Thursday, July 24, 2008

Benny Morris sulla crisi iraniana (la malattia del pensiero)

"Il male di solito nasconde la faccia perchè la sua vista è repellente per tutti, tranne che per i depravati. Nondimeno, nel caso di Benny Morris - che scrive venerdì (18 luglio) sul New York Times - vediamo qualcosa di nuovo: il male orgoglioso di sé, che si compiace della pura malevolenza. Il suo articolo è un tentativo freddo, calcolato, di stupire e contemporaneamente intimidire. Gli riesce la prima cosa, la seconda fallisce miseramente. Ecco la parte scioccante: 'Israele quasi sicuramente attaccherà le strutture nucleari iraniane nei prossimi quattro, sei mesi'. O questo - scrive Morris - o Israele dovrà infine lanciare 'un attacco nucleare preventivo'. E' il suo messaggio all'Occidente: fermate l'Iran o lanceremo su di loro la bomba".
Nulla di nuovo, precisa Justin Raimondo su antiwar.com, sono sei mesi che Israele minaccia di attaccare l'Iran. Quello che cambia è il tono di certezza assunto da Morris e quello che preoccupa è la sua vicinanza agli ambienti governativi israeliani che non possono non essere a conoscenza del suo exploit e non possono non avergli conferito il nulla osta necessario a spargere minacce dal più importante quotidiano del mondo.
Di lui - di Morris - dei suoi meriti come archivista e della sua deriva abbiamo già parlato (Debunking the guru). Un'intera generazione di storici deve infatti alle sue raccolte di dati la conoscenza degli esordi di uno stato ebraico in terra di Palestina. Ancora di più si deve proprio a Morris la conoscenza del peccato originale di Israele: il processo di pulizia etnica nascosto per decenni ai libri di storia, trascurato dall'Europa colpevole del dopoguerra e sacrificato alla costruzione del mito di un Davide israeliano che vede i propri sogni di pace minacciati incomprensibilmente dai Golia arabi e li combatte e li vince nonostante la leggendaria, vantata sproporzione dei mezzi (proprio Morris enumera nelle sue compilazioni quelli che erano i mezzi in campo, sfatando il mito).
Ma la cura messa da Morris nella raccolta dei fatti non corrisponde, purtroppo, alle sciatte opinioni che l'ex nuovo storico - il guru - dispensa a destra e a manca minando il significato delle prove da lui stesso raccolte e agitando un senso morale che va dall'opinabile, al machiavellico al criminale. Sì, criminale, perchè la menzogna e l'omissione in tema di guerra e di nucleare, così come la minaccia e la ripugnante apologia di un strage benigna, sono crimini.
"Leggendo il noioso libello di Morris - continua Raimondo - ci si stupisce di come sia arrivato a scrivere una simile, insipida apologia di quello che si classificherebbe tra i peggiori crimini nella storia dell'umanità: 'tutti sanno' che gli iraniani stanno cercando di costruire ordigni nucleari (dove l'abbiamo già sentita questa?), le sanzioni non stanno funzionando, i russi e i cinesi non vogliono cooperare, oh, e 'il pubblico americano riversa poco entusiasmo per le guerre in terra islamica".
Un Morris davvero incontenibile, quindi. quello che parla dalle pagine del New York Times. Fa propria la lezione di Goebbels sulla reiterazione delle falsità e sembra gli costi poco sorvolare sui fatti, sui rapporti dell'AIEA e sulle risultanze degli stessi servizi USA. Allora proclama che "tutte le agenzie di intelligence del mondo credono che il programma iraniano sia finalizzato alla costruzione di armi, non ad applicazioni pacifiche dell'energia nucleare". E non si fa mancare un po' di consueta propaganda sulla minaccia esistenziale, piatto forte da servire ai più ingenui ed anacronistici latori, in buona o in malafede, del senso di colpa occidentale. "Israele, sapendo che la sua stessa esistenza è in gioco - questo è un sentimento condiviso dalla maggior parte degli israeliani di tutto lo spettro politico - farà sicuramente questo sforzo. I leader israeliani, dal primo ministro Ehud Olmert in giù, hanno tutti esplicitamente dichiarato che una bomba iraniana significa la distruzione di Israele; all'Iran non sarà consentito di ottenere la bomba".
Ora, gli indegni sproloqui di un John Bolton (o simili) ci hanno abituati ad elaborare i doverosi anticorpi contro i germi di ordinario malanimo che impronta i loro scritti e le relative malate o compravendute opinioni. L'evidente malattia di molti apologeti della guerra totale suscita, oltre al comprensibile disgusto, un po' di umana compassione. In altri termini le palesi menzogne di chi mente con caparbia costanza, quand'anche diffuse dalle autorevoli pagine del Wall Street Journal, sono in fondo meno pericolose delle opinioni di chi - a torto, a ragione o nascondendo la propria natura - aveva acquistato in passato una certa credibilità.
Proprio per questo non sono tanto pericolosi quanto patetici i Bolton rispetto agli accademici, agli storici, agli studiosi o presunti tali, ai Benny Morris della situazione e rispetto ai relativi interessati megafoni. In sostanza è meno efficace uno scritto svergognato, se è riversato nei canali della macchina della propaganda guerriera americana e israeliana, dell'odioso manifesto consentito ad un personaggio svalutato come Morris sulle pagine del New York Times.

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