Sunday, September 18, 2005

Commenti USAti pochissimo

Ho riassunto ed accorpato qui i miei commenti ad un recentissimo post su La Torre di Babele in cui si è discusso del generale e tardivo riconoscimento dello svolgersi di una guerra civile, a lungo covata ed esplosa infine con prevedibile ed incontrastata virulenza, in Iraq.

E' difficile non attribuire agli USA buona parte della responsabilità per aver trascurato ogni soluzione politica, aver innescato e non aver saputo prevedere e controllare la guerra civile ormai in corso in Iraq. Nel caso l'establishment USA si è comportato come un chirurgo egocentrico e incompetente che decide di operare contro il parere dell'equipe dell'ospedale, non organizza l'intervento, estirpa un tumore e lascia il paziente a sanguinare. E ora chiede aiuto per occuparsi del moribondo. Fra i tanti l'errore degli USA (e a questo punto anche nostro) è stato scoprire, cioè non prevedere, che il terrorismo e tanto più quello suicida, poteva essere uno strumento non convenzionale pressochè invincibile e cercare di farvi fronte con ridondanti discorsi e mezzi convenzionali. Personalmente dubito che si sia ricorso a tutti i mezzi diplomatici possibili (la sortita iraqena era già decisa) e utilizzare un pretesto per iniziare questa campagna e far patire alla gente iraqena quella che è intesa come occupazione interessata del loro suolo e delle loro risorse non è stato comunque un buon inizio. Il verminaio degli interessi e dell'intolleranza in Iraq, tenuti sotto controllo da Saddam in modo criminale, è stato scoperchiato e ora temo che la situazione non possa che seguire il suo terribile corso naturale.

Ristretto il campo alla questione 11 settembre e corollari, occorre osservare che G.W.Bush - opportunamente coadiuvato o indirizzato dai suoi collaboratori - ha cavalcato la questione terrorismo usufruendo delle menti semplici della gran massa dei suoi elettori (e non solo), facendo di ogni erba un fascio, influendo sui media e sui governi bisognosi o vassalli ed autoeleggendosi paladino in patria e profeta del cosiddetto nuovo ordine mondiale (v. N. Chomsky: "si fa quel che diciamo noi"). Il tutto agitando una impossibile "guerra al terrorismo", cioè cercando di passar per possibile la risoluzione di un problema a monte inseguendone i mezzi a valle (v. pipistro: "Il terrorismo non è il nemico, ma un metodo, un mezzo terribile di cui il nemico, qualsiasi nemico, può valersi. Pensare di combattere il terrorismo è come pensare di combattere le armi senza occuparsi di chi le usa"). I risultati per ora sono sconfortanti. Il punto è aver semplicisticamente personalizzato "al Qaeda" come se si trattasse - appunto - di una persona (di volta in volta incarnata da Osama bin Laden, al Zawahri, al Zarqawi) o di una organizzazione strutturata, e di aver spinto buona parte del mondo a credere che - con quel presupposto - fosse possibile muovere guerra ("arrivano i nostri") a questa entità. Viceversa l'aspetto organizzativo di al qaeda inteso come banda di cattivi, è residuale e non molto rilevante, dacchè una "banda" di tal fatta è esistita, forse, per un periodo limitatissimo, dal 1996 al 2000, lira più lira meno. Finchè non si guarda ad al Qaeda come ad una ideologia o un metodo, appunto come alla base estremamente fluida di un movimento che può appoggiarsi indifferentemente a qualsiasi sacca islamica di malcontento e frustrazione a livello nazionale (v. palestina, kashmir, cecenia, ecc.), un movimento non alieno dall'utilizzare e diffondere l'uso di un mezzo estremamente efficace e a buon mercato (cioè un'arma pressochè imprevedibile ed invincibile) quale il terrorismo, la battaglia, comunque la voglia intendere George W. Bush e lasciando perdere qui eventuali diversi interessi, anche di bottega, è persa.

5 comments:

Benpensante said...

Non c'è nessun dubbio riguardo alla goffaggine dell'intervento Usa in Iraq, ma ora che è successo non ce ne se può andare via come se niente fosse stato. O gli Usa provano a metter sù un governo che abbia almeno un che di democratico e prevenga il dilagare dell'estremismo o scappano disonorevolmente lasciando sul campo migliaia di morti e feriti, per la gioia di bigotti islamici e fondamentalisti, che non c'impiegherebbero molto a prendere il potere (così in medioriente ci sarebbero 3 stati confinanti ostili agli Usa: Siria, Iraq ed Iran).

Interessante il discorso sul terrorismo come arma e non come nemico. Ma però non riesco a capire come lo combatterebbero i cosiddetti pacifisti. In poche parole, se tu fossi stato Bush l'11 settembre 2001, cosa avresti fatto?

pipistro said...

La situazione iraqena è esplosa in tutto il suo preesistente deteriore potenziale, innescata dall'intervento della coalizione USA. Comunque prematuro sarebbe stato a mio avviso qualsiasi altro possibile intervento. Il naturale evolversi della situazione di un Iraq essenzialmente laico e il tempo avrebbero forse giocato in favore di una transizione relativamente più morbida nonostante Saddam e in vista della sua prevedibile successione. Ripeto: forse. Ora possiamo solo augurarci che l'imbarazzata presenza occidentale non abbia allungato i tempi in virtù di un effimero e miope programma di conquista e favorisca in qualche modo o per lo meno lasci spazio a consapevolezze interne, sicuramente già esistenti, che potrebbero in qualche modo essere state stimolate e sopravvivere al disastro.

Non mi qualifico pacifista tout court, ma tendenzialmente pacifico e comunque convinto che in un ampio ventaglio di casi la diplomazia e il dialogo vengano trascurati o addirittura esclusi a priori. E ciò per inconfessati, contingenti e talvolta incidentali e limitati (nel tempo o per consistenza) interessi economici; per la frenesia di apporre un segnaposto, quand'anche precario e abborracciato, in esecuzione di programmi egemonici nel lungo periodo; per mantenere un effimero consenso personale da parte degli elettori (o del popolo); per ritagliarsi - ahimè, ipotesi residuale ma non del tutto peregrina - una nota a piè di pagina sui libri di storia; per uno sciagurato connubio tra le ipotesi precedenti. Nessuna delle ipotesi vale a mio parere il dolore e le privazioni di una intera nazione, le centinaia di migliaia di morti, lo spreco di risorse altrimenti convogliabili, vuoi per inconsistenza, vuoi per miope precarietà dei vantaggi.

Cosa avrei fatto dopo l'11 settembre, domanda da svariati miliardi di dollari (nel senso che se la mia risposta fosse giusta dandovi corso questi dollari non sarebbero arrivati a me, ma sarebbero stati impiegati meglio). Giochiamo a dare una risposta, come se fosse una partita di Risiko (ogni tanto credo di non essere il solo a considerarla tale).

Nell'immediato non avrei fatto scendere un solo milite sul suolo afghano. Avrei fatto inondare di (ndr inutili) bombe tutte le strutture già graziosamente fornite ai talebani dalla CIA - cosa che comunque si aspettava il popolo americano - e coperto di dollari, mezzi e addestramento le fasce dissidenti per iniziare ad ottenerne delazioni e collaborazione, eleggendo e coadiuvando per il contingente lavoro sporco pochi e sacrificabili signori della guerra. Il tutto in vista e in virtù di un programma di assai più ampio respiro (anni) laddove ad ogni conosciuta operazione dell'integralismo di provenienza logistica afghana su qualsiasi suolo, sarebbero corrisposti immediati interventi diplomatici (trattiamo o cosa?) rapidi avvertimenti (non trattiamo?) ed eventuali interventi dimostrativi sulle solite strutture, ma sempre e comunque dollari sotto forma di investimenti e mezzi di comunicazione ai movimenti intestini e aiuti materiali a pioggia sulle popolazioni circostanti. Nè più nè meno è il lavoro che si sarebbe potuto già fare negli anni successivi all'invasione russa, con l'accortezza di selezionare con più cura i collaboratori e badando di non pensare che le situazioni si cambino solo con gli AK 47, ma anche e soprattutto fornendo alla gente, cibo, cultura e un conseguente quadro di diversa possibile esistenza, mettendola cioè nelle condizioni di sapere che c'è l'intero mondo fuori dai ristretti confini, materiali e mentali in cui è stata precipitata, così generando alla lunga un diverso atteggiamento nei confronti della vita, non più intesa come sofferenza in vari gradi di intensità e tendenzialmente senza via d'uscita. Una vita che non valesse la pena di regalare a chi ti ha promesso per conto terzi, tutt'al più, un gruppetto di inutili vergini.

Il problema generale resta contrastare alla base le convinzioni che fanno accettare l'arma terrorismo in sè e il sacrificio come unica possibile soluzione di esistenze comunque destinate all'infelicità. E si combatte là dove il terrorismo si forma, con la cultura, tra la gente.

E' solo un gioco, ma se qualcuno mi volesse mandare quache miliardo di dollari ...

Slowfinger said...

Pipistro, nella tua come sempre onesta ma come spesso non condivisibile analisi trascuri a mio parere un paio di fatti troppo rilevanti per essere ignorati. Il primo è che una nazione che si consideri tale non può permettersi di pensare nemmeno per un momento di trattare con chi le ha scatenato addosso proditoriamente l'Inferno, ossia con organismi disgraziatamente viventi che persino definire delinquenti rappresenterebbe un'offesa alla biologia, oltre che naturalmente a Dio. Il secondo è che non sei americano.

pipistro said...

per completezza e contando sull'approvazione dell'amico slowfinger, copio e incollo qui da blogfriends la mia risposta e la sua replica.

^^v^^
ecco perchè G.W.B. si porta sempre dietro condoleezza, c'è sempre qualcosa che sfugge, nelle piccole come nelle grandi partite ;)
scherzo.
sul primo punto gli USA dimostrerebbero proprio in questo la superiorità dei mezzi (che tutti riconoscono loro).
fuor del radere al suolo le strutture - già note - nel giro di poche ore e con grande strepito mediatico (quello che si aspettavano gli elettori), in rapida successione (giorni):
a) proposta di resa;
b) sostanziale diniego;
c) avvertimento;
d) daccapo ...
si può andare avanti per mesi, con perdite umane minime anche sul territorio (ehm ...non necessariamente presentate come tali, dopo tutto fox news dice quel che voglio io), che sostanzialmente non toccano i centri abitati e la popolazione civile, questione di tenere gli aerei in volo, costi limitati.
vero, non sono americano e allo stato non posso diventare presidente degli USA :(
nemmeno schwarzenegger :)

slowfinger
Non amo i tailleur.
Indubbiamente c'è modo e modo di portare un attacco militare. Ad esempio, limitandosi veramente a colpire obiettivi sensibili ed evitando perdite civili. Oggi basta volerlo, o quasi (che è cinico ma sempre meno peggio). E soprattutto utilizzando allo stesso tempo e fino in fondo tutti i canali diplomatici, anche ad occupazione avvenuta, giusto per essere più convincenti.
Ma allo stesso tempo è vero che non puoi dichiarare guerra e poi metterti a lavorare all'uncinetto, purtroppo. Insomma, è facile giudicare dall'esterno della situazione complessiva, per esempio quella di una vita trascorsa sul suolo americano, e soprattutto fuori dello studio ovale.
Comunque se sei battezzato hai appena perso un'occasione d'oro ;)

pipistro said...

Leggo un lancio sul televideo Rai e lo ricopio qui sotto con molto sconforto in relazione ai programmi di cui ai commenti che precedono. Un pensiero va subito all'embargo sofferto dalla gente iraqena, agli scandalosi risvolti relativi al programma oil for food, ai costi dell'occupazione militare. Per l'economia dei paesi che si piccano di esportare libertà, democrazia e benessere, scoprirsi morosi per una cifra irrisoria, 37 milioni di dollari da impiegare in aiuti alimentari, indipendentemente dai motivi, è una cosa vergognosa. Tenere sotto controllo quel tipo di erogazioni sarebbe stato il minimo in qualsiasi programma di normalizzazione di una situazione preventivamente e per qualsisasi motivo sconvolta.
«21/09/2005 20:05 Pam: a rischio aiuti alimentari in Iraq - I programmi di assistenza alimentare per tre milioni di persone in Iraq sono a rischio per carenza di fondi. L'allarme è stato lanciato dal direttore del Programma alimentare mondiale per l'Iraq, Gardner, che ha sottolineato: all'Agenzia dell'Onu sono arrivati solo 29 dei 66 miioni di dollari necessari a portare avanti le attività di assistenza fino a dicembre. "La fame in Iraq deve essere al primo posto nella lista delle priorità dei donatori", ha detto Gardner».