Thursday, August 02, 2007

Palestine, please not apartheid

Apartheid, "separazione" in lingua afrikaans (origine o significativa assonanza con l'inglese apart-hood), era la politica ufficiale di segregazione razziale formalmente adottata dal governo bianco della Repubblica del Sudafrica nei confronti dei neri dal dopoguerra fino al 1990. Consisteva in discriminazioni sociali, politiche, legali ed economiche nei confronti dei neri e nella istituzione dei bantustan, enclave solo formalmente indipendenti dove confinarli. Le tracce del trascorso apartheid in Sudafrica sono venute meno con le elezioni del 1994. Nel 1973 l'apartheid - diventato termine comune - è stato proclamato crimine internazionale dall'ONU e nel 1976 la "International Convention on the Suppression and Punishment of the Crime of Apartheid" lo ha incluso nella lista dei crimini contro l'umanità.

Lo sfruttamento del debito morale dell'Occidente, scaturito dagli orrori della Shoah e gravato di interessi in progressione esponenziale in favore dello Stato di Israele, ma soprattutto una guerra mediatica surrettizia e senza esclusione di colpi e molta disinvolta ignoranza hanno consentito la perpetuazione di una situazione di apartheid nei Territori palestinesi occupati. Finora. La connivente indifferenza politica della vecchia Europa, il sostegno degli USA e dei suoi clienti (la cui collaborazione e il cui voto in sede ONU può essere agevolmente comprato a vario titolo ad opera dell'amico americano) non sono infatti più sufficienti a mantenere una benda sugli occhi del mondo, né oggi un bavaglio capace di limitare l'enorme potere della comunicazione immediata e documentata su scala globale. In particolare è stato lapidariamente affermato che la generale percezione del conflitto israelo palestinese - soprattutto negli USA ma in minor misura anche in Europa - è filtrato da una rete di spudorata disinformazione che, grazie al mainstream mediatico e - aggiungerei - a mala fede e molta superficiale nonchalance, diffonde miti martellanti come se fossero realtà e annichilisce il dibattito. Nulla di nuovo, quindi, e non ci sarebbe bisogno di scomodare autorevoli rapporti ed analisi per sostenere che la questione è stata tollerata o sfruttata a livello politico o strategico internazionale ed indotta ad essere ignorata o fraintesa fino ai giorni nostri a livello popolare. Un gioco che funziona ma, appunto, se non se ne parla troppo.

Gli è che ormai se ne parla. In un dossier dell’Onu datato 29 gennaio 2007 il funzionario sudafricano John Dugard, pur con la levità di una farfalla, osa scrivere che «è difficile evitare la conclusione che molte delle leggi e delle prassi d’Israele violano, soprattutto nella limitazione dei movimenti dei palestinesi, la convenzione internazionale del 1973 per la soppressione e la punizione del crimine dell'apartheid… Le demolizioni di case in Cisgiordania e a Gerusalemme est vengono attuate in un modo che discrimina contro i palestinesi… Nell’intera Cisgiordania, e in particolare a Hebron, ai coloni è concesso trattamento preferenziale sui palestinesi per quel che riguarda il movimento (le strade principali sono riservate ai coloni), i diritti di costruzione, la protezione dell’esercito e le leggi per la riunificazione familiare». [L'Unità]

Il mantenimento di questa situazione risulta poi, oltre che assolutamente riprovevole sotto il profilo umanitario, sociale e morale, naturalmente destinato a fallire nei fatti (*). Solo mantenendo una situazione palesemente iniqua, autorizzata dal silenzio dell'Occidente e favorita dallo spudorato sostegno USA, lo stato di Israele può difendere una "identità sociale" che il galoppante squilibrio demografico non consente e che non sarebbe consentita - politicamente - ad alcun altro paese membro della comunità internazionale che fosse intento ad una strisciante operazione di espansione e pulizia etnica su suolo occupato.

Un'operazione che è stata finora possibile, come si è detto, purchè non se ne parli troppo. Purchè il problema, cioè, non si diffonda sino al livello del comune sentire globale. Quello che ha a suo tempo costretto tutta la comunità internazionale ad isolare il Sudafrica. Per questo, dell'ultimo libro dell'ex presidente americano Carter, il tam tam mediatico filo israeliano ha aggredito più che la "tiepida" descrizione di una situazione arcinota, l'autore e il titolo, autorevole il primo, diretto e illuminante l'ultimo: "Palestine, peace not apartheid". Una definizione e un autore in grado di nuocere alla patologia sionista più di mille analisi per gli addetti ai lavori. E ciò nonostante il fatto, arcinoto, che - come ha dichiarato Yossi Beilin - «quello che Carter dice nel suo libro sull'occupazione israeliana e sul trattamento che riserviamo ai palestinesi nei territori occupati - e forse non meno importante il modo in cui lo dice - è interamente in armonia con il tipo di critica che gli stessi israeliani usano riguardo il loro stesso paese. Non c'è nulla nella critica di Carter nei confronti di Israele che non sia stato detto dagli stessi israeliani». [Yossi Beilin, The Jewish Daily Forward, 19 gennaio 2007]

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(*) «...E' possibile che in futuro il tasso delle nascite da donne musulmane scenda al livello di altri settori sociali in Israele, ma per quel momento ci potrebbe essere un cambiamento sostanziale nel "peso" della popolazione musulmana, che crei una reale minaccia demografica al carattere dello Stato [...] L'emendamento alla Legge sulla Cittadinanza, che ha negato lo stato di residente e cittadino alle mogli palestinesi di cittadini israeliani, non è "carino" ed è materia di preoccupazione per i difensori dei diritti civili. Ma considerando la minaccia demografica, i diritti civili e le considerazioni liberali devono essere sospesi nello sforzo di agire secondo le regole: gli ebrei hanno il diritto di sposarsi e di sistemarsi nella loro terra, gli arabi hanno diritto di sposarsi e di sistemarsi in una terra che rappresenti la loro identità nazionale. Anche gli stati occidentali che propugnano il liberalismo e i diritti civili, sono stati costretti ad arrendersi alla minaccia demografica e ad imporre limiti all'ingresso di cittadini stranieri». ["Lo spaventapasseri demografico" di Avraham Tal - Haaretz]

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