteplici e tutte seguono una certa logica, percorsi relativi all’energia, alle vie del gas e del petrolio, alle strategie economiche e militari, a riflussi, potere e paura. I fatti meno. Ma c’è chi si fa in quattro per raccontarci uno spicchio della realtà, quella che si vede e si tocca. Per questo non possiamo che ringraziare Pino Scaccia e chi come lui rischia le penne - per i gabbiani è proprio il caso di dirlo - osservando e riferendo quanto vede. Per le discussioni e la polemica, per le teorie e le strategie, per gli sfoghi ideologici, ci sarà, ahinoi, ampio spazio. Dopo.

Preoccupante invece che le sorti di tutti noi siano affidate alla elementare e nauseante retorica di personaggi privi di spessore, incompetenti o apertamente imbecilli e diplomatici da opera buffa in una assurda gara di flessione di muscoli. Medaglia d’oro e menzione particolare per arrogante inconsistenza, a questo riguardo e da ultimo, alla segretaria di stato americana e a chi le suggerisce le giaculatorie.

E allora preoccupiamoci e tanto. Il problema, affidato alle attuali dirigenze (e a quelle a venire nell’immediato), è cosa suscettibile di sbriciolare gli equilibri, per quanto precari, del periodo post-sovietico, precipitandoci in una guerra assai meno “fredda” della precedente e colma di variabili del tutto imponderabili perchè sinora sconosciute. Situazione nel Caucaso, Iran, Pakistan, Medio Oriente, Cina in cammino e situazioni iraqena e afghana stagnanti, pre-accordi con Polonia e Repubblica Ceca, proclami germanici e viscerale disaccordo europeo sono elementi di una bomba a tempo e tutti suscettibili di esplosione.

C’è un momento (ne sa qualcosa G. H. W. Bush (padre), indotto ad abbozzare ai tempi di piazza Tien An Men) in cui decisioni mal soppesate e sfoggio di muscolatura, oliata nella forma ma quasi atrofizzata nel contenuto, recano conseguenze del tutto sproporzionate rispetto alla superficialità con cui vengono emessi. In altri termini tenere a freno la lingua, l’enfasi e la retorica e adeguarsi all’ipotesi di essere incudine e non martello, quando le circostanze lo richiedono, sono già nella situazione attuale ragionevoli opzioni. Ma si sa, alla fine la storia è fatta dalle persone e dalla loro capacità, se non di prevedere, di capire.
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Friday, August 15, 2008

Ossezia, corrente e controcorrente

Poche ore fa, riferendo la martellante retorica del presidente americano sulla crisi in Georgia e Sud Ossezia, un importante notiziario italiano ha ipotizzato che George W. Bush si sia fatto cogliere in contropiede dagli eventi. C'è di che preoccuparsi. Per la crisi naturalmente, ma anche per l'autorevole rilancio occidentale di un'ipotesi che, in particolare negli USA, verrebbe considerata una via di mezzo tra la propaganda e l'assurdità. Per parte nostra ricordiamo che la guerra sporca tra gli imperi viene rivenduta sempre quale lotta tra i buoni e i cattivi ed è quindi utile non confidare nella tranquillizzante linearità di situazioni in cui in realtà nessuno è innocente.

Leggendo qui e là, la semplificazione è la regola e l'enfasi delle dichiarazioni politiche appare quantomeno eccessiva. Il punto di vista del presidente georgiano, Mikheil Saakashvili, apparso in un fondo del Washington Post del 14 agosto (poi rimbalzato in Italia: Il Tempo), è un misto di retorica e di luoghi comuni: "L'invasione russa della Georgia colpisce al cuore i valori occidentali e il nostro sistema di sicurezza del ventunesimo secolo. Se la comunità internazionale permette alla Russia di distruggere il nostro stato democratico e indipendente, sarà come dare carta bianca ovunque ai governi autoritari. La Russi non intende distruggere solo un paese ma un'idea. Per troppo tempo abbiamo tutti sottovalutato la durezza del regime a Mosca. La giornata di ieri (mercoledì 13 agosto) ha portato nuove prove della sua doppiezza: entro le 24 ore dall'accordo della Russia al cessate il fuoco, le sue forze si scatenavano attraverso Gori; bloccavano il porto di Poti, affondavano vascelli georgiani; e - ancora peggio - cancellavano brutalmente villaggi georgiani dell'Ossezia meridionale, violentando le donne ed uccidendo gli uomini".

Sempre Saakashvili rincara la dose, aggiungendo che "da quando il nostro governo democratico è giunto al potere dopo la Rivoluzione delle Rose nel 2003, la Russia ha fatto uso di misure di embargo economico e ha chiuso i confini per isolarci e ha illegalmente deportato migliaia di georgiani in Russia. Ha cercato di destabilizzarci politicamente con l'aiuto di oligarchi criminali. Ha cercato di congelarci per sottometterci facendo esplodere cruciali gasdotti nel cuore dell'inverno. Quando tutto ciò non è riuscito a scuotere la determinazione del popolo georgiano, la Russia ci ha invaso. La settimana scorsa, la Russia, agendo per procura tramite i separatisti, ha attaccato diversi pacifici villaggi controllati dalla Georgia in Ossezia meridionale, uccidendo civili innocenti e danneggiando le infrastrutture. Il 6 agosto, poche ore dopo che un alto funzionario georgiano si era recato in Ossezia meridionale nel tentativo di negoziare, è stato lanciato un massiccio attacco contro insediamenti georgiani. Anche mentre eravamo sotto attacco, ho dichiarato un cessate il fuoco unilaterale nella speranza di evitare una escalation e ho annunciato la nostra disponibilità a parlare con i separatisti con qualsiasi formula. Ma i separatisti e i loro padroni russi sono stati sordi ai nostri appelli di pace".

Di tutt'altro segno la Pravda, il Guardian e molta parte delle testate indipendenti americane, per cui il presidente georgiano Saakashvili è considerato né più, né meno che il burattino di un governo installato con un colpo di stato (la cosiddetta "Rivoluzione delle Rose") orchestrato dagli USA. Così Paul Craig Roberts, su pravda.ru, riferisce che l'ambasciatore M.K. Bhadrakumar (ex diplomatico indiano) lamenta la disinformazione sparsa dal regime di Bush e dichiara che sino dall'insorgere di violenze in Ossezia del Sud la Russia aveva cercato di interessare - nel totale disimpegno di Washington - il Consiglio di Sicurezza dell'ONU per ottenere che venissero deposte le armi in Georgia e Sud Ossezia. Sempre Roberts, sulle cause della crisi, è lapidario: "E' certo che l'invasione georgiana dell'Ossezia del Sud è stata un evento orchestrato dal regime di Bush. I media ameriani e i think tank neoconservatori erano pronti con i loro attacchi propagandistici. I neocon avevano pronto un editoriale di una pagina sul Wall Street Journal in cui Saakashvili dichiara che "la guerra in Georgia è una guerra per l'Occidente".

Esordisce con un rapporto piuttosto deciso Mike Whitney, su Counterpunch del 14 agosto ("Georgia and U.S. Strategy"): "L'esercito georgiano armato e addestrato dagli americani ha invaso l'Ossezia del Sud giovedì scorso (ndr il 7 agosto) uccidendo circa 2000 civili, costringendo 40 mila sud osseti a fuggire oltre il confine con la Russia e distruggendo gran parte della capitale Tskhinvali. L'attacco non è stato provocato e ha avuto luogo 24 ore piene prima che un solo soldato russo mettesse piede in Ossezia del Sud. Non di meno, la grande maggioranza degli americani crede ancora che l'esercito russo abbia invaso per primo il territorio georgiano. La BBC, l'AP, la NPR, il New York Times e il resto dell'establishment mediatico hanno abbondantemente e deliberatamente fuorviato i lettori facendo credere loro che la violenza in Ossezia del Sud sia stata provocata dal Cremlino. Per chiarezza, non è così. Per il vero non c'è disputa sui fatti, eccetto che tra la gente che si affida alla stampa occidentale per ottenere informazioni. A prescindere dalla loro stabile mancanza di credibilità, i media tradizionali continuano ad operare come arma della propaganda del Pentagono".

Di più, Whitney ricorda che l'ex presidente russo Mikhail Gorbachev ha fornito un riassunto preciso e sintetico degli eventi in un editoriale sul Washington Post del 12 agosto ("A Path to Peace in the Caucasus"): «Per un certo tempo è stata mantenuta una relativa calma in Ossezia del Sud. Le forze di peacekeeping composte da russi, georgiani e osseti, hanno adempiuto al loro compito e gli osseti e georgiani che vivono gli uni accanto agli altri hanno avuto almeno qualcosa in comune (...) Quello che è accaduto la notte del 7 agosto va al di là del comprensibile. L'esercito georgiano ha attaccato la capitale sud osseta di Tskhinvali con lanci multipli di razzi intesi a devastare larghe aree (...) Iniziare un attacco militare contro degli innocenti è stata una decisione irresponsabile le cui tragiche conseguenze per migliaia di persone di differenti nazionalità sono ora chiare. La leadership georgiana poteva fare questo solo con il sostegno esplicito e l'incoraggiamento di una forza molto più potente. Le forze armate georgiane sono state addestrate da centinaia di istruttori USA e il loro sofisticato equipaggiamento militare è stato comprato in una quantità di paesi. Questo, insieme alla promessa di entrare a far parte della NATO, ha incoraggiato i leader georgiani a pensare che se la potessero cavare con un "blitzkrieg" (guerra lampo) in Ossezia del Sud (...) a cui la Russia ha dovuto rispondere. Accusarla di aggressione contro la "piccola indifesa Georgia" non è solo ipocrita, ma dimostra mancanza di umanità».

Davvero, non è solo ipocrita. E' spudorato. E' ovvio che nessuno vuol fare qui l'apologia del metodo imposto da Putin e del suo atteggiamento dittatoriale nei confronti della dissidenza e dell'informazione, né della indiscriminata violenza del suo esercito (anche nella particolare occasione "si spara ai giornalisti"), né giustificare la politica russa nel Caucaso (chiunque abbia presente azioni e reazioni e crimini in seno alla crisi cecena sa di cosa parliamo) e tantomeno si vuole passare sotto silenzio lo strangolamento o l'invasione di stampo sovietico delle repubbliche ex sottoposte di Mosca, ma questi sei giorni di spargimento di sangue hanno innescato - precisa Seumas Milne sul Guardian - lo scarico (mai termine fu più adeguato) della più nauseante ipocrisia da parte dei politici occidentali e del mainstream mediatico loro generalmente asservito. L'establishment neocon americano, con il consueto codazzo di omologhi occidentali, ha infatti parlato immediatamente e solo di aggressione russa laddove, viceversa, Milne sostiene testualmente si tratti di "una storia di espansionismo USA".

Tant'è. Per i russi l'occidente è oggi nuovamente visto come il nemico. George W. Bush (considerato imbecille in patria dove molti ancora dubitano che abbia personalmente le capacità per essere un serio criminale) ci ha messo del suo. Ha fatto di più. Incurante del ridicolo o forse leggendo un appunto preparatogli dalla solerte Segretaria di Stato su predisposizione della junta che lo ha accompagnato sinora, ha accusato la Russia di avere "invaso uno stato sovrano" e di "aver minacciato un governo democraticamente eletto", aggiungendo ancora oggi che "bullismo e intimidazioni non sono modi accettabili per condurre la politica estera nel 21° secolo".

In proposito si sono chiesti al Guardian - e ci chiediamo noi - se sia questa la stessa accozzaglia di fanatici guerrafondai con lo stesso "illuminato portavoce" e per conto degli stessi governi che nel 2003 hanno invaso e occupato uno stato sovrano, l'Iraq, con pretesti e prove fasulle, a costo di centinaia di migliaia di vite umane. O se facciano parte degli stessi governi che hanno bloccato un cessate il fuoco, nell'estate del 2006, consentendo ad uno stato cliente e alla canaglia militare che lo dirige di polverizzare le infrastrutture libanesi e di uccidere più di mille civili come (pretestuosa perché preordinata) rappresaglia alla cattura di cinque soldati. Se sono gli stessi che mantengono sotto mortale ricatto un milione e mezzo di palestinesi punendoli del loro governo, anch'esso democraticamente eletto. Se sono gli stessi che alla faccia della Carta dell'ONU, dei risultati delle indagini dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, del Trattato di non proliferazione nucleare e dei risultati esposti dai loro stessi servizi di intelligence (NIE), minacciano di una guerra tendente al nucleare un altro stato sovrano. Se sono gli stessi che brigano malamente da anni (facendosi peraltro sputtanare dai servizi segreti domestici) per rovesciarne il regime, opinabile finchè si vuole, con l'aiuto di un'accozzaglia di ciarlatani, delinquenti internazionali e lacchè occidentali.

Sì, in parte sono gli stessi. E a quanto sembra non sono neppure in grado di provare vergogna. Allora come adesso. Ma con qualcuno e qualcosa in più. Non parliamo infatti dei consueti, svalutati e risibili Bolton, Cheney, Feith, Rumsfeld, ma - come precisa Whitney su Counterpunch - di personaggi ben più acuti, del calibro di Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter, di Richard Holbrooke (plenipotenziario di Clinton nei Balcani) e di Madeleine Albright, tutti collegati per ora al carro di Barack Obama, forse in attesa di dimostrare al mondo che anche l'insipienza beluina del governo uscente potrebbe essere semplicemente un punto di partenza.

Sempre Mike Whitney ci ricorda infatti che proprio Brzezinski (architetto della campagna dei Mujaheddin orchestrata dagli USA contro i russi nell'Afghanistan occupato degli anni 80), nel suo "La Grande Scacchiera - Il primato americano e i suoi imperativi geostrategici", ha scritto che «da quando i continenti hanno iniziato ad interagire politicamente, circa cinquecento anni fa, l'Eurasia è stata il centro del potere mondiale.... La chiave per controllare l'Eurasia è controllare le Repubbliche centrali dell'Asia».

C'è davvero di che preoccuparsi.

Thursday, August 14, 2008

Niente giustizia per Fadel Shana

Il capo dell'avvocatura militare israeliana, Gen. Avi Mendelblit ha chiuso il 13 agosto le indagini sulla morte del cameraman della Reuters Fadel Shana (nella foto), ucciso da colpi sparati da un tank israeliano a Gaza il 17 aprile 2008. I risultati dell'inchiesta sono quelli che tutti si aspettavano, gli stessi che, fra gli altri, hanno assolto i militi israeliani che avevano preso di mira, uccidendolo, il fotografo italiano Raffaele Ciriello. La commissione militare dello stato ebraico ha infatti determinato che la condotta dell'equipaggio del carro armato, che "erroneamente" identificò Shana come uomo armato, non ha oltrepassato i limiti della procedura e di conseguenza nessuno dei soldati implicati verrà processato. Risibili le precisazioni del generale Mendelblit: "L'equipaggio del carro armato non è stato capace di determinare la natura dell'oggetto montato sul treppiede ed identificarlo positivamente come un missile anti-tank, o come un mortaio, o come una telecamera" (YnetNews).
Si ricorderà che Fadel Shana, 23 anni, palestinese, stava lavorando per Reuters sulle violenze in corso a Gaza quando veniva preso di mira e trucidato da un razzo sparato da un carro armato israeliano fermo a diverse centinaia di metri di distanza. Il cameraman proseguiva a filmare fino al momento in cui il colpo mortale centrava il bersaglio scelto dall'equipaggio del tank. Indubbiamente scelto, perchè le scritte a grandi caratteri sull'autovettura del giornalista non potevano lasciare dubbi sulla natura del veicolo e del suo equipaggio. Il missile (o i missili) caricati con le micidiali flechette, uccidevano altri otto ragazzi palestinesi di età tra i 12 e i 20 anni. Una strage. Human Rights Watch dichiarava che secondo la sua indagine l'equipaggio del carro armato dell'esercito di occupazione israeliano aveva operato in modo temerario o deliberato. Un'indagine condotta per conto dell'agenzia Reuters accertava che il veicolo di Fadel Shana aveva oltrepassato, appena un'ora prima, un posto di blocco a 700 metri dai carri armati (Independent).
L'esercito di occupazione che si autodefinisce "il più morale del mondo" ha colpito ancora una volta. Ha aggiunto oggi al crimine la beffa, diffondendo l'ennesima vergognosa apologia dei propri misfatti. Ma pensando ai soldati che anche stavolta (e per l'ennesima volta) eviteranno una giusta condanna, ci si deve chiedere se sia più criminale il milite arrogante, sobillato da una dirigenza irresponsabile e da una classe politica fanatica, falsa e guerrafondaia o l'esercito e la dirigenza che assolvendolo dal suo delitto cercano di assolvere se stessi da crimini ben più gravi.