Wednesday, December 12, 2007

Benedetto Cipriani, udienza preliminare

"L'uomo accusato di avere ingaggiato il sicario che ha assassinato tre uomini in un'officina di Windsor Locks nel luglio 2003 ha cercato di licenziare il legale nominatogli dalla Corte a meno di due mesi dalla nomina". Così il Journal Inquirer dell'8 dicembre scorso. Sono le ultime notizie del processo radicato contro Benedetto Cipriani negli USA. L'articolo fornisce il resoconto dell'udienza di venerdì 7 dicembre, programmata per la "probable cause" [è una specie di udienza preliminare, non obbligatoria, tesa a valutare se le prove a carico siano sufficienti per sostenere l'accusa in giudizio. Da Wikipedia: "In the United States a probable cause hearing is the preliminary hearing that typically takes place after arraignment and before a serious crime goes to trial; the judge is presented with the basis of the prosecution's case and the defendant is afforded full right of cross-examination and the right to be represented by legal counsel. If the prosecution cannot make out a case of probable cause the court must dismiss the case against the accused"]. All'udienza Cipriani si sono avvicendate varie questioni puramente processuali e possibili incomprensioni tra l'imputato e il difensore designato d'ufficio dalla Corte (l'avvocato John E. Franckling di Glastonbury). Sono poi emerse alcune ambiguità sull'operato e sulla stessa necessità di un traduttore. Dopo un breve colloquio in privato tra Benedetto Cipriani e il suo avvocato, quest'ultimo ha dichiarato che il suo assistito era indeciso tra la rinuncia alla "probable cause" e una richiesta di rinvio. Di seguito il nostro connazionale avrebbe risposto alla domanda postagli al riguardo dal giudice, che "il signor Franckling non [era] più il suo avvocato", avrebbe quindi chiesto un differimento dell'udienza e infine dichiarato, in italiano, che doveva rinunciarvi "nel proprio migliore interesse". A quel punto il giudice, David P. Gold, ha comunque disposto un aggiornamento dell'udienza ad oggi [mercoledì] per accertare che questa decisione dell'imputato venga presa con cognizione di causa, dando diversamente corso all'udienza per la "probable cause". Questi tira e molla sono stati accolti con ostilità dalla folla dei parenti delle vittime, che le considerano una messa in scena. Singolare la chiusura dell'articolo del Journal Inquirer, laddove si sottolinea che Cipriani non rischia la pena di morte nonostante la legge del Connecticut la preveda per i delitti in questione, perchè il governo italiano ha concesso l'estradizione solo alla condizione che la pena di morte non venga eseguita. Nessun cenno all'ulteriore condizione, chiara ed esplicita nel decreto di estradizione, per cui Benedetto Cipriani è stato estradato anche e solo se, nel caso di [probabile] condanna a una pena detentiva, gli venga contestualmente concessa l'opzione - e la decisione è pacifica, per quanto già più volte dichiarato dal nostro connazionale - di scontarla in Italia.

Aggiornamento: prove ritenute sufficienti, Cipriani affronterà il giudizio

All'udienza di "probable cause" di mercoledì 12 dicembre, durata un'intera giornata, il giudice Joseph Q. Koletsky ha deciso che lo Stato del Connecticut dispone di prove sufficienti per procedere contro Benedetto Cipriani, gravato di tre imputazioni di omicidio ed una di cospirazione per commettere omicidio. All'udienza il nostro connazionale è apparso indifferente alla testimonianza di Erik Martinez, che si è dichiarato colpevole ed ha dichiarato che Cipriani avrebbe pagato circa 6.000 dollari a lui, Jose Guzman e Michael Castillo, per assassinare Bob Stears, delitto poi evolutosi in un triplice omicidio. Il difensore designato dall'ufficio, John Franckling ha rilevato alcune incoerenze nelle dichiarazioni rese a suo tempo da Erik Martinez, cercando di convincere il giudice dell'assenza di un valido impianto accusatorio, ma i suoi sforzi sono stati inutili. Benedetto Cipriani comparirà quindi, il 24 gennaio 2008, davanti alla Corte per il dibattimento.

Monday, November 26, 2007

Annapolis, dichiarazioni con giunte

Alcune ore prima dell'apertura dell'accidentata Conferenza Internazionale di Annapolis sul problema israelo palestinese, il Presidente USA Bush ha detto al Primo ministro Ehud Olmert e al Presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas che gli Stati Uniti non possono imporre la pace in Medio Oriente ma possono aiutare ad agevolarla. Se le parole di Bush potessero avere un senso si potrebbe pensare a qualche ripensamento nella politica mediorientale USA dopo quarant'anni di ingerenze tanto squilibrate da degradare, in un organismo già malato, gli anticorpi in tossine e le cellule fuori controllo in metastasi. Ma quarant'anni di iniezioni velenose e sei anni di follia guerraiola della dirigenza USA non consentono di gratificare il presidente americano e i suoi collaboratori della benchè minima fiducia. Le capriole imposte ai suoi valletti - mediorientali e non - in questa operazione promozionale di fine mandato sembrano finalizzate a consegnare alla storia - prima di un probabile ulteriore insuccesso - un inutile pezzo di carta.

A poche ore dall'inizio ufficiale dei lavori qualcuno darà forse una mano allo spot pubblicitario voluto da Bush. Qualcosa si muove, malamente, a colorare queste ultime ore. Ehud Olmert rompe il suo diplomatico silenzio, costretto ad improbabili equilibrismi in seno al suo stesso governo, dà un colpo al cerchio e uno alla botte affermando che la sorte di Gerusalemme non dipende dalla volontà dei gruppi ebraici USA (che hanno inaugurato un sito web per "difendere Gerusalemme contro la divisione"), ma non smentisce l'abitudine di porre sul piatto di un ipotetico accordo richieste programmatiche e nella pratica politicamente irrealizzabili: si dice che intenda chiedere a Mahmoud Abbas di intervenire per "mettere fine al terrore" anche nella Striscia di Gaza. Nulla di buono, pensandoci, nulla di nuovo. Qualche segnale di pelosa compiacenza per i capricci pubblicitari del presidente USA era invece arrivato da parte palestinese nella mattinata di Washington. "We will reach a joint paper today or tomorrow" [formeremo un documento congiunto oggi o domani] - ha detto oggi ai reporter Yasser Abed Rabbo, autorevole membro della delegazione palestinese al summit e già veterano del percorso di Oslo - "c'è un persistente sforzo americano di ottenere questa dichiarazione", acconciandosi quindi a dichiarare che gli sembra possibile raggiungere una dichiarazione congiunta dell'ultima ora.

Ma questa dichiarazione - se ed in quanto vedrà la luce - rimarrà necessariamente in bilico tra il desiderio dei palestinesi perchè siano nominate, almeno in termini generali, le questioni chiave del futuro Stato palestinese, cioè i confini, la sovranità su Gerusalemme (Est) e la sorte dei profughi palestinesi, contro le defatigatorie pressioni israeliane per una dichiarazione più vaga sull'impegno dei due Stati a "vivere fianco a fianco in pace". Vaghezze non nuove quelle di sottoporre lo status palestinese definitivo alla gimcana di un indefinito percorso di pace. Perché la pace non sia raggiunta e comunque giammai al prezzo dovuto secondo il diritto, la giustizia, la storia, che comporterebbe la restituzione dei territori conquistati manu militari nel 1967 con tutte le risorse ad essi pertinenti ("usque ad sidera, usque ad inferos"), lo smantellamento incondizionato degli insediamenti, tutti illegali, lo stabilimento di confini certi (e quindi sicuri), il riconoscimento della responsabilità israeliana sulla condizione dei profughi, le conseguenti restituzioni o il risarcimento, questione irrinunciabile in linea di principio ed operativamente discutibile (ma i negoziati servono a quello).

In questa situazione - non brillante, si è già detto - la reazione del governo di Gaza controllato da Hamas è prevedibile e si può riassumere in poche frasi. I dirigenti del movimento attaccano il presidente dell'Autorità Palestinese in trasferta negli USA, Mahmoud Abbas, chiamandolo traditore ed affermando che rifiuteranno qualsiasi arbitraria decisione dovesse sortire dalla conferenza di Annapolis. "La terra di Palestina è dei palestinesi" - ha detto il dirigente Mahmoud Zahar davanti ad un assembramento di duemila persone a Gaza - "Nessuno, nessun gruppo, governo o generazione ha il diritto di rinunciare ad un suo pollice [quadrato]" ... "Chiunque contrasti la resistenza o la combatta o cooperi con l'occupazione contro di essa è un traditore". Più misurato il primo ministro del governo di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh, che ha firmato oggi un documento ove si dichiara che Abbas non ha il diritto di fare, ad Annapolis, alcuna concessione. Ha poi aggiunto che la gente [palestinese] pensa che questa conferenza sia sterile e che ogni impegno pregiudizievole assunto nel corso della conferenza "sarà vincolante solo per chi lo firma".

In buona sostanza, allora, benchè si sia già a sera ad Annapolis, forse Bush otterrà lo stesso, in extremis, il suo umiliante cadeau. Non si sa mai, una dichiarazione congiunta, tagliuzzata nella sostanza e colorata "ad pompam" di parole inutili, potrà pure essere emessa e - nel caso - non si dubita che venga accolta ipocritamente, quantomeno in occidente. Purchè si sia consapevoli, a futura memoria, che questo risultato di pura facciata, lungi dall'affrontare il problema israelo palestinese, non è pace, non è nemmeno un percorso, è uno spot.

Saturday, November 24, 2007

Pizza annapolitana

A tre giorni dalla Conferenza di Annapolis (Maryland, USA, 27 novembre) - come era fatale - i negoziatori israeliani e palestinesi non sono riusciti a raggiungere un accordo nemmeno sul documento di apertura dei lavori. Le squadre dei diplomatici non dovrebbero più incontrarsi prima di lunedì (negli USA), cioè un giorno prima del summit. Così che appare peregrina l'ipotesi che qualcosa di positivo possa trovare la via della carta. Se, come sembra, le rappresentanze israeliane e palestinesi non fossero poi in grado di formulare neppure una dichiarazione finale, la conferenza si concluderebbe con una dichiarazione del Segretario di Stato USA, Condoleezza Rice e non con una dichiarazione congiunta israelo palestinese.

Nessuno però si dovrebbe stupire, il fallimento dell'iniziativa promozionale di George W. Bush e dei suoi vecchi e nuovi clienti - il claudicante governo israeliano e il delegittimato presidente palestinese Mahmoud Abbas - e con la corte delle comparse, UE in prima linea, era nell'aria. Nè sarebbe potuto essere altrimenti vista l'incompatibilità tra le reciproche istanze della parti su tutti i punti decisivi di un possibile percorso di pacificazione. Ed anche su una bozza di dichiarazione iniziale. Il documento, in itinere, è stato infatti pubblicato da alcuni giorni e nessuno dei punti sensibili ha potuto ricevere la "benedizione" congiunta, anche solo formale, delle parti. Altri punti importanti non sono stati toccati nell'ipotesi di dichiarazione (per esempio gli insediamenti) sicché pure nel caso fosse stata estorto l'assenso all'emanazione di questo inutile pezzo di carta, esso avrebbe sortito un solo effetto concreto, accendere animi che non necessitano di ulteriore sollecitazione.

Ancora ieri una fonte imprecisata (vicina ai negoziatori, a Gerusalemme), secondo il quotidiano Haaretz, appariva possibilista, assumendo fosse stata stabilita una pausa nella stesura della bozza congiunta "in attesa solo di alcune decisioni dei leader" [Olmert e Abbas] in relazione alla scansione dei passi da compiere. Precisava questa fonte: "abbiamo ridotto le distanze e alcuni dei punti in contrasto sono stati semplicemente cancellati dalla dichiarazione per consentirci di andare avanti. Siamo ora al punto di decidere su due o tre parole di ogni questione". Diplomatica esternazione, una goccia di verità (la futura scansione temporale di questo ennesimo "percorso" è tuttora ferocemente dibattuta tra posizioni in assoluto contrasto e i punti decisivi vengono cancellati tout court) in un oceano di disperata menzogna. Siffatta dichiarazione, qualora dovesse vedere la luce, non significherebbe nulla. E sembra oggi assai più realistica la dichiarazione rassegnata del leader di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh: "Abbiamo capito che questa conferenza è nata morta e non sortirà alcun risultato per il popolo palestinese, né soddisferà alcuno dei diritti politici e legali ad esso dovuti".

Per rendersene conto basta del resto una scorsa alla battagliata bozza pubblicata da Haaretz. Alcuni punti per tutti: i negoziatori israeliani insistono per ottenere una prima formalizzazione del riconoscimento di Israele come Stato dei [soli] ebrei, non accettano la menzione di Gerusalemme tra i territori contesi, né la compatibilità del percorso con la risoluzione ONU 194 (sui diritti dei profughi palestinesi). Parte palestinese non accetta che la liberazione di Gilad Shalit (il soldato israeliano catturato nell'estate del 2006) diventi una condizione formale del percorso. Nel documento non si parla di insediamenti, né sotto il profilo di un assetto definitivo, né limitatamente ad un congelamento di quelli in itinere, né del muro in costruzione che strangola il West Bank, tantomeno si parla di confini, né vi è menzione della situazione di Gaza. D'accordo, sarebbe solo una dichiarazione di principi, un preambolo, ma, così com'è, ha lo stesso aspetto di una pagina vuota, inutile o dannosa. Come l'aspirazione del presidente americano a mettere la sua firma, insieme a due leader zoppi - è un eufemismo - sulla vergognosa riedizione dei "disaccordi" di Oslo.

Wednesday, November 07, 2007

By way of deception

Nonostante la febbrile attività di chi - per provenienza o affiliazione - si fa portatore, talvolta inconsapevole, del messaggio lobbystico filo israeliano e malgrado la grande quantità di mezzi e parole impiegati dai centri di decezione professionale per influire sulla politica degli USA in Medio Oriente (e allo stesso tempo per negare l'esistenza di questa strabordante influenza), proprio dagli Stati Uniti molti cominciano infine ad esprimere l'accademico sospetto che le aggressive ingerenze esercitate sull'opinione pubblica americana non sortiscano più l'effetto voluto. Più in particolare qualcuno ha intravisto la possibilità che le assillanti iniezioni di allarmismo filo sionista (all'insegna del "repetita juvant") stiano finendo per minare, da un lato, la causa cui sono devote, dall'altro - e più importante - gli effetti positivi e duraturi di un onesto dibattito sulla questione israelo palestinese. Certo, bisognerebbe definire cosa si intende per effetti positivi e duraturi, ma diamo per certa la buona fede rinviandone la prova all'esito di questo auspicato ed allargato dibattito.

Una riflessione sul punto è proprio di questi giorni. Un gruppo pacifista tra i tanti con sede negli USA, il Comitato per una Pace Giusta in Israele e Palestina (CJPIP), trae spunto per la discussione del problema da due tra i più recenti episodi di pubblico ostracismo. Episodi che hanno coinvolto i professori John Mearsheimer e Stephen Walt (autorevoli redattori del dibattuto saggio "The Israel Lobby") da parte del Chicago Council on Global Affairs e l'Arcivescovo Desmond Tutu, premio Nobel per la Pace, ad opera dell'Università St. Thomas in St. Paul, Minnesota. Inutile qui richiamare i particolari del boicottaggio, che molti media hanno riportato e discusso. In breve, gli accademici e l'eminente prelato si sono visti cancellare i rispettivi interventi presso i suddetti istituti americani a cagione delle pressioni esercitate da circoli filo sionisti o, quel che è peggio, per una sorta di dichiarata autocensura operata da quelle stesse istituzioni e finalizzata, in buona sostanza, ad evitare problemi. Nulla di che stupirsi, dato che sono gli stessi problemi che affrontano moltissimi accademici, gran parte dei giornalisti, tutti i candidati alla presidenza degli Stati Uniti (v. su questo blog, Il cancro del silenzio, 27.09.2007).

In proposito il Comitato ha sottolineato come alcuni osservatori vedano nel prepotente atteggiamento dei potentati filo sionisti "tremendi rischi per gli ebrei" (sic) e - raccogliendo gli ammonimenti del Jewish Daily Forward - ha stigmatizzato il "ridursi della credibilità e del buon nome dei gruppi americani di influenza ebraica in un mondo dove le regole sono cambiate". Con ciò considerando un danno potenziale ed imminente l'allineamento acritico alle allarmistiche posizioni para-israeliane e la fideistica sovresposizione dello spettro dell'antisemitismo. Ma le preoccupazioni del Comitato non sono rivolte ai soli effetti formali delle faziose esagerazioni lobbystiche negli USA. Il gruppo enfatizza, nei fatti, la contemporanea esistenza di una vera e propria isteria americana, indotta dalle assordanti pressioni filo israeliane e - viceversa - l'eco quasi impercettibile della disperazione e della rabbia che alberga tra la gente di Palestina "impoverita, isolata, brutalizzata di fronte all'inflessibile spossessamento condotto dall'occupante israeliano". Una sferzata critica ed autocritica è poi dedicata dal Comitato ai personaggi pubblici, a quelli che fanno opinione e raggiungono in generale la gente. Scrive il CJPIP che "amministratori di università, professionisti dei media, leader religiosi, funzionari pubblici e [noi]altri, che evitiamo la scottante questione israelo palestinese per paura di nuocere, di provocare o innescare una polemica, dovremmo ricordare che la strada dell'inferno è lastricata di buone intenzioni. Sopprimendo la discussione pubblica e libera su un argomento che suscita grandi preoccupazioni, si conferma il pericoloso status quo di Israele e Palestina, per il quale come americani siamo largamente responsabili. Per quanto tempo prolungheremo le [loro] sofferenze e procrastineremo la pace?". A titolo di esempio il Comitato ha ricordato che mentre in Israele un recente studio psicologico condotto (dall'Università Ebraica di Gerusalemme) sui soldati dell'IDF ha rivelato i risvolti sadici e nefasti dell'occupazione per bocca degli stessi occupanti ed ha suscitato drammatiche domande nella popolazione israeliana, il rapporto non ha viceversa meritato alcuna attenzione negli USA. Le conseguenze di questo genere di vuoto o del monopolio informativo saranno micidiali. Al riguardo Juan Cole - professore di storia all'Università del Michigan - ha espresso le proprie peggiori previsioni scrivendo che "l'elite politica americana e i media che nascondono la brutalità dell'occupazione israeliana per interessi settoriali [di bottega] sono complici di quel sadismo e il loro silenzio mette in pericolo la sicurezza degli Stati Uniti" ed aggiungendo, come americano, che "fino a quando non riusciremo a capire perchè il pubblico arabo - che sa perfettamente quello che l'esercito israeliano ha fatto per decenni ai palestinesi - è indignato, faremo errori politici nei nostri rapporti con il Medio Oriente".

Se quindi, lentamente, una maggiore apertura al dibattito vorrebbe affacciarsi negli USA oltre il bavaglio calato da decadi sul principe degli argomenti tabù - i rapporti con Israele - l'abitudine all'inganno e una insuperabile arroganza consentono ai consueti potentati di remare freneticamente in senso contrario, senza vergogna per le tracce lasciate sul terreno. Non è infatti necessario - per trovarle - scomodare i servizi segreti, perchè nel campo l'obliquità è nota ed è ufficiale. E' la regola. Un esempio per tutti ce lo regala il giornalista e blogger Philip Weiss (New York Observer, The Nation, The American Conservative, National Review, Washington Monthly, New York Times Magazine, Esquire, Harper's Magazine, Jewish World Review, The Huffington Post). Questo leggiamo sul suo blog personale il 28 ottobre scorso.

«Domenica scorsa sono andato alla conferenza di CAMERA [Committee for Accuracy in Middle East Reporting in America] sul tema "Ebrei che diffamano Israele" e ci sono voluti un giorno o due per capire dove fosse la notizia. Era in un discorso in cui la presidentessa di CAMERA, Andrea Levin, ha dichiarato che il gruppo lobbystico pro Israele ha un "contratto non scritto" con i media americani in base al quale vengono controllati i loro passi quando scrivono su Israele [...] Il discorso di Levin verteva su Haaretz, il giornale israeliano il cui deprimente ritratto dell'occupazione ha aiutato a spiegare al mondo le orribili condizioni imposte in quella zona. Levin ha detto che quando Haaretz ha descritto in un articolo le strade separate nel West Bank come “strade dell’apartheid", i membri di CAMERA hanno scritto all'editore di Haaretz, Amos Shocken, dicendo che l’accusa era falsa. Quindi [Levin] ha letto le risposte di Shocken. In una questi diceva: "il termine 'strade per soli ebrei', che può essere matematicamente non corretto, a me va bene perchè descrive la vera natura e lo scopo delle strade". In un'altra risposta Shocken scriveva: "la vostra risposta legalista è esattamente del tipo usato per nascondere la realtà, piuttosto che per fare chiarezza. E' assolutamente ridicolo non chiamare queste strade "strade dell'apartheid" perchè la stessa presenza di ebrei nei territori occupati ha natura di apartheid". Questo è sconvolgente - ha detto la Levin - perchè Haaretz si definisce "il New York Times di Israele". Il pubblico ha mormorato e deriso. Levin ha detto: "il fatto è, come sapete, che noi possiamo essere scontenti del New York Times qualche volta e qui a CAMERA lo siamo stati, ma devo dire che siamo fortunati. I media americani sono molto, molto più preparati a capire che c'è un contratto non scritto tra loro e noi, cioè, quelle cose dovrebbero essere accurate sui fatti e noi otteniamo correzioni tutte le volte. Quelle correzioni sono a volte assai significative. Possiamo prevenire la ripetizione di gravi errori... Così c'è questo dare ed avere qui negli USA". Qualcuno tra il pubblico ha chiesto se il governo israeliano non potesse entrare in azione. "Una buona domanda", ha detto la Levin. "Molte, molte volte abbiamo sollecitato al riguardo la copertura dei media americani su articoli gravemente diffamatori, abbiamo sollecitato il governo di Israele, fosse l'esercito o altra componente istituzionale, ad occuparsene, a volte, quando pensavamo che potessero essere intraprese azioni legali". Ma evidentemente questo non può accadere in Israele, dove hanno una "stampa davvero libera". Wow! Una lobbysta [filo] israeliana scopre alcune delle sue carte! Sollecitare Israele ad intraprendere azioni legali contro le pubblicazioni americane su questioni controverse? Un contratto non scritto con i media americani per non pronunciare apartheid? Un dare e avere con il New York Times? La signorile indifferenza di Amos Shocken a questo tipo di prepotenze mi rende orgoglioso di essere ebreo. La sua è la incorruttibile autorità di un giornalista che dice quello che dice perchè ci crede, e non intende essere dirottato...».
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Per approfondire
http://www.cjpip.org/
http://www.zmag.org/content/showarticle.cfm?SectionID=22&ItemID=14188
http://pipistro.blogspot.com/2007/09/cancro.html
http://www.philipweiss.org/mondoweiss/2007/10/cameras-unwritt.html
http://camera.org/

Wednesday, October 31, 2007

Acque nere

«Sono accusati di diverse violenze e omicidi, l'"incidente" più grave è la strage del 16 settembre a Bagdad, che è costata la vita a 17 persone, tra le quali un bambino di nove anni, ma le guardie di sicurezza della Blackwater non dovranno risponderne: gli investigatori del Dipartimento di Stato americano hanno offerto loro l'immunità proprio in merito all'inchiesta sulla morte dei 17 iracheni. La notizia è pubblicata dal New York Times che sottolinea - citando funzionari governativi - come di fatto si frenino così tutti gli sforzi per perseguire gli uomini coinvolti nell'episodio». [Repubblica]
Leggiamo su Wikipedia che mercenario è un soldato che per denaro compie azioni militari per conto di un privato, una società o per chiunque possa pagarlo. La particolarità è proprio nel fatto che la sua fedeltà non è rivolta al paese di nascita o di cittadinanza, ma solo al compenso che viene pattuito [...] Verso la fine del secolo, per evitare di usare il termine mercenario, considerato dispregiativo, le società che offrono questo tipo di servizi hanno preso ad utilizzare inglesismi come Contractors o "Private Military Companies" ed i singoli appartenenti contractor, anche se la diversa etimologia non ne cambia in nessun modo la sostanza. Ora, nessuno impedisce ad un milite prezzolato di rivolgere la propria attenzione e il proprio animo, oltre che alla mercede, a diversi obiettivi, come quelli dettati dall'ideologia, dall'attaccamento al proprio paese, dall'odio verso un diverso ceppo etnico o religioso, dalla divinizzazione del proprio contesto politico e sociale o dalla persuasione di essere investito di un compito di provenienza divina. Ma questo, quand'anche non fosse dettato da una vera e propria patologia del pensiero, non elimina la sostanza dell'attività mercenaria, che è quella di muovere violenza a pagamento. Il confine tra la difesa e l'offesa, in questi casi, è assai labile e viene superficialmente ricondotto ad un unico principio animale: la scelta - fasulla e aberrante - tra uccidere ed essere uccisi, senza neppure più considerare gli imbarazzanti presupposti che hanno dato ingresso a quella alternativa. Se ne rinvengono abbondanti dimostrazioni nella storia militare dell'ultimo quinquennio. La parvenza di legittimità e di autoassoluzione conferita poi dall'essere al seguito - anche in senso molto lato - di una bandiera è vieppiù pericolosa. Se poi questa bandiera è strumentale ad assolvere e giustificare ogni atrocità, cessa di essere il vessillo della libertà di una nazione e diventa una patina criminale volta a coprire ogni nefandezza in virtù di un fine, spesso ignoto ai più ma altrettanto censurabile, generalmente mascherato dalla propaganda e imposto a tutti come un tabù, come intangibile manifestazione di alti ideali e di attaccamento alla patria. E questo senza neppure considerare - sotto tutt'altro profilo - il rischio di affidare le proprie sorti a chi si è dimostrato disposto ad uccidere per un certo prezzo o bottino.
«Dico, adunque, che l'arme con le quali uno principe defende el suo stato, o le sono proprie o le sono mercenarie, o ausiliarie o miste. Le mercenarie et ausiliarie sono inutile e periculose; e, se uno tiene lo stato suo fondato in sulle arme mercenarie, non starà mai fermo né sicuro; perché le sono disunite, ambiziose, sanza disciplina, infedele; gagliarde fra' li amici; fra' nimici, vile ...». [Niccolò Machiavelli, Il Principe, Cap. XII]

Tuesday, October 30, 2007

Un cortese promemoria

In un articolo sul Jerusalem Post dell'8 novembre 2006, in cui attaccava il professor Neve Gordon del Department of Politics and Government dell'Università Ben Gurion di Be'er Sheva, Israele, Alan Dershowitz scriveva: «[Neve Gordon] mi ha pure diffamato, di recente, dicendo che avevo cercato di prevenire la pubblicazione dell'ultima pappardella anti sionista di Norman Finkelstein, Beyond Chutzpah. Nei fatti, come ho specificamente scritto nelle mie lettere agli editori di Finkelstein - e come Gordon sa, perchè ho rilasciato le lettere - "Io non ho interesse a censurare o sopprimere la libertà di espressione di Finkelstein"». Giorni dopo, il 10 novembre 2006, Mirene Ghossein (della Wespac Foundation) scriveva una email ad Alan Dershowitz: «Professor Dershowitz, lei in un primo tempo ha negato di aver scritto al Governatore Schwarzenegger perchè intervenisse nei confronti della California University Press per impedire la pubblicazione del libro Beyond Chutzpah del professor Finkelstein. Lynne Withey (direttrice del CUP per 19 anni) ha detto di "non aver mai sentito di una cosa del genere in California". Quando qualcuno dell'ufficio del Governatore rispose alla sua inesistente lettera, lei disse, nel corso di una intervista telefonica, che: "non era una lettera, era un cortese promemoria". Dobbiamo pensare che si tratti di una questione semantica e chiederle, per piacere, di rendere pubblica la lettera/"cortese promemoria" per fugare qualsiasi dubbio si possa ancora avere. Il documento si rivelerebbe una prova conclusiva». Tempo fa, in proposito, Shankar Ramamoorthy - un acceso critico del professore di Harvard, che a suo tempo aveva scritto a lungo ed inutilmente a Dershowitz perchè pubblicasse queste lettere - ha ottenuto gran parte della corrispondenza sulla vicenda facendone richiesta ai sensi del CPRA (California Public Records Act) alla University of California Press. Questa corrispondenza, edificante e significativa circa l'atteggiamento del luminare di Harvard, appare ora sul sito di Norman Finkelstein, compreso il cortese promemoria di Dershowitz al Governatore della California, qui sopra riprodotto. Di seguito la traduzione.

"Caro Governatore Schwarzenegger, so che sarà interessato nel cercare di prevenire uno scandalo imminente relativo alla decisione della University of California Press di pubblicare un libro brutalmente anti semita di un autore i cui estimatori principali sono neo nazisti in Germania e in Austria. Il libro al quale questo fa seguito [ndr The Holocaust Industry] è stato descritto da due eminenti storici come la versione moderna della nota contraffazione zarista I protocolli dei savi di Sion. Allego a questa missiva una lettera che ho scritto al consiglio di amministrazione dell'UCP e un articolo che documenta le mie accuse. Se lei potrà fare qualcosa per aiutare a prevenire questa imminente tragedia, so che molti dei suoi elettori ne saranno molto compiaciuti, come lo sarei io. Sarò felice di fornirle qualsiasi ulteriore informazione, poichè ho seguito questa vicenda molto da vicino. Sinceramente".

Friday, October 26, 2007

Octopus

Ebbene sì, i tentacoli della Lobby per antonomasia, ben noti al pubblico americano, sottoposto ai voleri dettati da un coacervo trasversale di politici filo israeliani, fondamentalisti cristiani, simpatizzanti o rapaci collettori di fondi elettorali, si insinuano anche nella vecchia Europa. Non è molto (era il 28 marzo 2007) che alla Oxford Union, la più nota casa inglese di dibattiti, David Aaronovitch del Times negava sdegnosamente che le pressioni della Lobby in favore di un indecoroso allineamento ai nefasti della politica israeliana in Medio Oriente si estendessero anche all'Europa (video). Proprio dalla stessa sede, quella della Oxford Union, proviene viceversa in questi giorni materiale sufficiente per dimostrare quanto l'immaginazione di Aaronovitch fosse male indirizzata. Nulla di grave - a mio avviso - poiché trasversali influssi unilaterali e filo sionisti non sono cosa ignota anche da noi, solo che di rado arrivavano alla faziosa spudoratezza del mainstream informativo nord americano, che funge da base al generale appoggio popolare fornito da chi, negli USA, non legge alcunchè - come dice Gore Vidal - o pende dalla monocorde propaganda dei soli canali mediatici di larghissima diffusione e dalla spazzatura scandalistica. E si parla di influssi trasversali, di molteplice provenienza e spesso con diversi scopi e presupposti, proprio per eliminare il sospetto che si voglia dar credito ad ipotesi di malefici complotti su scala planetaria, che a nulla servono salvo alimentare strumentali contestazioni.

In concreto, il 23 ottobre scorso era previsto un dibattito alla Oxford Union sulla questione israelo palestinese, al quale erano invitati due gruppi di intellettuali (accademici, analisti, politici), rispettivamente a favore del recupero della soluzione "a due Stati" - la stessa e sinora infruttuosa utopia di Oslo e di Camp David, riproposta nella teorizzata futura conferenza di Annapolis - o a favore della cosiddetta "One State Solution", che vedrebbe israeliani e palestinesi convogliare le proprie risorse nella creazione di un unico stato secolare, con uguaglianza di diritti in base alla cittadinanza e non - come è ora - in funzione dell'appartenenza alla fede ebraica.

Inutile descrivere qui (il discorso è immenso) le implicazioni e le recriminazioni che un simile dibattito avrebbe suscitato, né l'enorme interesse che un obbiettivo approccio al problema avrebbe destato per chi dei motivi del conflitto e di una ipotetica soluzione non si è mai occupato (un occasione per saperne qualcosa in più) o, viceversa, per chi dedica buona parte o tutti i propri studi all'analisi della questione medio orientale. Gli è che il dibattito è stato cancellato e il motivo - come narrato sul Jerusalem Post - sarebbe stato la defezione di alcuni degli accademici invitati. Ma leggiamo, invece, come in poche parole ce lo racconta Ghada Karmi, che doveva partecipare alla discussione presso la Oxford Union.

"La più recente e meno attraente importazione dall'America, dopo la Coca Cola, McDonalds e Friends, è la lobby pro-Israele. L'ultimo bersaglio di questa campagna in stile USA è l'augusta Oxford Union. Questa settimana due colleghi israeliani ed io dovevamo apparire ad un importante dibattito sulla soluzione a uno Stato in Israele-Palestina. Era anche invitato uno studioso ebreo americano e noto critico di Israele, Norman Finkelstein. All'ultimo minuto, invece, la casa di Oxford ha ritirato il suo invito [a Finkelstein], apparentemente intimorita dalle minacce di vari gruppi filo israeliani. L'avvocato ebreo ed infaticabile difensore di Israele, Alan Dershowitz, ha attaccato l'argomento del dibattito come la Oxford Union stessa. In un articolo titolato "La Oxford Union è morta", ha accusato la casa di essere diventata una "piattaforma di propaganda per visioni estremistiche" ed ha censurato la sua scelta di quelli che ha definito oratori anti israeliani e antisemiti [...] Solidarizzando con Finkelstein e per opporci a questa grossolana interferenza nella vita democratica britannica, tre di noi - dalla parte della soluzione a uno Stato - cioè io, Avi Shlaim (dell'università di St Anthony, Oxford) e lo storico israeliano Ilan Pappe, abbiamo deciso di ritirarci dal dibattito. Non è stata una decisione facile, poiché l'argomento era attuale e necessario, visto il contingente empasse nel processo di pace israelo palestinese e la carenza di soluzioni innovative. Dershowitz e gli altri attivisti filo israeliani possono gioire del loro successo per avere annichilito una discussione importante. Ma è di poco conforto per coloro i quali si preoccupano della libertà di parola in questo paese. Nel maggio scorso Dershowitz aveva interferito nella vita accademica quando l'Università e la College Union avevano pesantemente votato per dibattere la correttezza di un boicottaggio nei confronti delle istituzioni israeliane. [Dershowitz] si era accompagnato ad un legale britannico, Anthony Julius, ed altri, minacciando di "devastare e mandare in bancarotta" chiunque avesse agito contro le università israeliane [...] Attività di questo genere sono familiari negli USA. La gente è costretta o rassegnata ad avere la propria libertà di espressione limitata dalla lobby pro-israeliana e le minacce di Dershowitz non avrebbero sorpreso nessuno. Ma l'Inghilterra è differente ed ingenuamente indifesa di fronte ad aggressioni in stile americano contro i propri accademici e le proprie istituzioni".

Per parte sua, Karl Sabbagh, un altro dei possibili partecipanti al dibattito annota sul Guardian che pure Dershowitz era stato invitato (per la fazione contro la "One State Solution") ma, appurato che alla discussione avrebbe partecipato un anti sionista come Norman Finkelstein, ha attaccato la casa inglese per avere invitato il suo acerrimo antagonista, anzicchè un oratore conforme alla sua idea pro sionismo e pro Israele ed ha alla fine provocato la cancellazione del dibattito. Osserva quindi Sabbagh: "il suggerimento che i palestinesi e i loro sostenitori non possano discutere di fronte ad un pubblico quella che essi considerano essere la miglior soluzione ai loro problemi senza invitare un oratore per Israele è un nonsense. Spero che il comitato della Oxford Union voglia riconsiderare la sua pavida azione e rimettere in programma questo importante dibattito".

Ora, a qualsiasi mediocre esperto in comunicazione, a qualsiasi analista o anche solo a chi scorra le pagine della propaganda iniettata tra le notizie dei mezzi di grande diffusione in Europa, non può sfuggire il fatto che il trasversale sistema lobbystico filo israeliano non ha cambiato atteggiamento, ma solo strategia. Quanto veniva infiltrato tra le parole di un discreto numero di commentatori ed opinionisti o tra le righe dei testi destinati a formare chi volesse intraprendere l'analisi del problema medio orientale, gode adesso, in più, della deriva guerrafondaia e neoconservatrice di ispirata provenienza americana. Una deriva che - agitando guerra al terrorismo, guerra preventiva e conflitto di civiltà - semplifica l'attualità a "beneficio" popolare e nasconde le proprie mire concrete (e qui semplifico io) in termini di egemonia, di espansione, di controllo a vari livelli sulla vita altrui e giocando su denaro, armi, petrolio, dio e miserie umane, si batte per mantenere sulla globalità del pianeta un impossibile status quo, la divinizzazione di un sistema incompatibile con la naturale rivalutazione del concetto di uguaglianza. Dicevamo che è cambiata strategia e quello che fino ad alcuni anni addietro sarebbe risultato impensabile ed impresentabile alla sensibilità giuridica e sociale europea, oggi si presenta nel vecchio continente in termini di grottesca e grossolana ingerenza e di fazioso annebbiamento dei fatti. Ma più dei vari Dershowitz - agevolmente esposti alla riprovazione di chi non si accontenta della propaganda (abbondante anche da noi) - preoccupa chi, assai più spesso e sotto mentite spoglie, propone la stessa deviata operazione avvalendosi dei ben più sottili mezzi, anche dialettici, di tradizione - quella sì - assolutamente europea.
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Aggiornamento - Una lettera al Presidente della Oxfor Union

A Luke Tryl - President of Oxford Union - Oxford University, UK
Caro Luke,a dispetto delle nostre divergenze è stato un piacere parlarti al telefono oggi, 23 ottobre 2007. Grazie per la tua apertura ed onestà. Ora faccio seguito con una lettera per registrare la mia protesta ufficiale sulla decisione che hai preso di rimuovere il professor Norman Finkelstein dal dibattito che doveva svolgersi il 23 ottobre, alla Oxford Union, sul tema "La soluzione a uno Stato è l'unica soluzione per Israele". Registro la mia protesta come privato cittadino di Israele, sono un produttore cinematografico e un soldato della riserva nell'esercito israeliano. E ci sono alcuni punti, emersi dalla nostra conversazione, che credo sarebbero di più ampio interesse rispetto a noi, così vorrei sottolinearli e condividere questa lettera con il professor Finkelstein e con chiunque sia interessato.
Per riprendere la nostra conversazione, tu mi hai detto che il motivo per rimuovere il professor Finkelstein dal dibattito è stato l'intervento di alcuni centri di interesse e persone che hanno fatto pressioni sulla Oxford Union. Hai identificato Alan Dershowitz come una di queste persone e hai detto che ha personalmente richiesto la rimozione di Finkelstein dal dibattito per il seguente motivo, con Finkelstein a favore della soluzione "a due Stati" il dibattito sarebbe stato troppo "anti israeliano" e "sbilanciato".
Ho risposto che questo dibattito era in merito alla soluzione "a uno Stato" contro quella "a due Stati"; le due parti dovevano discutere quale delle due soluzioni potesse essere la migliore per Israele e per i palestinesi. Non si doveva dibattere sul fatto di essere "pro" o "contro" Israele; così il fatto che Finkelstein fosse "pro" o "contro" Israele era irrilevante. Finkelstein, come chiunque altro, ha il diritto di essere a favore o contro Israele e questo non può essere sufficiente per escluderlo da un dibattito in una sede come quella della Oxford Union. Hai convenuto cone me ed hai dichiarato che questo era pure il tuo pensiero. In ogni caso sei stato forzato a "scaricare" Finkelstein per la pressione che hanno esercitato su di te.
Sfortunatamente, con questa decisione hai dimostrato che la "libertà di parola" nella gruppo di discussione a Oxford è suscettibile di censura. Hai pure rivelato la triste circostanza che pure un'istituzione prestigiosa ed anziana come quella di Oxford, che si presume rappresenti i più alti ideali della cultura occidentale, quale la libertà di espressione, si adatta alle pressioni di centri di interesse quali la Lobby israeliana e Alan Dershowitz. Suggerisco che, per te, l'unico sistema per restaurare la vostra integrità accadamica, sia quello di scusarvi ufficialmente con il professor Finkelstein su questo sito web, spiegando cosa è realmente accaduto.
Non ti sto chiedendo con leggerezza di prendere posizione contro quello in cui credi. Stavo nelle truppe paracadutiste d'elite israeliane, ma dopo quello che ho visto e sono stato costretto a fare, ho promesso che non sarei mai più tornato nell'esercito, né avrei agito come strumento per schiavizzare tre milioni e mezzo di persone nella loro stessa terra senza alcun basilare diritto umano. Come soldato che rifiuta i propri doveri di riservista (sono membro del gruppo di ufficiali dell'IDF "Courage to refuse"), vivo nella costante minaccia di essere imprigionato. Puoi quindi immaginare che io sappia cos'è la "pressione esterna". Vorrei solo che tu avessi il coraggio di seguire i tuoi personali ideali e la tua integrità, perchè, come presidente della Oxford Union, i tuoi studenti e gli intellettuali di tutto il mondo non si aspettano da te nulla di meno.
Con i migliori saluti - Ronen Berelovich - Israel

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Per approfondire
http://frontpagemagazine.com/Articles/Read.aspx?GUID=DAC7C4BE-09AC-4D96-ABE1-6FEA35AD4BE3
http://www.jpost.com/servlet/Satellite?c=JPArticle&cid=1192380626623&pagename=JPost/JPArticle/ShowFull
http://clients.mediaondemand.net/thedohadebates/index.aspx?sessionid=22&bandwidth=hi
http://commentisfree.guardian.co.uk/ghada_karmi/2007/10/intellectual_terrorism.html.printer.friendly
http://www.guardian.co.uk/israel/Story/0,,2198449,00.html http://www.zmag.org/content/showarticle.cfm?SectionID=22&ItemID=14152

Saturday, October 20, 2007

Stupefacenti

Stralcio da "Nuova disciplina dell’editoria e delega al Governo per l’emanazione di un testo unico sul riordino della legislazione nel settore editoriale (disegno di legge 3 agosto 2007)" - Art. 2 (Definizione del prodotto editoriale) - 1. Per prodotto editoriale si intende qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione, di intrattenimento, che sia destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso. 2. Non costituiscono prodotti editoriali quelli destinati alla sola informazione aziendale, sia ad uso interno sia presso il pubblico. 3. La disciplina della presente legge non si applica ai prodotti discografici e audiovisivi. Art. 6 (Registro degli operatori di comunicazione) - 1. Ai fini della tutela della trasparenza, della concorrenza e del pluralismo nel settore editoriale, tutti i soggetti che esercitano l’attività editoriale sono tenuti all’iscrizione nel Registro degli operatori di comunicazione, di cui all’articolo 1, comma 6, lettera a), numero 5, della legge 31 luglio 1997 n. 249. Sono esclusi dall’obbligo della registrazione i soggetti che operano come punti finali di vendita dei prodotti editoriali. 2. L’iscrizione al Registro degli operatori di comunicazione è condizione per l’inizio delle pubblicazioni dei quotidiani e dei periodici, e sostituisce a tutti gli effetti la registrazione presso il Tribunale, di cui all’articolo 5 della legge 8 febbraio 1948, n. 47. Sono fatti salvi i diritti già acquisiti da parte dei soggetti tenuti a tale registrazione in base alla predetta normativa. 3. La tenuta del Registro degli operatori di comunicazione è curata dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, ai sensi dell’articolo 1, comma 6, lettera a), numero 5, della legge 31 luglio 1997 n. 249. 4. L'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni adotta un regolamento per l'organizzazione e la tenuta del Registro degli operatori di comunicazione e per la definizione dei criteri di individuazione dei soggetti e delle imprese tenuti all'iscrizione, ai sensi della presente legge, mediante modalità analoghe a quelle già adottate in attuazione del predetto articolo 1, comma 6 della legge 31 luglio 1997 n. 249 e nel rispetto delle disposizioni già contenute nell’articolo 5 della legge 8 febbraio 1948, n. 47. Art. 7 (Attività editoriale su internet) - 1. L’iscrizione al Registro degli operatori di comunicazione dei soggetti che svolgono attività editoriale su internet rileva anche ai fini dell’applicazione delle norme sulla responsabilità connessa ai reati a mezzo stampa. 2. Per le attività editoriali svolte su internet dai soggetti pubblici si considera responsabile colui che ha il compito di autorizzare la pubblicazione delle informazioni. (L'intero provvedimento)

Facendo una rapida analisi degli artt. 2, 6 e 7, di questa trovata ministeriale, si ricava che qualsiasi manifestazione pubblica del pensiero viene definita "prodotto editoriale". Chi se ne fa latore viene immediatamente sottoposto a registrazione (presso il ROC, Registro degli Operatori di Comunicazione) e risponde personalmente, in sede civile e penale, dei relativi contenuti, da chiunque provengano. Per esempio, i commenti all'interno di una discussione su un forum, da chiunque proposti, vengono ascritti alla volontà del titolare del sito che ospita il forum a titolo di responsabilità oggettiva - esattamente come accade al direttore responsabile di un giornale - per non aver impedito (e/o rimosso) la manifestazione del pensiero altrui. Questo indegno progetto di legge ripropone le elucubrazioni interpretative che hanno già indotto qualche magistrato (perlomeno in primo grado) ad equiparare la posizione del blogger a quella del direttore responsabile di una testata giornalistica, "creando" una norma che non esisteva e che oggi, con l'atto governativo in questione, minaccia di vedere la luce. I presupposti e gli scopi di questo provvedimento liberticida - nella teoria ed ancor più nella pratica - non meritano discussione, correttivi o emendamenti. Si tratta di un bavaglio indecoroso, di una risposta isterica e trasversale al pericolo dell'informazione generalizzata (pertanto fuori dal controllo notoriamente esercitato sui media tradizionali), allorché, soprattutto, essa risulti tesa a smascherare ed esporre le inadeguatezze e le malefatte del potere.

Tuesday, October 16, 2007

Cipriani, una strada a senso unico?

15 ottobre 2007, verdetto di colpevolezza "oltre ogni ragionevole dubbio" per Michael Castillo (foto da nbc30.com). Ma è proprio così? Unico testimone a discarico: lo stesso imputato contro 24 testimoni dell'accusa, secondo i quali l'assassinio di Robert "Bobby" Stears fu commissionato e finanziato da Benedetto Cipriani, eseguito da Jose "Joey" Guzman, condotto (o accompagnato) sul luogo del triplice omicidio da Castillo, con la pistola acquistata da Erik Martinez. Delle incongruità di questa vicenda abbiamo già parlato, prima fra tutte la labile assurdità del movente (Cipriani sarebbe stato "molto arrabbiato" con la ex fidanzata, Shelly Stears, madre di tre figli, perchè questa non voleva lasciare il marito: "Shelly Stears told police that although the affair was largely over, she'd seen Cipriani the week before - and he'd called several times on the day of the murders"). Poi c'è il fantasioso comportamento di Guzman, l'esecutore materiale, inserito nella lista dei testimoni dell'accusa a fronte di un accordo di cooperazione in base al quale egli stesso ha confessato la triplice esecuzione ("When he accepted his plea deal two years ago, Guzman admitted that he forced one of the shop's co-owners, Robert J. Stears, back into the garage at gunpoint. Guzman then ordered Stears, his fellow co-owner Barry Rossi, 43, and their mechanic Lorne R. Stevens, 38, to lie on the garage floor and shot each man in the head") e avrebbe testimoniato contro gli altri imputati. In cambio la pubblica accusa non avrebbe chiesto per lui la pena di morte. Ora il procuratore potrebbe recedere dall'accordo, riportando a zero il percorso di Guzman per cercare di evitare la pena capitale. Al processo di Castillo era presente la madre, Zoraida Gonzalez, che ha dichiarato di essere rimasta sorpresa del verdetto. "Non credo che debba finire in questo modo", ha detto. Ma solo suo figlio ha testimoniato, in proprio favore, di essere stato "passeggero inconsapevole" di Guzman mentre questi si recava in auto a Windsor Locks "per prendere dei soldi" e solo dopo il delitto avrebbe visto Guzman uscire dall'autofficina di Stears e Rossi, portando con sé una pistola. Per l'accusa Castillo avrebbe ricevuto 2000 dollari da Guzman per il suo ruolo. Questi avrebbe trattenuto per sé altri 2000 dollari, mentre 1000 sarebbero andati a Martinez, che avrebbe acquistato con altri 900 dollari l'arma usata per gli assassini ("The shooter, Jose Guzman, said he was paid $5,000 by Cipriani to kill Stears, and killed Rossi and Stevens because they were inside the shop. Castillo received $2,000 of the money for driving Guzman, 26, to and from the Spring Street garage [...] For his efforts in the murder plot, Martinez said, he received $1,000" - aggiornamento sul Journal Inquirer).

A parte la incongruità del movente, la singolare scelta dei sicari nell'ambiente della nuova fidanzata di Benedetto Cipriani, le circostanze in cui essi sono stati individuati dalla polizia (seguendo le indicazioni ottenute da Velasquez, uno zio di Erik Martinez, fermato a New Britain per motivi di droga), le modalità di esecuzione del triplice omicidio, e ancora - sotto il profilo processuale - il sorprendente diniego di Guzman a testimoniare, va di nuovo sottolineata la spasmodica sovrabbondanza di telefonate tra i presunti complici nelle ore a cavallo dei fatti. Tra queste, almeno tre sarebbero state effettuate da Benedetto Cipriani a Shelly Stears. Anche nell'ottica a senso unico dell'accusa, ma partendo dall'elementare presupposto che i colpevoli di regola non hanno necessità di seminare prove a proprio carico, la ricostruzione delle comunicazioni tra i protagonisti di questa vicenda - necessariamente approssimativa poichè tratta dalla stampa locale - risulta incomprensibile.

h 16.00 Cipriani telefona a Shelly Stears (dichiarazione S. Stears: Cipriani le avrebbe detto di essere sul punto di lasciare il proprio lavoro a New York).
h 16.30 Martinez vede Guzman e Castillo partire con la Nissan Pathfinder di Castillo, poi si addormenta sul divano (secondo Jennifer Cruz, fidanzata di Martinez). Castillo dice di essere stato chiamato a casa di Martinez per un giro in macchina, poi risoltosi nell'accompagnare solo Guzman "a Windsor [Locks] per prendere dei soldi". Castillo dice che fu Guzman a guidare, perchè lui voleva "farsi" con della marijuana e del cognac. Per tutti (Castillo, Cruz, Martinez), Martinez è rimasto a casa sua ad Hartford con Jennifer Cruz.
h 16.57 Cipriani telefona a Castillo - o viceversa - quando questi è a circa 1,6 miglia da B&B Automotive.
h 17.12 (30 luglio 2003) E' il momento degli omicidi a Windsor Locks all'interno della B&B Automotive. Castillo dichiarerà di essere entrato, in quel momento, nel negozio di ricambi a fianco di B&B chiedendo di uno specchietto retrovisore.
[Una certa Mary Ann Borescheski, che vive nelle vicinanze di B&B ha dichiarato anni fa che era fuori quando udì sei o sette colpi di fila. Qualcuno più tardi andò a casa sua e le disse che chi aveva sparato era nelle vicinanze] [nbc30.com - 31 luglio 2003]. Secondo Castillo, Guzman sarebbe entrato da B&B e uscito con una pistola in mano, ordinandogli di guidare per andare via, cosa che Castillo fece. Durante il viaggio di ritorno - sempre secondo Castillo - Guzman telefonò con il cellulare di Castillo a qualcuno e disse "è fatta, ti chiamo dopo".
h 17.30 Guzman telefona secondo Jennifer Cruz (a Cipriani, secondo la polizia) e dice "è fatta". Castillo riferisce che Guzman gli disse di avere ammazzato tre persone, ma che lui non ci credette e, inoltre, che lo stesso Guzman lo minacciò con la pistola mentre faceva una telefonata e leggeva un biglietto che aveva in grembo.
h ??.?? Cipriani telefona a Shelly Stears (dichiarazione di S. Stears).
h 17.38 Cipriani telefona a Castillo (o viceversa).
h 18.15 Cipriani telefona a Shelly Stears (dichiarazione di S. Stears: Cipriani le avrebbe chiesto se stava andando a casa e dove fosse il marito).
h ??.?? Cipriani telefona a casa di Martinez.
h 19.30 Castillo telefona a sua sorella (farà altre sette telefonate alla sorella fino alle 2.30 del mattino).
h 21.00 Castillo telefona a Martinez (farà altre tre telefonate a Martinez fino alle 12.30 del giorno dopo).

Wednesday, October 10, 2007

Caso Cipriani, verdetto in vista per Michael Castillo

Dopo aver ascoltato le dichiarazioni finali delle parti, la giuria di Hartford, Connecticut, ha iniziato martedì a deliberare nel processo contro Michael Castillo, il presunto "autista" del gruppo ingaggiato - secondo l'accusa - da Benedetto Cipriani quale organizzatore dell'assassinio di Robert Stears, risoltosi in un triplice omicidio nel 2003. Nel corso del processo Castillo non ha mai riconosciuto la sua responsabilità, cioè - più precisamente - ha contestato la propria consapevolezza di un piano per uccidere Bobby Stears ed ha sostenuto di aver condotto sul luogo del delitto Jose Guzman, reo confesso, senza conoscerne in alcun modo il motivo. Contro Castillo milita la testimonianza del presunto terzo componente della spedizione criminale, Jose Martinez e della fidanzata di quest'ultimo (Jennifer Cruz), nonchè la sospetta sovrabbondanza di telefonate che Castillo avrebbe effettuato a Martinez ed anche - sembra - da o per l'utenza di Cipriani, nelle ore a cavallo degli omicidi.

Nella sua dichiarazione finale, l'assistente al procuratore, Dennis O'Connor, ha suggerito alla giuria che Cipriani ha ideato il piano, ha reclutato Martinez, figlio della allora fidanzata di Cipriani, lo ha informato circa i luoghi dove "Bobby" Stears viveva, dove lavorava (la sua officina B&B Automotive, v. foto) e dove giocava a golf, precisando che lo stesso Cipriani - nel suo sforzo per convincere Martinez a partecipare al complotto omicida - gli avrebbe riferito che si trattava di vendicare lo stupro, da parte di Stears, di una ragazza ispanica. In particolare, Erik Martinez ha raccontato che "una sera, mentre tornava da una cena con sua madre e il suo nuovo fidanzato, Benedetto Cipriani, questi gli chiese se era interessato ad un lavoro, 'far fuori' un tizio che - egli disse - aveva stuprato la figlia di un compagno di lavoro". Martinez ha dichiarato inoltre che la storia lo aveva coinvolto perchè lui stesso era stato concepito per uno stupro. ("When Erik Martinez came back from dinner one night with his mother and Benedetto Cipriani, her new boyfriend, Cipriani asked him whether he would be interested in a job to "take out" someone who he said had raped the daughter of a co-worker, Martinez testified Thursday [martedì 2 ottobre 2007]. Martinez said the story had resonated with him because he had been conceived during a rape. Testifying on the third day in the trial of his cousin Michael Castillo in Superior Court in Hartford, Martinez was explaining how he came to take part in the murder-for-hire plot that left three people dead and that he and others say was masterminded by Cipriani").

Nella discussione finale Auden Grogins, uno dei difensori di Castillo ha sottolineato talune incongruenze nelle testimonianze di Martinez, di Jennifer Cruz e degli agenti di polizia che a suo tempo svolsero le indagini. In particolare Martinez avrebbe testimoniato contro Castillo fornendo alla giuria particolari "inediti" rispetto al momento del proprio accordo con la pubblica accusa. Ricordiamo infatti che Martinez - che ha confessato di aver acquistato l'arma usata da Jose Guzman per compiere materialmente i delitti - ha concordato una pena di 25-30 anni di reclusione a fronte di un accordo che prevede anche la sua testimonianza contro gli altri imputati.

Alla sensibilità giuridica italiana non può sfuggire il fatto che le testimonianze più importanti in questo processo a Michael Castillo (cosa che verosimilmente si rifletterà anche nel processo cui è destinato il nostro connazionale) sembrano basarsi su una sospetta logica di "do ut des" sconosciuta (almeno ufficialmente) al nostro ordinamento. I tre sicari, a vario titolo diretti responsabili degli omicidi sarebbero stati, infatti, individuati in base alla provvidenziale testimonianza dello zio di Martinez, un certo signor Velasquez incappato in una retata per motivi di droga ad opera della polizia di New Britain (Connecticut). Di seguito l'accusa ha stipulato accordi con Martinez, il presunto acquirente dell'arma, e Guzman, il presunto omicida, perchè testimoniassero contro i coimputati. Il primo lo ha già fatto anche nell'attuale processo contro Castillo, il secondo si è viceversa e sorprendentemente rifiutato di deporre, mettendo a repentaglio il suo stesso accordo con il pubblico ministero. Cioè, in pratica, rischiando che la pubblica accusa chieda per lui la pena di morte. Non è possibile trascurare il fatto che questa ultima circostanza - il rifiuto a testimoniare di Guzman - risulta quantomeno singolare.

Sotto il profilo di merito e per quello che riguarda più da vicino Benedetto Cipriani, occorre ancora una volta sottolineare: a) la labilità del movente individuato dall'accusa. Ricordiamo che Benedetto Cipriani avrebbe agito a fronte del rifiuto di Shelly Stears di abbandonare il marito per lui. Questa circostanza è stata recisamente negata da Cipriani, che sostiene - ma è pacifico per tutti - che il rapporto stabile con Shelly Stears, madre di tre figli, era finito ("Cipriani became a suspect in the triple murder almost immediately after it occurred, when Stears' wife, Shelly, admitted to investigators that she had had a yearlong affair with Cipriani in 2001 and 2002, followed by a year of continuing contact and occasional sexual encounters"). Tale assunto è corroborato dal fatto che all'epoca dell'ingaggio pacificamente il Cipriani era legato alla madre di Martinez; b) una straordinaria quantità di (presunte) prove sarebbe stata beatamente disseminata da Cipriani a proprio carico. Questi - secondo i testimoni - si sarebbe recato tre volte sul luogo del delitto, anche usando la propria autovettura ed incontrando futuri testimoni. Avrebbe poi usato il suo cellulare per molteplici telefonate ai "sicari" e a Shelly Stears proprio all'ora del delitto e si sarebbe rivolto ad un consesso parentale, a lui prossimo, per l'omicidio (il figlio della sua fidanzata e due cugini del primo, Martinez risulta infatti cugino sia di Castillo che di Guzman); c) il triplice omicidio è avvenuto con le modalità di una vera e propria esecuzione, indirizzata nei confronti di tutte e tre le vittime (Bobby Stears, il suo socio d'affari Barry Rossi e il loro operaio, Lorne Stevens sono stati fatti sdraiare per terra e freddati con un colpo alla nuca); d) non risulta che le indagini (stagnanti da luglio a dicembre 2003) si siano mai rivolte verso persone diverse da quelle indicate da Shelly Stears e da Velasquez e da quest'ultimo 'spolverate' mentre era coinvolto in suoi problemi di droga, testimoni entrambi, per diversi motivi, tutt'altro che attendibili; e) è stato riferito di una bizzarra assicurazione comune sulla vita di Robert Stears e Barry Rossi, pagabile solo in caso di morte contemporanea dei due soci. Tutte circostanze, queste, suscettibili di instillare ben più di un sospetto.

E' prematuro parlarne, ma un aspetto piuttosto importante sotto l'aspetto pratico è il silenzio osservato dai media del Connecticut, non meno che da quelli italiani, rispetto alle conseguenze di una eventuale condanna del nostro connazionale. Al riguardo, infatti, a prescindere dai problemi di costituzionalità - ad avviso di molti disinvoltamente trascurati dal nostro esecutivo nell'atto di concedere l'estradizione - il relativo decreto a firma del ministro Castelli del 12 novembre 2005 è inequivocabile: "L'estradizione è subordinata alla condizione che gli Stati Uniti non condannino Cipriani Benedetto alla pena capitale o, se irrogata, che la pena capitale non venga applicata e che sia consentito al Cipriani, qualora condannato a pena detentiva e ne faccia richiesta, di scontare la pena in Italia". Sarà opportuno che nessuno se ne dimentichi.

Saturday, October 06, 2007

Nuances

"Benchè i tributi alla libertà di pensiero diano corpo a manifestazioni di superiorità da parte dell'America e degli altri governi occidentali, essa è messa in pratica a repentaglio con flagranti violazioni dell'integrità accademica e del protocollo. Non è possibile immaginare che un bianco europeo, un capo di stato americano, persino un [leader] autoritario come Putin, vengano descritti nel modo degradante che ha usato il rettore della Columbia University [Bollinger] per presentare Mahmoud Ahmadinejad come un "piccolo crudele dittatore" [...] Non ci sono scusanti per aver invitato un leader eletto a parlare nella vostra università solo per accusarlo di essere carente di "coraggio intellettuale" prima che abbia avuto la possibilità di parlare. Si chiama agguato". [Priyamvada Gopal sul Guardian]

C'è chi ha osservato, in proposito, che, anche nel mondo accademico, l'atteggiamento negli USA è quello dei cowboy. C'è del vero anche in questa affermazione, ma, nel caso, non è tutto. Invitando Ahmadinejad la condotta della Columbia non è stata migliore di quella di chi fa beneficenza perchè - e purchè - si sappia in giro. Il rozzo approccio del rettore, Lee Bollinger, poggiava infatti sul sottinteso che la superiore civiltà americana non ha paura di consentire che anche un imprudente e provocatorio picconatore di inviolabili tabù possa dire la sua, ma era sguaiatamente indirizzato a minarne ogni reale valutazione e riconoscimento. Per fare questo c'erano due sistemi, il primo era quello di battersi sullo stesso piano con il presidente iraniano, rischiando che i propri elementari e ben noti pregiudizi venissero ridicolizzati dalle sottovalutate finezze di un astuto intellettuale mascherato da contadino. Il secondo era atteggiarsi al duello in puro stile vecchio west. Bollinger ha optato per quest'ultimo approccio, vuoi sotto il giogo di ben note interferenze, vuoi probabilmente in funzione della propria limitata capacità di giocare una vera partita dialettica con il presidente della Repubblica Islamica. Senonchè, come alcuni analisti hanno avuto il coraggio (fuori dagli USA) di sottolineare, salendo sul palco della Columbia, Ahmadinejad aveva già vinto la sua partita. Dopo aver pazientemente indicato al pubblico che la condotta osservata nei suoi confronti era stata ineducata, il presidente iraniano ha indicato con poche parole agli studenti della Columbia - ma anche al popolo americano e a tutti - l'incombenza sul mondo di un problema materiale e di una zavorra morale, entrambi di provenienza israeliana. Il resto, comprese alcune singolari osservazioni sulla libertà e sull'omosessualità in Iran, erano sostanzialmente materiale inerte. Ogni vero contadino persiano se ne deve essere accorto, Lee Bollinger probabilmente no.

Tuesday, October 02, 2007

Ancora sul caso Cipriani

Il 19 settembre 2007, lette le ultime notizie su Benedetto Cipriani, inviavo questo commento sul blog del Ministro della Giustizia Mastella: «Signor Senatore, capisco di uscire dal topic, del resto tanto generico da includere - volendo - gran varietà di argomenti. Le sottopongo in buona sostanza due notizie. La prima è che non mi riferisco a Grillo (e non mi sembra un male), né all'alzheimer (non è il caso), ma semplicemente a Lei, o meglio, alla Sua funzione. La seconda riguarda le novità che ci giungono d'oltreoceano sulla sorte di un nostro connazionale, a Lei già noto, per il quale - secondo il nostro diritto - vige la presunzione di innocenza e, viceversa, sembrano accumularsi fondati motivi di preoccupazione. Sinteticamente (ed anche un po' per pigrizia) riporto quanto scritto or ora sul mio blog, pregandoLa di rivolgere nuovamente la Sua attenzione ad una vicenda che, sotto il profilo di merito, alla luce dello strepito suscitato (anche) per la cittadinanza del protagonista e per il rischio che venga meno una sua efficace difesa tecnica nel processo, sembra colà già destinata ad un infausto epilogo per il nostro conterraneo. Quanto infausto è questione che, con tutta probabilità, potrebbe del resto riguardare il Suo Ministero a breve o a brevissimo, viste le condizioni cui era subordinato il decreto di estradizione (v. immagine). La ringrazio per l'attenzione». In proposito richiamo doverosamente il fatto che il ministro Mastella dichiara di ricevere "oltre mille commenti al giorno" - link - del che nessuno dubita - ma mi duole riferire che, ad oggi, il commento non risulta aver superato i filtri della moderazione, ovvero dell'interesse. Allo stato non ho quindi ricevuto, né potuto leggere altrimenti, alcuna risposta.

Veniamo ora alle ultime notizie dal Connecticut. Non sono confortanti. Il 26 settembre scorso, nel processo contro Michael Castillo, accusato di aver guidato l'omicida Jose Guzman (reo confesso) al garage del triplice omicidio (il cui mandante, secondo l'accusa, sarebbe Benedetto Cipriani), il pubblico ministero ha presentato alcuni dei presunti legami tra il nostro connazionale e la strage di Windsor Locks.

Un inciso qui per capire. Secondo l'accusa: Benedetto Cipriani sarebbe stato il mandante dell'omicidio di Bobby Stears (marito di Shelly, con la quale aveva una relazione), Michael Castillo (attualmente sotto processo) avrebbe guidato la propria auto Nissan Pathfinder con a bordo Jose Guzman sul luogo dell'omicidio, Erik Martinez ha confessato di aver procurato l'arma usata per i delitti, Jose Guzman ha confessato di aver sparato, uccidendo Stears, il suo socio d'affari Barry Rossi e l'impiegato Lorne Stevens, nonchè di aver ricevuto alcune migliaia di dollari da Cipriani.

Dalle prime testimonianze nel processo a Michael Castillo è emerso che l'auto rossa di Cipriani con le targhe di New York sarebbe stata vista sul luogo dei delitti, circa due settimane prima del fatto, da un negoziante del posto, un certo Cristopher Sinigalli. Questi ha dichiarato di aver parlato in quell'occasione al conducente dell'autovettura e oggi ricorda avesse "un accento italiano o greco". In seguito Sinigalli avrebbe pure riconosciuto Cipriani che, quattro giorni dopo gli omicidi, è volato in Italia. Tra le telefonate fatte da Ben Cipriani il giorno degli omicidi ci sarebbe una chiamata all'indirizzo di Erik Martinez (che ha già confessato il suo coinvolgimento), ma c'è da sottolineare, in proposito, che Cipriani aveva frequentato la madre di Martinez. Ci sarebbero poi due chiamate a Michael Castillo, l'autista, una alle 16.57 - circa un quarto d'ora prima degli omicidi, mentre Castillo si trovava a circa 1.6 miglia dal luogo dei delitti - e una alle 17.38. Le indagini si erano pressochè arenate quando - nel dicembre 2003 - fu un certo Jose Velasquez, zio di Martinez, che dopo una retata per motivi di droga, riferì alla polizia (di New Britain) di avere informazioni sul triplice delitto di Windsor Locks. Velasquez avrebbe precisato di aver condotto il nipote, Erik Martinez e Jose Guzman ad un centro commerciale per incontrare qualcuno che aveva consegnato loro molti soldi. Velasquez avrebbe poi raccolto le confidenze degli stessi Martinez e Guzman sul loro coinvolgimento nel piano omicida.

Un colpo di scena, il 1° ottobre 2007, nello stesso processo contro Michael Castillo davanti alla Corte Superiore di Hartford. Jose Guzman - che ha confessato gli omicidi e ha concordato con l'accusa una pena (a due ergastoli) diversa dalla pena di morte, con la promessa di testimoniare contro gli altri coimputati, ha viceversa rifiutato di testimoniare mettendo in pericolo l'accordo con la pubblica accusa.
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Per approfondire
http://www.newsitaliapress.it/FilePub/646008023BENNY%20DECRETO.pdf
http://pipistro.blogspot.com/2007/09/benedetto-cipriani-negli-usa-senza.html
http://pipistro.blogspot.com/2007/08/una-richiesta-di-aiuto-da-benedetto.html
http://pipistro.blogspot.com/2007/07/caso-cipriani-il-diritto-e-il-rovescio.html
http://pipistro.blogspot.com/2007/07/benedetto-cipriani-costruzioni-o.html
http://pipistro.blogspot.com/2007/07/benedetto-cipriani-processo-allo.html
http://www.courant.com/news/local/hc-castillo0926.artsep26,0,4555490.story
http://www.newsitaliapress.it/interna.asp?sez=265&info=139516
http://www.wtnh.com/Global/story.asp?S=7156152&nav=3YeX

Monday, October 01, 2007

Stupefazione

Il 29 gennaio 2007, il Prof. Bernard Lewis, rinomato studioso del Medio Oriente e dell'islamismo, affermava dalle pagine del Jerusalem Post che l'Islam potrebbe essere presto la forza prevalente in Europa, giacchè il vecchio continente, nel nome del politicamente corretto, ha rinunciato alla battaglia per il controllo sulla cultura e sulla religione. Precisava il vegliardo che la filosofia della "mutua distruzione assicurata" (MAD, Mutual Assured Destruction), che ha impedito alla ex Unione Sovietica e agli USA di utilizzare le armi nucleari, reciprocamente gli uni agli altri puntate, non si applicherebbe al presidente iraniano Ahmadinejad. Esibendosi quindi nei consueti presagi di sciagura il novantunenne Lewis affermava lapidariamente che "per lui [Ahmadinejad] la reciproca distruzione non è un deterrente, bensì un incentivo ...Sappiamo già che a loro [l'iran, diretto dagli ayatollah] non importa nulla uccidere a masse la loro stessa gente. Lo abbiamo visto di continuo. Se ne uccidono un gran numero, stanno facendo loro un favore, dandogli un veloce e gratuito lasciapassare per il paradiso". "Trovo tutto questo molto allarmante", concludeva Lewis. Noi, viceversa, troviamo molto allarmanti le sue parole e stupefacente il fatto che ancora qualcuno gli conceda la carta, i kbyte e le pozioni ricostituenti per elaborare e diffondere le sue idee. Naturalmente le parole dell'ottuagenario, eminenza grigia dei neocon USA, filo israeliano e propugnatore dello scontro di civiltà, si commentano da sole, così come risulta ad una media sensibilità stupefacente e senza giustificazione l'apologia della lotta per il controllo della cultura e della religione. Ma il suo messaggio apocalittico, lanciato sul maggior quotidiano israeliano in gennaio, trova purtroppo riscontro nella fragilità popolare, se è vero che - come riferisce oggi Ha'aretz - secondo un sondaggio canadese il 72% degli israeliani sostiene l'uso delle armi nucleari in specifiche circostanze. Ovvio che quest'ultima precisazione ("specifiche circostanze"), tuttavia, non è in nulla tranquillizzante. Da un lato perchè, se mancasse, vorrebbe dire che le armi nucleari possono essere utilizzate sempre e comunque, a puro libito del capo di stato maggiore, ministro o generale di turno, dall'altro perchè approssimativamente metà dei sostenitori israeliani della bomba atomica, secondo lo stesso sondaggio, ne auspicano l'uso in funzione preventiva e l'altra metà non fa distinzioni, giustificandone l'utilizzo, genericamente, in caso di guerra. In questa situazione e fermo restando che l'Iran ha reiteratamente affermato di non considerare praticabile la deriva nucleare, se i dirigenti della Repubblica Islamica cercassero un buon motivo per munirsi di un deterrente, al fine di equilibrare le posizioni nell'area del Medio Oriente, esso sarebbe già bell'e pronto, fornito dagli sproloqui senili di Lewis - peraltro non da solo - e dalle applicazioni concrete che l'insipienza suicida del guerrafondaio medio, nello Stato ebraico, deriva dal suo verbo malato.

Thursday, September 27, 2007

Il cancro del silenzio

Per decenni un silenzio vigliacco è stato il cancro endemico che ha penetrato i media occidentali qualora si trattasse di parlare dei misfatti dell'establishment israeliano. Così la figura di Israele è stata trasformata in quella di un piccolo paese e la sua gente è rimasta in qualche modo legata alla disinformazione, alla falsa informazione e all'egoismo. Un esempio. L'attacco al Libano del 2006 è stato l'ultimo spettacolo. Il 12 luglio 2006, soldati israeliani hanno varcato il confine con il Libano (secondo più fonti, tra le altre, Bahrain News e Asia Times), Israele ha poi deliberatamente mentito o lasciato che il mondo, in ispecie quello occidentale, apprendesse che alcuni soldati erano stati rapiti in terra israeliana. Qual'è la verità? Non si sa, ma di molte notizie in proposito - suscettibili quantomeno di curiosità e supportate da analoghe evenienze (cfr. le "confessioni" di Moshe Dayan), non una sola parola è stata diffusa dal circo mediatico occidentale. Tutto qui. Poi è stato l'inferno. Di fatto l'esercito israeliano ha bombardato il Libano mentre in Europa alcuni si professavano indignati (ma stavano in silenzio), altri parlavano di autodifesa (ma avrebbero fatto meglio a stare in silenzio). Gli è che dopo aver preso per vera, per anni, la propaganda israeliana spruzzata per il mondo (in questo modo tanti hanno creduto e mitizzato le spudorate bugie di Ehud Barak, che aveva reso impossibile, per il suo popolo e per i suoi vicini, raggiungere un accordo con la Siria e aveva ucciso i negoziati di Camp David e Taba), le nazioni del blocco occidentale si sono lasciate ricattare, ancora una volta, mentre Israele, appoggiato dagli USA, dava impulso ad una nuova catastrofe umanitaria. Le centinaia di morti e migliaia di feriti, le centinaia di migliaia di profughi devono quindi pesare sulla coscienza codarda dell'Europa, posto che non vi è possibilità che pesino sull'arroganza dell'esercito e del governo israeliani, né sulla disonestà della dirigenza americana. Ma qualcosa si muove. Protettori e protetti - malgrado la propaganda diffusa da decine di anni dai sicari dell'informazione - non sono più in grado di mantenere la gente nell'ignoranza dei fatti... [cfr. pipistro's blog, 23 luglio 2006]

Di questa ignoranza - naturalmente agevolata dai cori benedicenti (o maledicenti) del mainstream mediatico popolare - ognuno oggi deve infatti ritenersi responsabile. Lo sanno bene in Israele, dove tutti sono in grado di documentarsi e di sapere, di discernere i fatti dal mito e dalla sofferenza, sebbene il dibattito e, soprattutto, la possibilità di una reazione, di una voce fuori dal coro, siano accesi - in concreto - da pochi e per pochi.

"Con la totale conquista della Striscia di Gaza, la leadership di Hamas ha messo in atto un cessate il fuoco unilaterale nei confronti di Israele. Per un'intera settimana non un singolo razzo Qassam è stato lanciato su Sderot e le sue vicinanze. Ma poi, dopo solo un giorno come Ministro della Difesa, il nuovo ministro [Ehud Barak] ha autorizzato una nuovo operazioone per stanare gente sulla lista dei ricercati nella zona di Khan Younis. Cinque palestinesi sono stati uccisi ed altri feriti. Come per magia, il lancio dei Qassam su Sderot è ripreso il giorno dopo" [Shlomo Gazit, "Hamastan as a challenge", su NRG, 25 giugno 2007]. "Mantenere uno stato di violenza di bassa intensità [sic] appare necessario per l'attuale politica israeliana che consiste nel presentare i palestinesi come terroristi, il progetto israeliano di colonizzazione e le operazioni militari per distruggerli - sia nel West Bank, sia a Gaza - come una "lotta contro il terrore" [...] Un ebreo israeliano medio non sa - o non vuol sapere - del programma di pulizia etnica eseguito dal suo Stato, preferisce pensare [appunto] alla "lotta contro il terrore". I cittadini ebrei israeliani vivono in una realtà virtuale accuratamente preparata per loro dalla leadership, dai media e dal sistema educativo. In questa realtà gli israeliani appaiono come i buoni che combattono per la loro esistenza, piuttosto che come colonizzatori e occupanti. In questo mondo virtuale si crede che il nostro governo abbia lavorato con impegno per raggiungere un accordo di pace con i palestinesi e che, se questo obiettivo non è stato raggiunto, è per l'intransigenza dei palestinesi. Gli ostacoli ai negoziati da parte dei coloni è nota, ma i coloni sono visti come fastidiosi estremisti, piuttosto che come il risultato della politica di deliberato e costante annessionismo del governo israeliano". [Victoria Buch, Israel's Agenda For Ethnic Cleansing and Transfer, CounterPunch, 25 settembre 2007]

Ciò che è pacifico o comunque conoscibile in Israele, a tutti i livelli, per molti se non per tutti, non lo è negli USA. I tabù che vincolano i media americani popolari sono assai più stringenti che in Israele e nel resto del mondo, massicce e violente le reazioni inanellate per annichilire un dibattito generalizzato, pesantissimi gli interventi della Lobby filo israeliana, minimale la diffusione di notizie - e talvolta di opinioni - non allineate.

"Alcuni argomenti sono troppo difficili da gestire anche per i candidati alle presidenziali. Uno è il controllo delle armi, criticare Israele è un altro. Sull'ultimo tema tutti i candidati seri parlano all'unisono. Dall'inizio del 2007 hanno provveduto a proclamare il loro impegno personale in favore di quella nazione, mettendo in chiaro che una volta eletti difenderanno in ogni caso i suoi interessi. La politica americana in Medio Oriente è un disastro, ma l'influenza degli attivisti filo israeliani è una cosa che nessun candidato è preparato ad affrontare. Benchè giovani soldati muoiano quasi tutti i giorni in Iraq e gli USA spendano miliardi di dollari ogni settimana per una guerra che la gente contesta duramente, il ruolo giocato dai supporter di Israele non è mai citato dagli aspiranti alla presidenza. Perchè solo su Israele, nel mondo, i politici USA sorvolano, anche quando si interseca con gli interessi strategici americani? [...] Malgrado la controversia [suscitata dalla pubblicazione del libro di Walt e Mearsheimer], le recensioni negative e la cancellazioni delle sottoscrizioni del libro, The Israel Lobby ha rapidamente raggiunto la lista dei besteller USA. Lo scorso fine settimana [ndr verso la metà di settembre 2007] era al 5° posto nella classifica del Los Angeles Times e al 12° in quella del New York Times. Il soggetto rimane radioattivo per gli aspiranti alla presidenza. La settimana scorsa Barack Obama è stato introdotto nello Iowa dall'esperto di politica estera Zbigniew Brzezinski. Improvvisamente il candidato si è trovato sotto attacco da parte degli attivisti filo israeliani. Aveva fatto "un errore terribile" nell'associare la sua campagna a Brzezinski, Consigliere per la sicurezza nazionale per Jimmy Carter, che aveva scritto una recensione favorevole al libro. Obama rapidamente ha preso le distanze dalla controversia. La sua campagna è stata: "l'idea che i sostenitori di Israele abbiano in qualche modo distorto la politica estera degli USA, o che siano responsabili per la sconfitta in Iraq, è semplicemente sbagliata. E la posizione di Obama sugli affari mediorientali, come quella dei suoi principali antagonisti ... è "fermamente in favore della politica aggressiva di Israele sulla sicurezza". [The Israel Lobby and US Foreign Policy , By John J Mearsheimer & Stephen M Walt (Book review) by Leonard Doyle, su The Independent, 21 settembre 2007]
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Per approfondire
http://pipistro.wordpress.com/2006/07/23/cancer/
http://pipistro.wordpress.com/2006/08/08/thats-old-news/
http://pipistro.wordpress.com/2006/10/28/we-are-history/
http://pipistro.blogspot.com/2007/07/moshe-dayan-pentimento-dalla-tomba.html
http://www.counterpunch.org/buch09192007.html
http://arts.independent.co.uk/books/reviews/article2984378.ece

Monday, September 24, 2007

Ahmadinejad a New York

New York, 24 settembre 2007, al Continental, dove è scesa tutta la missione iraniana, il presidente Ahmadinejad riceve una delegazione di rabbini americani. "Sembra un paradosso - dicono - considerate le posizioni negazioniste ed anti israeliane dell'Iran, ma il rabbino Wiess è un antisionista, considera lo Stato di Israele un errore ed è di casa a Tehran" e così risponde alle domande di rito: "non è vero che il presidente Ahmadinejad neghi l'olocausto, è una bugia dei sionisti". E ancora, alla domanda - più che altro un'affermazione - "ma Tehran minaccia di distruggere Israele?" Le prime parole sono lapidarie, "non è vero". E c'è già chi ha detto che pensare che tutti gli ebrei siano sionisti è come pensare che tutti gli islamici sono talebani. Intervistato al Continental, il presidente Ahmadinejad prende atto di essere arrivato a New York "in mezzo alle polemiche e alle proteste" e osserva: "siamo appena arrivati per partecipare all'Assemblea delle Nazioni Unite, siamo venuti qui in pace, assieme a tutti gli altri capi di Stato, per scambiare e confrontare i nostri e i loro punti di vista". Poi, parlando della visita che avrebbe voluto rendere sul luogo degli attentati dell'11 settembre 2001, gli viene chiesto: "perchè vuole andare a Ground Zero? I parenti delle vittime la considerano un'offesa". Risponde: "voglio andare lì per rendere onore alle persone che lì sono state uccise e da lì lanciare se possibile un messaggio di pace per tutti gli essere umani, questo vorrei". (Tg3 e altro)

Sunday, September 23, 2007

Riflessioni sul Medio Oriente

Pretendere di dire qualcosa di nuovo sul Medio Oriente, così come pretendere di intravedere nuove soluzioni dei problemi che da sessant'anni – giusto per darci una data – assillano questa regione insanguinata, significa aspirare al premio Nobel per la pace o per la prosopopea. Il primo è irraggiungibile anche nei sogni più sfrenati di un modesto osservatore dei fatti del mondo e sarebbe inoltre un traguardo svalutato da trascorse attribuzioni quantomeno opinabili. Appunto sotto la rubrica “pace” c'è infatti chi lo ha ottenuto in virtù di un impegno limitato e contingente o addirittura di facciata (tra gli altri vengono in mente Henry Kissinger, Anwar al-Sadat, Menachem Begin, Yitzhak Rabin, Yasser Arafat). Resterebbe il Nobel per la prosopopea, che però non esiste (e comunque personalmente non ci tengo a riceverlo). Quindi dovremo fare a meno delle nuove soluzioni e dei premi prestigiosi.

Pensandoci bene non si vede, poi, per quale motivo una soluzione debba essere legata a qualcosa di nuovo. Forse perchè finora con quanto elaborato e messo in atto non si è ottenuto nulla? E perchè mai dovrebbe esistere una soluzione trascendente, straordinaria, che rimedi ad una situazione dovuta all'uomo e alle sue ordinarie debolezze e aspirazioni? In realtà non sono le idee vecchie che fanno acqua, ma la malafede con cui qualsiasi possibile ipotesi di pace è stata svalutata, sabotata e annegata nella sfiducia e nel fatalismo. Certo, il tempo farà comunque il suo lavoro, ma quanto dolore potrebbe essere risparmiato guardando in faccia la realtà, i fatti per quelli che sono e cercando di anticipare il fatale evolversi della situazione? Un concreto punto di partenza è quindi pensare che non sia indispensabile un intervento superiore per sistemare in modo ragionevole, umano, questioni incancrenite dalla degenerazione patologica di sentimenti del tutto ordinari quali la paura, l'avidità, la sfiducia, lo spirito di rivalsa e di vendetta.

Trattando di Medio Oriente, il pensiero corre immediatamente e innanzitutto alla questione israelo palestinese. E in proposito sembra subito necessario semplificare e ridurre a pochi fatti elementari, al nucleo del problema e agli strumenti a disposizione per venirne a capo, quello che, diversamente, si presenta come una inutile massa di opinioni che, se adeguatamente presentate, fanno apparire corretto qualsiasi punto di vista ed suo esatto contrario. Il che ovviamente non è possibile. Difendendo ad oltranza una o l'altra bandiera e benché la conoscenza della storia ci consenta di risalire - a piacere - di dieci, cento, mille, diecimila anni per trovare comunque una ragionevole giustificazione alla condotta distruttiva di una qualsiasi delle parti, questo approccio è del tutto inutile. Ce lo dice l'attualità del sangue che continua a scorrere a fiumi in Palestina. Cercare infatti le ragioni, i torti e le relative giustificazioni sotto il profilo umano, non risolve nulla. E nulla di buono deriva da certe eredità, nulla di buono, soprattutto, dall'erigere il ricordo dei torti subiti a feticcio per ricavarne la pretesa giustificazione di qualsiasi successivo comportamento.

Sotto questo aspetto avrebbe ragione Simon Peres, che in un dibattito nel Qatar, qualche mese fa (Doha, 20 gennaio 2007), ha invitato il suo virtuale antagonista palestinese a dimenticare il passato e guardare a un futuro diverso, ma ciò ha fatto dimostrando contemporaneamente di non dimenticare le proprie pesanti riserve. Cioè le pretese a cui egli stesso, in rappresentanza dello Stato ebraico, tendenzialmente non intende rinunciare, neanche a parole. Per esempio, occupandoci della questione territoriale, riguardo la spinosa e negata suddivisione di Gerusalemme. In quell’occasione Peres ha quindi fatto e sta tuttora facendo, in pratica, gli stessi errori del passato. Poco importa che apra un blog su Ha'aretz, se affronta il dibattito al solo scopo di vincere, con le parole, la resistenza altrui. Stiamo parlando di una “colomba”, ma soffoca l’impulso autocritico – che pure dovrebbe esistere – e decide nel proprio intimo, a priori, di combattere e non di negoziare. E proprio delle colombe occorre parlare, iniziando da Peres (definito dal radicale Noam Chomsky un “iconic mass murderer”), ricordando che i malfatti del Labor (partito dei progressisti israeliani) sono stati letali per il fasullo processo di pace che partiva da Oslo, tanto quanto i loro fratelli della destra del Likud. Nella pratica sono stati addirittura più efficacemente distruttivi, promuovendo l’espansione indiscriminata ed illegittima degli insediamenti nei territori occupati ed implementando un disastroso stato di fatto. In poche parole, remando contro la pace.

Ma il principio ventilato ipocritamente dal presidente Peres (e in passato ancor più ipocritamente, da Alan Dershowitz) è – a parole – corretto. E’ utile conoscere la storia, ma è costruttivo utilizzarla solo per spiegare ed interpretare i comportamenti che ne derivano, seppure irrazionali, perchè, come taluno ha detto, non è razionale ignorare i motivi irrazionali che affliggono i comportamenti della gente. Criminale è invece farne uso costante, strumentale e discriminatorio, per trarne vantaggio. Ottima pertanto l’idea di dimenticare per ricominciare, pessima finora la sua messa in pratica.

Un percorso che si alimenti del passato, delle ragioni e dei torti, delle occasioni sprecate, del sangue versato, viene presto annichilito da una pesante zavorra di assoluta sfiducia. E' la stessa sfiducia che ha contribuito a soffocare anche la volontà di pace, viva e reale, nella regione. La sfiducia e il pessimismo che hanno minato, per esempio, il cosiddetto processo di pace iniziato a Oslo. Già nato morto perchè subito tradito nello spirito (secondo Shlomo Ben-Ami) e nella lettera. Proprio da Oslo (1993 in avanti) e poi con la morte di Rabin (nel 1995), si è visto minare ed uccidere deliberatamente un’idea e il poco di buono che era stato raggiunto. La malafede ha avuto il sopravvento con il sistematico sabotaggio operato dalla destra di Netanyahu e, più tardi, con la disastrosa parentesi di Barak fino a Camp David (luglio 2000), ai parametri di Clinton (dicembre 2000), al tentativo di Taba (gennaio 2001), al muro di Sharon.

Con la morte di Oslo, decretata apertis verbis da Sharon, naturale è stata la sfiducia e il venir meno di un’idea che si era fatta faticosamente strada, quella della soluzione binazionale. Due stati – Israele e Palestina – capaci di vivere fianco a fianco nel reciproco rispetto. E di qui l’adeguarsi ad un’altra soluzione, quella prospettata con grande scandalo da Chomsky, abbracciata da Edward Said ed oggi rinvigorita dal parere di attenti analisti, come Ali Abunimah e cattedratici, come Tony Judt e Ilan Pappe. Ma perché la soluzione a “due stati” sta morendo? Credo essenzialmente per la mancanza di coraggio, da parte di Israele, di operare una scelta – per quanto dolorosa – tra l’ espansione e la sicurezza. E per Israele si intende ovviamente la sua dirigenza, che non è stata in grado di spiegare alla gente, quella vera, che alleva i figli e lavora, i vantaggi di una sincera opzione di pace.

Un ulteriore elemento destabilizzante risulta oggi la suddivisione del sogno palestinese tra i seguaci di un’entità palesemente collaborazionista, facente capo ad Abu Mazen e con la pesante eredità di Fatah, e la parte – che potremmo definire (per semplicità, ma non è del tutto corretto) di resistenza islamica – facente capo ad Hamas. Sotto questo profilo il mondo occidentale ha dato il suo peggio con l’aiuto dei media. Non ha considerato il percorso politico avviato dal movimento, ha rifiutato a priori il dialogo e le proposte del movimento, ha fatto propria la propaganda di matrice USA e israeliana, facendosi complice di un ricatto inaccettabile e della punizione collettiva inflitta alla popolazione palestinese, che – qualsiasi cosa si possa pensare – ha scelto, democraticamente, la propria dirigenza. La definizione data in questi giorni da Israele alla Striscia di Gaza, controllata da Hamas, quale “entità ostile”, è una passo verso scenari nuovi e preoccupanti. In qualche misura è un salto nel vuoto, insuscettibile di analisi. Difficile ipotizzare oggi che questa evoluzione conduca a conseguenze positive. Per il momento il solito Ehud Barak, definito da Avnery, della sinistra israeliana, “criminale di pace” (con riferimento ai trascorsi di Camp David) e oggi da Hamas – più prosaicamente – “brutale assassino di bambini”, avrebbe elaborato un piano di progressivo strangolamento della Striscia di Gaza, dicendo (secondo un’agenzia palestinese) di “voler essere sicuro che pochissimo cibo e medicine possano raggiungere Gaza” e precisando che alla Striscia dovrà essere interdetta la fornitura di energia elettrica, con buona pace del messaggio del segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon che nei giorni scorsi ha dichiarato l’illegittimità internazionale dell’assedio.

In relazione al proposito di “affamare” la popolazione della Striscia – a prescindere dalle previsioni di diritto internazionale, di cui parliamo più avanti – nel percorso verso la pace (parlo di percorso, ma è qualcosa di completamente diverso da quelli che vengono normalmente indicati come processi di pace) occorrono punti fermi, decisi. Occorre semplificare, con i pochi strumenti a disposizione. E ciò dopo aver escluso, a priori, le riserve e la manifesta patologia del pensiero (o dell'anima?), privilegiando un'etica minima del comportamento, al di fuori di evidenti libidini di potere, di espansione, al di fuori di pretese eredità morali o ancora del millenario frutto di fantastiche ed anacronistiche divine investiture. Ed anche al di fuori – è intuitivo – di un principio oggi eletto a giustificazione di ogni male, quello che il fine (nel caso la reazione ai missili artigianali Qassam) giustifica i mezzi. Lo stesso principio che ha portato a giustificare aberrazioni quali l’uso della tortura, gli assassini mirati, Guantanamo, le extraordinary rendition USA, la brutalità dei mercenari che anche in questi giorni hanno dato notizia di sé e delle loro malefatte nell’Iraq occupato.

Percorrere in buona fede una via di pace necessita, come abbiamo detto, di pochi strumenti. Uno è il diritto internazionale. Si tratta delle regole che debbono valere per il solo fatto che sono tendenzialmente predisposte alla pacifica convivenza dei popoli e sono in ogni caso quanto di meglio la comunità internazionale è riuscita ad elaborare. Ma il diritto non è nulla se la sua applicazione non è indistintamente e pariteticamente rivolta a tutti i suoi membri e, prima di tutto, se non si ottiene che queste regole siano considerate inderogabili. Se non si impone il principio per cui chi pretende di esserne affrancato non è meritevole di tutela. Un traguardo tuttora non raggiunto. Nello specifico, il patrocinio dell’unica superpotenza rimasta, gli USA, ha introdotto un elemento di innaturale squilibrio in tutta la vicenda mediorientale, nella pratica opponendo il proprio veto a decine di risoluzioni promosse o appoggiate dal resto del mondo. E’ infatti altrettanto importante sapere che il diritto (internazionale) filtrato dai rapporti di forza e di potere, dalla diplomazia e dal compromesso, dall'avidità e dalla malafede, si allontana dalla sua capacità di essere uno strumento di pace, un punto di partenza e un elemento tranquillizzante di previsione degli eventi internazionali, con la sicurezza e i benefici che possono derivarne.

Un esempio illuminante. La Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU n. 242 del 22 novembre 1967 - immediatamente successiva all'occupazione israeliana del West Bank, di Gerusalemme Est, della Striscia di Gaza - poi incorporata nella Risoluzione n. 338 del 22 ottobre 1973, è un compromesso sulle parole e la sua statuizione concreta più importante contraddice le premesse. In questo caso anche il diritto diventa suscettibile di discussione, per quanto peregrina, infondata o pretestuosa, diventa un simulacro della regola e invece di fornire un punto fermo si rende inutile. Quanti infatti sono disposti a difendere e far valere il principio per cui una norma di diritto che cerca di suicidarsi con una palese contraddizione al suo interno non può che essere interpretata in modo che le sue statuizioni abbiano un significato concreto (è un principio elementare generale) anzicchè nessuno? In concreto, parlando appunto di quello che è un pilastro di diritto internazionale tuttora riconosciuto e richiamato in ordine alla soluzione del problema israelo palestinese, la risoluzione 242 confermava e sottolineava "l'inammissibilità dell'acquisizione di territori attraverso la guerra", ma il susseguente statuito "ritiro delle forze armate israeliane da [...] territori occupati nel recente conflitto", ne sviliva con la sua formulazione ambigua la lapidaria chiarezza. L'artifizio diplomatico che ha suggerito l'omissione dell'articolo determinativo [da territori = dai territori] nella Risoluzione (nel suo testo ufficiale inglese, ma non in quello francese), costruiva i motivi della sua stessa scarsa efficacia, dando spunto ad una discussione mai sopita e del tutto pretestuosa. Trascorsi quarant'anni dalla sua emanazione, non serve sottolineare che Lord Caradon, il principale autore del testo, abbia dichiarato che "era dai territori occupati che la risoluzione chiedeva il ritiro. La domanda era quali territori erano occupati. Era una domanda non suscettibile di alcun dubbio nei fatti ... Gerusalemme Est, il West Bank, Gaza, il Golan e il Sinai erano stati occupati nel conflitto del 1967. Era al ritiro dai territori occupati che la Risoluzione si riferiva" (Caradon e altri, La Risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU – Un caso di scuola nell'ambiguità diplomatica, 1981). L'ambiguità era il frutto di un compromesso. Ma ricondurre il punto fermo del diritto, di per sé autosufficiente, alla propria naturale utilità, cioè quella di costituire una regola che non può essere trascurata, avrebbe reso necessaria almeno la successiva buona fede di chi nel caso lo ha interpretato, per derivarne le conseguenze ed i benefici negati ab origine dalla sua formulazione. Buona fede su cui nemmeno oggi si può contare. E' un esempio di come, sminuendo di fatto l'efficacia del diritto internazionale, cioè la capacità di essere concreta fonte di obblighi, un possibile strumento di pace viene reso inutile.

L’informazione. Uno strumento eccezionale di conoscenza, di comunicazione, di pace. Ma se è viziata, al pari del diritto, dai rapporti di forza, dal compromesso e dalla malafede diventa strumento di ignoranza e di morte. Ne stiamo vedendo – anzi, cresce davanti a noi – il suo ennesimo tradimento in relazione alla questione nucleare iraniana, per cui si assiste fatalisti (“Dio non voglia”) ed impotenti alla riedizione della situazione iraqena. Le istigazioni al conflitto impazzano sui media di mezzo mondo, dipingono come fosse acqua fresca una deriva di guerra, uno scenario insopportabile e imprevedibile. Forse in proposito occorre svegliarsi, che la vecchia Europa si svegli e guardi concretamente a quello che sta accadendo giorno per giorno sotto i nostri occhi, qualcuno sta minacciando di muovere guerra ad un paese costituito da 70 milioni di persone, in gran parte giovani, che non ha mai mosso guerra, né minacciato di guerra nessuno. E sulla stessa deriva si stanno costruendo i racconti di improbabili alleanze (Siria, Libano degli Hezbollah), tese ad altrettanto improbabili mire di egemonia nella regione. Analoghi impulsi e analoghe menzogne hanno condotto alla disastrosa situazione iraqena, tuttora irrisolta. Ma evidentemente non c’è limite all’arroganza, né limite alla dabbenaggine ed alla miopia di chi vede dai germi di guerra ulteriore nell’area mesopotamica, un possibile contingente vantaggio. Sotto questo aspetto appare disastroso e sospetto l’intervento francese nel dibattito sul nucleare iraniano, chiara la posizione dell’AIEA di ElBaradei (non dimentichiamo le identiche riserve svolte in vista dell’aggressione all’Iraq e cadute nel vuoto), retorica ed attendista – come al solito, duole dirlo – quella italiana.

E’ del 22 settembre la notizia che l’Iran, attaccato mediaticamente da anni, non intende abbassare la testa, neppure sotto l’aspetto della comunicazione, e rivendica la possibilità di sbugiardare apertamente la logica del doppio binario, che vede gli USA e l’occidente acriticamente allineato farsi latori di comportamenti diversi per situazioni analoghe. Così la Repubblica islamica ha chiesto ufficialmente alle Nazioni Unite un’ispezione sulle capacità nucleari israeliane. E c’è da chiedersi quanto noi vecchia Europa dovremo far finta di niente per continuare ad immaginare come legittima la politica ufficiale israeliana di riconosciuta ed istituzionalizzata “ambiguità” (nucleare), quando minacciosi si fanno i venti di guerra diretti per lo stesso motivo nei confronti di uno stato sovrano che – in un mondo almeno ufficialmente retto dal diritto – non intende sottostare alla medievale regola del più forte, quella stigmatizzata da Chomsky nella nota proposizione di ispirazione imperiale americana: si fa quel che diciamo noi.