Sunday, August 07, 2016

HypothesIS

Lo Stato Islamico è un accidente di derivazione occidentale originariamente indirizzato ad agevolare la riedizione degli equilibri in Medio Oriente, in particolar modo in Siria contro il governo di Assad e nei confronti dell'Iran e del potente movimento libanese degli Hezbollah. Ne ha favorito la nascita l'intensa attività statunitense di supporto all'egemonia israeliana nell'area mediorientale e di controllo sulle condotte di petrolio iraqeno. La metastasi è stata nutrita in un primo tempo con uomini e mezzi residui dell'invasione in Iraq per opera degli USA, che hanno inteso sfruttare la situazione di fermento popolare sunnita in Siria, poi con forniture indiscriminate a tutti i gruppi jihadisti anti Assad. L'operazione si è inserita nella seconda fase ritardata della scomposizione degli equilibri internazionali elaborata ad opera del neoconservatorismo guerrafondaio israelo-americano, inaugurata a New York nel settembre 2001.

Istituzionale beneficiario del sorgere dell'infezione, in un ruolo parassitario, il regime israeliano ne ha favorito la crescita e lo sviluppo, sia tramite legami con il gruppo salafita di Al-Nusra (violenta formazione jihadista ostile al governo di Assad), sia verosimilmente fornendo mezzi e addestramento o come anello di congiunzione per lo smercio del petrolio proveniente dallo Stato Islamico.

La prima linea di Isis, a fianco del nocciolo originario costituito da frange iraqene e siriane, è costituita da basi virtuali nei paesi del Golfo, che, sempre con le armi e il benestare dell'amico americano ai loro governi, hanno potuto attingere alle sacche di fanatismo wahhabita di casa loro. Contemporaneamente sono stati stimolati e gratificati del marchio Isis, accrocchi periferici anche più lontani e in particolare i disagiati prodotti del passato coloniale europeo.
In Europa i foreign fighters, essenzialmente autodidatti, si sono dimostrati presto disponibili ad aderire con pochissima o nessuna capacità critica alle pretese anche suicide di un'entità fumosa ma nominalmente islamista. Il mostro, creato a tavolino e diffuso quasi fosse un marchio, si è infatti dimostrato naturalmente fluido e come tale ha potuto incollarsi a qualsiasi approssimativa pulsione religiosa, ai centri del malcontento e ad ogni contingente spirito di rivalsa. Nei fatti è risultato elemento catalizzatore della rabbia suscitata dalle sciagurate imprese americane del terzo millennio, capitanate da un incapace come George W. Bush e dai criminali che lo hanno diretto, indirizzato e coadiuvato.

Tant'è, il risultato concreto dell'operazione Isis nel breve periodo è stato quello di agevolare una guerra civile in Siria e resuscitare l'odio di ogni balordo psicopatico armato di bombe, Kalashnikov, camion o coltello, in primo luogo verso gli avversari dell'Islam sciita, poi verso gli oppositori contingenti e infine verso i più vicini europei, visti come clienti del Grande Satana, e i colonizzatori istituzionali. Ovvero, in concreto, andando a colpire laddove si presume faccia più male, pur con qualche significativa eccezione.

L'atteggiamento pragmatico della Russia e la resistenza curda hanno sparigliato un po' le carte andando la prima a colpire e resistendo i secondi al focolaio dello Stato Islamico in Siria. Gli appoggi occidentali alle fazioni di resistenza pseudo popolare al regime di Assad hanno viceversa consentito ad Isis di rafforzarsi, sfruttando il più ampio malessere stabilito in Nord Africa e in Medio Oriente verso un sistema, quello europeo, già provato dalla crisi finanziaria e migratoria, oltre che fisiologicamente incapace di riconoscere i segni della strategia della tensione e le tracce di chi se ne avvantaggia.

Alla delicatezza della situazione si è aggiunta l'opportunistica connivenza petrolifera del governo turco, che ha spiegato i suoi effetti nell'aggressione contro curdi e oppositori, nella apparente stipula di un patto di disinteresse con Israele e in qualche non incidentale ricatto nei confronti dell'Europa.

Manco a dirlo, il burattinesco conato islamista - che non condivide con l'Islam altro che le cinque lettere iniziali - ha favorito l'incipiente deriva destrorsa conseguente alla recessione economica e al liberismo finanziario imposti alla vecchia Europa, oggi facilmente infarcita del razzismo di una minoranza fascistoide allo sbando, ingrassata dalla colpevole ignoranza di larghe fette della popolazione depauperata, incattivita, rimbambita dal culto della sicurezza e della prevenzione e angosciata da ogni ulteriore flusso di migranti in fuga dalla guerra. Flusso che è andato ad aggiungersi a quello convogliato nel Mediterraneo grazie ai sordidi maneggi della Francia e dei suoi mezzani in Libia cinque anni fa.

Non è difficile immaginare chi si giova di questa situazione, visto che il depauperamento economico dell'Europa, derivato dagli artifici politico finanziari mediante redistribuzione di risorse a danno della generalità della gente comune, specularmente avvantaggia i potentati legati alla guerra e al danaro che se ne può ricavare, ovunque esso sia.

Qui intanto si vive alla giornata. In Italia non è evidente una particolare e contingente infiltrazione di fanatici pseudo islamisti e mine vaganti che possa paragonarsi a quella francese e belga. Se poi altri paesi europei godono di condizioni più favorevoli dal punto di vista logistico, ambientale e sociale, di solito elaborate con capacità e lungimiranza, qui viceversa si tira a campare, magari confidando che la delinquenza locale o gli apparati dello stato facciano da argine ad uno spirito islamista vago e poco convincente per qualsiasi detentore di un Q.I. superiore a 40.

Da noi i politici, i balordi e i boiardi raccolgono le briciole e da buoni ladri di polli si accontentano di rubacchiare qui e là e svendere le terga al miglior offerente. E nel frattempo, certamente diretta dallo staterello che ha interesse ad auto definirsi ebraico esplode la colonizzazione politica dove più e meglio si riescono ad ungere ruote, seminare zizzania e infiltrare sicari. Il tutto nella consapevolezza che il mercato americano, per quanto babbeo, minaccia di non durare in eterno nonostante il collaudato sistema di investimenti incrociati tra Israele, la lobby ebraica, una politica cialtrona, avida e approssimativa, i disinvolti piazzisti di forniture e logistica militare e i venditori di petrolio e danaro.

Nella prospettiva di un cambiamento difficilmente valutabile dell'atteggiamento americano e del trend internazionale, la logica israeliana è tradizionalmente quella di portarsi avanti usufruendo della confusione, iniettando una sorta di infezione pseudo-sionista e alimentando qualunque specchietto per le allodole mentre si appropria en passant di quel che resta della Palestina. Così, tramite la lobby europea, annaspa dispiegando tutto il possibile armamentario retorico e una disperata aggressività. Sa che potrebbe essere l'ultima occasione, visto che ben difficilmente lo staterello teppista, malgrado l'abbondanza dei suoi tentacoli, potrà contare su una politica tanto miope, brutale e squilibrata, quanto quella che si immagina venga perseguita dalla attuale indecorosa candidata alla Casa Bianca.

Thursday, July 21, 2016

Syrian memo

Pericolo di pace (Friday, October 13, 2006) (stralcio)
«I siriani vennero a Shepherdstown con una disposizione d'animo positiva e flessibile, ansiosi di raggiungere un accordo. Al contrario, Barak, che aveva spinto pesantemente per l'incontro, decise - apparentemente sulla base dei dati dei sondaggi - che aveva bisogno di rallentare il processo per alcuni giorni per convincere l'opinione pubblica israeliana di essere un negoziatore duro. Voleva che io usassi le mie buone relazioni con Shara [ndr. il ministro degli esteri siriano] e con [Hafez al] Assad, per tenerli buoni mentre lui si esponeva il meno possibile durante il periodo di attesa che si era imposto. Fui deluso, per dirla con un eufemismo ...». E' un piccolo assaggio dell'atteggiamento di Ehud Barak caparbiamente finalizzato a mandare a monte i colloqui di pace con la Siria nel gennaio 2000, v. Bill Clinton, My Life, L'ex presidente americano nella sua autobiografia sfata un altro spicchio del mito largamente diffuso dai media occidentali secondo cui furono Assad, prima e Arafat, poi, ad annichilire il percorso di pace subito prima della provocazione di Sharon (poi andato al governo) e della seconda intifada. Piccole cose, piccole persone hanno perpetuato gli insuccessi di ogni presunto tentativo di pacificazione della regione, almeno da Oslo in poi. Mancanza di coraggio e di volontà che devono essere attribuite più alle mezze figure espresse nei Governi israeliani e nell'Autorità palestinese che alla volontà viziata, convogliata, obnubilata e volutamente intorbidita della gente comune. Gente che soffre a causa di gente da poco.

Deja vu (Wednesday, March 02, 2005)
Il presidente siriano Bashar al-Assad, parlando alla stampa ha paragonato la pressione degli USA sul suo paese a quella esercitata con il governo di Baghdad prima dell'invasione dell'Iraq nel 2003, sottolineando che si aspetta un attacco americano al suo paese dalla fine della guerra all'Iraq. Fra le altre cose, dopo aver messo in luce che il suo paese possiede 500 km di confini nel deserto assai difficili da controllare, il presidente siriano ha pure dichiarato di di aver ricevuto ufficiali del dipartimento della difesa USA e di aver discusso il problema dei confini con il Segretario di Stato americano, facendogli constatare che questi (confini) costituiscono un pericolo per la Siria. Ha quindi precisato di aver chiesto a Washington visori notturni e sistemi radar simili a quelli usati dagli americani ai confini con il Messico. Sembra che il medesimo presidente al-Assad abbia proposto in ottobre 2004 la formazione di un pattugliamento congiunto siriano-americano lungo il confine e di essere ancora in attesa di una risposta. Nulla di particolare, non c'è dubbio, queste cose si sono già sentite e lette, anche in Italia nei giorni scorsi, ma sono anche cose facilmente verificabili e si deve ritenere che gli USA non mancheranno di fornire ampie ed esaustive spiegazioni ed eventualmente smentire tali circostanze. Questo, si intende, prima di attaccare la Siria.

Intanto mettiamo qui un [recentissimo] timeline "casalingo" a futura memoria.

28 mar. 2003 - Rumsfeld mette in guardia la Siria chiedendo di interrompere l'invio di equipaggiamenti militari all'Iraq. [albawaba]
3 apr. 2003 - Rumsfeld ribadisce la sua convinzione che la Siria sta aiutando l'Iraq. [Agr]
13 apr. 2003 - Bush dichiara che la Siria ha armi chimiche e avvisa Damasco che "deve cooperare" con Washington contro Saddam Hussein. [albawaba]
14 apr. 2003 - Ari Fleischer dichiara che la Siria ospita terroristi e che è uno stato terrorista. [News24 - South Africa]
31 ott. 2003 - Gli Stati Uniti accusano la Siria di fiancheggiare il terrorismo e di minare la sicurezza in Iraq. "Washington non e' del tutto soddisfatta degli sforzi fatti da Damasco per contrastare il terrorismo. Washington ritiene che la Siria offra rifugio a elementi pericolosi sul proprio territorio". [Agr]
11 nov. 2003 - WASHINGTON, Il Congresso Usa approva sanzioni economiche e diplomatiche contro la Siria, perchè accusata di appoggiare il terrorismo. [ANSA]
10 mag. 2004 - Bush chiede sanzioni economiche contro la Siria perchè supporta il terrorismo e non fa abbastanza per prevenire che combattenti entrino nel vicino Iraq. L'amministrazione USA ritiene che la Siria abbia aggravato la tensione in Medioriente. Gli USA - parole di Bush - stanno ordinando sanzioni contro la Siria "perche non combatte il terrorismo e non si vuole unire [agli USA] nel combattere il terrorismo". [Intervista a Al-Ahram International del Cairo]. [Jerusalem Post]
8 feb. 2005 - Gli insorti in Iraq sarebbero tra i 12 e i 15 mila, fra cui la metà circa, tra i 5 e i 7 mila, costituirebbero il nucleo duro degli "irriducibili" del regime di Saddam Hussein. Lo indicano fonti del Pentagono anonime citate dalla Cnn, che afferma di avere l'informazione in esclusiva. La banda terroristica di Abu Musab al Zarqawi conterebbe un migliaio di elementi, tra cui massimo 500 stranieri (ndr. evidentemente tutti siriani).
16 feb. 2005 - Washington, Il presidente George Bush ha approvato un piano per una politica militare d'aggressione sul confine iraqeno con la Siria. Fonti ufficiali dicono che la Casa Bianca ha approvato un piano che garantirebbe alle forze USA il diritto di perseguire gli "insurgents iraqeni" dentro il territorio siriano. [MENL - MIDDLE EAST NEWS LINE]
17 feb. 2005 - Washington, Gli Stati Uniti non sanno se la Siria sia responsabile dell'attentato nel quale e' morto l'ex premier libanese Rafic Hariri. Lo ha dichiarato il presidente Usa George W. Bush aggiungendo che gli Stati Uniti sostengono l'avvio di un'inchiesta internazionale sull'episodio che lunedi' scorso e' costato la vita a ben 17 persone a Beirut, in Libano. Ai giornalisti Bush ha riferito che la Siria "non e' al passo" con gli altri Paesi del Medioriente, da qui il ritiro dell'ambasciatore americano da Damasco. [Agr]
17 feb. 2005 - Rice: vie diplomatiche con Usa. Per risolvere le divergenze con la Siria, gli Stati Uniti preferiscono le vie diplomatiche, ma non escludono l'uso della forza. Lo ha dichiarato al Senato il segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, confermando che il presidente Bush "si riserva tutte le opzioni". Rice ha sottolineato che, dopo le tensioni derivate dall'assassinio del premier libanese Hariri, la Siria deve abbandonare il Libano. [Televideo]

"Cerastes Cerastes" Clinton's email (as simple as that)

UNCLASSIFIED U.S. Department of State Case No. F-2014-20439 Doc No. C05794498 Date: 11/30/2015

«The best way to help Israel deal with Iran's growing nuclear capability is to help the people of Syria overthrow the regime of Bashar Assad.
Negotiations to limit Iran's nuclear program will not solve Israel's security dilemma. Nor will they stop Iran from improving the crucial part of any nuclear weapons program — the capability to enrich uranium. At best, the talks between the world's major powers and Iran that began in Istanbul this April and will continue in Baghdad in May will enable Israel to postpone by a few months a decision whether to launch an attack on Iran that could provoke a major Mideast war.
Iran's nuclear program and Syria's civil war may seem unconnected, but they are. For Israeli leaders, the real threat from a nuclear-armed Iran is not the prospect of an insane Iranian leader launching an unprovoked Iranian nuclear attack on Israel that would lead to the annihilation of both countries. What Israeli military leaders really worry about -- but cannot talk about -- is losing their nuclear monopoly. An Iranian nuclear weapons capability would not only end that nuclear monopoly but could also prompt other adversaries, like Saudi Arabia and Egypt, to go nuclear as well. The result would be a precarious nuclear balance in which Israel could not respond to provocations with conventional military strikes on Syria and Lebanon, as it can today.
If Iran were to reach the threshold of a nuclear weapons state, Tehran would find it much easier to call on its allies in Syria and Hezbollah to strike Israel, knowing that its nuclear weapons would serve as a deterrent to Israel responding against Iran itself» (...)

«Bringing down Assad would not only be a massive boon to Israel's security, it would also ease Israel's understandable fear of losing its nuclear monopoly. Then, Israel and the United States might be able to develop a common view of when the Iranian program is so dangerous that military action could be warranted. Right now, it is the combination of Iran's strategic alliance with Syria and the steady progress in Iran's nuclear enrichment program that has led Israeli leaders to contemplate a surprise attack — if necessary over the objections of Washington. With Assad gone, and Iran no longer able to threaten Israel through its, proxies, it is possible that the United States and Israel can agree on red lines for when Iran's program has crossed an unacceptable threshold. In short, the White House can ease the tension that has developed with Israel over Iran by doing the right thing in Syria».

Wednesday, February 18, 2015

confusione

L'ambiguità è voluta. E' un'arma dei pochi contro i molti. Senza l'ambiguità dei termini e l'ignoranza dei fatti, si sarebbe tutti fatalmente indirizzati verso la razionalità del pensiero. Una situazione, cioè, che rifugge la guerra e il dolore, che ostacola la diseguaglianza, che impedisce la miseria degli uni in favore del benessere degli altri.
I "pochi" (quelli della prima riga di questo commento) non hanno nessun interesse ad appoggiare la razionalità, la consapevolezza, la chiarezza delle idee e dei comportamenti. Specularmente, infatti, ovunque ci sia confusione, c'è qualche parassita disposto ad avvantaggiarsene.
La situazione in Palestina è responsabilità di Israele. Saltiamo a piè pari il prima - si può fare - e occupiamoci dell'ora. Perché nell'ora, nell'adesso viviamo.
Cosa si chiede al cosiddetto mondo ebraico? A un mondo ebraico che mediaticamente sempre sembra pretendere qualcosa in più, non tanto in virtù di propri meriti, quanto di altrui demeriti? Un mondo ebraico che nella narrativa internazionale rivendica a gran voce una posizione di privilegio a scapito di popoli e leggi?
Innanzitutto che si considerino prima di tutto uomini, esattamente come tutti dovrebbero fare. Poi cittadini, per nascita o stabilimento. E che svincolino il proprio essere, umano, da improbabili appartenenze, discendenze e divine investiture.
Si chiede di prendere le distanze dalla patologia del nazionalismo israeliano, di prendere posizione rispetto al giogo imposto su terra altrui, di prendere le distanze dagli arzigogoli politici che per avidità ed interesse rimescolano - ancora - in un'unica indistinta entità i termini antisemitismo e anti sionismo (o anti nazionalismo israeliano).
Quanto si legge da parte, ahimè, quasi indistintamente ebraica, consiste per lo più nell'appoggio acritico ed incondizionato all'irresponsabile, arrogante atteggiamento del piccolo stato che ama definirsi ebraico nei confronti del popolo di Palestina, al depauperamento delle risorse, alla crescita della colonizzazione. E all'occasione fornisce il supporto nazionalista (ma di quale nazione?) contro chiunque prospetti una diversa e ragionevole soluzione del conflitto - effettivo o potenziale - nell'area palestinese e mediorientale.
Leggiamo poi che da parte ebraica le voci fuori dal coro vengono emarginate e sabotate mentre l'accusa di antisemitismo risulta l'arma d'elezione, vergognosa come vergognoso è lo sfruttamento dei morti, da parte di una classe politica e di una grancassa mediatica misere nei contenuti e nelle prospettive.
La possibilità di spartire quella terra - se pure un tempo astrattamente pensabile - è stata annichilita. Si tratta ora di immaginare in quanto tempo e con quanto dolore si possa arrivare all'ipotesi residua di uno stato binazionale.
Gli slogan, le miserie umane e le eredità divine non favoriranno questo percorso.
Potete non essere d'accordo, ci mancherebbe. Me ne farò una ragione.

Saturday, February 14, 2015

mare monstrum


Monday, January 19, 2015

happy island


Saturday, January 10, 2015

Charlie cosa?

Era prevedibile che la politica da accatto e la miserabile informazione di massa ci inzuppassero il pane e defecassero il nutrimento per milioni di imbecilli. Gente di bocca buona, che non vuole correre nemmeno il rischio di sapere chi gli ha servito questo pasto avvelenato. Confido almeno che i guru del debunking casalingo ci si strozzino.


Thursday, September 26, 2013

Versi di dei diversi

Un’ambigua ondata del più tardo perbenismo mischiato all’odore stantio del politicamente corretto tenta di imporsi. Così che, dopo millenni di rozzo rifiuto spesso istituzionalizzato nei confronti di chi era “diverso” (perché a vario titolo considerato tale) e risultando tuttora lento il percorso di adeguamento al fatto che poiché tutti sono diversi in definitiva nessuno lo è, siamo inondati dall'imposizione di regole per sopperire alla difficoltà dell’intelletto nell’adattarsi alle cose come sono o come sembra che natura le abbia fatte.
Ma quando quasi tutto è regola, ciò che per esser considerato temporaneamente irrisorio ne rimane fuori, viene discriminato, talvolta tacciato di crimine immondo e finisce per assumere d'imperio i caratteri di una nuova ed artificiosa diversità.
Discriminazioni alimentate da quisquilie estemporanee, crassa ignoranza ed apodittico malanimo, si alternano ad altre e più radicate, nonostante si viva in un contesto nel quale selvaggio non è ormai più chi non capisce, ma chi non vuol capire.
In un mondo che vogliamo codificare a misura delle nostre mobilissime pulsioni, ma con l'ansia di combattere anziché assimilare la diversità, non è più questa che necessita di regole, ma è la regola che finisce per creare nuova diversità. E allora, invece di stimolare il pensiero verso la doverosa accettazione del mondo quale naturale coacervo delle diversità, si preferisce scarabocchiare una regola contingente – sia essa norma di diritto o apologia di una prassi – e stemperarne la superficialità per abbellire gli effetti fatali della nostra colpevole insipienza.
Su questa deriva, dopo secoli e secoli di gratuito vilipendio del più debole, diventa invece problematico criticare Tizia perché è donna, Caio perché è nero, Sempronio perché è basso e così via lungo la strada segnata, a ritmo di umana schizofrenia, da ogni elucubrabile tabù.
Quasi scandaloso diventa anche solo mostrare di aver preso atto di qualità o caratteristiche a volte inconsuete e considerate nel corso del tempo, di volta in volta, germe e motivo del discrimine, ma dimenticando che si può ovviamente criticare una persona anche se essa appartiene – secondo i tempi che corrono – ad una minoranza o risulta comunque parte debole e reietta perché donna, nero, extracomunitario, giallo, occhialuto, gay, capellone o basso. E nel frattempo diventa consentito o addirittura doveroso lanciarsi con violenza nei confronti degli ultimi arrivati, i nuovi diversi.
Ma anche le peggiori invettive sono, il più delle volte, originate da cose assai semplici. Ed è ovviamente lecito avere opinioni sul cattivo operato di chiunque, o istintiva antipatia per chiunque o semplicemente constatare l'altrui pochezza senza alcun intento discriminatorio. E sì, perché tutti commettono errori ed orrori, indipendentemente dal fatto che siano iscritti ad una superata minoranza o alla minoranza del momento.
Ben venga, quindi, la libertà di mente necessaria per stigmatizzare, anche ferocemente (se si ritiene che lo meriti) chiunque. Che sia uomo o donna, basso o nero o a qualsiasi possibile minoranza appartenga. E in particolare che si critichi la vasta gamma di coloro che, per passata frustrazione, spirito di rivalsa e talvolta in perfetta malafede, sfruttano la propria conveniente e forse un tempo innominabile minorità. Purché si critichi sempre e comunque l’uomo e non – generalizzando – la sua condizione.
Che si critichino, quindi, costoro con tutti gli altri per quel che fanno e non per come sono. Questione, quest’ultima, incidentale, il più delle volte irrilevante ed inutile. Quanto inutili, in un contesto più consapevole – come quello vantato nel terzo millennio – sono certe trovate legislative e giornalistiche malamente preordinate ad enfatizzare problemi per confezionare, poi, soluzioni tanto barocche da ascendere a vertici inauditi di ipocrisia. 

Saturday, August 24, 2013

Aspettando l'avvoltoio

Quello che sta succedendo è uno schifo sussumibile in poche parole: gli avvoltoi internazionali non hanno ancora capito chi e come possa affondare meglio i denti nella poca carne siriana.
Ma i condizionali dei proclami dell'ultima ora (la Siria sarebbe al 4° posto al mondo per possesso di armi chimiche), mi ricordano altri non lontani proclami sull'Iraq e sul suo "4° esercito al mondo". E questo mi fa pensare, ancora una volta, che i filibustieri che si stanno lentamente scervellando per trovare il modo di lucrare ed avvantaggiarsi (anche) di questa tragedia umana, non saranno "migliori" di quelli che la stanno causando.
E non mi rincuora certo il fatto che il regime assassino che sta violando milioni di vite e l'ingiusto dolore di un intero popolo che si dibatte nell'ambiguità di lotte fratricide non contribuiscano in realtà a peggiorare la componente umana, cancerogena, di questo pianeta.
Ma tutto quello che possiamo fare e pensare in questo momento, in attesa del peggio, è dimenticare i principi e le teorie. Se uno sta morendo dissanguato o di fame o di sete, non gli faccio una lezione di diplomazia internazionale, né gli insegno a lavorare per procacciarsi il necessario, gli allungo un pezzo di pane e magari aspetto con lui che scenda la notte, perché non affronti da solo la paura.

Wednesday, August 21, 2013

Strategia dell'attenzione

Quando il complotto, l'inganno e il sotterfugio sono sistematici, la dietrologia è l'unico mezzo che consente di guardare alle cose dalla parte giusta.

"Journalists, who investigated human rights violations in Fallujah, faced all kinds of obstacles.  Two reporters of Al-Arabiya were arrested by the Iraqi police, who confiscated their video tapes.  Enzo Baldoni was reporting on Fallujah, when he was kidnapped in August, 2004.  A short time later, he was killed by his abductors.  The Islamic Army in Iraq claimed the murder, asserting that Baldoni was a spy.[8]  Some critics, however, suspect that something about the abduction doesn’t add up.[9]  The enigma was never solved and the case has since been closed". 
In memory of Fallujah - Inge Van De Merlen, 24 June 2006
http://www.brusselstribunal.org/Reflections_On_Fallujah.htm#memory

[8] Iraqi fighters watching journalists.  Aljazeera, 26 March, 2006. (http://english.aljazeera.net/NR/exeres/AFC89603-2A72-44DF-BD14-80B807E9B3DA.htm) (off line)
[9] Enzo Baldoni, who’s killing him one more time?  Pipistro’s blog, 27 March, 2006. (http://pipistro.wordpress.com/2006/03/27/enzo-baldoni-why-are-they-killing-him-one-more-time)

Enzo Baldoni met the journalists of Fallujah

Chi erano e che fine hanno fatto i giornalisti di Fallujah?

Monday, August 05, 2013

Vedremo...

Finalmente una dichiarazione di rivoluzionaria fermezza.



Wednesday, May 22, 2013

Uguali

Da destra e da manca si dice che delle miserie sessuali di un ex presidente del Consiglio interessi poco agli italiani o, più prosaicamente, che non freghi niente a nessuno. E ancora, che i magistrati italiani dovrebbero occuparsi di cose più importanti per il Paese. Il tutto con quella sufficiente superficialità che trasuda, di solito, dal miscuglio di comprensibile ignoranza e ingiustificata arroganza di chi non ha idea di leggi e di processi e per i propri limitati scopi non vuole nemmeno averne.
Sono i proclami diffusi da note bande mediatiche, testate quantomeno equivoche e pasionarie (ambosessi) della politica di contorno, che il più delle volte autorizzano il sospetto che chi parla o scrive sia più adatto al libro paga di un satrapo che ad esprimere in pubblico le proprie opinioni. Ma sono anche le grida della piazza meno qualificata e in più, nell'era di internet, le teorie twittaiole, da mezza frase e un quarto di pensiero, che atterrano a centinaia e migliaia sugli schermi dei computer.
Ma non dovrebbe essere difficile capire che il problema non è un politicante indecoroso, che la questione è generale, esorbita dalle piccolezze di questo o di quel personaggio passato, presente o (Dio non voglia) futuro, e coinvolge l'indispensabile senso di giustizia di una nazione.
Infatti certamente lecita è la pretesa di tutti i cittadini di non essere rappresentati davanti al mondo politico e alle nazioni da minuscoli personaggi che, magari attraverso le proprie dubbie fortune e tramite i buoni uffici dei relativi onnipresenti lacché, finiscano per trasferire impuniti nelle istituzioni la propria sfacciata propensione a delinquere, per imbrattarle di ridicolo, per ammantarle di un inammissibile fumus da lupanare. Ma non è tutto.
Guardando infatti all'abisso di mille e mille processi penali in base ai quali "in nome del Popolo Italiano" centinaia di migliaia di piccole persone vengono e verranno punite per un delitto che dopo un dibattimento da pochi minuti si riterrà sufficientemente provato e che spesso si intuisce esser frutto di miseria culturale, morale ed economica, la coscienza di questa nazione ha il dovere di interessarsi e chiedere che almeno davanti alla legge - che conosce le regole ma non deve premiare furbizia né fortuna - si sia per una volta uguali.
E proprio per tutti, per gli ultimi, comprese quelle piccole persone che non hanno nulla e per questo non contano nulla, per quelli che davanti al giudice non sono altro che una disturbante annotazione statistica, deve sussistere la pretesa che, seppur si possa essere condannati in base alla legge, non basti possedere danaro, uomini e mezzi, per valere e contare di più davanti alla stessa legge.

Sunday, May 05, 2013

The banality of male *


Il timore di dio può essere definito come l'atteggiamento del fedele che si sente sottoposto al costante giudizio della divinità. E’ un modo di essere introdotto, se pure in diversa misura, in ogni elaborazione religiosa, laddove l’uomo si è sempre immaginato vessato, sottoposto o al più – in una concezione paternalistica vagamente più evoluta – protetto da dio.
Questo sentimento, questo timore, si riflette nella paura di contravvenire alla regola che si vuole imposta dalla divinità ed essere per questo puniti e deve, nel disegno di chi ha confezionato il sistema, indirizzare le azioni della comunità per conseguire i vantaggi preordinati alla creazione del sistema stesso, quali sono stati – storicamente, a titolo esemplificativo – la conservazione del patrimonio e l’aspirazione ad una relativa quanto spesso sterile tranquillità sociale. 
In molti casi, ma per lo stesso motivo, la paura è pura manifestazione dell’apparato maschile che ha creato il sistema e sotto questo aspetto è stata per millenni associata alla sottoposizione della donna all’uomo, inteso come maschio, che ne ha poi fatto applicazione nel sistema politico laddove l’autorità del potere si è infine sostituita o aggiunta alla presunta autorità di dio, sovente peraltro corrotta dalla innaturale ed interessata concezione del piacere fisico come situazione premiale per l’uomo, indebita per la donna e peccaminosa per entrambi. 
Ma se non c’è la paura, il sistema – qualsiasi sistema, sia esso religioso o sociale – con il venir meno della regola cui la paura è preordinata, crolla. 
Così, un sistema ispirato al primitivo principio per cui la forza fisica nel breve periodo prevale e in cui un autore maschio ha disegnato dio a propria immagine anche per trarne un’effimera convenienza, si ribella al dissolversi della paura da cui deriva la sua stessa esistenza. E lo fa nel modo più rozzo e banale, con la violenza. 
Sotto un diverso profilo occorre poi aggiungere che al mantenimento del sistema che ha visto nel maschio l’incontrastato dominus di ogni situazione, si è aggiunta fino a tempi recenti (ed anche oggi) la volonterosa collaborazione, in un ruolo subordinato e spesso parassitario, di una donna che ha preferito adeguarsi acriticamente al sistema, facendolo proprio, per raccoglierne qualche residuale vantaggio, ma rendendosi per ciò stesso la peggiore – inconsapevole o subdola – nemica di se stessa.
Con questo non si vuole certo dire che un amante reietto o un padre ignobile elaborino pensieri più profondi di una pozzanghera per giungere a maltrattare e uccidere – ritenendosi abbandonati e disonorati – la compagna o la figlia viste come fedifraghe, ma solo che il loro patrimonio genetico e culturale, così come quello delle donne che non vi si oppongono e per questo lo sostengono, stenta a disfarsi della patologia di un giogo durato millenni, che, fuor della loro testa, è solo volgare ed incancrenito allineamento agli anacronistici vantaggi cui era ispirato.
[La banalità del maschio] *
 

Sunday, February 24, 2013

Un giorno di febbraio


Saturday, December 01, 2012

Da octopus a seppia

Indebolita dal voto dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite e dalla imbarazzante capacità dei palestinesi di Gaza di rimanere vivi a onta della abissale sproporzione delle forze in campo, la deriva filo-israelista arranca. I lobbysti italioti imperversano in un disperato tentativo di guadagnare il terreno, ormai perduto, che la storia e la diffusa evoluzione verso un sistema più giusto si rifiutano di concedere, confinandoli ai margini del ridicolo. Mentre lo stato di Israele si guadagna a pieno titolo la diffusa definizione di "rogue state", abbraccia ed espone la propria politica guerrafondaia e di apartheid, gli scampoli dell'israelismo nostrano insistono nel diffondere come possono - dai soliti fogliacci e sulla rete - un verbo ormai sbugiardato internazionalmente, nel disperato tentativo di "facere de albo nigrum". Da octopus a seppia, appunto.
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OCTOPUS 
[pipistro on line Friday, October 26, 2007]
"Ebbene sì, i tentacoli della Lobby per antonomasia, ben noti al pubblico americano, sottoposto ai voleri dettati da un coacervo trasversale di politici filo israeliani, fondamentalisti cristiani, simpatizzanti o rapaci collettori di fondi elettorali, si insinuano anche nella vecchia Europa [...]
Ora, a qualsiasi mediocre esperto in comunicazione, a qualsiasi analista o anche solo a chi scorra le pagine della propaganda iniettata tra le notizie dei mezzi di grande diffusione in Europa, non può sfuggire il fatto che il trasversale sistema lobbystico filo israeliano non ha cambiato atteggiamento, ma solo strategia. Quanto veniva infiltrato tra le parole di un discreto numero di commentatori ed opinionisti o tra le righe dei testi destinati a formare chi volesse intraprendere l'analisi del problema medio orientale, gode adesso, in più, della deriva guerrafondaia e neoconservatrice di ispirata provenienza americana. Una deriva che - agitando guerra al terrorismo, guerra preventiva e conflitto di civiltà - semplifica l'attualità a "beneficio" popolare e nasconde le proprie mire concrete (e qui semplifico io) in termini di egemonia, di espansione, di controllo a vari livelli sulla vita altrui e giocando su denaro, armi, petrolio, dio e miserie umane, si batte per mantenere sulla globalità del pianeta un impossibile status quo, la divinizzazione di un sistema incompatibile con la naturale rivalutazione del concetto di uguaglianza. Dicevamo che è cambiata strategia e quello che fino ad alcuni anni addietro sarebbe risultato impensabile ed impresentabile alla sensibilità giuridica e sociale europea, oggi si presenta nel vecchio continente in termini di grottesca e grossolana ingerenza e di fazioso annebbiamento dei fatti. Ma più dei vari Dershowitz - agevolmente esposti alla riprovazione di chi non si accontenta della propaganda (abbondante anche da noi) - preoccupa chi, assai più spesso e sotto mentite spoglie, propone la stessa deviata operazione avvalendosi dei ben più sottili mezzi, anche dialettici, di tradizione - quella sì - assolutamente europea".

 



Saturday, September 08, 2012

Perché in realtà lui dettava, io scrivevo